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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

La fabbrica dell’aceto

A Bressane di Castelguglielmo una particolare corte rurale risalente alla seconda metà del ‘700

di Paolo Zambonin

Ventaglio Novanta n. 37 2008 pp. 16–19

Chi percorre la strada arginale che si snoda lungo la riva sinistra del Canalbianco tra Castelguglielmo e la frazione di Bressane incontra, a tre chilometri dal capoluogo, in località Ca’ Peretto, una particolare corte rurale, ora disabitata, nella quale sono in corso lavori di ristrutturazione.

Il complesso edilizio si sviluppa a forma di U rovesciata, circondando un ampio cortile, al quale si accede scendendo dalla strada arginale attraverso due rampe. Il casale, con chiare caratteristiche rurali, è dunque composto da tre ali di fabbricato che delimitano il grande cortile interno, chiuso anteriormente da una mura di cinta, interrotta al centro dal varco del portone di accesso. Il lato mancino è composto dalla casa padronale seguita dal fienile, il settore longitudinale da un edificio ad uso industriale, il lato a destra da barchesse, cantina e legnaia, divise da un porticato con un’unica arcata. Una struttura quest’ultima caratterizzata da una certa ricercatezza sul piano architettonico, impreziosita alla sommità da due timpani, uno rivolto verso la corte, l’altro all’esterno. E sotto il grande arco il passaggio che mette in comunicazione il cortile con il brolo piantumato e una capezagna che conduce in aperta campagna.

Una costruzione poliedrica dunque, un nucleo abitativo particolare, contrassegnato ancor oggi dalla denominazione di “fabbrica dell’aceto”, che non passa inosservato e desta curiosità. Motivo per cui siamo andati alla ricerca di notizie, che ci sono state fornite dall’attuale proprietaria Nadia Gallani, attualmente residente a Rovigo.

Veniamo a conoscenza che l’immobile principale fu costruito nel 1770, durante il periodo della Repubblica Veneta, dal conte Antonio Oroboni di Fratta Polesine (il nonno del carbonaro morto nella prigione dello Spielberg) proprietario di buona parte dei terreni e dei fabbricati posti sulla riva sinistra del Canalbianco: una vasta area rurale detta “presa Orobona”.

L’edificio fu utilizzato come dimora prestigiosa di campagna fino al 1816. Dopo tale data, a seguito del forte indebitamento degli Oroboni, venne ceduto “a livello” al Gran Capitano Tasso il quale, divenutone proprietario, attraverso gli eredi, ne mantenne inalterato l’uso fino ai primi anni del ‘900.

Lo sviluppo della canapa in Polesine indusse i proprietari ad aggiungere una nuova “ala” all’edificio principale, collegando il settore nord con la parte a sud, ed adibendo l’ampia superficie delle barchesse a fabbrica di canapa, destinandola poi, dal 1920 fino ai primi anni quaranta, ad acetificio.

Il complesso divenne in seguito proprietà Brugnoli-Tasso e, dal 1968, “casa Galvani”.

Notizie sulla particolare corte rurale, più nota come “fabbrica dell’aceto”, ci vengono fornite da una discendente della famiglia Tasso, Fulvianna Godino, che fino a qualche anno fa ha condotto la farmacia del vicino paese di Canda ed attualmente abita a Rovigo.

La signora Fulvianna conserva alcuni piacevoli ricordi della sua infanzia, ricordi di quando andava in bicicletta lungo la strada arginale del Canalbianco da Canda a Ca’ Peretto a trovare i nonni e gli zii. “In quegli anni ero molto piccola – dice – ma poi ho avuto modo di aggiornare le mie conoscenze sulla storia della famiglia Tasso e sull’acetificio dai discorsi rievocativi che Maria Tasso, l’ultima ad aver lasciato la casa della località Ca’ Peretto, scambiava con la sorella Annalena negli anni ‘60” (Annalena viveva a Canda nella stessa casa di Fulvianna).

“I racconti di queste mie zie ultraottantenni erano ricchi di particolari, come se gli eventi fossero contemporanei. Io le ascoltavo divertita e con grande curiosità. I ricordi delle zie risalivano al loro nonno Battista, che potrebbe essere nato nel 1780. Questi era considerato il capostipite della numerosa famiglia Tasso. Le arzille vecchiette raccontavano che questo loro nonno aveva avuto molti figli e che ogni mese andava a Padova con una grossa sporta piena di zecchini per pagare la pigione per i sette figli che studiavano all’Università, laureandosi tutti per lo più in Farmacia. Dopo nonno Battista, l’attività dell’acetificio fu condotta dai figli Giuseppe e Antonio, che l’hanno avuta in eredità. Questi due non erano laureati e ciò fa pensare che il loro padre avesse fatto studiare soltanto i figli che lo desideravano e abbia lasciato l’acetificio agli altri discendenti maschi. Oltre a loro c’erano infatti anche due figlie, Antonietta e Maria”.

L’ultimo erede di questo acetificio è stato poi un nipote di Giuseppe: Gustavo Cuccati, di Castelguglielmo, unico figlio di Melania, figlia di Giuseppe. Questo Gustavo morì in giovane età, nel 1954, senza avere avuto discendenti. Suo padre Giovanni Cuccati, che gli sopravvisse, vendette successivamente la parte ereditata a persone che destinarono i fabbricati ad allevamento di polli, ciononostante il complesso continuò ad essere identificato come “fabbrica dell’aceto”.

“Tra i molti e curiosi aneddoti sulle vicende familiari dei Tasso – ci riferisce ancora la signora Fulvianna – le due zie raccontavano con orgoglio che il loro padre, Antonio, era stato un sostenitore della Carboneria. In quanto commerciante, aveva libertà di movimento. Dalla vicina Fratta, attraverso i campi, portava i messaggi dei carbonari, nascondendoli in una balla di fieno, fino al “ciavegon dei becàri” sullo stradone di Runzi (in comune di Bagnolo di Po) dove altri patrioti, provenienti da Ferrara, li prelevavano.”

Il racconto di Fulvianna continua con molte notizie e aneddoti curiosi e interessanti sulla numerosa famiglia, sulle scampagnate che lei faceva in bicicletta da Canda a Ca’ Peretto con amici e i cuginetti Bettini di Brescia. Descrive la casa di abitazione, molto signorile: un ampio salone d’ingresso che si apre sul lato nord verso il giardino mentre a sud si collegava con il cortile parzialmente pavimentato con lastre di selci; cucina e sale del piano inferiore e di quello superiore con quattordici vani; pavimenti al piano terra a piastrelle colorate esagonali in uso nell’ottocento nelle case dei ricchi, mentre al piano superiore i pavimenti delle numerose camere da letto erano in ottimo parquet.

I soffitti della sala e dei tinelli del piano terra e delle stanze del primo piano erano “accuratamente affrescati”. Grandi focolari con raffinati alari e rami, soffitte ricolme di vecchie cose, adiacenze e magazzini tutt’intorno alla grande area cortiliva, suggestivi e invitanti locali dove loro, ragazzi, trovavano spazio per i giochi e le fantasie.

Le notizie sull’attività dell’acetificio vengono integrate dal cugino di Fulvianna, Luigi Bettini, che abita a Brescia, pure lui bambino a quell’epoca. Questi ricorda il grande complesso di fabbricati, che avevano un che di misterioso. Erano in disuso ma conservavano ancora una parte delle attrezzature: due enormi botti in legno “alte oltre due uomini”, ovali, perfettamente lucidate, adagiate su una invasatura di grosse travi di legno, una pompa da travaso col cilindro orizzontale su un carrello a leva verticale per azionarle e dei grossi tubi di gomma telata con la spirale in ferro.

Del laboratorio, Bettini ricorda “la vetreria che era del tipo antico di vetro sottilissimo, un poco opalescente, vere opere d’arte soffiate a mano”. Ricorda che la fermentazione del vino o del vinello per farne aceto era fatta nei grandi tini che contenevano anche trucioli di legno perché, nei travasi, il prodotto fosse più esposto all’aria e favorisse il lavoro dei fermenti, assieme alla temperatura tiepida. “Ricordo che producevano anche una “essenza” (che la zia Maria usava a gocce per correggere il gusto saporoso dell’acqua del pozzo) che probabilmente era fatta con l’alcool o con l’acido acetico.

Attualmente il complesso abitativo si presenta come un grande cantiere, ma la sorte, non sempre benigna, ha purtroppo imposto una forzata sospensione dei lavori. E’ stato pertanto interrotto l’interessante progetto che prevedeva il recupero dei fabbricati da adibire a fattoria didattica, con la riapertura del casale, la cura dei broli, la coltivazione dei campi circostanti, nonché l’accoglienza di visitatori con l’illustrazione delle colture, dei prodotti della terra, dei lavori agricoli, delle strutture edilizie della particolare dimora. Il progetto prevedeva anche di ospitare nella corte vari concerti, considerata la grande passione per la musica dei proprietari, e di mettere a disposizione questo bene per le rassegne estive programmate nelle corti rurali polesane.

Si spera che questa idea possa essere ripresa.

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Come citare questo articolo

Paolo Zambonin. “La fabbrica dell’aceto”. Ventaglio Novanta, n. 37, 2008. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-fabbrica-dellaceto/

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