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STORIA - TRADIZIONI

Quando Ariano si diede a Venezia

Le vicende della guerra del Castro e la figura di Alvise Tiepolo

di Aldo Tumiatti

Ventaglio Novanta n. 32 2006 pp. 50–55

La Guerra del Castro

Tutto iniziò nel 1641 con l’occupazione del ducato di Castro e Ronciglione (Viterbo), dominio personale del duca di Parma Odoardo Farnese, da parte di Urbano VIII Barberini. Scattò il sistema di alleanze che videro Venezia affiancarsi al duca di Parma, assieme al Granducato di Toscana e al duca di Modena, tutti per vari motivi opposti al Papa.

La guerra aperta sfocia verso la fine di maggio 1643. L’iniziativa viene presa dalle truppe veneziane che varcano la linea di confine della Transpadana ferrarese, espugnando i forti di Ponte Lagoscuro, Ficarolo, Melara ed impadronendosi delle riviere dal Po fino al mare, “terre e villaggi copiosi di abitanti e grazie del Signor Dio”. Molte famiglie di Crespino e di Ariano, atterrite dalla furia delle soldatesche in conflitto, fuggono cercando rifugio ad Adria.

Il 3 giugno una flotta veneziana, al comando di Nicolò Dolfin, assale e mette in fuga il presidio papalino posto all’imboccatura del Po di Volano. La torre e l’osteria sono date alle fiamme. Reparti di cavalleria di stanza ad Adria e a Polesella, attuando un piano preordinato, prendono simultaneamente possesso di Crespino, Papozze e Corbola.

Non è finita, il 5 giugno i veneziani, rinforzati da truppe pervenute via mare, muovono dal forte della Donzella, assaltano e conquistano il fortilizio delle Bocchette, ultimo presidio nemico rimasto nel basso Po, quindi incendiano le torri dell’Abbate e di Goro, per puntare verso Ariano, territorio pontificio.

E’ noto che il territorio di Ariano Polesine, assieme a quello della Traspadana Ferrarese, venne accorpato al Veneto durante il Congresso di Vienna, assise internazionale degli Stati che sconfissero Napoleone, che fra le altre decisioni sancì il dominio dell’Austria sul Lombardo-Veneto.

Ma ben pochi sanno che, oltre un secolo e mezzo prima, nel 1643, la comunità di Ariano si consegnò spontaneamente alla Serenissima, durante quella che fu chiamata la guerra del Castro o dei Barberini, iniziata nel Lazio ed estesasi alla zona padana.

All’altezza di San Basilio le barche armate della Repubblica Veneta si fermano per una sosta, ed è qui che avviene uno storico incontro tra i responsabili militari della Serenissima e i rappresentanti della comunità di Ariano: i maggiorenti della comunità civile, l’arciprete della parrocchia di Ariano don Giovanni Tabarini ed i frati minori Francescani riformati (padri zoccolanti) incontrano il provveditore Nicolò Dolfin, alla cui cui carità raccomandano il rispetto delle donne e dei beni.

Il 9 giugno, dopo che i maggiorenti della comunità hanno dichiarato la loro ferma volontà di darsi in dedizione alla Serenissima, Nicolò Dolfin entra nel paese, accolto “con grandissima consolazione dal popolo”.

Nel descrivere l’occupazione di Ariano Girolamo Brusoni (Istoria d’Italia dal 1628 al 1676, libro XI, pubblicato a Venezia nel 1676) mette in luce il comprensibile timore ma anche i sentimenti di delusione e di scarsa affezione verso l’amministrazione pontificia che spingono gli abitanti a una drammatica scelta di campo.

Essi…spaventati dai successi dei veneziani ma “disgustati per altro da’ ministri de’ Barberini, scacciata prima da quel luogo una compagnia di cavalli ecclesiastici, spedirono occulti avvisi e messaggi al Dolfin, perché passando velocemente in quella parte prevenisse l’arrivo di quelle genti (le milizie dei Barberini), che già s’udiva essere inviate da Ferrara ad assicurarsi di quelle terre. Il che fatto, e impadronitosene anticipatamente il Dolfin, vi piantò la sedia del suo Governo, e fortificatolo alla moderna, e ruinati i ponti di quei contorni…diedesi a scorrere il paese all’intorno, con tanto spavento e danno de’ popoli, che tutti si ritiravano a Ferrara e nei luoghi forti, non vi ristando più sicurezza alla campagna”.

Per garantire la sicurezza del posto fortificato di Ariano e dei collegamenti col mare lungo il Po di Goro, il provveditore ordina a quattro squadroni composti da milizie indigene territoriali e da cappelletti, di assalire e distruggere durante la notte del 3 luglio Codigoro, cittadina sul Po di Volano già assediata dal Dolfin, ma non espugnata per la fiera resistenza opposta da quegli intrepidi terrazzani.

Alle ore sei del mattino gli assalitori hanno la meglio. Codigoro “nel termine di due ore fu saccheggiata, et brusata, salvo le Chiese, e le persone”. I morti da ambo le parti furono 102. Vano il tentativo di soccorso di Federigo De Conti, sopraggiunto con alcune compagnie: la mancanza di munizioni lo costrinse alla fuga, lasciando “in preda al fuoco appiccatovi dai nemici” le abitazioni della cittadina. Per prevenire qualsiasi tentativo di contrattacco da Codigoro, il 18 luglio i veneziani tagliano l’argine destro del Po di Ariano e le acque inondano terre e valli circostanti.

Alvise Tiepolo provveditore generale

Ad Ariano, divenuta dopo la dedizione alla Serenissima il punto nevralgico delle azioni veneziane contro le milizie pontificie, giunge frattanto Alvise Tiepolo, destinato ad assumere un ruolo via via più importante nella gestione della situazione militare.

Trascurando di proposito episodi e fatti accaduti nel più vasto teatro della guerra, che con vari sanguinosi scontri interessò anche i territori dell’Emilia, della Toscana e dell’Umbria, vediamo cosa avvenne dal punto di vista militare nel quartiere di Ariano attraverso i dispacci inviati a Venezia da Alvise Tiepolo, sovraintendente della Serenissima che il 18 Ottobre sarà raggiunto dalla nomina a provveditore generale al Polesine.

Va innanzitutto detto che Alvise Tiepolo, sessant’anni, appartiene a una nobile famiglia che ha pagato un tributo altissimo alla Repubblica Veneta: ben cinque fratelli hanno perso la vita per servire la Patria. Pur tormentato dai sintomi del male che in breve volgere di tempo lo condurrà a morte, esegue il mandato affidatogli scrupolosamente e senza risparmio di energie, spostandosi continuamente lungo le rive del Po e nei luoghi adiacenti: Canda, Guarda, Polesella, Fiesso, Paolino, Pincara, Trecenta, Ficarolo, Melara, dai quali invia dettagliati rapporti sulla situazione logistica, organizzativa e sul livello di efficienza dei soldati.

Il primo ottobre 1643 raggiunge Ariano, posto di notevole importanza strategica, presidiato da milizie di diverse nazionalità, ma prive di un ufficiale superiore in possesso dei requisiti necessari. Le forze dislocate nel territorio assommano a 1903 fanti, di cui solo 1.100 effettivi e 91 cavalieri, di cui 80 atti al combattimento. Troppi uomini sono inutilizzabili, malati o impegnati in altri compiti. Ogni giorno, o per la stagione stravagante o perché si dorme in terra su pagliericci esposti agli effetti perniciosi dell’umidità, qualcuno si ammala. Urge l’invio di cento paia di cavalletti di legno per gli infermi ricoverati nell’Hospitale.

Le munizioni scarseggiano: oltre alle balle da moschettone da cavalletto, occorrono miccia e balle da moschetto ordinario “non trovandosene di queste munitioni, che tre sole cassette, dovendo servire per tutti i Posti, e barche armate”. E mentre si appresta ad inviare al generale Giustinian quattro barche cariche di soldati, sottolinea che il lungo tragitto di risalita lungo il Po in stato di magra le esporrà al tiro dei pontifici appostati sull’argine di fronte a Crespino, Guarda e Polesella, e che le altre rimaste all’ancora si trovano “in gran debolezza in riguardo delli molti ammalati”.

Piccoli drappelli di papalini assaggiano frattanto la consistenza delle postazioni difensive. All’alba del 6 ottobre una ventina di cavalieri, approfittando della fitta nebbia, si avvicinano alla punta di Santa Maria: accolti a moschettate, si ritirano. Lo stesso accade la notte seguente a Monticelli.

Si rammarica il Tiepolo di non esser potuto intervenire personalmente a dirigere le operazioni sul campo “per l’età, per l’intemperie dell’aere, ch’ha già cagionato flussione grande di catarro, et per altre indispositioni”. Insiste quindi nella richiesta: un capo idoneo al più presto, provvisioni di “balle di moschetto da cavalletto e ordinarie”, stoppino, cento cavalletti e coperte di lana grezza per i ricoverati nell’ospedale da campo.

Informato che una barca nemica “è venuta ad osservare le bocche di questa marina”, Alvise Tiepolo raggiunge a cavallo il lontano forte delle Bocchette: due barche nemiche erano apparse nei pressi delle bocche Bagliona, Donzella, Donzellina “colà scandagliando, et osservando ben bene, dopo di che ridotte in Sacca di Goro, dimoratevi circa mezz’hora” col favore del vento avevano ripreso il cammino verso il porto di Ravenna.

Due giorni dopo il responsabile del posto di guardia alla punta di Santa Maria riferisce: un forte nerbo di cavalleria si aggira tra Coccanile e Piumaro, sulle rive del Po, di fronte a Crespino.

Gli esploratori subito inviati nel paese nemico confermano che in quei luoghi e a Guarda Ferrarese si trovano “trecento cavalli con Infanteria” il cui obiettivo potrebbe consistere nel “tentar il passo verso Crespino” o nel controllo dell’argine per impedire “qualche taglio, che si potrebbe far nel Pò adosso il loro stato”.

Il generale Giustinian si preparava a muovere un’azione di disturbo alle armi Barberine profittando della stagione propizia: oltre alle barche armate già in viaggio verso Polesella, ne chiede altre quattro, in modo da radunare forze sufficienti per incunearsi nel territorio nemico risalendo il fiume.

Tiepolo seleziona duecento fanti da trasportare su quattro barche armate rinforzate. Restano settanta soldati di cavalleria atti al combattimento, mentre la fanteria – detratti gli imbarcati e i molti oppressi e afflitti da malattie – è impegnata alla difesa dei posti e dei passi più importanti. Proprio allora giunge notizia che il Senato veneziano ha nominato il capo a lungo atteso delle milizie acquartierate in Ariano.

Tiepolo riceve in piena notte l’ordine “di far avanzare le barche armate, et i duecento fanti et d’incamminarsi poi all’obbedienza sua per ricever gli ordini”.

All’alba del 16 ottobre, benché sofferente per i postumi della “febre con affanni, vomito, et doglia di testa”, si prepara a raggiungere il generale per mettersi a sua disposizione. Il piano inizialmente elaborato consisteva nell’attraversare il Po a Polesella “con grossa fanteria, et cavalleria” in modo da attirare il nemico lontano dal punto nel quale si intendeva attaccarlo. Contemporaneamente le milizie provenienti da Ariano avrebbero potuto dare all’arma verso Copparo e Cologna operando una diversione per subito ripiegare, non potendosi lasciare il posto sguarnito.

Alvise Tiepolo, Marco Giustinian ed altri ufficiali convenuti a Polesella mettono a punto il piano dell’operazione.

Centocinquanta soldati a cavallo, varcato il Po, risaliranno verso Ficarolo, con ordine di inoltrarsi nel paese, invaderlo e, “ove fosse stimar proprio, facendolo tutto dar all’Arma”. In caso di pericolo era previsto un ordinato ritiro a Finale di Modena, in territorio alleato.

Alle sei della sera, ritenendo tutto sotto controllo, Alvise Tiepolo sale in carrozza per ritornare ad Ariano. Due ore dopo attraversa Polesella. Si fa frattanto insistente la voce che “i Papalini possino tentar il passo verso Crespino”: converrà per prudenza lasciar partire due delle quattro barche verso Papozze per un pronto intervento e tenere all’erta le altre due alla punta, “per accorrere in ogni caso, ove chiamasse il bisogno”.

Il persistere della febbre rende durissimo il ritorno. Nel percorrere l’argine del Po nel distretto di Crespino, Tiepolo ha modo di toccare con mano la scarsa efficienza del servizio di vigilanza, non per mancanza di soldati, “ma per errori e confusioni”. Il comandante responsabile viene ammonito, rimosso e sostituito.

Avendo saputo “da persona spedita nel paese inimico, che gli Ecclesiastici con Cavalleria e fanteria battono le strade”, spedisce due barche armate a rafforzare i posti di Papozze e Crespino, raggiunge la punta di Santa Maria. La barca del capitano Toich è inservibile, altre corrono il rischio di rimanere bloccate nell’acqua bassa: subito le fa trasferire oltre la punta in modo che possano rapidamente salpare.

Ben cinque suoi stretti collaboratori sono ammalati: cinque in una sol fiata. L’indomani andranno a Rovigo per tentare di riaversi, sperando “nella muttation dell’aria, e nella qualità migliore de medicamenti”.

Da Venezia giungono frattanto ordini perentori: intensificare la vigilanza costiera inviando barche armate con gli effettivi rinforzati e assalire le imbarcazioni nemiche in avvicinamento. Tiepolo si propone, se il male gli permetterà di reggersi in piedi, di recarsi sul luogo per impartire gli ordini con cognizione di causa.

Il doge, evidentemente soddisfatto dell’operato del Tiepolo, il 18 ottobre gli conferisce la carica di provveditore in campo, dalla quale l’indomito servitore della Serenissima gradirebbe essere dispensato a causa dell’età e delle indisposizioni, ma che accetta per l’alto senso del dovere e lo spirito di sacrificio verso la Patria.

Circa ottocento fanti papalini si trovano sul territorio rodigino. Altri tremila e un corpo di cavalleria costituito in prevalenza da dragoni sono invece sparsi “per quei contorni in dirimpeto la Polesella, et altra pocca più al basso verso Crespino”.

Il 20 ottobre, alleggerito dal male mercé del Signor Dio, ispeziona i forti delle Bocchette e della Donzella. Un capo delle cernide di Loreo sorveglia il posto con pochi soldati e per di più “senza pur una caricatura di polvere da sparo, e balle”: subito lo fa arrestare per punirlo come merita. A causa delle “malattie de soldati e Capitani”, non più di dodici delle 24 barche armate in dotazione risultano effettivamente disponibili a pattugliare la sacca di Goro e la marina, per cui “divise alla custodia di paesi così sparsi, restano impegnate con poco frutto”.

Impedire, come vorrebbe Venezia, il transito sul Po di Primaro alle barchette che trasportano viveri a Ferrara è quasi impossibile: non conviene tenere le barche troppo distanti dalla base poiché “rimarìano prede dell’inimico, sparso lungo le marine” e se assalite in una sacca o in una bocca ristretta, pagherebbero duramente il trovarsi in una posizione sfavorevole. Muoversi lungo la costa, tenere conto di quello che i luoghi effettivamente consentono, evitare rischi inutili: questa è la linea strategica da seguire.

Il podestà di Adria chiede al Tiepolo se non sia il caso di sbarcare nella sponda opposta di Crespino. Ma il neo provveditore in campo risponde che un’efficace azione militare richiede la vicinanza dei siti da colpire, una stagione favorevole al rapido spostamento e forze sufficienti. Al momento gli ordini sono: tenere gli occhi bene aperti, pronti a rispondere ad ogni tentativo di attacco.

Il 22 ottobre verso Polesella avvenne uno scontro breve e inatteso. Gli ecclesiastici volevano recuperare un mulino staccatosi dall’argine a Ponte Lagoscuro, trascinato dalla corrente fino a Guarda, “sendoci sopra certa quantità di farina”. Scrive il Tiepolo: “Il colonnello Carrara, gentil’ huomo di Rovigo destinato da me a quel posto, espedì alcuni soldati Albanesi per trattenerlo, ma parendogli, che temessero la forza dell’inimico, che su l’argine s’era ridotto poderoso assai, se n’astennero. Il colonnello stesso, con alcuni de suoi, coraggioso passò di là per fermarlo; ma perché la machina franta dall’impeto dell’aqua s’era divisa (il mulino si era spezzato in due per l’impeto della corrente), inseguì l’inimico medesimo et lo fugò ammazzando un soldato di cernida, facendo preggione un dragone, e levandogli due cavalli”.

Il prigioniero rivela la dislocazione delle forze pontificie: quattro compagnie di dragoni alla Zocca, una di cavalleggeri a Copparo “con qualche numero d’Infanteria pagata”. Il resto della riviera era sorvegliato e difeso dalla popolazione civile.

Nonostante l’indisposizione che lo attanaglia, l’attività del Tiepolo è frenetica. Decide di costituire una sola efficiente compagnia di cento fanti di nazionalità italiana delle quattro male in arnese acquartierate in Ariano e ne affida il comando al capitano Giovanni Paolo Ricardi, che pareva dimostrare sufficiente abilità e attitudine guerresca.

Nello stesso giorno consegna dieci mila ducati al provveditore Dolfin per il soldo alle milizie. E’ il 28 ottobre. Le condizioni di salute del Tiepolo non sono buone. L’indomani parte in carrozza per Rovigo. Durante il viaggio lo colpisce “un nuovo parossismo gagliardo”. Giunto a destinazione deve immediatamente “ridursi a letto”, ospite del podestà Pietro Morosini. Durante la notte le condizioni peggiorano. Diagnosi dei medici: febbre doppia terzana continua. Nonostante tutto dichiara di sentire “maggiore l’afflitione d’animo di quelle del corpo per vedermi impedito la strada alla puntual essecutione de’ comandi della Serenità Vostra, come sempre ho fatto, se il Signor Dio mi darà qualche poco di respiro, mi portarò in Campo e dove più mi sarà comandato”.

Epilogo

Alvise Tiepolo riprenderà servizio a Trecenta il 22 gennaio 1644, aiutato dal provveditore in campo Filippo Molin, ed esaurirà le sue ultime energie. Rientrato a Venezia il 20 giugno 1644, morirà nel mese successivo, lasciando i suoi scritti che testimoniano un esempio di encomiabile dedizione alla patria.

Va detto che frattanto giungeva a conclusione la guerra del Castro, con una pace sottoscritta tra le parti il 31 Marzo 1644 che riportava la situazione al momento antecedente al conflitto. Una guerra quanto mai inutile quindi, che vide il Polesine depauperato per essere stato a lungo teatro di scontri armati e costretto a provvedere al sostegno delle soldatesche acquartierate in vari centri rivieraschi lungo il Po.

Ariano, unico paese rivierasco che, essendosi dato a Venezia, non subì distruzioni di sorta, per ringraziare la Madonna dello scampato pericolo, eresse tra il 1643 e il 1644 un altare dorato. L’opera fa tuttora bella mostra di sé nella chiesa arcipetrale, originale testimonianza presente in Polesine della infausta guerra del Castro.

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Come citare questo articolo

Aldo Tumiatti. “Quando Ariano si diede a Venezia”. Ventaglio Novanta, n. 32, 2006. https://ventaglionovanta.it/archivio/quando-ariano-si-diede-a-venezia/

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