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POESIA

La canzone che vibra

poesie di Franco Callegaro

di Franco Callegaro

Ventaglio Novanta n. 32 2006 pp. 119–122

UN FUTURO TREMENDO ?

Un ruscello discese dal monte, salutando le cime d’intorno, iniziava, con grande emozione, quel suo viaggio, ch’è senza ritorno.

Giunto a valle capì, con dolore, di trovarsi in un mondo diverso; vide torri, ansimanti di fumo, che offuscavano il cielo più terso.

Le sue acque, fluenti e pulite, furon presto sporcate da schiume e qualcuno, con vile sarcasmo, da quel dì, lo chiamò grande fiume.

“Mare immenso, ti porto veleni, non ho più la mia acqua di fonte, m’han rubato quel grande tesoro che avevo lasciando quel monte.”

Ed il mare rispose intristito: “Anche a me fanno spesso del male, petroliere dal fragile ventre, fanno amaro persino il mio sale.

Ma non sanno, gli stolti assassini, quanto danno si stanno facendo, noi moriamo cosi… lentamente, ma ci aspetta un futuro tremendo.”

ADRIA

Il canale s’insinua elegante, fra le case, vestite di fiori e i lampioni che accende la sera, sono lune per teneri amori.

Lungo il corso, lucenti vetrine fan l’occhietto al passeggio serale, fra un discorso ed un bicchierino, si è sul ponte che solca il canale.

Lì la vista è davvero stupenda, lì ti accorgi di quanto sia bella, lì si fermano cuori rapiti ad eleggere, in cielo, una stella.

Son lontani quei giorni del tempo, quando Adria fu porto famoso, quando il faro accendeva le onde di quel mare tranquillo e pescoso.

A quel mare ha lasciato il suo nome e un messaggio da dare alla gente: “Il passante che ad Adria si ferma, troverà sempre un posto accogliente”.

LA FISARMONICA

La canzone che vibra nell’aria, vuole entrare fra mura difese, quelle note non hanno spartito, ma soltanto due mani protese.

Forse è stato un artista mancato, uno che non ha avuto fortuna, uno che rimaneva, per ore, a guardare un chiarore di luna.

Da quei tasti, ingialliti dal tempo, ogni tanto una nota stonata; colpa lieve in un mondo che compie, ogni giorno una strage insensata.

Mentre suona, qualcuno gli porge qualche soldo nel piatto d’argento; s’è un bambino, ci tiene a mostrargli, che quel gesto l’ha fatto contento.

Non c’è molto, nel piccolo piatto, ma qualcosa è meglio di niente, oggigiorno è dura la lotta, per far breccia nel cuor della gente.

Sta calando pian piano la sera dà un occhiata ai pochi denari; anche oggi un giorno è passato, non è stato di quelli più amari.

RIMORSI

Salutavi, alzando la mano, il sorriso sfidava la morte, ti muovevi fra bombe e macerie, ignoravi chi era il più forte.

T’han mostrato per televisione, mi facevi una gran tenerezza; l’obiettivo rubava al tuo cuore, l’infantile ed intatta dolcezza.

Quel sorriso innocente del volto, quello sguardo più forte del male, ci gridavano, pur nel silenzio, che ammazzare la gente non vale.

Eri lì, indifeso, stordito, ma valevi più d’ogni discorso, mentre stavo a guardarti, sentivo, dentro al cuore, un cocente rimorso.

Dai, bambino, fa ancora il saluto, mentre dietro ti scoppia la guerra, perché è questo, e non il cannone, che può dare un futuro alla terra!

CASE ABBANDONATE

Ci son case, lungo il fiume, già da tempo abbandonate, hanno i tetti malandati e le crepe ben marcate.

Io mi sono avvicinato, a una casa abbandonata, m’ha colpito quella porta, consumata e ben sbarrata.

Mi pareva di sentire dei respiri e dei lamenti e dei passi di stivali, sopra i vecchi pavimenti.

Mi pareva di sentire il vagito d’un bambino, i sospiri dell’amore le grida al dio destino.

Tante gioie ed emozioni, tante pene sopportate, chi ha sbarrato quelle porte, le voleva imprigionate.

Ora so che in quelle case, sta rinchiusa la lor la vita, è passato tanto tempo, ma ancor non è fuggita.

SOLITUDINE

C’è disordine dentro la stanza, sulla foto, un lume mai spento, il sorriso che aveva quel giorno, ancor oggi gli calma il tormento.

Ha raccolto dei fiori di campo e li ha messi nel vaso dorato; lei diceva che, averli per casa, la facevan sentire su un prato.

Ne ha posato qualcuno alla tomba e le ha detto ch’è grande il dolore, che l’inverno è più duro e più freddo, che gli manca il suo dolce tepore.

Dal balcone, che dà sulla strada, spesso osserva quel mondo lontano, vede gente rinchiusa in se stessa, che a fatica si porge la mano.

I figlioli li vede di rado, quasi sempre a Pasqua e Natale, ma gli han detto che questa è la vita, che si tratta di un fatto normale.

Un inutile giorno è passato, ha percorso i consueti sentieri, ma è adesso che cala la sera, che si affollano i tristi pensieri.

Le persiane che scendono lente, sono come un sipario calato; nella scena di quella sua vita, il finale si è gia consumato.

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Come citare questo articolo

Franco Callegaro. “La canzone che vibra”. Ventaglio Novanta, n. 32, 2006. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-canzone-che-vibra/

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