La natura, si sa, da sempre ha costituito un motivo ispiratore per i poeti che, a seconda della loro sensibilità e delle loro esperienze di vita, hanno saputo cogliere aspetti particolari e registrare suggestive annotazioni interiori.
Una nuvola passeggera, in una giornata di sole, offre l’occasione a due poeti, Livio Rizzi e Biagio Marin, di dar vita a due composizioni di diversa intonazione, entrambe di sicura valenza sotto il profilo poetico. Denominatore comune dei due autori l’amore per la propria terra e l’interesse ad esprimersi con la lingua materna.
Prima di soffermarci sui due testi poetici, alcune annotazioni biografiche sugli autori.
LIVIO RIZZI Nasce nel 1905 a Rovigo, dove si diplomerà maestro nel 1922, senza poi dedicarsi all’insegnamento. Segue, invece, le orme del padre, votandosi alla professione di floricoltore.
Stampa ancora giovane due volumi di poesia in lingua (“Cantate” e “Arca delle malinconie”), seguiti, a distanza, dalle raccolte in dialetto, con le quali consegue importanti riconoscimenti: un 2° posto dietro Pier Paolo Pasolini al premio “Dell’angelo” del 1948 e un 1° posto al premio “Cattolica” del 1951. Morì il 5 gennaio 1960.
La prima antologia poetica è pubblicata dall’editore Neri Pozza nel 1955; l’ultima, completa dei numerosi inediti, è stata raccolta in occasione del centenario della nascita e data alle stampe nel 2005 da PierLuigi Bagatin: il volume intitolato “Una terra, una memoria: il Polesine di Livio Rizzi” è edito da Antilia con glossario e traduzioni dei testi in lingua.
BIAGIO MARIN Nasce a Grado nel 1891 da famiglia di umili origini, in territorio asburgico. Gorizia e Pisino (Istria) sono i luoghi della sua prima formazione scolastica, Ginnasio e Scuole Reali Superiori.
Frequenta successivamente l’Istituto di Studi Superiori a Firenze, dove partecipa, con il gruppo dei letterati giuliani (Slataper, Stuparich, Giotti etc.), all’esperienza della rivista “La voce”.
Studia Filosofia all’Università di Vienna e si laurea nel primo dopoguerra a Roma con Giovanni Gentile. Alla brevissima esperienza di docente, segue un oscuro impiego di direttore delle Terme di Grado e di bibliotecario alle Assicurazioni Generali di Trieste. Muore ultranovantenne nella città di origine nel 1987.
L’intera raccolta di testi (fra le numerose sezioni, si ricordano “Canti dell’isola”, “La vita xe fiama”, “El vento de l’eterno”) è stata pubblicata nel 1968.
CIAROSCURO
Eco, soto del sole se spampana ‘na nuvola. Xe come che se ferma el mondo. L’acqua desmete el so canto, no’ trema più le foje, più no’ ride le seleghe nei nidi. Alza el vilan i so oci verso el cielo e ne la man se ghe indormensa la sapa. Xe come che tuto staga per morire. I campi i pare vegri: più no’ sluse i fossi. Le bestie in te le poste no’ mutela. Su l’Adese i mulini ga le pale pesanti come lastre de masegna. Anca l’erba più perfida del pra, quela più prepotente, la gramigna, par che la senta, par che la indovina che deboto qualcosa nassarà. E difati, cofà ‘na sbamparà, el sole, su nel cielo, se despoia.
L’ORA GRANDA
Xe ferme l’aque che le par speciera: drento le ha ‘l siel co’ garghe nuvoletta: là sui àrzini alti fa l’erbeta che ‘l silenzio valisa a so maniera.
Lontan, de là de le marine e i dossi un respirà del mar solene e largo; un svolo a l’orizonte, a mar, de ciossi e più lontan un bastimento cargo.
El sol va in alto: l’aqua xe un brilante co’ foghi virdi e sangue de rubini, e svola in sielo l’òrdola a scalini per dì ‘l so ben al dolse amor distante.
‘Desso ‘l silenzio drento l’aria trema e la zogia fa mòve i fili d’erba: adesso la mantina xe superba de la luxe che duta la diadema.
E me son l’aqua che fa specio terso e l’òrdola che canta ‘l sovo ben, e me son l’aria e so nel canto perso che fa tremà fin l’erba sul teren.
“Eco, soto del sole se spampana ‘na nuvola…” – questo l’incipit di una poesia di Livio Rizzi, “Ciaroscuro”. Una nuvola si sfrangia in un mattino di primavera: il cielo si oscura; per un attimo, che sembra interminabile, la vita pare come sospesa. Cessa la musica dell’acqua, le foglie non tremano più, i nidi sono muti. Il contadino alza gli occhi al cielo e smette di zappare. Senza il sole, non ci sono più luci, colori, suoni. L’acqua dell’Adige rallenta il suo corso; c’è un senso di attesa (“qualcosa nassarà”), lo avverte anche la gramigna. E difatti…
Il paesaggio è quello della campagna, dove solo l’occhio più sensibile coglie i piccoli eventi quotidiani. E’ una campagna animata, popolata di uomini, piante e bestie. E’ questa la campagna che ama il poeta, perché rappresenta la vita, il movimento, i sentimenti. Essa non si può pensare senza l’uomo che lavora, “el vilan”. E’ come se il poeta, disponendo di un apparecchio fotografico, non lo usasse se manca il volto umano. La natura non è se non intensamente umanizzata.
L’uomo-contadino sa leggere con sapienza i segni della vita naturale. Ogni cosa ha il suo nome, ogni atto costa fatica; qui sono gli affetti, questa è la giornata. Siccome Livio è un estroverso, un solare, nella rappresentazione si avverte l’attaccamento alla vita, così come si manifesta nello sbocciare dei fiori, nella luce meridiana, nelle sensazioni che danno gusto. Non c’è distacco fra chi scrive e il suo mondo. L’adesione è totale.
Il mondo intero è campagna, la vita è quella delle stagioni. Diversamente dalla poesia in lingua, l’acqua non mormora: canta. E le foglie tremano, proprio come quelle di pascoliana memoria (“…le tremule foglie dei pioppi trascorre una gioia leggera…”). Non è un caso: anche Pascoli, nato in campagna, ha la stessa fine sensibilità per la natura.
Con una di quelle immagini felici che ricorrono nei suoi testi, Rizzi trasferisce l’animazione dalla natura agli oggetti: “…e ne la man se ghe indormensa la sapa…” Avesse solo detto che il contadino smette di zappare, ci sarebbe ben poco di poetico. Rizzi rappresenta invece lo stupore delle cose, l’addormentamento generale. Il sonno fa per un momento pensare alla morte, perché sulla campagna, che Livio vuole animata, fremente, è calato di colpo il silenzio.
In questa indecifrabile attesa, circola tuttavia il filo di una sensibilità sottile, che coglie quello che si profila come il miracolo dell’evento quotidiano: ecco che il sole irrompe finalmente, su nel cielo, a diradare le ombre di paura e di morte. Un chiaroscuro, come dice il titolo: ma il dramma non è nelle corde del poeta, che si proietta invece con tutto se stesso nella vita della campagna che gli sta intorno, a coglierne i palpiti, i mutamenti, la gioia della rinata solarità. Chiaroscuro è proprio questo gioco di luce e ombra, movimento e stasi, vita e morte.
Una sensibilità diversa contraddistingue Biagio Marin, nel cui testo lirico la rappresentazione può fare a meno dell’uomo, vive per conto suo. La nota dominante è il silenzio; l’atto poetico è quello di una intensa e alta contemplazione. L’acqua immobile fa da specchio al cielo appena segnato da qualche nuvoletta; in lontananza si sente il respiro del mare. Voli di uccelli acquatici, i “ciossi”. Intanto, il sole sale alto nel cielo (“l’ora granda”) e l’acqua si fa viva e rosseggiante, mentre l’allodola (“l’ordola”) scala il cielo. L’aria trema, l’erba si anima di gioia, la luce indiadem[a] il mattino.
Nel vasto silenzio, la rappresentazione di Marin si interiorizza, risuona nell’anima. “E me son l’aqua…”: sono io l’acqua che si fa specchio, l’allodola che punta il sole, l’aria e la canzone che fa tremare l’erba sul terreno.
Diversamente dalla campagna animata di Rizzi, il paesaggio di Biagio Marin si allarga all’infinito: l’orizzonte si profila lontano fino a un “bastimento cargo”, il respiro del mare è “solene e largo”; l’allodola che insegue il sole, “dolse amor distante”, scompare dalla vista; la luce meridiana dilaga.
L’infinito si coniuga al silenzio, come nel celebre idillio leopardiano (…ma sedendo e mirando, interminati spazi e sovrumani silenzi e profondissima quiete io nel pensier mi fingo…).
Anche la poesia di Marin accompagna un evento: tra specchi d’acqua, dune, voli di uccelli, nel silenzio dell’ora meridiana, la gioia che muove i fili d’erba si fa esultanza del cuore. Il poeta distingue il filo di un’unica canzone che fonde suoni e immagini della natura (“…e so nel canto perso che fa tremà fin l’erba sul teren”… Io sono nel canto disperso che fa tremare perfino l’erba sul terreno). E’ la canzone della vita che torna a farsi sentire, nella consueta disposizione al silenzio e al raccoglimento. (“ La vita! Drìo d’un canton la speta che tu passi per date el sovo baso, e l’ha i vogi incantài de mamoleta, che par i tovi, e co’ tu la va in viaso…” La vita ti aspetta per darti il suo bacio e ha gli occhi incantati dell’adolescente che sembrano i tuoi stessi, e con te si accompagna). Così Biagio Marin, con una di quelle immagini che rendono quasi indefinibile il confine tra vita e letteratura. La vita che sorprende dà un senso di intimo e istintivo coinvolgimento. C’è freschezza in questa ripresa che magari consegue a un dolore o, comunque, a un momento di stanchezza e scoraggiamento.
Nella poesia di Rizzi il miracolo dell’evento si scioglie in immagini campestri, dove l’anima del poeta fa tutt’uno con la vita intima del paesaggio, “la gramegna”, che sente. Tutto si muove all’esterno: una sorta di anima universale, di natura palpitante.
Biagio Marin compie un’operazione al contrario: l’evento naturale muove l’interiorità del poeta, suscita un’esultanza incontenibile. Per comunicarla, Biagio ricorre alla canzone della vita, la musica insomma ovvero il mezzo più immediato. Un visivo, Livio Rizzi, capace di animare la scena campestre; spirito insieme pensoso e sensibile Biagio Marin, che, riascoltando la musica e i silenzi del mare della campagna di Grado, riprova intenso il sapore della vita.
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Come citare questo articolo
Claudio Garbato. “Quando se spampana ‘na nuvola”. Ventaglio Novanta, n. 35, 2007. https://ventaglionovanta.it/archivio/quando-se-spampana-na-nuvola/