Un lieve ma pervicace soffio di speranza nel futuro aveva accompagnato gli ultimi giorni di Gino Piva, prima che la morte se lo portasse via per sempre con il declino dell’estate, il 30 agosto di sessant’anni fa.
Gli anni di guerra lo avevano tenuto inchiodato e solo alla «Pivana», la casa che aveva acquistato a Vetrego di Mirano. Quasi in miseria, precocemente invecchiato e spesso malato, spaventato dal lungo abbandono e dalla solitudine, Piva aveva sperimentato un suo inferno privato che, spesso, gli aveva fatto desiderare una morte silenziosa e improvvisa. Si era salvato studiando e scrivendo, sognando di riordinare, in vista di future ed eventuali pubblicazioni, il materiale che si era accumulato negli anni: opere sparse, romanzi e biografie, storie e montagne di articoli e ritagli di giornali che avrebbero da soli potuto costituire un percorso attraverso il suo tempo e perfino una storia «proletaria» del Polesine.
Ma, a guerra finita, la situazione morale (non quella materiale) si presenta radicalmente mutata e, lentamente, muta anche lo stato d’animo di Piva, che riscopre un nuovo ardore, che si connota nel segno di un socialismo ritrovato. Ma, questa volta, è la salute a declinare, pericolosamente, con la comparsa di assidui disturbi cardiaci, che diventeranno fatali.
Ecco una cartolina postale del 15 giugno 1946 indirizzata all’amico Antonio Capellini, poco più di due mesi prima della morte: «Domani è Sant’Antonio. Vecchi ricordi ed a te, Toni, nuovi auguri. Questa nostra repubblica, tanto attesa, che non sia un po’ un miracolo del Santo? Si cerca di insidiarla. L’ultimo re – e non c’era bisogno – conferma gli istinti cinici ed egoistici dei Savoja. E il meridione quelli borbonici. Ci sarà molto da fare. Una grande consegna è affidata ai nostri migliori. Io fermamente credo nel Socialismo».
Anche l’ultima lettera, che è di poco posteriore e che si riduce a un bigliettino di accompagnamento di una poesia, si chiude in un estremo e incontenibile appello alla speranza in un futuro migliore, non per sé (si sa ormai condannato), ma per il proprio dolente e martoriato paese.
Insomma, nel gioco concentrico dei giorni, alla vigilia della morte, Gino Piva ritorna agli ardori della giovinezza, a quel fervido socialismo che aveva nutrito il suo apostolato in Polesine. Né aveva dimenticato la poesia, che aveva infiammato una diversa e successiva stagione e che aveva costituito il raggiungimento più alto della sua attività di scrittore.
E, ancora, il modo di vivere (o di concepire la vita) e di guardare la realtà restava quello di un giornalista, quale era sempre stato. Ma era tardi, la morte bussava sempre più insistentemente alla porta e non c’era più tempo per far niente, anche se continuava a rispondere agli inviti e alle sollecitazioni degli amici e degli estimatori, correndo di qua e di là, per far sapere che c’era e che era tornato. Poi, nel silenzio della sua casa, una notte febbrile con il cuore tumulto lo prostrava e gli ricordava che il destino era già scritto.
Considerato come il primo vero cantore del Polesine, poeta di razza e grandissimo giornalista, a sessant’anni dalla morte, Gino Piva è tanto citato e lodato, quanto sostanzialmente poco conosciuto.
Nato a Milano nel 1873, ma presto inurbato con la famiglia a Rovigo, Piva era figlio di quel Domenico che era stato tra i volontari garibaldini del 1859, e nel 1860 si era distinto per valore nell’impresa dei Mille, continuando poi la carriera militare nell’esercito, fino a raggiungere il grado di generale di brigata. La madre, Caterina Cristofori, stroncata in giovane età dall’emotisi, era stata una delle ispiratrici di Carducci, ninfa Egeria malinconica della stagione compositiva più intensa del poeta che la aveva cantata con il nome di Lydia.
Alla primissima infanzia avevano corrisposto i continui trasferimenti da una città all'altra, ultime tappe della carriera militare del padre. Poi, la famiglia approdò a Rovigo, dove Gino Piva frequentò le scuole elementari, il ginnasio e i primi anni del liceo. Ma, nel 1890, in concomitanza con ulteriore e definitivo trasferimento della famiglia a Padova, abbandonò gli studi per abbracciare la carriera militare, che avrebbe interrotto in capo ad un anno, forse in coincidenza con la scoperta della politica e del socialismo.
Se l’infanzia e l’adolescenza si erano nutrite dei sogni risorgimentali e della poesia carducciana, la giovinezza aveva, dunque, visto l’adesione al partito socialista ed erano stati anni di entusiasmo e autentica passione, durante i quali Gino Piva, poco più che ventenne, aveva predicato le nuove idee, spendendo senza risparmio entusiasmi ed energie nelle campagne, organizzando e guidando, con pochi altri, i primi scioperi dei braccianti. Con ardore, emulando il più giovane fratello Vittorio, aveva abbracciato il socialismo, riversandovi aspirazioni romantiche e una naturale facondia oratoria.
Pareva destinato a diventare un sovversivo e un capopopolo, così come poco più tardi divenne appassionato giornalista. E invece fu e rimase, soprattutto, un poeta. Il primo poeta del Polesine.
Nel 1898, venticinquenne, dopo una manifestazione, era stato arrestato, processato e condannato a dieci mesi di carcere. Ma l’agitatore socialista si era subito reso uccel di bosco e aveva raggiunto la Svizzera, da cui era stato presto allontanato perché senza professione. Si spostò, allora, in Francia e a Parigi vivendo di espedienti, tanto da essere indotto a rientrare in Italia e scontare a Rovigo la pena a cui era stato condannato.
Nel 1899, lo ritroviamo segretario della Federazione socialista polesana e ad Adria, insieme con Nicola Badaloni e Dante Coletti, fondatore de La Lotta, organo dei socialisti e delle organizzazioni economiche del Polesine, di cui sarebbe diventato attivo collaboratore con lo pseudonimo di “Remengo” e direttore tre anni dopo e contemporaneamente. Era l’inizio di una avventura giornalistica, con l’insofferente Piva collaboratore di importanti testate e direttore di una miriade di fogli e periodici dalla vita breve, sempre a corto di soldi e al centro di polemiche vivacissime, compromettendosi in prima persona, amico e compagno di strada non soltanto di Badaloni, ma anche e specialmente di Leonida Bissolati e Ivanoe Bonomi e più tardi Alfredo Bertesi.
Da Rovigo si sarebbe trasferito ad Alessandria, poi a Cesena, Ravenna e Trieste, con l'intermezzo di una lunga permanenza a Pola, poi, ancora, Torino, Bologna, Padova e Carpi. E alla fervida e inquieta intermittenza di questi soggiorni corrispondevano i titoli di altrettanti giornali, di cui oggi si è smarrita memoria: L'idea nuova, La parola dei socialisti, Il proletario, Terra d'Isma, Il grido del popolo, Il giornale del mattino, Contro corrente, L'eco dei lavoratori, Luce.
Il tutto nel breve arco di dodici-tredici anni, nel corso dei quali ci fu anche lo scandalo per la relazione amorosa con Oda Montanari (moglie di un socialista di Cesena), con relativa fuga d'amore e lunga convivenza che si sarebbe protratta per circa diciassette anni, fino al 1920.
Intanto, sul piano politico, lentamente si era consumato il distacco dal partito socialista, fra incomprensioni e polemiche, l'ultima delle quali, accesissima, addirittura con Giacomo Matteotti.
Alla vigilia della prima guerra mondiale Gino Piva era passato ormai tra le fila degli interventisti, tanto da diventare corrispondente dal fronte della prima guerra mondiale per il Resto del Carlino. E che corrispondente! Ancora oggi i suoi articoli si leggono con piacere e con profitto.
Nel dopoguerra si trasferì per qualche tempo a Milano, dove arrivò perfino a farsi impiegato delle assicurazioni, ma fu soprattutto attivo come giornalista, collaborando a diverse testate, dall’Ambrosiano a Il Gazzettino e a Il Messaggero di Udine, ma anche in Romagna, nel modenese, in Piemonte, a Bologna.
Per ammorbidire l’irrequietezza nativa che si era tradotta nell’imperfetto vagabondaggio di città in città e nella continua trasmigrazione da un giornale all’altro, Gino Piva si abbandonava sovente al gioco incantato di una memoria, che tornava infallibile ai luoghi dell’infanzia e della giovinezza, ridando vita e anima a quel Polesine, già tanto lontano del tempo. Gli servivano da pretesto certi intermittenti e rapidissimi passaggi per Rovigo, che rinsaldavano vecchi legami o, al contrario, ispessivano mai sopiti rancori e acuivano l’amaro sapore di perdite e rotture. Talora l’occasione nasceva da un elzeviro per una delle testate che gli offrivano sporadiche collaborazioni o anche dalla commissione di un articolo da parte di qualche notabile locale.
E le occasioni si fecero sempre più frequenti a partire dagli anni Trenta, proprio in concomitanza con la pubblicazione delle due importanti raccolte poetiche a cura dell’autore stesso autore Cante d’Ádese e Po (1931) e Bi-ba-ri-bó (1934).
Il rientro nella norma, non privo di ambiguità e di compromessi (che non gli erano mai stati perdonati dagli amici e dai compagni della prima ora), si era rivelato però illusorio e non gli aveva procurato una occupazione stabile. Tutta la sua vita si sarebbe svolta nel segno dell’incertezza e nell’ombra amara dell’incompiutezza. Così, nel 1935, all’età di 62 anni, Gino Piva, che aveva sempre condotto esistenza raminga, aveva acquistato a Vetrego di Mirano una casa, che aveva ribattezzato “la Pivana”. Ma il ritiro in un paesino isolato, a un tiro di schioppo da Venezia, aveva finito per trasformarsi in una emarginazione ulteriore piuttosto che risolversi in un agognato riposo, rendendo sempre più insopportabile il peso di perdite desolate e di brusche rotture.
Il mestatore politico di quarant’anni prima e il giornalista eclettico che continuava ad essere controllato dalla polizia fascista e osteggiato in molte redazioni, non avevano lasciato il campo a un maturo gentiluomo, che nella quiete della campagna, poteva finalmente attendere a opere più impegnative di quelle offerte dagli effimeri pretesti della cronaca. La magra pensione dell’Istituto Previdenza Giornalisti doveva essere, infatti, corroborata dalla saltuaria e mal pagata collaborazione a qualche quotidiano e a qualche periodico, cosa peraltro non facile per via dei trascorsi di un uomo che, in passato, non aveva esitato a mettersi in gioco senza tante preoccupazioni. Nel frattempo, molti compagni di strada erano morti o avevano seguito percorsi diversi. Rari erano ormai gli amici e gli affetti. Erano tempi difficili e, come si può facilmente arguire dalle numerose e affannate lettere che Gino Piva inviava ai pochi che ancora tenevano qualche rapporto con lui (e più segnatamente il giovane giornalista Nini Tonizzo e l’anziano sodale Antonio Cappellini), lo scrittore si sentiva isolato e abbandonato, sopraffatto da insuperabili difficoltà economiche, stremato dalle delusioni e da una vita intensa che stava per volgere al termine.
A Rovigo ritornò settantenne, dopo il 25 luglio 1943, per guidare la redazione locale del Gazzettino. Ma 1'8 settembre, mutato il clima politico, viene licenziato. Non gli resta che ritirarsi tra le mura della sua casa, «La Pivana». Qui, emarginato e dimenticato, lavorando ad una Storia proletaria del Polesine attenderà la fine: «La casa è un deserto, senza fuoco in cui mi vado onestamente spegnendo con nessun cuore vicino».
Morirà, fra memorie e rimpianti, il 30 agosto 1946, a 73 anni, lasciando molti inediti, dei quali per diverso tempo non si era saputo più nulla.
Solo cinque anni dopo, quando si era spento l'eco delle affettuose attenzioni di Palmieri e Marchiori e Rizzi, le sue poesie sarebbero state riproposte da G.A. Cibotto, che molto opportunamente aveva osservato come «per lui, in fondo, la poesia poteva essere e rimase unicamente canto eseguito a piena voce, a gola spiegata, empito lieto o accorato del sentimento, onda lirica nata da una traboccante pienezza interiore, calata d'impeto nell'ambito d'un classico formulario metrico».
Quanto agli inediti, qualche anno fa, un convegno di studi promosso e organizzato dalla Minelliana aveva rinfocolato il desiderio di cercare ancora, e Maria Teresa Pasqualini aveva stabilito un contatto con un nipote di Gino Piva, Giuseppe, figlio di Abele. Quest’ultimo aveva messo a disposizione tutto il materiale ritrovato nella villa di Vetrego alla morte dello zio e portato poi a Milano.
Dopo cinquant’anni quelle carte erano tornate alla luce ed erano state cedute dal nipote alla Minelliana che continuava a tenere viva la memoria del poeta. Acquisito il materiale nel 1998, la Minelliana ne aveva fatto verificare la consistenza archivistica ed aveva ottenuto un finanziamento per il riordino e l’inventario. È questo, appunto, l’archivio che, riordinato e inventariato sia su supporto cartaceo che elettronico, paga, a sessant’anni dalla morte, il debito che il Polesine ha con Gino Piva.
A disposizione degli studiosi c’è oggi un consistente fondo epistolare, con carteggi con i familiari, personalità della politica e uomini di cultura. Importantissimi sono i numerosi ritagli di giornale, riguardanti sia gli stessi articoli di Piva che quelli che abbracciano molti altri argomenti e temi. Tra i manoscritti c’è un romanzo ancora inedito, saggi e monografie dedicati all’emigrazione in Polesine e ad alcuni socialisti. Non c’è traccia invece della famosa “Storia proletaria tra l’Adige e il Po”.
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Come citare questo articolo
Sergio Garbato. “Gino Piva (1873-1946)”. Ventaglio Novanta, n. 34, 2007. https://ventaglionovanta.it/archivio/gino-piva-1873-1946-2/