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  • Il libro

    Il libro

    Provò un lancinante dolore al fianco, uscendo a fatica dalla copertina del suo libro, Ginevra Valmarana. Suo, sì, proprio suo in quanto uscito dalla sua penna. Vivere fra quelle pagine l’aveva estraniata dalla normalità e adesso l’assaliva un sentimento di disappunto per il bel vestito del suo romanzo danneggiato, in contrasto col sollievo di essere tornata nel mondo.

    Attraverso la finestra semichiusa di quella disadorna biblioteca, sobria proprio com’era lei, vide rami spogli d’alberi che foravano un sudario di nebbia. Un gatto bigio faceva crocchiare le ultime foglie morte. Clacson gemevano in lontananza.

    Rassettò la gonna sgualcita, faticando a riprendere il passo sui tacchi divenuti troppo alti per la sua attuale età. Non era più tempo di frivolezze. Uscì di casa, rabbrividendo. Il pensiero del libro danneggiato stava diventando un’ossessione.

    Era l’ultima copia in suo possesso di un libro ormai fuori commercio. E ora la brillante copertina era violata da uno strappo proprio nel pube della donna nuda, lì raffigurata. Uno stupro da lei stessa causato.

    Tornò sui suoi passi. C’era un vasetto di colla e forbici nel secondo cassetto dello scrittoio. Si mise all’opera con ostinata diligenza. Bisognava ridare al libro la sua perduta dignità esteriore. Lavorò incurante della fame e della sete, rammendatrice amorosa della sua opera vulnerata.

    Quando la copertina le apparve miracolosamente tornata al suo primitivo splendore (sì, forse un osservatore implacabile avrebbe potuto notare minime imperfezioni!) si guardò allo specchio. Anche il suo viso avrebbe gradito un restauro, anche la sua anima per troppi anni sacrificata dentro quel romanzo; ma ora la vita era tornare a leggere opere altrui, scrivendone di nuove, ora la vita era uscire dall’angustia di un volume solo. Prese una bracciata di libri, scegliendoli fra i migliori, determinata a lasciarli ai lettori di passaggio, sulla panchina del giardino all’angolo.

    Le era sempre piaciuto quel posto vagamente proustiano dov’era possibile respirare l’air du temps, come se il tempo avesse lì lasciato una scia in impalpabile dissolvenza.

    Sotto le frange che strisciavano a terra di un salice piangente trovava posto la sua panchina prediletta, seminascosta agli occhi dei distratti, rugginosa, di ferro battuto, aveva l’aria confidenziale di una vecchia amica. Posò i suoi libri su quel piano sconnesso, curando di non scompigliarne le pagine, separandosi con tristezza dai versi di Baudelaire: “Viens, mon beau chat, su mon coeur amoureux./Retiens les griffes de ta patte,/Et lasse-moi plonger dans tes beaux yeux, /Mêlés de métal et d’agate”, impressi nella pagina affiancati a una deliziosa sanguigna che lettori precedenti (sua madre, un’amica, una cugina?) avevano lì disegnato.

    Lasciare un libro era separarsi da pagine di vita, da sospiri fra le righe, pensieri appena abbozzati o lungamente sofferti. Eppure, eppure era tempo che condividesse, che non tenesse tutto per sé. Messo a frutto il tesoro di parole si sarebbe ampliato. I disegni a margine avrebbero parlato altre lingue. Altre sottolineature si sarebbero aggiunte. Vedeva mani anziane succedersi a mani fresche nel voltare quelle pagine.

    Chi avrebbe preso lo Zarathustra ? Si sforzò di immaginare il volto e l’aspetto del suo successore nella lettura di uno dei volumi che più le erano cari. Pensandolo, si alzò dalla panchina, rassettando l’abito un po’ sgualcito – la sua cura dell’aspetto non veniva mai meno. E chi avrebbe preso le poesie della Dickinson? E i testi di Eliot e di Pound? Il Gattopardo, scivolato a terra, le lanciava un addio sommesso. Com’era duro separarsene. Come avrebbe voluto riprendersi Cime tempestose. Ah, se avesse potuto dissuadere Anna Karenina dal suo gesto insensato! Il Profumo di Süskind arroventava l’aria di torbido aroma.

    La sera calava lenta, stendendo il suo opaco mantello su uomini e cose. Non era più possibile leggere, ma quella luce estenuata vivificava i ricordi. A passi lenti riprese il cammino di casa. Voltandosi indietro per un’ultima volta, notò la mossa agile di un uomo giovane che si accostava alla panchina. Un solo libro reggeva in mano, allontanandosi senza fretta. Pareva sapesse con preveggenza quale scegliere, a colpo sicuro.

    Non volle tornare sui suoi passi, Ginevra. Controllare, ora, le sarebbe parso un atto voyeuristico, una mancanza di discrezione, però aveva una voglia matta di conoscere le scelte di quell’occasionale lettore. Nel frattempo, un micio scuro era salito sulla panchina. Avrebbe graffiato i libri? Li avrebbe sciupati? I giochi sono fatti – si disse – quelle pagine vanno lasciate al loro destino.

    Dormì serena, quella notte. Un’alba di latte carezzò il suo risveglio. La panchina era libera.

    Solo un foglio fremeva nella brezza del mattino, incastrato nello schienale, lo estrasse piano, per non strapparlo. Scritto a mano, in grafia minuta, le sembrò un messaggio a lungo atteso. Una lettera d’amore del destino. Sorrise fra sé, pensando che il destino le stava scrivendo in francese.

    Un foglietto volubile, come certi pensieri di donna, quello che aveva estratto dalla spalliera della panchina. Un rettangolo di carta avorio, stazzonato ai bordi, che continuava a svolazzarle tra le dita. Ma jolie dame – lesse al centro della scrittura – je vous remercie bien pour… (per cosa, perché ringraziava una graziosa signora questo misterioso mittente e perché aveva posizionato il biglietto, proprio su quella panchina da cui erano stati prelevati tutti i libri?).

    Ginevra cominciò ad almanaccare se la mano misteriosa ringraziasse per l’inatteso dono o se il foglio fosse capitato lì per caso, portato dal vento. La grafia era chiara, e le sembrava virile (le sembrava o sperava lo fosse?). Due macchie d’inchiostro facevano pensare a una penna stilografica difettosa o a un gesto voluto, premeditato per prendersi gioco del destinatario. Magari chi aveva scritto quell’incipit di ringraziamento lasciato a metà ora era acquattato dietro una pianta a spiare l’imbarazzata signora e stava prendendosi gioco di lei e del suo gesto sentimentale di separarsi da libri tanto amati per condividerli con persone ignote.

    Che fosse veramente un francese?

    Che fingesse d’esserlo?

    La monotonia dei suoi giorni si vivificava un po’ con questa piccola avventura, un’inezia che avrebbe fatto sorridere le amiche, se ne avesse avute. Riflettendoci bene, solo i libri, le parole impresse nero su bianco erano i suoi veri amici. Era vissuta senza emozioni reali, soltanto attraversata da transfert di carta. Ma ora quel biglietto era reale e meritava la pena di andare a fondo, verificandone il mittente.

    Così pensando, si sedette sulla panchina, sminuzzando briciole per i passerotti che si assembrarono, amichevoli, attorno a lei.

    Un ragazzino venne a sedersi sull’altro lato della panchina.

    “Hai marinato la scuola?”

    – Non ero pronto per l’interrogazione…

    Nel vento si perse la sostanza della sua impreparazione.

    Ma che importava? Restava certo il fatto che dalla penna di quello svogliato scolaretto italianissimo non poteva esser uscita la frase francese.

    Una giovane donna si accostò alla panchina, appoggiò pacchetti e involti della spesa, poco incline a conversare.

    Ma era una donna e Ginevra aveva fermamente deciso che lo scrivente fosse un uomo inoltre di bell’aspetto, come lei innamorato della letteratura.

    Un vecchio tossicchiante le si sedette accanto, offrendole brustoline da un sudicio cartoccio.

    No, non poteva essere lui.

    Passarono i giorni.

    Le settimane.

    I mesi.

    Ginevra non smise di sperare.

  • “…L’e’ ancora ganxega”

    “…L’e’ ancora ganxega”

    “Bontemponi, successo in quota”, così titolava simpaticamente il Gazzettino un articolo di fine agosto facente riferimento all’ottima accoglienza riservata nell’altopiano di Asiago al gruppo folkloristico di Bottrighe, accreditatosi ormai da tempo come importante riferimento della tradizione canora polesana.

    Tutto esaurito infatti nelle due serate in cui i “Bontemponi & Simpatica Compagnia” si sono eibiti a Treschè Conca e a Roana, nei rispettivi palatenda, tanto che gli organizzatori sono stati costretti ad aprire le tende laterali per permettere ad un pubblico di villeggianti decisamente al di sopra delle aspettative di assistere al gustoso spettacolo.

    Applauditissimi dai turisti delle varie regioni d’Italia gli interpreti delle cante e delle ballate della terra polesana, portate in tournee con simpatici intermezzi fatti di pronte battute e vari scketch, in grado di tenere sempre alta l’attenzione del pubblico.

    Un repertorio quanto mai ricco quello dei Bontemponi, accresciutosi via via nel corso degli anni, dando vita a registrazioni che non mancano di essere ricercate da un sempre più vasto pubblico di appasionati e supporters. E recentissimo è il nuovo lavoro discografico prodotto e registrato presso gli studi della casa discografica Daigo Music Italia di Padova.

    Si tratta del terzo compact disc, frutto di continue ricerche etno-musicali effettuate dai componenti della nota compagine bottrighese: importanti testimonianze, raccolte contattando soprattutto persone anziane nell’ambito del territorio polesano, in particolare nell’area del Parco Regionale Veneto del Delta del Po.

    “…L’è ancora ganxega” è il titolo del disco che vuole essere un omaggio ai canti che spesso esplodevano nei momenti di ganxega, di festa appunto, quei pochi momenti all’anno che permettevano alla povera gente che lavorava nei campi di trascorrere qualche ora di spensieratezza dopo il duro lavoro.

    Il cd si apre con un’introduzione e, prima dell’ultimo canto, si chiude con un saluto in vernacolo locale: i testi sono di Roberto Marangoni e le musiche, inedite, scritte da Cristian Mottaran e Sergio Salmi. All’interno tredici canzoni, di cui una creata con un porpury di quattro pezzi.

    Tra le varie canzoni anche “Na volta g’hera” e “Me compare giacometo”, due classici veneti, molto conosciuti ed armonizzati dal grande compositore Gianni Malatesta, nativo di Badia Polesine. “Nina Ninà”, stupenda ninna nanna polesana, è infine il titolo dell’ultimo brano presente nel disco, raccolto da Chiara Crepaldi, nota studiosa di tradizioni locali.

    I canti sono accompagnati da Cristian Mottaran alla fisarmonica e tastiere, Sergio Salmi alla chitarra e chitarra di basso, Giovanni Pacchiella al “liron”, Giovanni Bolzoni allo “sbrega burassi”, Stefano D’Andrea al “pegnatofono” e “legnetti”, Giovanni Bonato ai “martelli”, Guido Migliori al triangolo e maracas.

    La direzione artistica e l’accompagnamento al cembalo è di Nilva Bertaglia, la consulenza tecnica è di Gianni Spadon. Le foto del gruppo, interno ed esterno del disco, sono state infine realizzate dai fotoamatori Gianni Vettorello e Paolo Cominato.

    In copertina, foto di Roberto Marangoni, è raffigurato un tramonto sul Po ripreso dall’isola del Balutin di Corbola, una suggestiva immagine del Delta, area polesana che il gruppo di Bottrighe non dimentica mai di promuovere nelle varie tournee, facendo riferimento alle bellezze naturalistiche ed ambientali di un territorio che merita di essere maggiormente conosciuto ed apprezzato.

    Obiettivo questo che il gruppo folkloristico “Bontemponi & Simpatica Compagnia” di Bottrighe porta avanti in varie forme. Particolarmente sentita la recente manifestazione del gemellaggio con il Coro della Comunità Montana dell’Oltrepo Pavese.

    L’evento si è svolto a Varzi (Pavia), antica cittadina medioevale, capoluogo della Valle Staffora. E’ stata grandissima l’accoglienza riservata ai Polesani dalle massime autorità del luogo, in primis dal sindaco Ernesto Querciolli, dal vice presidente della Comunità Montana Giorgio Remuzzi, dal presidente della Pro Loco Anna Perocchio e naturalmnente da tutto il coro Comolpa con il suo direttore Eraldo Pedemonte.

    Dopo la sfilata per le vie del centro storico, i “Bontempooni” sono stati ricevuti nel Palazzo della Comunità Montana dove si è svolta le cerimonia di gemellaggio con la firma su pergamena dei presidenti delle due associazioni.

    Gli intervenuti hanno sottolineato l’importanza dell’avvenimento che unisce le genti, tra cultura e musica, nel rispetto delle antiche tradizioni. Indi lo scambio dei presenti, in particolare di prodotti tipici, offerti dai Bontemponi, per mano del presidente Roberto Marangoni: un grande cestone con prodotti del Delta preparato dalla brava Monica Grandi, con marmellate biologiche, vini, riso, miele, patate americane, liquore, aglio, zaletti e dolce esse con depliant della nostra terra, nonché il libro di Bottrighe “Memoria di una vita che continua” e cd del gruppo.

    Dopo il brindisi ed il pranzo comunitario, nel pomeriggio, nell’ambito della “Festa della Frutta” per l’autunno enogastronomico, l’applauditissimo spettacolo realizzato insieme tra i due gruppi. Infine una richiesta di un ritorno dei Bontemponi, con importanti inviti nella zona del pavese per il 2008.

  • La Pupilla

    La Pupilla

    In una delle sere della Stagione di carnevale del 1764, era andato in scena al Teatro Roncale di Rovigo* un «Intermezzo a tre voci» su testo di Carlo Goldoni. Gli interpreti erano, secondo quanto recita il frontespizio del libretto, stampato per l’occasione, Vincenzo Bellanti, Giambattista Bassanese e Sante Goggia. Il Teatro Roncale era attivo ormai da oltre un sessantennio specialmente nella rappresentazione di opere buffe e intermezzi, così che il nome di Goldoni, nella sua veste di poeta per musica, non era certo sconosciuto.

    Non era, invece, noto quell’«intermezzo a tre voci», che neppure recava un titolo e che rivendicava i suoi quarti di nobiltà soltanto grazie alla risonanza del suo autore il quale, peraltro, dal canto suo, si trovava già da un paio d’anni in terra di Francia, al servizio dei “Comédiens Italiens du Roi».

    Appariva, perciò, improbabile che Goldoni avesse scritto il testo di un «intermezzo» per il teatro rodigino, preso com’era, in quel momento, dalla necessità di garantirsi un difficile successo sulle scene parigine.

    Che si trattasse, allora, di un libretto riadattato per l’occasione era ipotesi molto più vicina alla realtà, come, del resto, lasciava sospettare l’assenza di un titolo.

    E, infatti, quell’«intermezzo a tre voci» altro non era che La Pupilla, un lavoretto composto addirittura trent’anni prima per il capocomico Giuseppe Imer. Un esercizio di poco conto che, però, aveva subito riscosso il favore dei pubblico, tanto da essere riproposto, nel 1737, a Firenze e, diciannove anni più tardi, a Bologna, per la Stagione del carnevale. Né la fortuna di quel testo finì lì, dato che nel 1896 lo rispolverò e rimusicò Gialdino Gialdini a Trieste e, nel 1908 a Roma, ci tornatò sopra il compositore Giuseppe Mancini.

    Ma torniamo al ‘700 per evidenziare che proprio La Pupilla aveva presieduto agli esordi scenici del commediografo veneziano.

    Al genere dell’«Intermezzo», difatti, Goldoni non aveva lesinato attenzione e qualche energia, visto che ne aveva scritti ben quindici, in un arco di tempo che va dal 1732 al 1759, disseminandoli fra i suoi cinquantacinque libretti per «drammi giocosi» e i sei per opere serie.

    L’«intermezzo» era una breve composizione per il teatro, costituita in origine da un paio di scene o poco più, destinate a due personaggi, trattati in modo caricaturale, secondo l’eredità della Commedia dell’Arte o di quella popolaresca. L’«intermezzo», che si era presto diffuso in tutta l’Italia, veniva rappresentato fra un atto e l’altro di un’opera seria, per colmare le lunghe pause degli intervalli. A Venezia, dove l’opera seria incontrava grande favore, l’«intermezzo» aveva avuto rapida fortuna, per essere poi soppiantato, nei primi decenni del Settecento, dal «ballo».

    Proprio nei giorni della sua decadenza, questo genere era passato nei teatri dove, invece delle opere, si rappresentavano drammi e tragedie. Ad eseguire gli «intermezzi», che alternavano ariette e canzonette con lunghi recitativi, erano attori della stessa compagnia. Attori che poco o niente sapevano di musica, ma che riuscivano ad animare la scena durante i recitativi, divertendo il pubblico.

    Così, che Charles De Brosses, da Venezia, poteva serivere: «si chiamano intermezzi delle piccole farse in due atti, di bassa comicità, per molti versi di carattere simile a quelle che si recitano nei teatrini improvvisati della Place Royale a Parigi». E, nelle Memorie Italiane, lo stesso Goldoni li aveva definiti delle «commedie abbozzate, suscettibili di tutti i caratteri più comici e originali».

    Di conseguenza, alcuni dei quindici «intermezzi» goldoniani non hanno mancato di esercitare, sia pure in modo un poco sotterraneo, qualche influenza sui personaggi e sull’azione delle commedie che costituiscono l’opera maggiore dello scrittore veneziano.

    In questo contesto, La Pupilla si raccomanda non soltanto perché si tratta di una delle prime prove del giovane autore, ma anche per i numerosi riscontri che si trovano in altri lavori e per le insolite e curiose vicende che presiedettero alla sua composizione.

    Come nacque La Pupilla

    Nell’estate del 1734, nel corso di un fortunoso viaggio per raggiungere Venezia, il ventisettenne Carlo Goldoni si era soffermato a Verona, dove aveva incontrato la compagnia del genovese Giuseppe Imer, capocomico del Teatro San Samuele, che si apprestava a rientrare, dopo una tournée nella città ligure.

    Imer, avrebbe scritto Goldoni tanti anni dopo nei «Mémoires», «amava appassionatamente la commedia; aveva il dono spontaneo dell’eloquenza, e avrebbe sostenuto assai bene le parti dell’amoroso nella commedia a canovaccio, conforme all’usanza italiana, se ai suoi talenti avessero corrisposto la sua corporatura e le sue sembianze. Corto, grosso, senza collo, con gli occhi piccoli e un nasino schiacciato, era ridicolo nella parti serie, e d’altra parte i caratteri caricati non erano di moda. Aveva una bella voce; e immaginò d’introdurre nella commedia gli intermezzi di musica che da un lungo tempo erano stati uniti al grande spettacolo d’opera ed erano poi stati soppressi per far posto ai balletti».

    Al capocomico in uno dei più importanti teatri veneziani il giovane autore propone la sua tragicommedia Belisario, ottenendone l’approvazione, ma anche la richiesta di un «intermezzo» da inframezzare alla rappresentazione del lavoro più impegnativo. E Goldoni risponde alla commissione, scrivendo, appunto La Pupilla.

    Nella compagnia di Imer, per la recita degli «intermezzi», c’erano due ragazze. Una era la cantante Agnese detta delle serenate, alta e spigolosa, sposata all’armeno Pietro Amurat. L’altra era «una vedova bellissima e assai valente, chiamata Zanetta Casanova, che faceva le parti amorose nella commedia».

    Zanetta Casanova, nota come la «Buranella», altri non era che la madre del celeberrimo libertino. Rimasta vedova con sei figli, era presto diventata l’amante del capocomico, suscitando la gelosia della moglie di costui e l’invidia dei colleghi, né disdegnando di volgersi ad altre e, più o meno fuggevoli, avventure amorose.

    Non è improbabile che la giovane e avvenente attrice avesse suscitato l’interesse del quasi coetaneo commediografo alle prime armi. Ma non ci è dato sapere se fra i due si sia stabilito qualche legame. Certo è che Goldoni, scrivendo il suo «intermezzo», pensò a lei, come ci racconta dettagliatamente egli stesso nelle Memorie Italiane:

    «Seppi e m’accorsi che l’Imer avea volentieri e con qualche passione alla seconda Donna della Compagnia e chiamavasi Giovanna Casanova, detta Zanetta, o la Buranella, perché era nativa dell’isola di Burano. Seppi e m’accorsi altresì, che il galantuomo, di età molto maggiore alla giovane, era di lei geloso, onde accomodai l’«intermezzo» sul fatto istorico di questi due Personaggi. L’Imer il Tutore geloso; Zanetta la Pupilla insidiata… S’accorse il bravo Comico della burla, ma l’approvò, perché l’intermezzo gli piacque, e non dispicevagli di far all’amor sulla Scena con quella persona con cui facevalo in casa, e di cui non aveva sempre a lodarsi».

    Dunque nelLa Pupilla, assistiamo, grazie alla spregiudicatezza del giovane autore, ad una vera e propria teatralizzazione della vita quotidiana: i due amanti possono, tranquillamente abbracciarsi in scena, senza per questo accendere la gelosia della moglie di lui, dato che l’azione costringe l’uomo nei panni dì un vecchio tutore destinato ad essere beffato. E neppure viene stimolata la gelosia dell’attempato capocomico, in quanto, nel ruolo del giovane e astuto pretendente, c’è la brava Agnese delle Serenate, che l’alta e asciutta figura rende credibile in abiti maschili. Allo scrittore resta il gusto della burla.

    Con questi interpreti e con queste premesse, La Pupilla era andata in scena (inframezzata, come s’è detto, al Belisario) il 24 settembre 1734 al teatro San Samuele con calorosissimo successo di pubblico.

    Quei consensi che avevano accompagnato l’esordio dell’«intermezzo» nascevano dall’accorta scelta del soggetto, così caratteristico del genere e così ben connesso alla tradizione della commedia: il tutore vecchio e innamorato, la «pupilla» che, con la complicità di un altro giovane si fa beffe di lui.

    I due personaggi tradizionali dell’«intermezzo» erano, perciò, diventati tre, così come le poche scene risultavano addirittura essere «tre parti», quasi a costituire un’operina comica, sia pure di ridottissime proporzioni. Né mancavano altri elementi, sempre desunti dalla tradizione «ridiculosa», e cioè l’abbondanza dei travestimenti: il giovane pretendente si finge all’inizio astrologo, poi medico in contrappunto alla fanciulla che simula di essere ammalata, poi ancora giudice (mentre lei gioca a far l’avvocato) in un tribunale per burla. I richiami a Plauto, al teatro rinascimentale e a Molière, oltre che alla Commedia dell’Arte sono evidenti.

    Le tre parti in cui si articolava l’originario «intermezzo», vennero in seguito ridotte a due dallo stesso autore, per ottenere, forse, quella semplificazione che la musica richiedeva. La musica composta (come per alcuni degli «intermezzi successivi») da Giacomo Maccari, un musicista romano che si era inurbato a Venezia, guadagnandovi una gloria effimera.

    Infatti, della rappresentazione rodigina, di trent’anni successiva, ignoriamo l’autore della musica, così come l’accoglienza che le riservò il pubblico. L’unica cosa che possiamo osservare, oltre al fatto che l’«intermezzo» venne presentato come lavoro autonomo e non più come riempitivo degli intervalli di un’opera seria o di una tragedia, è che a interpretare la protagonista non era stata una avvenente attrice come la giovane Zanetta, ma un uomo (quasi un rovesciamento della ormai lontana prima rappresentazione), forse un castrato secondo il gusto del tempo.

  • Applausi per l’“Andrea Chénier”

    Applausi per l’“Andrea Chénier”

    Si è aperta all’insegna del grande consenso la 192° Stagione Lirica e di Balletto del Teatro Sociale di Rovigo. Applausi intensi e prolungati per l’“Andrea Chénier”, capolavoro indiscusso di Umberto Giordano, gratificato, fin dal primo esordio alla Scala di Milano (cento dieci anni fa nel 1897) da unanimi apprezzamenti di pubblico e critica. Un’opera che innalzava improvvisamente il giovanissimo compositore foggiano, appena ventottenne, nel gotha della lirica italiana. Un successo eccezionale, un consenso senza riserve, mai più raggiunto da Giordano, il cui nome resta comunque legato anche ad altre riuscite opere, in particolare “Fedora”, molte volte riproposta ed applaudita.

    Azzeccata dunque la scelta attuata da Marcello Lippi, direttore artistico e sovrintendente del Sociale, di puntare per l’apertura della nuova Stagione su un’opera di valore, che ancora conserva un indiscutibile fascino, in grado di far presa sul pubblico, sia per la trama che per l’impeto della musica.

    Un’opera per alcuni aspetti definita “verista”, ma per altri decisamente romantica. Evidente il richiamo alla realtà storica rappresentata dalla Rivoluzione francese, che fa da sfondo alla trama; altrettanto dicasi per la figura del protagonista, André Chénier, reale vittima del periodo del Terrore in cui degenerò la Rivoluzione. Ma, nel dramma lirico di Umberto Giordano, di sicuro impatto emotivo appaiono i sentimenti che agitano i personaggi, raggiungendo il culmine nelle battute conclusive, all’insegna del binomio “amore e morte” che galvanizza gli spettatori.

    E’ questo il momento del pathos estremo, ottimamente reso nell’allestimento del Sociale dallo struggente incedere della coppia di amanti, vittime della storia, verso il loro destino: crudele sì ma nel contempo illuminato dalla forza trionfante dell’amore. Maddalena e Andrea Chénier, teneramente uniti, procedono sulla scena verso una sorgente luminosa oltre un’apertura sul fondo; poi, appena superata la soglia, ecco, improvvisa, la rapida discesa di una lama lungo tutta l’apertura (chiaro riferimento alla ghigliottina). Il buio ed il silenzio si fanno totali. Poi l’applauso caloroso e convinto del pubblico.

    Grandi consensi per il tenore Piero Giuliacci, interprete di Chénier, personaggio dipinto nell’opera di Giordano, su libretto di Luigi Illica, come un idealista puro ed incrollabile, fermo nei propri convincimenti, che dapprima scuotono e poi accendono l’amore di Maddalena, interpretata dal soprano Elena Zelenskaja, che nei duetti del dramma ha dato prova di abilità nel far risaltare la propria voce o nel fonderla con quella del tenore.

    Ottima anche l’esibizione del baritono Dimitri Platanias, che ha interpretato Gérard, personaggio per vari motivi contraddittorio, così come è stato creato da Illica: ribelle nei confronti della nobiltà, capopopolo convinto della bontà degli ideali democratici, ma poi corroso dal tarlo della gelosia che lo porta, nel secondo atto, a scontrarsi in duello con Chénier. Da qui il travaglio di un animo in una continua alternanza di sentimenti, pronto nel terzo atto ad una falsa denuncia contro il rivale in amore, e poi roso dal rimorso originato dalla consapevolezza della propria viltà e del tradimento degli ideali della Rivoluzione. Quindi la decisione di rendere piena confessione al giudice, senza però riuscire nell’intento di salvare la vita a Chénier, il quale raggiungerà il patibolo con l’amata Maddalena, decisa ad immolare la propria esistenza in nome dell’amore, trovando il modo di sostituirsi ad una prigioniera condannata.

    Consensi anche all’orchestra Filarmonia Veneta “G.F. Malipiero” diretta dal maestro Martinenghi, al Coro del Teatro Sociale guidato da Giorgio Mazzuccato e agli interpreti delle parti meno decisive. Positive osservazioni per la regia di Paul-Émile Fourny, sovrintendente dell’Opéra de Nice, coadiuvato da Claudio Ronda responsabile anche delle coreografie con gli interventi della Compagnia di danza Fabula Saltica.

    Un’opera, l’“Andrea Chénier”, realizzata dal Teatro Sociale di Rovigo nel nuovo allestimento, grazie ad importanti accordi di co-produzione, stabiliti col Teatro Sociale di Livorno, la Fondazione Teatro Politeama di Catanzaro, il Centro Servizi Culturali Santa Chiara di Trento e la Collaborazione con il Théâtre de l’Opéra de Nice.

    Questa delle coproduzioni è infatti la via intrapresa con decisione dal M° Lippi, nella consapevolezza che oggigiorno è possibile programmare una buona stagione teatrale soltanto cercando alleanze con altri teatri, in modo da condividere i costi delle produzioni e nel contempo assicurare rappresentazioni in varie città. E da questo punto di vista la novità del Sociale è rappresentata quest’anno proprio da collaborazioni che vanno oltre i confini nazionali. Già l’“Andrea Chénier”si presenta con ottime chance di essere rappresentata a Nizza.

    Un cartellone ricco ispirato al Goldoni

    Anche il secondo spettacolo in programma “Tutti in maschera”di Carlo Pedrotti, commedia lirica in tre atti, su libretto di Marco Marcelliano Marcello, desunto dalla commedia “L’impresario di Smirne” di Carlo Goldoni, troverà rappresentazioni fuori d’Italia, in particolare in Irlanda, essendo stato coinvolto nella coproduzione l’irlandese Festival di Wexford, assieme al Teatro Sociale di Rovigo, il Teatro dell’Opera Giocosa di Savona e il Teatro Municipale di Piacenza.

    Una produzione davvero particolare quest’ultima, dal timbro “goldoniano”, che ben si inserisce nell’alveo dei festeggiamenti per il 300° anniversario della nascita di Carlo Goldoni. Lo stesso dicasi per altre proposte in programma: “Il mondo della luna” spettacolo fuori abbonamento in scena il 16 novembre, derivato dal libero adattamento dell’opera di Baldassarre Galuppi e Carlo Goldoni; “La Cecchina” di Niccolò Piccinni, tratta da “La Cecchina, ossia La buona figliola”, libretto di Carlo Goldoni, nuovo allestimento del Teatro La Fenice di Venezia; “Il Campiello” di Ermanno Wolf Ferrari, commedia lirica in tre atti tratta dall’omonimo libretto di Carlo Goldoni.

    Il cartellone della 192° Stagione Lirica e di Balletto prevede inoltre il 12 gennaio 2008 “Lo schiaccianoci”, di Petr Il’ic Cajkovskij, balletto in due atti interpretato dalla compagnia di danza del teatro Accademico di Stato del balletto classico di Mosca. Attesissima, il 6 febbraio, “Aida” prodotta dal Teatro Sociale di Rovigo, in coproduzione con altri enti lirici. Poi, il 2 Marzo, “Salome” di Richard Strauss, seguita, il 4 marzo, da un “Gala lirico” con l’Orchestra e i solisti del Beograd National Theater Opera. Il 29 marzo, prima esecuzione assoluta del balletto “Barbablu”, produzione dell’Associazione Balletto “città di Rovigo”, con la compagnia di danza Fabula Saltica. Poi, il 4 aprile “Macbeth” di Giuseppe Verdi e, per concludere, il 13 aprile, “Gran gala di danza” con i primi ballerini e i solisti del Teatro alla Scala di Milano e la partecipazione di Alessio Carbone, primo ballerino dell’Opéra di Parigi.

    Un cartellone ricco, dunque, quello del Sociale, che va nella direzione, consolidatasi negli ultimi anni, di proporre a Rovigo spettacoli lirici e di balletto di prim’ordine, trovando il consenso del pubblico, che nell’ultimo biennio ha fatto registrare un notevolissimo aumento degli abbonamenti. Un premio questo per gli organizzatori, in primis per il M° Marcello Lippi, determinato a far lievitare il nome di Rovigo nel panorama dei teatri di tradizione d’Italia.

  • Gigi Fossati (1900-1986)

    Gigi Fossati (1900-1986)

    Un giornalista che si fermava a chiacchierare nei caffé, tra la gente, versatile nei rapporti umani e immerso completamente, anima e cuore, nella sua Rovigo. Una città che aveva fatto sua da quando vi era giunto con la famiglia spostatasi in Polesine da Chiappano (Vicenza) in seguito a varie traversie, mentre ancora rombavano i cannoni della prima guerra mondiale. Questo era Gigi Fossati, nato a Lonigo il 3 febbraio 1900 e vissuto nel capoluogo polesano fino alla morte giunta il 12 luglio 1986.

    A lui, Rovigo ha dedicato, nella scorsa primavera, una mostra nel Salone d’Onore di Palazzo Nodari. All’esposizione, curata dall’ingegnere Giuseppino Padoan, ha fatto seguito un incontro in Accademia dei Concordi, dove Gian Antonio Cibotto, Luigi Costato, Memo Cuoghi, Lucio Rizzi (figlio del poeta Livio) e Gian Luigi Cerruti hanno ricordato Fossati giornalista e poeta, presenti anche una figlia e la nipote Paola. Hanno lavorato particolarmente per organizzare l’evento anche Enrico De Mambro, presidente in carica del Kiwanis e Renato Spadavecchia.

    “Fossati era autodidatta, ma la sua passione era scrivere – così lo ricorda Fabrizio Braga, ex presidente del Kiwanis rodigino -. Di lui ricordo e conservo ancora qualche sua poesia che chiamava ‘minima’. Ricordo che, alla fine degli anni sessanta, io lavoravo all’ospedale di Rovigo e lui, Gigi Fossati, passava al mattino per raccogliere notizie di cronaca al pronto soccorso. Era arguto, spiritoso, erano davvero splendidi i suoi racconti e gli articoli che dipingono ancor oggi la vecchia Rovigo, il volto della città oggi ormai scomparso”.

    Al Caffè Lodi, (sotto i portici di Palazzo Roncale) negli anni Venti, si scrivevano poesie ai tavolini di marmo. E poco distante, dove oggi è presente il negozio di ottica, in angolo a piazza Vittorio Emanuele, una camionetta americana non ha risparmiato un paracarro ben saldo al suolo. Sono i ricordi dell’allora bambino Enrico De Mambro, oggi presidente del Kiwanis club rodigino, che non dimentica Gigi Fossati e dice: “Lo consideravo mio nonno adottivo, mi ha trasmesso saldi legami con la città”.

    In mostra, numerosi documenti (articoli, spartiti con le note che hanno musicato le sue poesie e altro) e foto che ritraggono Fossati conferenziere, con la bagolina e l’amico Gastone Martini e in redazione: sul suo tavolo soltanto molti fogli di carta e un telefono che oggi sembra un reperto da museo.

    “All’anagrafe Fossati era il più vecchio dei cronisti veneti, ma nella vitalità ancora il più giovane – racconta Gianantonio Cibotto -. La sua carica sanguigna e l’essere scettico lo proteggeva da scossoni fatali. Prima fattorino, poi impiegato comunale; all’ufficio del mercato annonario di giorno e poi, di notte, a scrivere per Carlino e per il Gazzettino, Fossati non trascurava le partite nottambule a scopone, al bar Nazionale. Nelle sue poesie emerge, garbo, finezza, ironica malinconia”.

    Nemo Cuoghi ricorda il cassetto personale del giornalista, in redazione: dentro, un asciugamano, una saponetta e acqua di colonia perché “il sudore non è una buona compagnia”, diceva ai colleghi.

    Concorda con Cuoghi, Lucio Rizzi rievocando le strane trovate pubblicitarie di Fossati, per rilanciare esercizi commerciali in crisi o particolari prodotti poco venduti: “A chi acquista una lapide da adulto ne regaliamo una da bambino” aveva scritto per Beppe Valente, quando in città sembrava non morire più nessuno; mentre, per un prodotto farmaceutico, Fossati aveva osato: “Piace, purga e non disturba”.

    “Le foto presentate alla mostra ritraggono Fossati in diverse età della vita e in diverse situazioni – spiega Padoan -; in particolar la foto degli “Scariolanti o amici dell’arte” degli anni ‘30 con Presidente Diego Valeri. Si aggiungono anche il suo curriculum per la nomina a socio accademico dell’Accademia dei Concordi; una biografia scritta dall’amico Luigi Mutterle; le copertine degli otto libri pubblicati e l’introduzione di un libro che non è mai stato pubblicato; alcune poesie e in particolare alcuni dei famosi biglietti di auguri, che inviava ad amici cari in occasione delle feste principali: Capodanno, Pasqua, Natale; vignette di Angelo Savaris, fraterno amico negli ultimi anni della sua vita; alcuni articoli sulla Rovigo di ieri e di oggi, una rubrica che ha trattato gran parte degli angoli di Rovigo ante alluvione; le sei canzoni con gli spartiti, musicate da Steno Sandoli, alcune delle quali ormai famose e degne di assumere la veste di canzoni nazionali della gente polesana”.

    Il materiale della mostra è stato ricavato soprattutto dall’archivio di Gigi Fossati, conservato da una sua cara e giovane amica, che lo ha seguito negli ultimi anni di vita, quasi come una segretaria, con grande affetto e stima. “La difficoltà – osserva il curatore dell’esposizione – è stata nello scegliere cosa scartare e come riprodurre le documentazioni per la mostra; tanta parte è stata tralasciata, pur essendo meritevole di essere vista dai rodigini di oggi”.

    Brandelli di ricordi quelli emersi dalla mostra o raccontati da chi non dimentica Fossati, frammenti cari che chi lo ha frequentato conserva o rispolvera. Spicchi di luce che Gigi Fossati regalava a chi lo conosceva o alla gente che incontrava, complice la propria affabilità, l’attenzione per le piccole cose e per gli avvenimenti di una Rovigo che stava cambiando.

    Sembra ancora di vederlo, passeggiando per le vie del centro, seduto a un tavolino all’aperto, sul tavolo la tazzina di caffè e le mani che stringono il taccuino, la penna, gli occhi fissi sul foglio che si riempiva lentamente di parole; o davanti alla propria macchina da scrivere con i tasti rumorosi e l’odore di inchiostro. E’ difficile non immaginarlo ancora tra noi, quando la nebbia confonde i contorni della città, donandole un aspetto misterioso, una dimensione più umana, che ha il sapore di tempi lontani.

  • La cucina della corte in Polesine

    La cucina della corte in Polesine

    Quando si parla del Polesine si intende comunemente parlare di una provincia povera. E questo, a partire dall’economia, viene allargato all’intero sistema di vita della Provincia, prendendo dentro usi, costumi, edifici, strade, manufatti industriali, lingua, cultura di base, cucina… Per dire che tutto, nella nostra realtà, è povero.

    Non è così.

    Restringendoci solo all’alimentazione e alla tradizione gastro-culinaria, possiamo registrare anche da noi una notevole differenza tra il vitto che comunemente veniva consumato nelle casupole del mondo popolare e bracciantile e quello che veniva preparato e consumato all’interno delle corti padronali, che potevano permettersi di vivere autonomamente: al centro la grande casa in proprietà, abitata da più nuclei famigliari legati da vincoli di sangue; a solatìo l’aja immensa e l’area destinata all’orto; ai lati le pertinenze con la stalla, il fienile e la sezonta; a tramontana, la cantina, fresca e silenziosa. Il tutto, circondato da ettari di terra variamente coltivata e divisa da siepi, fossi, filari di vite o di meli, carrarecce, alberi da frutto, robinie, olmi…

    Cosicché, a chi ci domandasse ragguagli sulla cucina polesana, dovremmo a nostra volta domandare di quale cucina polesana si voglia trattare.

    Ora ci occupiamo della cucina delle corti, dell’alimentazione di chi non mangiava per fame il poco che aveva a disposizione, ma di chi poteva scegliere il cibo da mangiare.

    Di tale cucina ricercata, il Polesine può dirsi signore. Re della tavola, il maiale.

    Su questo tema lasciamo parlare chi meglio di noi testimonia della bontà sopraffina di quella cucina: MAURIZIO DOLCETTO, gestore del Ristorante “AL CAVALIERE” di Bosaro.

    L’intervista è resa nella spontaneità della lingua impiegata (succede, parlando, che chi parla in italiano trascini sullo stesso terreno anche l’interlocutore, e così avviene se uno dei due parla in veneto).

    Domanda – A te sì nato, dove?

    Risposta – A Buso, frazione di Rovigo, in una casa padronale nella campagna di Lagomolin, tra Buso e Canale. La mia era una famiglia patriarcale: i nonni, i loro tre figli già sposati, nuore e nipoti.

    D. – Qualo xelo el ricordo primo ca te vien in mente, ripensando a la realtà de chel vìvare de na volta?

    R. – La corte era un tripudio di animali: sette – otto maiali, tante oche, ànare, faraone, galline, vacche e vitelli, insomma una richezza. Un paradiso, pareva.

    D.- E ti, da quando te gato messo a fare el ristoratore?

    R.- Da quando me papà Severino el ga tacà a fare da magnare in giro, par i sposalizi e le créseme che una volta si festeggiavano in casa. Dagli anni Settanta, a preparàvimo risotti e arrosti per queste cerimonie fatte in casa. E io ero tra i cuòchi. E più avanti, i miei hanno aperto negozio a Canale, e io sono andato avanti col discorso del cuoco.

    D.- Gato studià in qualche parte?

    R. – No. Tutta passione. Io ho curato molto la parte del sale, dello jodio: cariche acide, cariche basiche… Ho molti amici dottori che mi hanno aiutato dandomi suggerimenti e spiegazioni. E così ho curato il nostro alimento tipico, la carne di maiale.

    D. – Hai lavorato di fantasia?

    R. – Non più di tanto. Il novanta per cento di quello che va in tavola è frutto della tradizione, del recupero della tradizione e io ho curato molti particolari.

    D. – Ritorniamo indietro. Come facevano, i tuoi, a conservare le carni, visto che non esisteva il frigorifero?

    R. – Il problema era proprio questo: come conservare le carni, dopo la macellazione. Dapprima avveniva la macellazione del pollame, a fine ottobre, inizio novembre; e a dicembre toccava ai maiali. La conservazione delle carni era di primaria importanza. Altri problemi erano superflui. Infatti, ora c’è l’esigenza della digeribilità degli alimenti. Non è più come una volta. Adesso bisogna stare attenti che dopo mangiato non ci sia ritorno di sapori o di acidità.

    D. – Ti occupi solo di carni, o anche di altro: dolci, dessert…?

    R. – Tratto la gamma alimentare tutta intera, dall’antipasto alla pasticceria. Diciamo che io in particolare curo molto la parte degli insaccati. Questa è la parte che più mi dà soddisfazione ed è anche quella più creativa.

    D.- Dicevi della tradizione. A quale parte del Polesine ti riferisci?

    R. – Nel centro Polesine esiste una cultura agricola che a livello di alimenti penso che non abbia niente da invidiare ad altre realtà.

    D.- Parliamo della tua.

    R. – La mia famiglia era un vero e proprio clan, a capo del quale erano i nonni, Agostino e Virginia.

    D. – Avevate della terra?

    R. – Parecchia. Vivevamo agiatamente. Si trattava di quattro famiglie, quella dei nonni e quella dei loro figli. Non ci mancava niente. Nella nostra campagna passavano i pastori e per giorni lasciavano pascolare le pecore. Così concimavano il campo ed inoltre ci lasciavano i formaggi.

    La mia famiglia a livello di alimenti era molto particolare. Mia nonna Virgina curava ogni tipo di pollame. A ottobre c’era la tradizione della macellazione del pollame, innanzitutto per le carni, ma anche per la penna. La penna era di grande importanza per il letto, i materassi e i cuscini.

    D.- Il problema, si diceva, era mantenere il prodotto. Come facevate?

    R. – Dovevamo asciugare il pollame macellato e salarlo e poi lo si metteva in cantina.

    D. – In cantina, dove? tacà a le pèrteghe?

    R. – Sì, e lì restava, tacà co le strope a le pèrteghe, par trentacinque giorni, fin quando si macellava il maiale, ai primi di dicembre. Perché allora avevamo a disposizione lo strutto del maiale e così le carni venivano messe sotto strutto in modo da poter essere conservate più a lungo.

    D.- Cominciavate così presto ad ammazzare il maiale?

    R.- Una parte veniva ammazzata l’8 dicembre, ma il grosso veniva macellato a fine mese.

    D.- Quanto grasso ghévelo, on bosegato?

    R. – Una volta il maiale era ricchissimo di grasso. Una bestia poteva arrivare ai due quintali, due e venti. Un maiale poteva dare quaranta chili di lardo.

    D. – Il grasso era dunque una ricchezza?

    R.- Senz’altro. Il maiale veniva comperato piccolo, alla fiera di Ottobre, a Rovigo. Veniva tenuto nel porcile, e lì restava mediamente per quindici mesi. Capitava così, che si macellava il maiale comperato l’anno prima, già ingrassato a dovere, e si metteva dentro il maialino appena comperato: avrà avuto sessanta, ottanta giorni, che a sua volta sarebbe stato macellato l’anno entrante.

    D.- I pezzi di pollame asciugati e messi sotto strutto, quanto potevano durare?

    R. – Un centinaio di giorni, tre mesi o poco più. Si arrivava a marzo.

    D. – Si consumavano bolliti?

    R. – In buona parte venivano prima lessati e poi messi in arrosto o in umido. Stupenda, come carne.

    D.- In tòcio, co le patate?

    R.- Co le patate lessate e il pomodoro.

    D.- Lo sato ca xe na vita ca no magno polastro in tocio co le patate?

    R.- S’a te vien, a te lo fago.

    D.- On polastro novelo?

    R.- A go uno che’l ga domila bestie lìbare. A go del polastro novelo molto valido.

    D.- A ghe ne xe pochi ristoranti, ca faga polastro in ùmido.

    R.- Chi ca va a magnare, al dì de onquò, cos-s’è che ‘l richiede? Tagliata, filetto e costata. C’è una cultura piuttosto limitata in fatto di cibi tradizionali e del buongustaio.

    D. -Ritornemo al bosegato. Na volta copà e tacà ai travi, el dì dopo i tacava a desfare. E i tui, che tochi metìvili da parte?

    R.- I meteva da parte dei pezzi de carne ben selezionati. Me papà Severino el ghe saveva fare a disossare, el cavava a filo dall’osso le carni giuste par essare conservà. Oltre ai salami, a ghe jera on sistema di preparazione delle carni che par podere andare avanti nel tempo le vegneva messe a bagno nel vino perché el vino è un ottimo conservante.

    D. – Che vin usàvito?

    R.- Na olta in campagna a ghe jera clinton, raboso e merlò. Opure i tegnea da parte el primo torcio, usà sia par i salami sia par le carni selezionà.

    D.- Quale xele, ste parti?

    R.- I metea da parte un pezzo di schiena lombata, due- tre tagli lunghi di coscia, la coppa e le pancette.

    D.- E i parsuti?

    R.- Mai fatti. I me zii i ghe tegneva de più a i insacati molto particolari.

    D.- Tachemo da la panzeta.

    R.- Loro no i fasea pancette grosse. I fasea sei tagli di pancetta.

    D.- Che strato di grasso ghe gera?

    R.- In zerti posti della schiena arrivava a sei – sette centimetri. A vegneva fora on tajo nella parte più grassa.

    D.- Prima ghe cavàvili via la códega?

    R.- Sì. Da noantri no ghe jera la tradizion de fare la steccata, come in Toscana.

    D.- Come lavoràvili?

    R.- Me zio Marcelo el lavorava el sale. El sale diretto, mai. Non lo si sapeva, in quel periodo là. Ma da nantri el sale veniva messo a profumare co le erbe fresche: timo, alloro, sedano, cipolla, spezie e poi i ghe abbinava un po’ di carote, aglio… Me zio preparava sto misto di verdure macinate. Lu el ghea la màchina par macinare ste verdure.

    D.- E vegnévele secà, ste verdure?

    R.- No. El sale le cicatrizzava, ma restava umido.

    D.- Fin quando?

    R.- Par tri misi. Lu lo preparava a fine setembre e cussì el sale el ciapava sti aromi.

    D.- E parchè, sto procedimento?

    R.- Ho riscontrato che se metto il sale direttamente sulle carni, il lardo si brucia, diventa giallo e dopo 60 giorni è rancido.

    D. – Alora, preparà el sale…

    R.- …i destirava la pancetta e i la batteva co on toco de legno par ammorbidirla, e po i salava col 32 (32 grammi per mille). Na olta salà co sto sale particolare, la pancetta veniva coperta di vino e lasciata lì per tre – quattro settimane. Dopo la vegnea inrodolà, ligà col spago e insacà in te le budèe grosse – i ghe disea “le màneghe” – vale a dire de le budèe grosse de manzo. Ci mettevano del pepe nel giunto del legato, e finalmente la portavano in cantina. A ghìvimo na cantina che la jera na favola. Fresca, verso nord, con un grado di umidità giusto. E così, ben presto, la pancetta faceva una bella muffa intorno.

    D.- Era arieggiata, la cantina?

    R.- A ghe jera de i finestrini ch’i restava verti, co la protezion de na redesea fina parchè no ghe ‘ndasse drento i moscuni. E prima ancora di entrare in cantina, c’era una specie di bussola, anche questa co na redesea de protezion. E par salami picoli e i formaggi a ghe jera i moschini, na specie di gabbia con rete sottile, tacà a i travi. Par le pónteghe, i ghe metea na lamiera tornovìa la pèrtega parchè no le rivasse a magnare le pancette. C’erano anche i moschini par mettervi i formaggi e roba piccola, salamini.

    D.- Quando xe ca se magnava la panzeta?

    R. – A giugno, al tempo della trebbiatura. C’era anche l’uso di mettere via gli insaccati sotto sabbia. Il salame già stagionato, a fine luglio – inizio agosto, veniva lavato col vino e ripulito della muffa con la spazzola. Si andava in campagna a tore su de la sabionela che la vegnea messa sol selese a secarse al sole. I tolea su el salame lavato e i lo metea a infarin arse intorno – mettevano il 50 per cento cenere e 50 per cento calce viva – el vegnea come infarinà. Dopo in te on cassone grande i metea i salami legati a na perteghela e i riempiva sto cassone de sta sabia che la fasea da protezione parchè on salame no tocasse l’altro. A metìvimo via anca sessanta insaccati, nantri. E po a li portàvimo ancora in cantina.

    D.- In te sto modo, quanto tenpo podìvili resìstare?

    R.- Anca tre ani – quatro ani.

    D.- E inveze, quanto polo durare on insac-cato, senza sto tratamento?

    R.- La pancetta normale salata col sale normale non riesce a passare luglio – agosto perchè irrancidisce. Noi, anche attualmente, col trattamento del sale, tagliamo pancette di due anni.

    D.- Questo, par la pancetta. Sto trattamento chì, valo anca par i altri insaccati?

    R.- Anche par gli altri: per la coppa, per la lonza….

    D.- Quante cope se fasea, na olta?

    R. – Due coppe.

    D.- Quanto sirale sta grandi, le cope? Du chili?

    R.- Anche tre chili e mezzo.

    D.- E le panzete?

    R.- Due chili, due chili e mezzo. Ma il discorso delle coppe è questo. Quando si macellava per la Madonna, l’8 dicembre, il lardo veniva messo in sale. Quando toccava agli altri maiali, a fine dicembre, le coppe e gli altri pezzi venivano messi nel vino, e intanto il lardo con il sale era al punto giusto, con 30 giorni di salatura, con cicatrizzazione e assorbimento giusto del sale. A fine gennaio, il lardo veniva tagliato sottile ed avvolto attorno alla coppa con rosmarino fresco, tritato, e poi la si insaccava.

    D.- E quand’è che la vegnea consumà?

    R.- A fine ottobre.

    D. – E senza sto procedimento?

    R. – Senza sto procedimento, le carni le deventava secche e bisognava mangiarle a maggio – giugno, la coppa a maggio.

    D. – E par via de i altri insaccati?

    R.- I fasea du tipi de insaccato: una parte di carne era riservata al salame tradizionale macinato, e una parte era tagliata col coltello. Il pisto si chiama così perché una volta la carne la vegnea pistà col cortelo, no la ‘ndava masenà; i la pistava so on tagliere grande col bordo intorno. Anche par via del salare, no ghe jera on sistema par salare, i ‘ndaseva a ocio. A me ricordo anca mi de la gente vecia che con l’alteza de la mano i fasea la batuta sol tavolo e i metea el sale a ocio.

    Comunque una parte di carne veniva macinata e una parte – venti chili di roba – veniva tagliata con il cortello. Quella tagliata con il cortello seguiva un altro procedimento: solo spezie fresche, solo rosmarin e ajo. Che po l’ajo el vegnea messo nel vino, lo si portava in temperatura, in macerazione – se nantri a metemo l’ajo nel vino a lo struchemo a ghe tolemo l’acidità, ma ghe rimane l’aroma. Ste carni tagliate a pezzi le stava in bagno nel vino due giorni. Il giorno prima di insaccare, i toleva una parte di carne macinata e una parte di quella tagliata e a se faseva su insaccati molto particolari.

    D.- Come se ciamàvali, sti insacati?

    R.- I se ciamava i “maltajà”. I vegneva insacà in te la storta, la budela più larga del majale, opure, quando ch’i copava i ochi, in tei gossi de ochi, ànare e pituni. A ghe jera tacchini de dódese chili. Anche la pelle del collo dell’oco grande serviva ad insaccare.

    D. – Come si faceva a mantenere mordidi i gozzi e la pelle del collo?

    R.- I li meteva in sale per tenerli morbidi fin a dicembre.

    D.- E che salami vegneva fora?

    R. – Bisognava averli visti, sti salami. Dirlo è un conto, védarli nantro. I parea de le bóndole. I li tegneva più sol lungo, quando ch’i li insacava: i vegneva fora ovalizzati.

    D.- Quando se magnàvili, sti maltajà?

    R.- A fine marzo, aprile. Con la pelle del collo dell’oco si potevano insaccare anche i cotechini, ma con un altro tipo di sale, molto curato. Me zio Marcello el rancurava la radisa del sèdano e anca i taparuni del radecio, par dopo métare ste radise nel sale. Prima ca vegnesse i giazi, me zio el ghe cavava el taparon de la radisa. In te le spagnare na olta i ghe semenava anche i radici. A otobre a se coaciava sti radici co la paja. E alle piantine tajà del radecio me zio el ghe cavava la radisa. E po co sto sale el salava i cotechini.

    D. – Ghe metìvili anca el pévaro?

    R.- Sì, altre spezie no. Mai usà el coriandolo, cioè spezie superflue, gnanca in te la lugànega.

    D.- Cossa xe ca specìfica on insacato?

    R.- El diametro. La lugànega è una salsiccia, un salamino insaccato nel budello piccolo, i primi budellini dell’intestino. Poi c’è el salame, la soppressa e la bondola che viene insaccata nella vescica. L’ultimo stadio dell’intestino l’è dà dal budelo gentile, che sarìa la parte dell’intestino più grossa e spessa e che teneva più morbida la carne.

    D.- Prima de usare le budèe par insacare, che procedimento ghe fasìvili?

    R.- I le lavava e i rilava mile olte, co l’acqua calda, mai de bojo, parchè la budèa la se ronpe. Par sgrassare el budeo grasso a se usava on fià de saon de marsiglia opure on fià de saponina (soda caustica molto leggera).

    D. – Vegnemo adesso all’inpasto. A ghe jera l’inpasto par i salami russi, quelo par i codeghini e quelo par i salami da tajo. I salami russi i vegnea magnà par primi.

    R.- Qualchedun el ghe metea anche el fegato, e alora i ghe disea i salami de figà, ma par la più parte el fegato el vegnea magnà subito frito o intortejà nel velo par fare na specie de involtini.

    D.- Coss’èlo, el velo?

    R.- El velo el coaciava i intestini, el gera na protezion grassa de l’intestino.

    D.- E i codeghini?

    R.- I codeghini i li metea via sotto strutto fino, dentro pentole di terracotta e portati in cantina.

    D.- Quanto tempo duràvili?

    R. – Fin a maggio.

    D. – E el struto?

    R.- Lo buttavano. Oramai era rancido.

    D.- No ghe jera, drento el struto, de i tòchi de grasso?

    R.- No. El strutto fino i lo tajava, i lo masenava e po i lo scioglieva. La parte liquida la serviva par condimento e par coaciare i salami. La parte grasse, ch’i ghe diseva le cìciole, le serviva par fare la pinza onta.

    D. – … e po i faseva -su i salami: lugàneghe, salami pìcoli, salami grandi, la bóndola, el buelo gentile, la nona….

    R. – Nantri a la ciamavino la zia: era la soppressa insaccata nella storta.

    D.- Quanto sale?

    R.- Par i salami più piccoli il 28 -30; per i più grandi anche il 32. Par le pancette, i tagli lunghi di coscia, il lardo primario, le coppe, la lonza… si andava a occhio.

    Con i salami si faceva di tutto: bollito, in umido con le patate, arrosto con la polenta, affettato…

    Il salame fresco messo ai ferri o arrostito arrivava fino a 40 giorni. I salami grossi, quelli da taglio, duravano fino a maggio.

    D.- Come xe ca se fa el salame in ùmido co le patate?

    R.- Bisogna fare un sugo di verdure, pomodoro e le patate. Quando le patate sono quasi cotte, si mettono le fette di salame.

    D. – A jera belo vardare a testa in su sti salami tacà a la pèrtega a sgozare e sugarse!

    R. – Nantri no domandavimo mai a uno: “Quanti quintali de salami gato fato?”. A domandàvimo: “Quante pèrteghe gato fato?”

    D. – E la trippa?

    R.- Con la trippa si faceva il risotto: era tradizione fare il risotto col trippin, “el risoto col prete” – i disea.

    D.- E i ossi?

    R.- Si consumavano bolliti con qualche pizzico di sale grosso.

    D. – E la massea, ch’i ghe disea la guéta?

    R.- La massea, cioè il guanciale, veniva tagliata con la cotica e tenuta nel sale venti giorni e poi veniva ben pepata con pepe macinato e attaccata alla pertica.

    D. – A casa mia la vegnea consumà ancora fresca cusinà drento na ghisa de fasoj. A me ricordo ancora el gusto de la parte magra ca ghe jera drento sta gueta, ca go senpre in mente la bontà de chela carne.

    R.- Da nantri, la massea la vegnea magnà co le tajadele, al tempo de la trebiatura. La jera na specie de matriciana o de carbonara. Ma na roba sopraffina la jera la pancetta mammellare.

    D.- Cossa xèla?

    R.- No i lo sa nessun, sta roba qua. Una volta si compravano anche le scrofe. Devi pensare che una scrofa possiede 24 mammelle, dodici per parte. Ebbene, la pancetta che si ricavava dalla parte delle mammelle era una cosa stupenda. Una cosa da assaggiare. Ma la cultura polesana non ha mai valorizzato questo tipo di pancetta.

    D.- Insuma a se consumava tuto, del bosegato.

    R.- Tuto. A se fasea parfin el salame béco, farto co le budele vanzà. Co’ digo tuto! A ghe jera uno che’l vegnea a tor su anche le onge e le setole della bestia macellata.

    D.- Chi ca vegneva a copare? I mazini?

    R.- No, a se rangiàvimo tra de nantri. A ghe jera me nono e i so tri fioj, Remo, Marcello e me pare Severino ch’ i se jutava un l’altro.

    D.- Come fato a ricòrdarte cussì ben?

    R.- Varda che mi a so nato nel ‘52, il 25 dicembre.

    D.- El dì de Nadale?

    R.- Sì.

    D.-E parcossa no i te ga ciamà Natale?

    R.- A me ciamo Arduino e anche Maurizio. No se podea ciamarme Natale. E questo, perché in famiglia, c’è la tradizione di nascere il giorno di Natale. Noi siamo in tre cugini, tutti nati nel giorno di Natale: Nazareno, Ottaviano e Arduino, ca so mi.

    D.- Tra na sopressa e on ossocolo?

    R.- Solo uno dei me cugini el xe nato on fià prima de Natale, il 20 dicembre.

    D.- E come se ciàmelo?

  • El pan del poareto

    El pan del poareto

    La polenta l’è ‘na mana senza denti la se magna co ‘na bela smisiadina oh che bona polentina. La polenta l’è ‘na signora, chi la magna se innamora chi la magna se sostenta, benedeta la polenta!

    Quando il pane quotidiano del contadino era la polenta, come ebbe a dire con felicissima espressione Dino Villani, a pranzo e a cena, la famiglia mangiava la polenta con una fettina di lardo di maiale o un po’ di burro o di formaggio, se era disponibile, o ci si accontentava di un cucchiaio di melassa o zucchero e cannella, anche questi quando erano disponibili. Altrimenti la cena, già sobria e povera per definizione, si limitava alla sola polenta.

    Preparare la polenta è semplice, ma fu una delle occupazioni più pesanti ed impegnative della donna che la doveva cuocere anche tre volte in una giornata. La polenta era cotta in un paiolo di rame o nel pentolone detto la stagnà, al fuoco vivo del camino. Il paiolo era appeso al gancio della catena da fuoco che pendeva nera sotto la cappa nera del camino. Era tenuto fermo sulla fiamma da una specie di sgabello, detto copo. Quando l’acqua bolliva, la farina veniva fatta scivolare lentamente a velo nell’acqua mentre era rimescolata con una stecca di legno, la steca da polenta, in fretta affinché non si formassero grumi o noduli scotti (i farinoti o munari).

    Durante la cottura capitava che qualche briciola di caligine scivolasse, cadendo dalla cappa del camino, nell’impasto sul fuoco. Allora si tentava di levarla in fretta con il mestolone o il cucchiaio di legno ed il boccone veniva dato agli animali; in caso contrario, l’impasto assumeva un colore marroncino tendente al rossastro, ma non si buttava via niente e si mangiava così, polenta e caligine. Nei casi più gravi, se il pezzo di caligine era più grosso ed era impossibile recuperarlo in tempo, la polenta diventava marron scuro e man mano che raffreddava sulla superficie si formavano delle venature che sembravano di sangue. Era un dramma! Diventava tutto immangiabile!

    La tradizione non metteva nemmeno in conto che si trattasse di una disgrazia e che bastasse magari ripulire la canna fumaria un po’ più spesso: tutto dipendeva da qualche striezo (sortilegio) di qualche strega malefica del vicinato che voleva male alla famiglia, o a qualche donna-strega di passaggio. Occorreva allora una benedizione del prevosto che accorreva con stola ed acqua santa a togliere la fatura malefica e a diffidare le forze del male che avevano rovinato un cibo prezioso. Comunque la famiglia quella volta rimaneva senza il mangiare consueto.

    Per essere cotta a dovere una polenta doveva restare al fuoco vivo, continuamente rimescolata, almeno quaranta minuti. Potendo, la massaia di solito vi buttava dentro una salsiccia, in modo da condire l’alimento. Poi veniva rovesciata sul tavolaccio (la tola da polenta o tafferia, come si dice un Lingua) mentre la famiglia aspettava il segnale per cominciare a mangiare insieme, prelevando i bocconi dal grande impasto giallo e fumante al centro, secondo i settori assegnati. Quella salsiccia diventava preda ambita del primo tra i commensali che riusciva a trovarla, mangiando il suo settore fino al centro.

    L’occhio esperto della massaia sa quando è il momento di rovesciare la polenta sulla tavola: un segno è quando l’impasto è così compatto da reggere la stecca piantatavi in mezzo; un altro l’abbiamo attraverso un indovinello: quando la taca si, l’è pronta no. Quando la taca no, l’è pronta si. Cos’ela?. (quando è ancora collosa non è pronta, quando non è più collosa, allora è cotta. Cos’è?).

    Ricordiamo di aver vista una famigliola con cinque fratelli, il più grande ancora un ragazzo, il minore poco più che un infante, attorno alla tavola in attesa che la madre rovesciasse la polenta che stava cuocendo e maturando al fuoco. Finalmente il segnale: la polenta l’è cota!. Agitazione. In una nuvola di vapore la madre (ocio là, ca ve bruso!) con un abilissimo colpo di destrezza, la rovescia bollente sul desco. I ragazzi fremono; già stringono avidi il cucchiaio; uno cerca di impadronirsi del paiolo fumante per ripulirlo ed accaparrare le croste del fondo, ma la donna blocca ogni velleità: Fermi la! Bisogna prima che el fumo el toca i travi!.

    Rivediamo dunque i cinque visetti intenti a scrutare il vapore che sale e sale e sale e si dilata e si dilata e si dilata, in alto! Ma non tocca le travi….

    – Ne’l ga toca?.

    – No che n’el ga toca!.

    – Ma quanto ghe metelo sto fumo a tocare sti travi!.

    Quanta fame e quanta attesa per poter gustare la polenta!

    Se a pranzo e cena veniva servita, morbida e fumante appena cotta, a colazione, invece, la polenta veniva preparata arrostita (brustolà), a fette, sulla graticola, oppure frita in padela, che dava l’impressione di durare più a lungo (la fa più cao) anche con poco companatico. Qualcuno la mangiava abbrustolita inzuppandola, per modo di dire, nel caffè e latte.

    In particolari occasioni sulla mensa insieme con la polenta apparivano anche le sarde o arringhe affumicate (el scopeton) o il baccalà o le sarache salate; qualche volta, nella stagione giusta, il pesce di fiume ed i gamberi, le così dette schie che, fritte nell’olio, acquistano un bel colore rosato e un gusto croccate. Le schie si mangiavano a peca de can, cioè raccogliendole dal piatto con piccoli colpetti della fetta di polenta, come fa il cane quando lecca qualcosa di piccolo.

    Poco gradito è l’uovo con la polenta: magnare polenta e fritaia (frittata) l’è come balare co la so femena, che ha anche una variante, polenta e ovi e balare co la mujere l’è el steso gusto.

  • Eroi dell’aria

    Eroi dell’aria

    Tra le pagine di storia prodotte dalla nostra terra e poco conosciute, quella di alcuni eroici aviatori, oggi dimenticati, rappresenta senza dubbio una piccola perla polesana, degna di tornare agli onori della cronaca, che abbiamo cercato di ricordare nel corso del convegno tenutosi a novembre 2006 presso il museo dei Grandi Fiumi.

    I piloti polesani Mario Doria, Modesto Moratto e Alessandro Coronaro, sono da annoverare, sulla scia dei Bedendo, dei Maddalena, dei Caffarati, come autentici pionieri del volo, cavalieri a bordo di alati destrieri che solcavano i cieli della Grande Guerra con coraggio e ardimento.

    I cavalieri dell’aria hanno saputo domare l’ansia di modernismo che alla vigilia del conflitto anelava negli ambienti intellettuali, facendosi guide di prodigi della tecnica e dei massimi livelli industriali. Negli sviluppi della neonata arma aeronautica, i nostri tre conterranei hanno saputo ritagliarsi uno spazio importante, testimoniato da tante azioni di pattugliamento, di caccia e di ricognizione, premiate con riconoscimenti e medaglie.

    I ricordi tracciati in questo articolo sono frutto dello studio di documenti inediti ritrovati da chi scrive e dal dottor Alberto Burato nell’archivio del distretto militare di Padova e all’archivio centrale di Stato. Interessante appare in particolare la documentazione relativa a Mario Doria, che ha permesso di ripercorrere un ampio periodo della sua vita ardimentosa; più scheletriche le notizie relative agli altri due piloti.

    Mario Doria

    Mario Doria nasce ad Ariano Polesine il 23 febbraio 1892, figlio di Alessandro e di Ginevra Marangoni. Ha 23 anni quando sopraggiunge la conflagrazione europea e lavora presso la Fabbrica d’Armi Tampini di Brescia. Doria pertanto, potrebbe usufruire dell’esonero concesso agli operai dalle regole della mobilitazione generale¹, ma il suo spirito guerriero lo spinge a rifiutare l’esonero e ad arruolarsi volontario.

    Il 18 maggio 1915 viene richiamato alle armi per la mobilitazione generale. Giunge a Monza, alla 1° compagnia automobilisti il 20 maggio e viene destinato alle armi per la mobilitazione dichiarata con Regio Decreto del 22 maggio. Passa nella 2a compagnia automobilisti di Monza giungendo in territorio dichiarato stato di guerra il 1 giugno facente parte del drappello auto-moticiclisti della Divisione Speciale Moncalieri comandata dal Generale Tassoni.

    Presta servizio dal 20 gennaio 1916 nel 1° Reggimento Genio in osservanza alla circolare 1109 dello Stato Supremo e ivi resta fino 2 giugno 1916, quando viene trasferito al Battaglione Aviatori in qualità di allievo pilota.

    Verrà nominato pilota aviatore con determinazione n. 21653 (brevetto superiore n. 113) il 14 dicembre 1916². In data 15 dicembre 1916, Doria passa in forze alla I sezione della 113° Squadriglia aggregato alla III Squadriglia di stanza a Campoformido. La 113a squadriglia comandata dal capitano pilota Mario Van Axel Castelli è composta di due sezioni equipaggiate di SAml S. 1 di costruzione Fratelli Frattini, denominati “Condor”.

    In questa sezione Doria prende parte, insieme all’osservatore tenente Bertolotti di Bologna, a tutte le azioni di guerra della Squadriglia fino all’offensiva del Marzo Aprile 1917. Viene poi trasferito con tutta la squadriglia al campo di Gavazzo Carnico, prendendo parte a tutte le azioni dal Timavo all’alto Isonzo.

    Nell’agosto dello stesso anno, dopo essere stato promosso sergente, veniva inviato di rinforzo alla 114a Squadriglia che doveva prendere parte all’offensiva dell’Hermada e, nel corso del 1 settembre 1917 rimaneva ferito in combattimento, al pari dell’osservatore tenente Gionni, effettivo alla 114.

    Ricoverato all’ospedaletto da campo n. 127, Mario Doria, che non era certo il tipo da attendere il completo ristabilimento, il 4 settembre lasciava di soppiatto il letto del ricovero ospedaliero per raggiungere la Squadriglia che risultava scarsa di piloti. Lo stesso giorno ingaggiava battaglia a tre apparecchi nemici nel cielo di Ternova. Riusciva ad abbatterne uno ma poi veniva ferito alla testa da una pallottola che gli aveva attraversato il casco. Ferito anche l’osservatore, che lo accompagnava, il tenente dei mitraglieri Mangano, che veniva dato per morto (in realtà morirà in un incidente di volo a Mirafiori nel 1920).

    Nonostante la ferita al capo, Doria riesce a controllare il velivolo, fra l’altro messo fuori uso perché colpito al motore e al radiatore. L’atterraggio viene effettuato al campo di Medeol.

    Si guadagnò diverse proposte a medaglia.

    «Il sergente Doria Mario di Alessandro della classe 1892, pilota aviatore ha avuto una medaglia d’argento con la seguente bella motivazione: ardito pilota il I settembre 1917, scortando un altro apparecchio attaccava decisamente un velivolo nemico. Rimasto ferito l’osservatore ed egli stesso leggermente colpito, desisteva dal combattimento solo dopo aver assolto il proprio mandato. Il 4 settembre successivo obbligava un altro veicolo ad atterrare, e benché ferito alla testa ed il sangue gli colasse sugli occhi, riportava il suo apparecchio nelle nostre linee. Cielo di Voisca e di Ternova il 1 e 4 settembre 1917³».

    Pare che i compagni di Doria alla 39° Squadriglia della 3a Armata comandata dal colonnello Pinna, ovvero i tenenti Monzario e Lordi e i sergenti Ceredi e Cantù avessero ricevuto decorazioni spettanti per il numero delle ricognizioni effettuate. Ma ancora nel 1929 Doria non aveva avuto gli stessi riconoscimenti.

    È lo stesso colonnello Pinna, però, a certificare l’ardimento del pilota polesano: «Proposi l’allora sergente Doria Mario per una ricompensa al valore militare, non per una singola azione, ma per il complesso dei voli fatti in quel fortunoso periodo – la proposta come sempre fu inoltrata al Comando Superiore che era allora il Comando Aeronautica 3a Armata, tramite il 5° Gruppo Aeroplani⁴». La medaglia effettivamente arrivò.

    Dopo la convalescenza e la licenza premio, il sergente Doria rientrò alla 113 squadriglia a Gavazzo Carnico, prese parte a tutte le azioni sino alla ritirata italiana, durante la quale, pur se già accerchiato dal nemico, riusciva a fuggire portando in salvo al campo di Aviano l’apparecchio e il capo motorista sergente Varagnolo.

    Per questa meritoria azione, venne proposto per una nuova medaglia al valore militare dal comandante di squadriglia capitano Paroli; riconoscimento che però, nel 1929 non aveva ancora ottenuto. Alcuni giorni più tardi, veniva trasferito con i resti della 113 squadriglia al campo di Bassano Veneto. Da qui, in unione con gli apparecchi della 115 comandata dal capitano Sella, prendeva parte a tutte le azioni difensive insieme ai piloti sergenti Cerutti, Marziale, Reali e Imolesi. Passò poi alle dirette dipendenze del Comandante di Gruppo Maggiore Zanuso, al campo di Casoni sotto il Monte Grappa al comando del cap. Paroli.

    Venne proposto per una nuova decorazione in virtù dell’abbattimento di un velivolo avversario, avvenuto a Nord del Monte Grappa. Il 27 marzo, per ordine del corpo d’Armata, la squadriglia traslocava al campo di Cedole, per riorganizzarsi. Nei primi di maggio, unito ad altri 4 apparecchi della 113 comandata dal tenente Monzardo, veniva inviato di rinforzo alla 39 sq. Al campo di cascina Malcontento, comandata dal capitano Pinna che lo proponeva per una medaglia d’argento al valore militare per azioni durante l’offensiva del maggio-giugno. Nel successivo luglio la 113 si trasferiva al Campo di Cividato Camuno in val Camonica per supportare l’offensiva del Tonale, prendendo parte a tutte le azioni e a diversi combattimenti aerei. Verso la metà del settembre, su proposta del comandante la squadriglia, Doria veniva avvicendato perché esaurito dalla lunga attività di volo e inviato alla direzione tecnica di Milano.

    Modesto Moratto

    Modesto Moratto nacque a Porto Tolle il 9 dicembre 1893, figlio di Domenico e di Cherubina Rossi. Venne arruolato di leva nel compartimento marittimo di Chioggia per la ferma di tre anni nel 1913. Fu classificato prima marinaio e poi allievo fuochista per divenire fuochista nell’aprile del 1915 e fuochista scelto nel 1916.

    Diventa poi allievo pilota con determinazione del comando generale dell’aeronautica il 6 luglio 1918. Le sue qualità di pilota, che non fecero in tempo a essere testate nel corso della Grande Guerra, verranno evidenziate nel corso della seconda guerra mondiale quando partecipò alla guerra nel fronte dei Balcani dal 18.11.1942 fino all’08.09.1943 e si guadagnò una croce al merito di Guerra.

    Alessandro Coronaro

    Alessandro Coronaro, fiorentino di nascita ma rodigino d’adozione, nacque nel capoluogo toscano il 19 marzo del 1895, figlio di Riccardo e di Alessandra Gacomini. Chiamato alle armi nel dicembre del 1915 nel 2° reggimento zappatori di Bologna, fu poi trasferito nel marzo del 1916 in un battaglione aerostieri, dove si distinse in opera di osservazione e rilievo fotografico dall’alto.

  • La disfida di Tessarolo (1781-1784)

    La disfida di Tessarolo (1781-1784)

    La storia del Polesine, come ci ricordano gli attuali problemi legati alla stabilità idrogeologica degli innumerevoli corsi che lo attraversano (in particolare Po e Adige), è indissolubilmente legata all’acqua, fonte di vita per le comunità della zona, ma anche pericolo in caso di calamità naturali.

    Scoli e fiumi, oltre a segnare il nostro territorio, hanno anche costituito per secoli il confine tra i differenti domini che si sono alternati nella zona. In particolare, fino all’istituzione della Provincia di Rovigo – avvenuta con il riordino amministrativo stabilito con il Congresso di Vienna, che sancì per la prima volta l’attuale divisione tra Veneto ed Emilia – Romagna (1815) – il confine di Stato era posto sullo scolo Poazzo, uno degli antichi rami del Po originato in seguito alla medievale Rotta di Ficarolo.

    Il Poazzo

    Confine volubile e facilmente eludibile, lo scolo, fin dai Capitolati di Pace che avevano concluso la Guerra di Ferrara (1482-1484), si era rivelato non solo un elemento di divisione politica, ma anche etnica e sociale: per entrambi i governi (ferrarese e veneto) era difficile gestire il controllo delle attività e l’imposizione fiscale, perché le contese e i contrasti tra le popolazioni confinanti, dislocate lungo le due rive del corso d’acqua, erano frequenti¹.

    Ma il motivo principale del contendere era determinato, in zona, dal problema dello scolo delle acque che si trascinava dal tempo della Rotta di Castagnaro del 1438, avvenuta in seguito al taglio dell’Adige effettuato da Gian Francesco Gonzaga, alleato ai Visconti contro Venezia. L’azione dolosa (non inconsueta in tempo di guerra) aveva portato alla distruzione degli adduttori Tartaro e Filistina, impedendo lo smaltimento delle acque dal territorio di Castelguglielmo, attraverso le Chiaviche di S. Donato al Paolino nel corso intermedio tra Adige e Po, solo successivamente denominato Canalbianco.

    Di qui la necessità di riversare le acque alluvionali nel Poazzo, motivo questo di continue contese tra lo stato Veneto e quello Pontificio; dissidi che, alla fine del XVIII secolo, raggiunsero una fase acuta, tanto da far temere lo scoppio di un vero e proprio conflitto armato.

    La contesa

    Questi i fatti. Gli abitanti dei principali centri della destra Canalbianco (Fiesso, Tessarolo e Val Precona), non potendo utilizzare il fiume per lo scolo, al fine di evitare l’impaludamento dell’area, incominciarono a deviare le loro acque nel Poazzo. Nel 1777, in particolare, furono operati cinque tagli da parte veneziana nell’argine sinistro del Poazzo, in modo che questo potesse accogliere le acque copiosamente ristagnanti nei campi. Ciò provocò l’immediato intervento del Legato Pontificio che subito fece otturare le falle. Per tutta risposta, suonate a stormo le campane della chiesa di Fiesso e adunato il popolo, i veneziani le fecero riaprire.

    L’accaduto fu oggetto di un severo reclamo da parte del Legato dello Stato Pontificio che, in un memoriale indirizzato al doge, accampava l’esclusiva titolarità ferrarese sullo scolo, riconosciuta fin dal 1609. Da parte sua la Serenissima replicò con una documentazione che riconosceva a sé analogo diritto e la disputa si accese nella primavera 1781, con il rischio imminente di un conflitto armato.

    Oggetto dell’interesse era in particolare la “Presa Veneta di Tessarolo”, 2000 campi corrispondenti all’attuale fascia meridionale del territorio di Fiesso, tra il centro del paese e la località Piacentina. Il cronista Masatto, nel suo “Diario Polesano”, riporta ampiamente il problema:

    Per iscolare le proprie acque questa presa non conosce altro scolo che il Poazzo antico recipiente, che tiensi tutto di ragion Ferrarese, ove ab immemorabili dicesi che suole tal Presa scolarsi. (…) I nostri fecero ne’ tempi andati di tratto in tratto de’ tagli per iscolare le loro acque; ma i Ferraresi, che professano, che non debbon fluir colà, gli hanno talor fatti chiudere (…). Ultimamente, fatto da’ nostri il taglio, S.e. Card.e Caraffa Legato di Ferrara impegnò l’armi pubbliche, e vi mandò da circa 200 tra soldati, e birri per chiuderlo, siccome facesi indantemente; scaricando (se pur fu vero) un archibugio contro de’ nostri, ch’erano in custodia del taglio, senza però offesa di alcuno. Chiuso il taglio si fermarono alquanto soldati, e birri a guardare il posto².

    All’iniziativa del Cardinal Caraffa reagisce Venezia inviando a Rovigo un contingente militare³, guidato, con la qualifica di “Commissario straordinario delle truppe di terra e di fiume”, dal Marchese Giuseppe Benedetto Manfredini, coadiuvato dal Colonnello Bubik e da Girolamo Silvestri, incaricato dal Senato “perché versasse sulla materia e somministrasse al suddetto sig. Marchese delle notizie, e de’ lumi, come ben tosto fece; avendo raccolto de’ copiosi monumenti sì da libri a stampa, come da manoscritti affatto decisivi della controversia in favor nostro (…)”⁴.

    Il contrasto proseguì per diversi giorni, senza che si individuasse un punto di accordo, nonostante le due delegazioni avessero deciso di incontrarsi a Fiesso.

    Arrivato a Fiesso il 9 maggio, Manfredini andò a soggiornare nella villa Morosini, Vendramin Calergi (attuale sede municipale), dove due delegazioni composte da esperti di questioni idrauliche, guidate per parte veneta dal Marchese e per parte pontificia dall’avvocato fiorentino Settimio Cedri, Commissario della Camera Apostolica di Ferrara, ebbero diversi colloqui, risoltisi, dopo un mese, in un nulla di fatto, soprattutto per “cattiva volontà” della Santa Sede⁵. Ciononostante, il 27 febbraio 1782 il Marchese presentò a Venezia una relazione di 36 fogli, redatta a Rovigo l’ottobre precedente, dove proponeva un accomodamento.

    Ma la situazione di stallo si interruppe la notte del 14 maggio 1782 allorché il Comune di Fiesso, in maniera del tutto arbitraria, probabilmente su ordine di Venezia, suonate le campane della chiesa a martello, operò quattro tagli sull’argine del Poazzo, facendo scappare le guardie pontificie; il giorno dopo fu riaperto anche il quinto.

    Il 5 giugno successivo 16 ferraresi tentarono nuovamente di richiudere le falle ma, scoperti dai veneziani che fecero suonare le campane a martello per l’ennesima volta, furono scacciati “coll’armi”; i veneti lasciarono delle guardie per qualche giorno a vigilare l’area⁶.

    In tutta la vicenda va evidenziata una strana coincidenza: mentre si verificavano i fatti di Tessarolo, il Pontefice si trovava in visita ufficiale a Venezia, il che avrebbe dovuto comportare quanto meno una sospensione delle azioni di forza. Ma evidentemente non fu così, anzi le tensioni il loco si acuirono per il riaprirsi di un’altra annosa diatriba sempre di carattere idraulico: quella relativa alle acque di Val Precona nello Stato Veneto, che scolavano nel ferrarese Canale Bentivoglio della Bonificazione di Stienta attraverso il Cavo Arienti.

    Il concordato

    L’aggravarsi della situazione conflittuale non poteva a lungo essere ignorata durante le giornate della visita del Pontefice a Venezia. Fu così che, alfine, si decise di trovare un accordo, per il quale si impegnarono in prima persona Papa Pio VI e il doge decidendo di inviare “sulla faccia dei luoghi” due deputati, il cardinale Lazzaro Opizio Pallavicini, Segretario di Stato, per la Santa Sede, e il nobile Andrea Memmo per la Serenissima, con due ingegneri, il veneto capitano Ignazio Avesani e il pontificio Giuseppe Zaffarini, per rilevare le reali necessità delle due parti in causa⁷.

    Dopo la ricognizione, sulla base delle proposte del Manfredini, le delegazioni si trasferirono a Roma, dove, dopo diversi incontri a palazzo Venezia, residenza dell’ambasciatore Zulian, cui succedette Memmo, al quale il doge Moro aveva affidato la risoluzione della questione, lo stesso Memmo e Pallavicini firmarono solennemente, il 24 aprile 1784, il “Concordato circa gli scoli di Tessarolo e Val Precona”⁸.

    L’accordo prevedeva di far defluire le acque dalla Presa Tessarolo in Poazzo a patto di rispettare numerose clausole, tra cui la costruzione di una chiavica regolatrice da farsi secondo i disegni dei due ingegneri all’altezza del terzo taglio veneto detto “la Piacentina”, a due pertiche rodigine di distanza dall’argine sinistro, con due chiavi, una per ogni parte. La porta della chiavica doveva rimanere chiusa quando fosse stata chiusa la chiavica di Raccano che scaricava le acque del Poazzo nel Po, ed aprirsi soltanto quando questa chiavica si sarebbe aperta.

    Per le acque di Val Precona la questione fu così risolta: “s’introduchino in avvenire nei Canali della Bonificazione di Stienta (…) solo fino a che il Canal Bianco, in cui quelle andar dovrebbero, come già una volta andavano, venga restituito alla sua antica attività per riceverle”. Per questa operazione si sarebbe dovuta costruire a spese degli interessati di Val Precona una chiavica regolatrice dello scolo sul Cavo Arienti, da collocarsi nel punto di unione dei due arginelli ferraresi, con due serrature, una per parte, da demolirsi quando le acque della valle fossero tornate a scorrere in Canalbianco; in caso di pericolo di inondazione, con apertura della Chiavica di Occhiobello, le chiaviche sarebbero state chiuse, con diritto da parte dei proprietari e dei fittavoli dell’una e dell’altra parte, di eseguire sui propri argini le operazioni necessarie per salvare i terreni dalle acque, clausola dichiarata valida, sempre all’interno dei rispettivi confini, anche per Tessarolo⁹.

    Risolto il problema delle acque, rimaneva sospesa la questione della delimitazione precisa dei confini, tema delicato in una fase che si rivelerà essere fatale per la Serenissima: il Concordato afferma sbrigativamente che “piacque ad ambedue li Principi di prescindere affatto dal merito principale della Disputa (…)”.

    I lavori previsti nel Concordato, a spese dei possidenti locali, alla fine del 1784 erano già compiuti, come risulta dalla visita di Zaffarini e Avesani a Fiesso il 20 ottobre: al termine del proprio mandato, nella relazione conclusiva al doge, scrive il podestà di Rovigo Giovan Battista Poli

    Alla unificazione del consorzio assentito da vostra Serenità di tutti li componenti di Tessarolo mi applicai coll’assistenza del nob. Proveditor ai Confini marchese Giuseppe Manfredini, che tanto lungamente e con merito versò negli affari stessi alla configurazioni di alcune regole che furono dalle Ecc. VV. avvalorate¹⁰.

    Le disposizioni concordatarie, insieme ad altre sulla gestione delle acque della zona (l’aggravio del terratico anche per i terreni prativi e pascolari e l’impiego di truppe per la sorveglianza sugli argini), furono quindi confermate nella “Costituzione Idraulica” emanata l’anno successivo (1785) dal cardinale Francesco Carafa, Legato Pontificio.

    Undici anni dopo, l’invasione napoleonica avrebbe posto fine al dominio veneziano, chiudendo la lunga fase dell’Antico Regime e avviando una nuova epoca storica, segnata dall’avanzare della classe borghese a scapito della nobiltà protagonista indiscussa, fino a quel momento, nelle operazioni di risanamento del territorio polesano.

    L’assetto idraulico concordato tra veneziani e pontifici verrà quindi rivisto con le successive dominazioni austriaca e francese, con la nascita dei primi grandi Consorzi Idraulici di Bonifica.

  • Nel chiostro degli Olivetani

    Nel chiostro degli Olivetani

    Attenzione! Chi a Rovigo si porta presso l’ex monastero di S. Bortolo e si accinge a superare la porta di accesso al chiostro che fu degli Olivetani, si accerti di avere l’anima sgombra da pensieri non confacenti al pio luogo, altrimenti potrebbe divenire vittima dell’anatema codificato nel XIV secolo da papa Gregorio XI, come documenta la foto qui pubblicata.

    La minaccia è contenuta nella lapide – sovrastata dal simbolo olivetano delle tre colline – infissa proprio sopra il portale centinato dell’ingresso, a destra della chiesa dedicata a S. Bartolomeo.

    Varcata la soglia, ci si trova nel bel chiostro rinascimentale che si ipotizza realizzato dall’architetto ferrarese Biagio Rossetti chiamato a Rovigo nel 1474 dal cardinale Bartolomeo Roverella, innanzitutto per erigere il proprio maestoso palazzo sulla piazza centrale del capoluogo polesano che oggi accoglie la Pinacoteca dell’Accademia dei Concordi.

    Poiché si deve allo stesso cardinale l’arrivo degli Olivetani a Rovigo (grazie all’intervento del fratello Nicolò, abate generale di Monte Oliveto) è probabile che lo stesso architetto abbia presieduto ai lavori di restauro ed ampliamento del complesso monacale, che precedentemente aveva ospitato la congregazione degli Umiliati¹.

    Oltrepassata dunque la porta, l’attenzione si sposta sulla parete sinistra del chiostro, ove è collocato un busto, opera dello scultore Virgilio Milani. Il volto pacioso del personaggio effigiato sembra voler tranquillizzare dalle minacce dell’anatema papale, porgendo un sereno benvenuto all’ospite.

    Vi è raffigurato Giacomo Giro, facoltoso ed illuminato personaggio rodigino, distintosi nel corso del XIX secolo per iniziative umanitarie, utili sotto il profilo sociale e civile. La collocazione del busto vuole ricordare come Giacomo Giro, nel 1844, avesse messo a disposizione della collettività l’immobile dell’ex convento, a suo tempo acquistato dal nonno dopo la chiusura decretata dalle leggi napoleoniche. L’obiettivo fu quello di dare una destinazione più decorosa agli ospiti della Casa di Riposo, precedentemente alloggiati nei locali molto meno salubri dell’ex convento dei Cappuccini, ubicato presso la chiesetta di S. Michele, in locali ove successivamente fu eretto l’Istituto Magistrale C. Roccati².

    La nuova destinazione del complesso ex olivetano caratterizzerà lo stabile per molti anni, fino al 1978, quando, nel terreno retrostante all’ex convento, si ultimò la costruzione di nuovi edifici più rispondenti ad esigenze degli ospiti. A cura dell’IRAS (Istituti Riuniti di Assistenza Sociale) si provvide infatti alla realizzazione di immobili di nuova concezione che inizialmente furono adibiti non solo a Casa di Riposo per gli anziani, ma anche a Convitto Maschile e Femminile per i giovani. Ultima evoluzione questa di antiche istituzioni secentesche nate a protezione degli Orfani e delle Orfane (allora chiamate Zitelle)³. Anche queste due ultime istituzioni assistenziali a fine Ottocento avevano trovato alloggio nel complesso olivetano, in un’ala contigua a quella destinata agli anziani.

    Liberati dunque gli antichi locali, al primo piano veniva approntato il Museo di Rovigo, che (dopo l’intervento di restauro dell’immobile e la nuova sistemazione del materiale giacente) ha preso il nome di Museo dei Grandi Fiumi.

    Le antiche istituzioni di assistenza

    Nell’ex complesso olivetano permane comunque ancora qualche traccia visibile del lungo periodo in cui si praticò l’assistenza ai meno abbienti, ben prima della donazione fatta da Giacomo Giro.

    Sempre nel chiostro, sull’architrave di una porta sulla destra si legge tuttora: PAVPERIBVS PATENS, ovvero luogo aperto ai poveri, dato che qui, al tempo in cui era attivo il convento olivetano, venivano dispensati alimenti ai più indigenti.

    E’ inoltre rintracciabile in loco, all’interno della chiesa di S. Bartolomeo, anche un’altra eloquente traccia di un’istituzione assistenziale molto importante del passato, quale fu il Lazzaretto. Si tratta della pregevole pala d’altare La Madonna con il Bambino e i Santi Rocco, Sebastiano e Bellino, opera del veneziano Giovanni Bambini, datata 1724. La tela, che adornava l’altare maggiore della chiesa del Lazzaretto – ubicato nei pressi del convento olivetano, in riva all’Adigetto – giunse nel complesso di S. Bortolo nella seconda metà dell’Ottocento quando, successivamente alla donazione di Giacomo Giro, qui furono accorpate tutte le istituzioni caritatevoli rodigine o i beni di esse residui.

    Il Lazzaretto era sorto nei primi anni del XVI secolo per iniziativa del canonico Francesco Pilon che aveva destinato le proprie sostanze all’ospedale per appestati, dedicandolo ai santi Rocco e Sebastiano⁴. E i due santi, sovrastati dalla Madonna col Bambino, sono raffigurati, assieme al patrono della diocesi S. Bellino, nel quadro di Giovanni Bambini oggi ammirabile nella cappella dedicata a San Gregorio Magno.

    La tappa successiva è nel secondo chiostro del complesso Olivetano, dove è collocato il lapidarium del Museo dei Grandi Fiumi. Tra le varie lapidi cerchiamo a lungo, ma senza esito, quella affissa nel 1552 sulla facciata della chiesa del Lazzaretto e recante l’iscrizione in memoria del benefattore don Francesco Pilon. Da ulteriori indagini veniamo a conoscenza che il marmo, o meglio il frammento esistente (all’incirca la metà dell’originale) non trova collocazione nel luogo più consono.

    Apprendiamo che la storica lapide, vista e riprodotta in disegno nel XVIII secolo da Marco Antonio Campagnella, era andata smarrita e che una parte di essa è stata recentemente rinvenuta da Enrico Maragno, presidente del G.A.V., presso un privato che ne detiene il possesso⁵.

    Nasce spontanea una considerazione: se Andrea Pilon, citato nella ritrovata lapide, nel Cinquecento donò alla collettività il Lazzaretto e Giacomo Giro nell’Ottocento donò l’intero complesso Olivetano, non sarebbe da attendersi che nel Ventunesimo secolo il possessore della lapide ne facesse dono al Museo perché la esponesse, con risalto, tra le patrie memorie?

    Troverebbe finalmente collocazione proprio nel complesso olivetano, che tanto a lungo è stato destinato ad accogliere le storiche istituzioni assistenziali di Rovigo⁶.

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