Strene de vegne longhe e ben tirà coi cai che se destira sui morari, cai longhi, driti, sani e ben folà de graspi d’ua. Strene di pirari vecioni più del cuco, grandi storti, carghi de fruti che le rame squasi se scavezza dal peso e che i me morti nel’Otocento gà piantà…
Così, nella poesia “Polesine”, Livio Rizzi, a metà del secolo scorso, descriveva la campagna polesana, una pianura resa ordinata e produttiva grazie al consapevole e paziente intervento dell’uomo, in grado di dar vita ad un ambiente rurale caratterizzato dalla presenza di varie piante, alcune delle quali messe a dimora nel secolo precedente.
Uno scenario questo rapidamente mutato nell’arco di pochi decenni dominati da un’impetuosa trasformazione, la quale ha scompaginato modelli di vita, di relazioni e di economia che erano rimasti sostanzialmente immutati, o quasi, da secoli.
Chi nel fluire del tempo naviga sugli
“anta” non ha difficoltà a definire la trasformazione come “epocale”. La ventata “progressista” ha infatti investito tutta la società: nel pensiero, nei costumi, nell’economia, nell’ambiente inteso come “lo spazio circostante considerato con tutte o con la maggior parte delle sue caratteristiche”.
Quest’ultimo aspetto è quello forse più eclatante, almeno dal punto di vista visivo, perché vivibile nel quotidiano e nelle relazioni che con esso intratteniamo.
Per renderci conto della portata delle alterazioni ambientali basta soffermare l’attenzione sullo sviluppo urbanistico delle nostre città o dei paesi su cui, purtroppo, a volte conviene stendere un velo pietoso; o sulla trasformazione delle nostre campagne dove un’ordinata sistemazione idraulico-agraria, che esprimeva in diverse forme un particolare disegno funzionale, è stata sacrificata sull’altare dell’economia di scala, della rarefazione della manodopera e del conseguente, irruente, arrivo della meccanizzazione.
L’attenta sistemazione del suolo era la risposta del contado a precise situazioni, quali la natura fisica del terreno, la sua giacitura, e pendenza. I campi, redenti dalla palude con i possenti (per quei tempi), lavori di bonifica, fiorivano al sole con diversi tipi di sistemazione dovuti alle locali situazioni corografiche, con le baulature longitudinali o trasversali, le ordinate file di scoline, capezzagne, capifosso, le alberate e le piantate e così via. Il tutto in un equilibrio perfetto tra le esigenze richieste dal processo produttivo e l’ambiente nel suo complesso, retaggio di sapienti osservazioni delle generazioni passate.
Le scoline dividevano gli appezzamenti nelle sistemazioni alla “ferrarese” e le loro ripe ospitavano le alberate; nelle sistemazioni a gavini, o alla “padovana”, erano le alberate a divederli.
I confini aziendali spesso erano delimitati anche da file di platani “a scalmana”, piante capitozzate quasi a livello terra che davano origine, dal ceppo, a diversi rami. Anche le siepi, o “passage”, contornavano i confini aziendali o le prospicienti stradali e delimitavano la corte, l’orto o il “brolo” e così via.
La flora, che costituiva le alberate, le piantate e le siepi, era prevalentemente autoctona. Le Salicacee rappresentavano le specie più numerose, come i salici da legno, quelli “piangenti”, quelli da vimini; i pioppi con le sottospecie: il bianco con diversi cloni, il nero, il maestoso cipressino, il tremulo.
A questa Famiglia se ne affiancavano altre, come le Ulmacee, rappresentate dall’olmo campestre; le Aceracee, rappresentate dall’acero o oppio; le Leguminose, con la pseudoacacia, quale la robinia, importata dall’America Nord-Orientale ai primi del ‘600; le Moracee con i gelsi, i famosi “morari” dai frutti-more bianchi e neri le cui foglie servivano all’alimentazione dei filugelli, ovvero dei bachi da seta, alias i “cavalieri”; qualche Betullacea, come l’ontano; e poi i noci, i ciliegi, i pruni, con i famosi e gustosi “amoli”, innocente tentazione dei ragazzi; platani, con le due specie importate: dai Balcani, il tipo orientale e dall’America quello occidentale; i bagolari, i frassini, la quercia rovere e roverella, residuo della primitiva selva fetontea e così via.
Gli alberi, nella loro varietà costituivano dunque per la campagna un elemento di ricchezza concreta ed anche estetica. Ed il legno, ricavato dal governo delle varie specie, serviva a precise utilizzazioni: dai pali tutori per le viti ottenuti dalle “pertiche” di tre anni dei salici bianchi, alle “stroppe” dei gialli, ovvero i legacci per fissarle, con i tralci, ai tutori; dalle tavole ottenute dai pioppi per costruire rustici, al legno pregiato dei noci per mobili, attrezzi, carri, manici, scale, mastelli, botti e quant’altro dalle altre specie.
Il tutto era “fatto in casa”, prodotto dalle mani di bravissimi artigiani: falegnami o “marangoni”, bottai, mastellai e carradori. Ora la plastica e la meccanizzazione hanno spazzato via tutto quel mondo fatto di cose naturali, di una sapienza antica e di una abilità manuale che sconfinava nell’arte.
Le stagioni filano via veloci, ora come allora, con la differenza del diverso approccio che le attuali generazioni imprenditoriali devono riservare alla terra. Le nuove regole economiche hanno imposto una notevole rivisitazione di quella “geografia” rurale che non concilia più le esigenze operative moderne. Il silenzio e i profumi della Natura sono contrastati dall’imperante, quanto insostituibile, tecnologia.
Ma non tutto è perduto. Lentamente ma, direi, inesorabilmente sta facendosi avanti una nuova coscienza ambientalista, scevra da contenuti retorici o, peggio, ideologici che trova le istituzioni, a partire dall’Ue, sensibili nell’indirizzare, con gli strumenti giuridici ed economici, i processi produttivi verso forme più ecocompatibili. L’Ue, “a sostegno dello sviluppo rurale” – Reg. 1698/05 – prevede quattro “assi” d’intervento, tre dei quali sono indirizzati a sostenere la valorizzazione dell’ambiente.
Recentemente la Regione Veneto ha finanziato due progetti per rimboschimenti di pianura che si aggiungono a precedenti interventi. Il Parco del Delta del Po ne usufruirà per bonificare le dune fossili di Grillara e rimboscare il Giardino Botanico litoraneo di Porto Caleri.
Forse Livio Rizzi, il poeta floricoltore polesano, cantore nostalgico di un mondo che non c’è più, potrebbe trovare una nuova ispirazione per declamare ancora la nostra Terra. Chissà.
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Come citare questo articolo
Orazio Cappellari. “Gli alberi nelle campagne”. Ventaglio Novanta, n. 33, 2006. https://ventaglionovanta.it/archivio/gli-alberi-nelle-campagne/