C’era una volta… Così iniziano le favole. Quello che vogliamo raccontarvi è la favola bella, ricca di storia, di tradizioni, di cultura e d’importanza economica che riguarda una regina, proprio come nelle favole: la regina delle piante tessili che ha regnato nelle nostre campagne fino alla fine degli anni ‘50 del secolo scorso.
Come si conviene per personaggi del suo rango, è una regina che non dimostra età, o meglio, è conosciuta da millenni, regna tuttora in vasti territori del nostro pianeta, ma è sempre giovane perché si rinnova ogni anno. Stiamo parlando della canapa, un tempo effettivamente regina delle nostre campagne, oggi divenuta una sorta di rarità.
A partire dalla metà degli anni ‘50 del secolo scorso infatti la sua coltivazione è stata sacrificata dai cambiamenti impetuosi che hanno quasi travolto, nello spazio di un decennio o poco più, i modi di vita delle generazioni passate. La veloce trasformazione sociale del nostro Paese con il fenomeno dell’urbanesimo, contribuì a sottrarre, in maniera decisiva, forza-lavoro nei campi per convogliarla nel triangolo industriale del Nord e, parte, per alimentare una corrente emigratoria all’estero.
Non c’era più manodopera disposta a sopportare il duro, improbo lavoro che la canapa richiedeva. I nuovi miraggi erano la fabbrica e i servizi. Un colpo basso per la coltura, insidiata anche dalla fortissima e decisiva concorrenza del cotone e delle fibre artificiali. E’ stata la fine.
L’agricoltura nazionale si aggiornò con la politica del “Piano Verde” che avviò la “rivoluzione verde”, e puntò decisamente verso i cereali, la barbabietola, le ortofrutticole, gli allevamenti intensivi seguendo gli indirizzi della nuova istituzione: il Mercato Comune Europeo. Colture meccanizzabili e produttività in aumento, grazie al massiccio impiego dei nuovi fattori tecnici e ad una diversa organizzazione del mondo del lavoro e del credito.
Nel giro di pochi anni gli investimenti subirono una fortissima flessione. Naturalmente tutta la filiera ne fu coinvolta: studi, ricerca, sperimentazione, nuove tecnologie; nuove macchine, diversa organizzazione del lavoro, del mercato, macerazione chimica, ecc.
Neppure la gestione consortile (Consorzio Nazionale Canapa) della produzione e della commercializzazione, che fino ad allora aveva permesso la sopravivenza della coltura, riuscì a frenare l’inesorabile declino. Alla fine degli Anni ‘50 la canapa era, praticamente, sparita dalle nostre campagne.
Una storia millenaria
Originaria dall’Asia centrale, dall’India e dalla Cina, la canapa approdò in Europa passando per la Russia, come testimoniano reperti archeologici rinvenuti in quei territori fatti risalire a 1.500 anni prima di Cristo. La canapa è una pianta che presenta subito una curiosità per i vegetali: è dioica. Con questo termine s’intende che esiste la pianta maschio e quella femmina, essendo i sessi distinti e separati in individui diversi. La “popolazione” di un canapeto, da questo punto di vista, è simile alla popolazione umana o degli altri mammiferi e specie animali “evolute” con la presenza dei due generi, il maschile e il femminile, che si aggira sul 50% per ciascuno.
Non è un fatto unico, nei vegetali, ma non tanto comune. E’ facile distinguere i due generi: basta osservare i fiori con la loro diversa morfologia che è segno distintivo della classificazione a cui si associano altri caratteri secondari.
Il frutto della canapa, l’achenio, è il seme prodotto dalla pianta femmina, come risultato della fecondazione dell’ovulo che si trova nel fiore ad opera del polline liberato dalle antere del fiore maschile e trasportato da vento. Questo è il frutto biologico.
La canapa, però, è stata coltivata (e tutt’ora, dove avviene) maggiormente per il “tiglio”, cioè la fibra che si ricava dallo stelo. Da questa, dopo una serie di particolari operazioni, si ottiene la materia prima per fabbricare diversi manufatti: tessuti per indumenti vari, lenzuola, tovaglie, tele per le vele e altri usi, per reti e cordami in sorte. Manufatti ruvidi, forti e resistenti all’uso e di notevole durata, mentre dal seme si ricavano oli per vernici e per altri usi, come nella cosmesi grazie al contenuto di particolari essenze, mentre dai canapuli, gli steli decorticati, si ricava cellulosa o materia da ardere.
Gli storici le antepongono la presenza del lino, conosciuto e coltivato al tempo degli egiziani, come testimoniano le bende che fasciavano le mummie. Il lino era noto anche ai latini, lo ricorda Plinio, il quale però riconosce la canapa essere più adatta per fabbricare le corde.
Come scrive Agostino Bignardi “…in realtà, per trovare una larga diffusione della coltivazione e dell’impiego industriale della canapa bisogna arrivare a un’ epoca assai più tarda, epoca in cui Piero dè Crescenzi – il cui trattato fu scritto nel primo decennio del secolo XIV – rappresenta forse solo l’inizio”. E’ verosimile che una grande richiesta di tele, vele e corde occorresse alle marinerie dei vari stati di quel periodo, impegnati negli scambi commerciali e nelle scoperte geografiche per via mare e questo è stato determinante per l’espandersi della coltura. Ne sono un esempio Venezia, i Paesi nordici come la Germania, l’Olanda, l’Inghilterra che alimentavano una forte domanda di tiglio lavorato in balle.
Nel tardo medioevo al lino – che il De Crescenzi afferma molto coltivato nella Valle Padana e particolarmente in Piemonte (Alessandria) e nel milanese – si affiancava la canapa che poi lo superava decisamente. La coltura trovava i suoi estimatori in Emilia-Romagna, dove Bologna ne diventa la capitale; in Campania, in Piemonte e nel basso Veneto, da Cologna Veneta a Montagnana con coltivazioni familiari anche in montagna.
Ma è nella terra compresa fra Adige e Po che essa trova la massima espansione. Alla fine degli anni ‘40 nel Veneto se ne raccoglievano 65-70.000 q.li, dei quali 63.000 a Rovigo e provincia ottenuti su una superficie coltivata di 4.918 ettari pari al 95% della produzione regionale, mentre quella nazionale, ottenuta da un investimento di 76.000 ettari, era stimata 800.000 qli. In annate precedenti gli investimenti oscillavano fra 90.000 e 100.000 ettari con 1.200.000 qli di prodotto.
Il ciclo colturale
Il ciclo di coltivazione è primaverile-autunnale: semina in primavera – “…al levar di Arturo” (stella di prima grandezza nella costellazione di Boote che, alle nostre latidudini, sorge a fine febbraio), come indica Columella, uno dei massimi agronomi latini – e raccolta in agosto.
Le sue esigenze colturali sono soddisfatte nei nostri areali in termini di temperature, di disponibilità idriche e di elementi nutritivi offerti da terreni di medio impasto, profondi e freschi. Infatti, in queste plaghe la coltura ha trovato una grande espansione e ha espresso la massima capacità produttiva.
La canapa, inoltre, è pianta miglioratrice. Infatti, – oltre alle sue “strame” che lascia nel terreno – con l’apparato radicale fittonante penetra la terra in profondità, esplora il suolo e il sottosuolo, lo disgrega in particelle fini migliorando la sua struttura fisica, rendendolo più facile da lavorare, più areato e favorendo, così, le buone condizioni per il compiersi delle complesse reazioni chimiche e microbiologiche che, con la buona struttura, costituiscono la fertilità naturale dei terreni agrari.
Dopo aver preparato il buon letto di semina, con una serie di operazioni che iniziano con l’aratura autunnale e si concludono con la “pareggiatura” primaverile, il seme è affidato al terreno. L’operazione di semina, prima dell’impiego delle macchine seminatrici, si eseguiva a spaglio (come per quasi tutte le altre coltivazioni) dove determinante risultava la bravura del seminatore il quale sapeva dosare la quantità di seme per il giusto investimento: né troppo fitto, né troppo rado. A proposito, il richiamato studioso Agostino Bignardi riporta le esperienze del celebre agronomo bolognese Berti Pichat, patriota e uomo politico del Risorgimento che alla canapa dedicò lavori e studi, il quale raccomandava la necessaria fittezza delle piante perché gli steli crescessero alti, sottili e dritti. La piantina che emerge dal terreno, esile, fila via svelta e, come afferma questo studioso, “…elevatasi la canapa a 25 o 30 cm, se nacque felicemente né troppo fitta né troppo rada, non richiede più altro fino alla raccolta…già cuopre il terreno, ne protegge la freschezza e soffoca ebacce rinascenti”.
Ricorrendo alla memoria, a luglio il canapeto sembrava una foresta fittissima e costituiva una tentazione, per noi bambini, ad entrarvi nel giocare a nascondino. Era, però, assolutamente vietato, pena la rottura degli steli con i relativi gravi danni. Nel ricordo, mi sovviene ancora il particolare “profumo” che emanavano le foglie mature al loro strofinio. Con la maturazione, dopo la metà di agosto, cominciava il duro lavoro che la coltura richiedeva per ottenere il tiglio.
La falciatura degli steli era fatta a mano con apposita falce (una specie di mietitura eseguita con “il tagin”, un attrezzo composto da una lama tagliente saldata quasi ad angolo retto a un manico abbastanza lungo impugnato dal lavoratore), deposti nel terreno per l’essiccazione e la caduta delle foglie, poi raccolti per formare ammassi a forma di cono: le pile, o pirle.
Da queste si estraevano le “mannelle”, piccoli fasci di steli di uguale lunghezza, si eliminava qualche erbaccia e si formavano fasci più grandi per portarli al macero, una particolare cava a forma rettangolare e profonda circa un metro e mezzo.
I maceri costituivano una caratteristica del paesaggio agrario e ogni azienda canapicola ne era provvista. L’acqua, di falda, piovana o derivata da canali, era pulita e nutriva tinche e pescegatti pescati prima della macerazione. Una volta deposto un certo numero di fasci di mannelle nelle zattere, queste venivano affondate mediante il peso di grossi sassi sovrapposti.
Iniziava il processo della macerazione grazie al quale la fibra che aderiva allo stelo si staccava da questo per formare il tiglio. Un processo microbiologico dovuto principalmente all’azione di bacteri anaerobici, il più importante dei quali è il Bacillus Felsineus.
Il processo durava in media una settimana ed era attentamente seguito dai canapicoltori perché il buon andamento dipendeva dalle condizioni meteo. L’acqua mano a mano s’intorbidiva, aumentava di temperatura ed emanava odori caratteristici, di putrefazione. Anche quest’aspetto, pur naturale e sgradevole ma di breve durata, connotava il paesaggio della canapa.
Al termine della macerazione, le mannelle, con un lavoro improbo eseguito dagli operai (donne e uomini) immersi nell’acqua venivano risciacquate, riportate sulla terra “vegra” (inerbita), stese ad asciugare e, successivamente, portate nella “corte” per sottoporre gli steli a una serie di lavorazioni di stigliatura mediante le quali il tiglio veniva separato dai canapuli, i “canarelli”, cioè gli steli privati del tiglio. Questi venivano utilizzati per ardere nei camini domestici o per ricavare, con successivi processi industriali, la cellulosa.
La “scavezzatura” e la successiva “gramolatura” degli steli erano le operazioni principali attuate con apposite macchine che permettevano lo stacco del tiglio dagli stessi. Alla fine il tiglio, classificato in base alla lucentezza, lunghezza, finezza e colore, era lavorato dal “gargiolaro”. Questi era una figura-chiave, un abile artigiano che trasforma il “gargiolo”, il “cuore” del tiglio ottenuto dalla pettinatura della fibra, pronto ad essere filato.
Nell’economia domestica, erano le donne a lavorare al telaio o al mulinello con il fuso per ottenere i prodotti prima richiamati. Tutta una serie di regole, per lo più depositate in usi e costumi che potevano variare nelle varie zone canapicole, dettava il susseguirsi delle varie fasi fino alla lavorazione domestica o alla vendita o al conferimento negli appositi magazzini delle balle di tiglio per le successive lavorazioni industriali di cardatura, orditura e tessitura nei telai.
Le prospettive
Nel corso della prima metà del secolo scorso la canapa ha ricoperto nel nostro Paese un ruolo di primo piano, permettendo all’Italia di collocarsi fra i primi paesi al mondo soprattutto per la qualità e al secondo posto per l’esportazione nei paesi a valuta pregiata. Poi – come detto – in un breve lasso di tempo la coltura è stata sempre più trascurata, tanto che da quasi cinquant’anni non è più una caratteristica del nostro paesaggio.
Ma gli Istituti di ricerca e sperimentazione, dalle Università all’ISCI (Istituto Sperimentale per le Colture Industriali di Bologna) non abbandonarono la coltura. La Sezione operativa di Rovigo – sede in Via Amendola – (ex Stazione Sperimentale di Bieticoltura) continuò, e continua, ad occuparsene – come afferma il suo direttore Dr. Enrico Biancardi – affidando il lavoro al Dr. Giampaolo Grassi. Il Ministero delle Produzioni Agricole ha approvato la costituzione di un progetto interregionale al quale aderiscono 14 regioni, dal Nord al Sud d’Italia, con lo scopo precipuo di individuare nuove colture alternative da affiancare alle tradizionali.
Coordinato dal Prof. Giovanardi – Facoltà di Agraria dell’Università di Udine – il progetto intende verificarne le possibilità operative e/o di “riciclarne” altre (sarebbe il caso della canapa e del lino) per rispondere a nuove esigenze di mercato, di agricoltura ecosostenibile e agli indirizzi di politica agricola generale dell’Ue, alla luce delle acquisite conoscenze scientifiche e delle loro applicazioni pratiche. “La volontà di lavorare per uscire da uno stallo, quale quello della coltura della canapa, coltura miglioratrice per eccellenza del terreno e dell’ambente, non manca”, afferma il Dr. Grassi. Nel progetto sono coinvolte anche società del tessile, delle sementi e della carta “…perché le opportunità di mercato ci sono, come dimostrano le produzioni europee, Francia in testa” – continua Grassi.
E’ stato costituito il Consorzio Canapaitalia che ha avviato la filiera agroindustriale per la strigliatura meccanizzata e delle altre operazioni, mentre la ricerca agronomica ha selezionato le varietà monoiche femminili che presentano grande uniformità colturale, condizione necessaria per la contemporanea maturazione e per le operazioni delle macchine.
La canapa, opportunamente mescolata a fibre artificiali, oltre ai tradizionali manufatti prima richiamati, trova oggi impiego in tanti altri, a cominciare dalle parti non metalliche delle automobili (cruscotti, fasce laterali, paraurti, ecc.); nella bioedilizia, come materiale isolante nei sottotetti e nelle altre parti della casa al posto della lana di roccia e di vetro che non sono riciclabili e costosi per lo smaltimento.
Il seme con il contenuto in olio del 28-30% si presta alla trasformazione industriale per vernici e altre destinazioni, fra le quali l’alimentare. Opportunamente trattato è richiesto in cosmesi per l’alto contenuto in acidi grassi polinsaturi, inoltre è molto richiesto dall’industria mangimistica come ghiotto becchime per uccelli.
I canapuli – in volgo i “canarelli” – ovvero gli steli senza il tiglio, sono costituiti da ottima cellulosa richiesta per carte speciali. Trovano impiego nella stabulazione degli animali, soprattutto cavalli, al posto della paglia perché assorbono di più le deiezioni e non sono appetibili. Nei campi la canapa richiede pochi concimi e nessun, o pochissimo diserbo chimico nelle prime fasi di vita e, almeno per ora, non è insidiata da particolari avversità. “Occorre ancora mettere a punto alcuni aspetti dell’agrotecnica e della gestione a cominciare dai trasporti della notevole massa verde che un ettaro produce. Ideale, come nel Nord dell’Europa, sarebbe utilizzare la via d’acqua per renderla effettivamente competitiva – afferma ancora il dr. Grassi – ed è quello che all’ISCI di Rovigo vorremmo fare, avendo a disposizione le vie d’acqua”.
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Come citare questo articolo
Orazio Cappellari. “C’era una volta… la canapa”. Ventaglio Novanta, n. 37, 2008. https://ventaglionovanta.it/archivio/cera-una-volta-la-canapa/