La seicentesca chiesa arcipretale di Fiesso Umbertiano, dedicata alla Natività della Beata Vergine e a S. Carlo Borromeo, tempio ricco di opere di notevole valore storico e artistico, conserva al suo interno una preziosa testimonianza dell’arte rinascimentale: l’altare ligneo dorato. L’altare (popolarmente noto come altar zało, ossia giallo dorato), è databile, nella struttura base, attorno alla metà del XVI secolo. Opera di una buona bottega di intagliatori di ambito emiliano, è collocato sulla mensa marmorea dell’abside della navata laterale sinistra della chiesa.
Secondo la tradizione l’opera, più antica rispetto al tempio, risale nella sua forma attuale al 1691 e proviene dalla chiesa di S. Silvestro di Tessarolo1, uno dei diversi villaggi che punteggiavano (durante l’età medievale e la prima età moderna) l’attuale territorio comunale fiessese; località individuabile a sud del paese, tra le località Piacentina e Poazzo Superiore, centro di importanza strategica lungo l’allora confine di Stato veneto-estense2.
A questo altare, nell’antico luogo di culto, sempre secondo la voce popolare, avrebbe celebrato solennemente la S. Messa il compatrono della Parrocchia, S. Carlo Borromeo (1538-1584), il cui culto fu diffuso nell’area della Transpadana dal suo collaboratore Giovanni Fontana, vescovo di Ferrara dal 1590, il quale è rappresentato in una delle 96 tavole lignee del soffitto a cassettoni della chiesa di Fiesso nell’atto di confortare con il S. Viatico il presule milanese nel momento della morte3.
Citato per la prima volta nella Visita Pastorale del cardinale Fabrizio Paolucci (20 settembre 1699), l’altare – il cui tabernacolo, «tutto dorato all’esterno e all’interno coperto di un drappo dorato di seta», era segnalato a sinistra (in cornu evangelii) dell’altar maggiore – era sede della Confraternita del SS. Sacramento, con cappa rossa4. L’altare, segnalato in tutte le successive Visite Pastorali dei vescovi di Ferrara, sotto la cui giurisdizione ricadeva la Parrocchia di Fiesso, venne quindi dedicato a San Vincenzo, Titolare che ritroviamo nella Visita del vescovo di Adria mons. Carlo Pio Ravasi alla Parrocchia (1825), la prima dopo l’annessione di Fiesso alla diocesi polesana, avvenuta nel 18185.
Il 20 giugno 1909 l’altare venne dichiarato monumento nazionale6; dodici anni più tardi, il parroco, mons. Eraclio Mazzocco (1863-1939), rettore a Fiesso dal 1903 al 1939, decise di dedicarlo al Sacro Cuore di Gesù, collocando, tra le colonne che sostengono il timpano, una statua lignea dorata raffigurante il nuovo Titolare7, opera del celebre scultore veneziano Vincenzo Cadorin8; questa immagine, diversi decenni più tardi, sarà trasferita sul terzo altare della navata destra, precedentemente dedicato a S. Antonio da Padova.
L’altare dorato, detto anche dei «Quaranta Martiri», è più conosciuto a Fiesso con l’impropria denominazione di «Santo Sepolcro», in quanto impiegato per il solenne rito di reposizione dell’Eucaristia tra il Giovedì e il Venerdì della Settimana Santa, al termine della Messa in coena Domini.
La struttura dell’altare, a forma di tempietto, realizzato in legno di conifera (principalmente abete), si caratterizza per un intaglio non particolarmente profondo e per le dorature a guazzo realizzate con pellicola dorata impressa a caldo, presenti sulla quasi totalità delle superfici ad esclusione dei fianchi in finto marmo e degli elementi a lato della mensa che presentano un fondo di colore azzurro in smaltino.
Il complesso si eleva sopra la mensa per un’altezza di circa 6 metri; la larghezza massima è di 3,25 metri, mentre la profondità massima è di circa 1,50 metri. L’altare si compone di un corpo principale suddiviso in tre parti, la cui ripartizione è sottolineata da colonne binate e rudentate con capitelli compositi ai lati del tabernacolo, mentre semicolonne scanalate intervallano le nicchie e i fianchi. Su tale base poggiano tre tamburi a pianta ottagonale: in quello centrale, più elevato, si trovano tre nicchie contenenti altrettante statue lignee, alte circa 30 cm., raffiguranti S. Agostino (a sinistra), S. Carlo Borromeo (al centro) e S. Lucia (a destra). I tre elementi a tamburo sono sovrastati da cupole bizantine con cimase: sopra le due cupole laterali si trovano altrettanti angeli con le ali aperte, alti circa 45 centimetri, mentre la cupola centrale è sovrastata dall’effige di Cristo Redentore.
Nella parte inferiore dell’altare, poggiante su un basamento dove sono visibili lateralmente due scudi nobiliari, altre due statue, alte circa 40 cm., collocate all’interno di altrettante nicchie, raffigurano S. Pietro (a sinistra) e S. Paolo (a destra).
Tutte le sculture dell’altare, ad esclusione del Redentore, sono di fattura recente, e ciò a causa di un furto perpetrato nella notte tra il 14 e il 15 gennaio 1978: ignoti penetrarono nella chiesa, trafugando le preziose statuette, fatte rifare nel 1982 per iniziativa dell’allora parroco mons. Mario Mora (rettore dal 1967 al 1985), dagli intagliatori ladini Alfredo e Goffredo Moroder di Ortisei9. In quella circostanza, per prevenire ulteriori furti, il parroco mise al sicuro la preziosa porticina dipinta dell’altare: la tavola lignea, raffigurante L’Adorazione di Gesù Bambino, tradizionalmente attribuita a Benvenuto Tisi da Garofolo (1481-1559)10, ma quasi certamente opera di Ippolito Scarsella detto lo Scarsellino (1550 circa – 1620), secondo la perizia orale di Vittorio Sgarbi dell’aprile 198911, è oggi sostituita da una pregevole copia, realizzata dalla prof.ssa Iride Bombonati.
L’altare fu completato nel corso del XVIII secolo dall’interessante baldacchino che ancor oggi lo sovrasta: all’interno di una cornice di legno di pioppo dorata con elementi sagomati a fondo bianco profilati in oro, si trova un dipinto di forma ovale raffigurante le Tre Virtù Teologali: la Fede (una giovane donna che trattiene una lunga croce), la Speranza (che sorregge un’ancora) e la Carità (una donna che regge due bimbi, uno in braccio e uno sul grembo).
Nel 1998, per volontà dell’allora parroco don Gino Tosi (rettore dal 1994 al 2006), grazie ad un finanziamento ministeriale, la Sovrintendenza per i Beni Storici ed Artistici di Verona avviò il restauro conservativo dell’altare. L’operazione, condotta sotto la direzione dell’ispettrice dott.sa Donata Samadelli dal Laboratorio bresciano di Elisabetta Arrighetti e Ivano Tomasoni, portò alla scoperta, all’interno del monumento, di un interessante verbale di restauro risalente ai primi anni del XIX secolo, quando l’altare fu smontato e rimontato nei suoi diversi pezzi.
Il monumento venne quindi restituito all’antico splendore sabato 4 dicembre 1999, con un intonato concerto per fiati ed organo nella chiesa parrocchiale, dove ancor oggi questo gioiello, testimonianza del Rinascimento in terra polesana, si mostra nella sua bellezza a fedeli e visitatori.
NOTE
1 La tradizione, che vuole nel 1686 l’anno del trasferimento dell’opera, è riportata in numerose pubblicazioni: C. LEZZIERO, Fiesso Umbertiano e la sua chiesa. Storia e arte, Fiesso Umbertiano (Ro), 1936-XV, p. 22; P. e G. BRAGGION, Il Sacro nel Polesine. Gli oratori nella Diocesi di Adria, vol. III, Conselve (Pd), 1986, pp. 136, 138-139; A. GABRIELLI, Comunità e chiese nella diocesi di Adria-Rovigo, Roma, 1993, p. 525; P.L. BAGATIN, Un secolo fa, circa…, Lendinara (Ro), 1998, pp. 126-127.
2 Degli scontri di giurisdizione relativi alla zona di Tessarolo, protrattisi sino alla fine della Serenissima, mi sono già occupato nell’ultimo numero di questa rivista: M. CHINAGLIA, La disfida di Tessarolo (1781-1784). Il Poazzo e la questione delle acque sul confine veneto-emiliano durante l’età moderna, in «Ventaglio novanta», 36, gennaio 2008, pp. 52-57.
3 A suffragare la presenza del Borromeo a Fiesso e a Papozze, altro centro dove troviamo il culto del Santo come compatrono, pur in assenza di prove documentarie, vi sarebbe il viaggio compiuto dal vescovo di Milano da Ferrara e Venezia tra il 6 e l’8 febbraio 1580: A. GABRIELLI, Comunità e chiese, cit., p. 55.
4 Devo queste preziose informazioni alla cortesia di mons. Giacomo Prandini, direttore dell’Archivio della Curia Vescovile di Rovigo, che mi ha fornito una copia del suo capitolo inedito sulle vicende della Parrocchia di Fiesso, inserito nel volume di prossima pubblicazione sulla storia del paese: G. PRANDINI, Fiesso. La Parrocchia e i suoi parroci, in Fiesso Umbertiano. Momenti di storia, arte e tradizioni, a cura di E. ZERBINATI, di prossima pubblicazione, pp. 25-26 (numerazione delle pagine provvisoria).
5 P. e G. BRAGGION, Il Sacro nel Polesine, cit., p. 138.
6 Legge 20 giugno 1909, n. 364, che stabilisce e fissa norme per l’inalienabilità delle Antichità e delle Belle Arti, (pubblicata sulla «Gazzetta Ufficiale», 150, 28 giugno 1909).
7 L’effigie, costata 1500 £ (circa 1300 € attuali), giunse da Venezia il 5 novembre 1920 e fu benedetta il 12 giugno dell’anno successivo, al termine di un triduo di predicazione sul Sacro Cuore tenuto dal «M.E.» prof. Francesco Bianchi di Monselice: C. SCARANARI, Vita parrocchiale in epoca fascista. Cronaca di Mons. Eraclio Mazzocco Fiesso Umbertiano 1916-1939, in «Studi Polesani» (Polesine e fascismo), 17-19, Rovigo, 1984, pp. 33-34; C. LEZZIERO, Fiesso Umbertiano e la sua chiesa, cit., p. 22. La consacrazione al Sacro Cuore è sicuramente una scelta di mons. Mazzocco («da pochi anni è stato dedicato al S. Cuore di Gesù», scrive lo stesso Lezziero: Ibidem, p. 22) quindi sbagliano i Braggion quando (P. e G. BRAGGION, Il Sacro nel Polesine, cit., p. 138) attribuiscono il nuovo Titolo al momento del seicentesco trasporto a Fiesso.
8 Vincenzo Cadorin (1854-1925): nato a Venezia nel 1854, si formò presso lo studio del Benvenuti, diplomandosi presso l’Accademia delle Belle Arti della città lagunare. Vincitore della medaglia d’oro all’esposizione di Torino (1884), è autore di numerose opere d’arte di rilievo, in cui traspare un tentativo di sintesi fra la tradizione classica e le Avanguardie di fine secolo; la sua più celebre realizzazione è la cattedra in legno intagliato e dorato donata a Pio X per il suo giubileo sacerdotale nel 1908, ora conservata nella Basilica della Salute a Venezia: vd. L. GIORDANO, Cadorin Vincenzo, in Dizionario Biografico degli Italiani, XVI, Roma, 1973, p. 97.
9 P. e G. BRAGGION, Il Sacro nel Polesine, cit., p. 139. La fattura dell’acquisto delle nuove statuette (le attuali statue di S. Pietro e S. Paolo sono addirittura copia della copia, in quanto anche le riproduzioni sono state trafugate alcuni anni fa) presso i Moroder si trova in Archivio Parrocchiale Fiesso Umbertiano, b. 20.
10 C. LEZZIERO, Fiesso Umbertiano e la sua chiesa, cit., pp. 25-26.
11 I ragazzi ci guidano a conoscere la storia, la cultura, l’economia del paese, Fiesso Umbertiano (Ro), 1997, p. 13.
12 Le note tecniche ed artistiche sull’altare le ho ricavate dal breve scritto della dottoressa Donata Samadelli pubblicato nel pieghevole illustrato stampato a Fiesso nel 1999 in occasione del Concerto per fiati ed organo per l’inaugurazione del restauro dell’Altare dorato.
NOTA CONCLUSIVA
Si ringrazia per la redazione di questo articolo mons. Giacomo Prandini, direttore dell’Archivio della Curia Vescovile di Rovigo, il parroco di Fiesso don Lino Guerzoni e il signor Oriano Avanzi, collezionista.
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Come citare questo articolo
Marco Chinaglia. “L’altare dorato di Fiesso”. Ventaglio Novanta, n. 37, 2008. https://ventaglionovanta.it/archivio/laltare-dorato-di-fiesso/