Pubblicità

Archivi: Articoli d’archivio

  • Quinta Stagione

    Quinta Stagione

    IL MISTERO DELLA VITA

    PRIMO PREMIO ANNO 1996

    Non so per qual miracolo tu viva. Il corpo è stanco, sono tanti gli anni, (hai già passato il secolo di vita) sei crisalide d’ossa, rinsecchita. Eppure, dentro, sei rimasta intatta, fresca, leggera. l’animo bambino che sa stupirsi ancora, riscoprendo la meraviglia nuova in ogni cosa.

    Il viver non ti pesa; questa luce e il cielo e il sole e questo nuovo amore ti rinverdiscon e dan nuovo vigore al vecchio cuore, alle tue membra sfatte. Che cosa hai colto lungo il tuo cammino? Ore serene, abissi di dolore ma sempre, sempre hai combattuto e vinto.

    Adesso un nuovo giorno è come un dono, or qui, or là, ti aggrappi con tenacia assaporando l’attimo fugace, gocciole fresche per il tuo ristoro. Ti basta niente ad addolcir le ore L’aroma del caffè, un volto amico, il gelsomino in fior, l’erba Luisa, il piccolino che trottella intorno.

    Racchiudi in te il mistero della vita al par del pronipote appena nato E ancora resti originale, sola, irripetibil parte del Creato come noi tutti, nati ad affrontare il fortunato viaggio, l’avventura. Alla quale Qualcuno ci ha chiamato.

    Nedda Cappello Tasselli – Badia Polesine

    SAN LORENZO

    PRIMO PREMIO POESIA SEZIONE ITALIANO ANNO 1997

    Sopra una zattera aveva doppiato le colonne d’Ercole. Circumnavigava ora, in ebbrezza e traslato sentire, tra galassie infinite. Una notte, una splendida notte d’estate, vide una stella prendere fuoco, cadere. Cumuli di scorie l’ecosistema l’ozono il sole che brucia.

    In quell’attimo, come succede, gli venne di pensare… a Newton e a Leonardo… persi per sempre. Si ritrovò uomo negli occhi nello sguardo di chi lo amava. Capì, mentre bruciava dov’era il Paradiso.

    Boschetti Liliana – Castelmassa

    LA VERA AMICIZIA

    PRIMO PREMIO SEZIONE DIALETTO ANNO 1997

    L’amicizia quèa vera la xe on fiore raro che nasse tel cuore che cresse nel’anima. La xe ‘na man che no’ te vedi pronta a jutarte senza domandarte gnente.

    L’amicizia quèa vera la xe qualcossa de grande che te fa sentire grande; la xe la felicità che te senti drento quando i altri i xe felici.

    L’amicizia quèa vera la xe ‘na parte de ti che te regali ai altri, senza dire: -Te ‘a gò dà mi-

    L’amicizia, quèa vera la xe la fiducia che mai conosce l’onbra del dubio: la xe l’amore dà e ricevù, l’amore vero.

    Bonvento Luciano – Rovigo

    L’ANIMA DOWN

    PRIMO PREMIO ANNO 1998

    Dal lontano infinito l’angelo accompagnò la piccola anima triste e disse: non temere, tornerai ma ora devi andare. Lasciò la sua mano e scese lentamente scese la piccola anima sola.

    Catturata da un attimo d’amore si cullò galleggiando nel grembo di una madre. Una girandola di ombre e suoni la destò alla fine. E fu la vita.

    Ma un silenzio attonito improvviso accolse il suo primo vagito. Pianse la piccola anima sola dagli occhi strani “voglio vivere anch’io”.

    Ancora silenzio. Ma chi sta asciugando ora le tue lacrime? Chi ti tiene ora per mano? Non temere, sono i baci teneri di una madre, l’abbraccio sicuro dell’amore. Sorride, l’anima bella, ha trovato il suo angelo.

    Munaro Mara – Bologna

    ORCHIDEE SMAGLIANTI

    PRIMO PREMIO ANNO 1999

    Scrigno d’affetti porto sicuro nelle tempeste, rimedio alla solitudine, palestra di vita, faro per chi va e per chi torna, incolmabile vuoto nel cuore per chi ne è privo, rimpianto lacerante per chi non l’ha più. Cammina nel mondo in mutevoli forme, componente non variabile, l’amore.

    L’ombra del tempo non l’appanna, invano il vento la scuote, se fasci di luce del faro chiara mostrano la via: E la famiglia, dono e conquista, vive, rivive, riappare in grande palcoscenico, cartina di tornasole, specchio ingrandito di vizi e virtù.

    Sono io, sei tu, siamo tutti è la società Splende di luce nei cieli d’aprile, se abita case di bianca roccia ma se nel cuore e nella mente entra la notte, se l’oro diventa Dio, dal vaso di Pandora traboccano antiche, rimosse piaghe: galoppano predoni a rubare bellezza, innocenza, pace e vita.

    Orchidee smaglianti, famiglia e società fioriscono alle amorose cure di attenti giardinieri che rivoltano le zolle nel sole del faro

    Stoppa Bruna – Adria

    DISIME SOLO

    PRIMO PREMIO SEZIONE DIALETTO ANNO 1999

    Zerco la porta del tenpo che sèra el muro de gòma d’i mè pensieri prego davanti a ’na Crose de piera parchè anca l’ultima speranza no’ la voe morire. Mi a parlo co’ quii ch’i predica la pace la libertà, la giustizia, la verità: no’ stème ciàmare òmo se po’ no’ me dè on laòro, se pa’ magnare so tentà de robare se prima de dormire a gò da piànzare par la paura che mè fiòi i rida de mi da’e deboèze de so’ pare.

    Par piazère, no’ stème ciamare omo se po’ m’insegnè che l’unica verità i xe i schei che imparare a conbatare me serve solo parchè voaltri me mandè in guera. Mi a parlo co’ tuti voaltri che me scoltè disendome de stare zito e se ve capita de sentire mandè via l’idea credèndo de ’vere sbaglià.

    Par piazère, no’ stème ciamare omo se l’unica verità che gò la xe la fede in Dio; disime solo chi che so’ mi, parchè la mè vòse la sento senpre più distante.

    Bonvento Luciano – Rovigo

    ANELLO D’AMORE

    PRIMO PREMIO ANNO 2000

    Io, uomo sbattuto dalla tempesta, volgo lo sguardo verso spiagge lontane, ospitali: Sono fragile guscio, in balìa del vento che mi spinge in gorghi arcani, profondi. E’ difficile risalire, ma il dolore mi forgia, mi plasma, divento scoglio che la bufera più non muove.

    Raccoglierò attorno a me frantumi di “pietre” giunte da ogni parte del pianeta a formar barriera. Uniti ci lanceremo verso la “Luce”, ad aprir un varco nel futuro ignoto, a formar un cerchio. E sia soltanto un anello d’amore e umiltà per tutti i millenni a venire.

    Bogge Dolores – Porto Viro

    MADRE

    PRIMO PREMIO ANNO 2001

    Vidi volare via, lontano, le sue gioie: piccole infinitamente piccole comunissime gioie. Le vidi disperdersi travolte dal pianto, logorate dal vuoto di un posto assente. Carta ringrinzita

    il suo volto, il suo cuore, come se il tempo ladro, assassino, o complice meschino di un destino abbietto, avesse voluto riprendersi il senso di una vita frustrata… Fiore chiuso in cassaforte! Schiva e anonima comparsa, clown che recita la sua farsa in questa vita, a cui le lacrime reclamano la fine..

    ..Ed io qui a guardarla svanire dal dolore che il suo corpo va a lambire, lentamente, da una pioggia vermiglia che ci accomuna, che ci unisce, ci travolge.. e il di lui pensiero il suo ricordo vive nel corpo, carne e sangue strappato all’oblio di una morte infame.

    Egli vive!… Vivrà nel tempo, nel suo, nel mio cuore figlio fratello amato, sognato, desiderato… …Consuma il tempo i contorni e i dintorni e il suo viso sbiadisce atono e malfermo… ed allor si sveglia il mio cuor, si scrolla il dolore, il peso, gli affanni… perché a mia madre non cedano gli anni, perché il suo cuore è grande, perché ora so che è con l’amore che vincere saprò l’odio e il dolore che consuma.

    Perché, sopratutto, sono madre e più di tutto, sono figlia ed ora so, so che amo, amerò sempre mia madre.

    Bortolotti Lorena – Lusia

    FANCIULLA STRANIERA

    PRIMO PREMIO ANNO 2002

    Fanciulla straniera, finché non saremo noi, finché non sarò io a stringere quella mano disperatamente tesa e riconoscerla mia, non ci saranno voli di colombe. Il tuo sguardo, sentiero di muschio, non annoderà capi di luce sulla cruna dei giorni.

    Finché sarà mio, l’egoismo e solo tua l’inutile passione non ci sarà pace o figlia. Su ogni frontiera tu sarai sempre vittima e io carnefice.

    Trombini Elio – Lendinara

    NELL’INTRECCIO FITTO DELLE RUGHE

    PRIMO PREMIO ANNO 2003

    Lievitano nell’aria voci azzurre di bambini mentre stanno i vecchi sulle panchine a bere la quiete della sera. Pazienti custodi di giochi infantili i vecchi portano nell’iride luce di memorie, antiche storie, sogni e fatiche dell’umano viaggio.

    Sulle spalle hanno raccolto naufragi di pleniluni e cadenze di stagioni. Quanto cammino sostenuto e quante crude realtà per via incontrate tra valichi sospesi d’infinito e porti di salvezza e di ritorno.

    Sempre a tessere e ricucire della vita i tagli,

    Ogni giorno è stato scalino, ricamo d’offertorio sulla tela del tempo. Nell’intreccio fitto delle rughe è incisa la saggezza scaturita dal dolore e l’eco di disperse primavere.

    Si muovono a ritmo cadenzato i remi del cuore nel salmastro di calendari lievitati di pene e di gioie.

    E quando si alza l’onda alta e nera i vecchi (esili stelle della sera) sono capaci ancora di trasformare i giorni in teneri germogli di preghiera.

    Masiero Angioletta – Costa di Rovigo

    PER GRAZIA

    PRIMO PREMIO ANNO 2004

    Una perla s’affaccia sul fondo di un mare mai visto: qui sogna carezze di mamma, folate di abbracci e tenere voci soavi.

    Tra le dita del cuore già scorre tepore di luna: un latte di stelle colora quel filo che scende dai monti del cielo.

    Un canto, un vagito, un sorriso, un profumo di vita più nuova nel nido dei gesti e nei volti d’attesa, per questo prodigio che viene tra noi come dono.

    Per grazia.

    Lucia Beltrame Menini – Verona

    IO NON HO PAURA

    PRIMO PREMIO ANNO 2005

    Io non ho paura di lasciarmi plasmare dal pennello del tempo che a tradimento accarezza il mio viso fanciullo e dipinge silenzioso rughe indelebili sulle guance dense di sorrisi e di nuove emozioni.

    Io non ho paura di accogliere ogni istante di vita a braccia aperte ringraziando un Dio presente e visibile nei miracoli della natura per la forza di guardare con fede e coraggio ogni tramonto e con speranza ogni alba.

    Io non ho paura di frugare nell’essenza delle cose non ho paura di un domani sconosciuto ma che già si svela tra le pieghe di ogni mia azione presagio di un futuro costruito con sudore, fatica, coraggio.

    Ma temo la solitudine nel ritrovarmi imprigionato isolato e diverso in una terra che non mi appartiene in un mondo di uomini-mostri abbagliati da fretta, denaro, sentimenti virtuali; imbrigliato con lo sguardo spento in una foto sbiadita nell’assurdo modo di credere soltanto alle apparenze alla futilità delle cose.

    Io non ho paura di distinguermi dal branco ma detesto il dubbio di non riuscire a condividere, uomo di domani, valori e ideali semplici ma scomparsi il sapore autentico e appagante del comprendere ogni giorno il senso della vita

    Zanchetta Elisabetta – Rovigo

  • “Quinta stagione”

    “Quinta stagione”

    Il gruppo culturale di Lama Polesine, da dieci anni impegnato nel sostegno al premio letterario Quinta Stagione, lo scorso ottobre ha festeggiato con grande soddisfazione il decennale dell’iniziativa culturale, assieme ai componenti della giuria e ai partecipanti all’ultima edizione.

    Un premio quello di Lama che ha preso forma nel 1996 da un’idea, o meglio un sogno, coltivato con passione da Paola Munaro e fortemente caldeggiato dall’allora parroco del paese Don Antonio Piva. Il motivo che spingeva il gruppo di sostenitori a dar vita a questa iniziativa di tipo letterario era quello d’inserire un momento culturale nelle manifestazioni inerenti alla festa del “Cristo Alluvionato”; manifestazioni che a Lama si ripetono ogni anno a ricordo dell’avvenuto ritrovamento del Cristo ligneo nelle acque del Canalbianco durante l’alluvione del 1951.

    Il neonato gruppo voleva dare un’impronta diversa alle serate di animazione paesana, allora tutte incentrate sulle solite occasioni di ballo: un qualcosa che coinvolgesse persone al di fuori del mondo ludico e godereccio che caratterizza tutte le sagre di paese.

    Con molta caparbietà, in pochissimo tempo, il gruppo ha dunque predisposto il bando spedito ad autori ben noti a Paola Munaro, data la sua partecipazione a vari concorsi. Poi l’attesa, con trepidazione e molta speranza.

    Già dal primo anno il concorso di Lama ha dimostrato una certa vitalità con 26 partecipanti adulti e 42 bambini delle scuole. Paola ricorda ancora il clima di incertezza vissuto il giorno della premiazione. Mentre con Don Antonio si procedeva ad addobbare la Chiesa che avrebbe accolto i premiati, gli organizzatori si guardavano in silenzio, un po’ perplessi e preoccupati nel notare la grande navata completamente deserta. Poi piano piano, alla spicciolata, la chiesa si è riempita di scolari, insegnanti e adulti. Un’eloquente occhiata, un guizzo di gioia nello sguardo e la soddisfazione di poter dire: è andata!

    Ecco, il premio è cominciato così, un po’ in sordina, diventando progressivamente nei dieci anni successivi sempre più importante, partecipato e noto oltre i confini del Polesine, con partecipanti da Verona, Padova, Treviso e perfino Torino, Frosinone, ed altre località lontane.

    Il premio si articola in due sezioni: Prosa in italiano, Poesia in italiano e vernacolo ed è aperto a tutti. Le premiazioni sono state spostate ad ottobre, collocate in uno spazio tutto suo, più consono, per dare più serietà ed importanza alla manifestazione culturale.

    “Quinta Stagione”, perché questo nome? Lo spunto è venuto proprio da una poesia di Paola Munaro, nella quale l’autrice parla di una stagione particolare della vita, una “stagione metafisica” in cui l’essere umano si trova ad aspettare, ad osservare; dove il passato ed il presente si fondono in un unico pensiero proteso verso l’ignoto domani.

    Il premio è a tema, sempre su argomenti di attualità che spaziano dalla famiglia alla società, problematiche giovanili, religione, conflitti interiori, ecc. Ogni hanno pertanto agli autori viene proposto un tema diverso: lo spunto viene desunto da notizie apparse sui giornali, da dibattiti; l’ultimo argomento è scaturito da un inciso dello psicologo Crepet, durante una conferenza tenuta alla Gran Guardia di Rovigo.

    Il gruppo sa che spesso mette in crisi gli autori, che a volte gli argomenti sono davvero difficili, in qualche caso anche poco adatti ad essere trattati con l’espressione poetica, però poi ogni volta si verifica una specie di miracolo. Il tema fa breccia nel cuore degli appassionati e i contributi scritti in poesia e prosa arrivano da varie parti d’Italia. E così lo sforzo degli organizzatori è pienamente appagato per la qualità e lo spessore dei contenuti riscontrati sia nelle prose che nelle poesie.

    Dalla prima edizione il prof. Lino Segantin, direttore della rivista Ventaglio Novanta, è il presidente della giuria, e partecipa attivamente a stilare le graduatorie dei partecipanti assieme ad altri fedeli componenti veterani e ad altri giurati che si sono aggiunti nel corso delle varie edizioni, rendendo così possibile la continuità del concorso.

    A conclusione del decennale il direttore del Ventaglio ha accolto di buon grado la proposta di dedicare alcune pagine della rivista al premio di Lama, pubblicando le Poesie (in lingua italiana e dialettale) che hanno ottenuto il primo premio nelle dieci edizioni.

    Non potendo, per ragioni di spazio, accogliere gli elaborati della sezione Prosa, ci limitiamo a ricordare di seguito il nome dei premiati: 1996 – Boschetti Liliana; 1997, 1998 e 1999 – Pavarin Quirino; 2000 – Signorini Mattia; 2001 – Tavian Manuela; 2002 – Boccato Federica; 2003 – Caierani Paolo; 2004 – Bego Julie; 2005 – Scanavacca Giovanni

    Premiati della sezione Poesia: 1996 – Nedda Cappello Tasselli; 1997 – vernacolo, Bonvento Luciano, italiano, Boschetti Liliana; 1998 – Munaro Mara; 1999 – Stoppa Bruna; 2000 – Bogge Dolores; 2001 – Bortolotti Lorena; 2002 – Trombin Elio; 2003 – Masiero Angioletta; 2004 – Lucia Beltrami Menin; 2005 – Zanchetta

  • Le strabilianti macchine del Cavalier Oliva

    Le strabilianti macchine del Cavalier Oliva

    E’ un sabato mattina. Mi fermo a guardare, incuriosito, due ragazzi del Comune che, con quelle macchine infernali che sono i decespugliatori, rasano il prato nella piazzetta Mazzini del mio paese e, quasi per incanto, il profumo dell’erba appena tagliata mi riporta un sorriso.

    Come oggi, anche allora ad Occhiobello era giorno di mercato, proprio di sabato. Io bambino ero ‘in parenti’ -come si diceva un tempo- dalla nonna Teresa ed ero venuto in piazza a piedi per comprare qualche ortaggio da trapianto.

    L’aria odorosa della primavera aveva portato un capannello di gente proprio in questa piazzetta, dove molti si erano accalcati ad una specie di furgone, del tutto identico a quello de “I fatti vostri” della TV.

    La voce concitata che catturava l’attenzione del pubblico veniva da un banditore che doveva essere sistemato su di un palchetto e, agitando, braccia e persona, sporgeva da una sorta di balaustra di legno, di quelle che si vedono ancora nelle piazze, quando ci sono i comizi. Accanto c’era un tavolino verde con la mercanzia in bella mostra: Tanti mazzetti di misteriose cannucce colorate…

    Era un signorotto di mezz’età, bassotto e tondetto; il cappello dalla tesa larga lo portava molto all’indietro, tra folti capelli bianchi e lunghi, lasciando scoperta una fronte ampia che, di tanto in tanto, nella foga del dire, asciugava con un grande fazzoletto a righe.

    Dell’abito ricordo un solo particolare: un fazzolettino ricamato, che pareva essere fiorito nel taschino della giacca (in dialetto locale ferrarese si poteva dire ‘a mò ad radéc), gli cadeva spiovente come una decorazione, ostentando eleganza e dignità.. . Curioso era il gilè giallo a scacchi che gli arrotondava la pancia con una catena simil-oro, alla fine della quale, conosciuto poi il personaggio, poteva ben esserci la scatoletta metallica verde e gialla delle ‘Pasticche del Re Sole’…

    Il parlare concitato era in italiano corretto, intervallato solo a tratti da intercalari dialettali o da proverbi e modi di dire ai quali, per il maggior pathos, si mescolavano storie, aneddoti e giuramenti solenni, sul buon funzionamento degli oggetti proposti a quel gentile pubblico.

    “Queste macchine, diceva (e di biro si trattava), scrivono di tutto, in tutte le lingue, piccola pausa, tutti i numeri del mondo…, chilometri e chilometri senza fermarsi, in modo indelebile e, fatto mirabile, scrivono finanche (parola questa mai sentita prima) “sul muro”, “sott’acqua”, “nell’olio”…

    Ed ognuno degli astanti, augurandosi di avere abbastanza soldi in tasca per accaparrarsi almeno una di quelle “macchine” per scrivere, già godeva in cuor suo di strabiliare gli amici scrivendo ‘finanche’ “per terra”… La gente veniva entusiasmata prima da tante parole, confidenze, grandi sorrisi ed approvazione da parte di molti, che ciò era cosa buona… Poi, cominciava la vendita ad esaurimento della merce, smontaggio veloce del palco, movimentati saluti e via! col furgone su qualche altra piazza, pur lontana, a proporre, e quel che più conta, un altro prodotto!

    Qualcuno, poco tempo fa, definendo un esponente politico di rilievo disse nel nostro dialetto: L’è propia un zingan, anzi un stròlic!” e questa mi pare la definizione più calzante al nostro banditore, noto in tutti i paesi rivieraschi, ma arcinoto a tutti i Comandi CC. della zona come: “il Cavalier Oliva”!!!

    Lo rividi anni dopo ad una fiera, quella di Fiesso forse. Io ero più grande, conoscevo solo un po’ di più il valore dei soldi, facevo la I^ media… Lui, con identica voce, solito capannello, stesso look, diverso furgone. La proposta stavolta erano orologi: grosse ‘cipolle’ da tasca, robuste macchine, con cinturino da polso per uomo, eleganti e più piccoli da signora… Le parole qui erano molto più curate; il Boom si stava velocemente avvicinando e con esso, anche lo smaliziarsi della gente.

    “… Precisi, puntuali, segneranno il vostro tempo felice -diceva gesticolando e aggiungeva un pizzico di saggezza -guardare l’ora, significa avere più tempo. E ancora: belli da vedere, fatti per durare, non si rompono e, se anche si fermassero…(e via sulla fronte il fazzolettone accompagnato da un ghigno piuttosto che da un sorriso), se anche si fermassero -pausa di riflessione- vi assicuro che almeno due volte al giorno ‘spaccano il minuto’ !” E mentre prendeva fiato qualcuno annuiva compiaciuto.

    Al mio ritorno a casa quella volta, ebbi un bel da fare a rassicurare i miei genitori che alla fiera non avevo buttato soldi, ma mai ebbi il coraggio di confessare che la mia manina non era arrivata in tempo per catturare ciò che altre mani adulte avevano strappato…(da sempre i grossi orologi da tasca hanno accalappiato la mia attenzione), e quella volta mi era toccato consolarmi con la piccola pistola ad acqua color giallo-zolfo e trasparente e, per forza, avevo risparmiato il resto delle mance!…

    Al lampo di questi ricordi segue, rapido come il tuono, il ritorno al presente. Un conoscente mi si avvicina borbottando qualcosa che non capisco, poi aggiunge forte: “Belle queste macchine, eh!”. Io sorrido, non ai decespugliatori, ma alle biro, agli orologi, alle brillantine profumate ed agli unguenti portentosi, con i quali il Cavalier Oliva aveva elargito a piene mani illusioni di felicità e che adesso ritrovo proprio qui, ben nascoste tra le radici dell’erba di questa piazzetta.

  • “El Filò” a Bottrighe

    “El Filò” a Bottrighe

    Il “Filò” era il ritrovo della povera gente di campagna che, dopo il duro lavoro dei campi si ritrovava nelle sere d’inverno nell’unico posto un po’ più mite: nella stalla al tepore emanato dai buoi. Così uomini e donne insieme lavoravano, si scambiavano notizie e si raccontavano storie e leggende. Si giocava a carte e si narravano le favole ai bambini prima della buonanotte.

    Ebbene a Bottrighe si è voluto riattualizzare questa atmosfera del buon tempo passato, mettendo a punto un testo teatrale ambientato in una stalla bassopolesana al tempo in cui si faceva “filò”.

    L’iniziativa è stata portata a termine con successo dal gruppo folklorsitico “Bontemponi & Simpatica Compagnia”, ben noto per avere portato su tante piazze numerosi spettacoli di “varietà d’altri tempi” formati da canti, balli e scene di vita contadina polesana. Ora anche il teatro: e la prima è stata un autentico successo. Era infatti esaurita in ogni ordine di posti la sala polivalente del paese basso polesano, gremita di persone convenute per assistere all’anteprima di questa rappresentazione teatrale.

    Titolo “El filò”: una commedia nata da una ricerca effettuata dai componenti del gruppo, in particolare dal direttore artistico Nilva Bertaglia, raccogliendo testimonianze di vita delle persone meno giovani che risiedono nelle aziende agricole di Bottrighe e Mazzorno Sinistro.

    Sul palcoscenico è stato fedelmente ricostruito l’ambiente della stalla con una mucca a grandezza naturale costruita da alcuni componenti. Sono state inoltre posizionate, in bella mostra, tutta una serie di attrezzature raccolte nelle fattorie locali, come la “mundga”, che serviva per scaldare il letto, “el corgo”, per tenere in gabbia la gallina, “el bàsolo” per portare i secchi, le “zarine” per mantenere il latte e poi “el brussin” e tanti altri.

    Ciò che avveniva nei “Filò”, come i dialoghi, le filastrocche, i lavori e le vicende, in questa commedia diventa il “sogno” di un uomo d’oggi che si addormenta in attesa della cena, dopo aver dialogato con la moglie sulla vita tanto concitata dei giorni nostri e dove sembrano perduti i valori dello stare insieme.

    Gli applausi hanno sottolineato la bravura degli interpreti, grazie alla naturale spontaneità di tutti componenti dell’affiatata compagnia bottrighese; a cui si sono aggiunti Dorina Burattin e Antonio Marcato del gruppo “antichi mestieri” della pro loco di Correzzola, gemellata con gli animatori di Bottrighe.

    Molti i consensi e i complimenti da parte del vice sindaco Alessandro Rigoni e dell’arciprete don Antonio Cappato che hanno sottolineato il grande impegno dei “Bontemponi” per la salvaguardia delle tradizioni polesane. Vista l’ottima riuscita c’è ora l’idea di proporre “El Filò” in piazze e teatri anche in altri periodi dell’anno.

  • Le illuminazioni di Paolo Mercuri

    Le illuminazioni di Paolo Mercuri

    Ci sono artisti che amano il silenzio, la pausa, la risonanza interiore. I contatti con l’ambiente, nei richiami quotidiani, non sono esclusi, ma diventano materia di lenta meditazione.

    Sono i temperamenti che sentono la necessità di filtrare ogni sensazione, ogni emotivo stato d’animo, perchè tendono a percepire i rapporti meno apparenti con un continuo intervento della mente.

    Paolo Mercuri è uno di questi artisti.

    La purezza inventiva di composizioni astratte con inserimenti materici, risponde alle esigenze più vive della sua voce. Fondamentale, nella sua arte, è l’accostamento di forma e materia; Paolo utilizza di frequente inserti di legno, silicone ed altri materiali che contribuiscono a forgiare l’impronta della sua ricca personalità.

    Nelle sue opere il colore, usato in maniera corposa con la spatola, quasi fosse materia, diventa espressione, linguaggio, messaggio. E’ il segno della piena maturità raggiunta dall’artista, è la rappresentazione sensitiva non più di ciò che egli vede, ma di ciò che prova vedendo.

    La personalità di questo pittore s’impone, con originale chiarezza, in una serie di dipinti che possono farci “sentire” una voce segreta. “Salita verso la luce” è decisamente uno di questi. Appartiene a quello che l’artista definisce “filone ascensionale” ed è realizzato in tre parti. In quest’opera emerge l’insensa ricerca spirituale di Paolo. I gradini stanno a significare le continue difficoltà che la vita ci pone dinnanzi. Le prove quotidiane, i problemi, le inquietudini, le domande irrisolte conducono ognuno di noi ad affrontare una ripida, costante salita. Ma, alla fine, è la luce che ci viene incontro.

    Quella di Paolo Mercuri è pittura concettuale, appassionata e poetica insieme, estremamente suggestiva e di vibrante liricità. Le sue opere toccano il profondo dello spirito per la novità della impostazione che diviene avvenieristica, pur rimanendo attuale.

    La ricchezza cromatica è linfa vitale nel panorama pittorico dell’artista, ed è espressione di un’anima che avverte, e ci fa avvertire, profonde, le passioni, le tempeste, le lacerazioni, le inquietudini del vivere. Opere quali “Corrida”, la “Via Ferrata”, “Passioni”, creano un’atmosfera che seduce ed affascina oltre ogni considerazione razionale. Nel linguaggio dei cromatismi, nell’esplosione luminescente dei colori, si ritrova la cadenza pittorica di una narrazione dei sentimenti, degli stati d’animo dell’artista.

    Lavora spesso di notte, giacchè proprio nel profondo della notte egli può ritrovare vibrazioni ed immagini dell’interiorità, illuminazioni liriche che lo accompagnano nel lungo viaggio verso il confine dell’essere. Il suo è un modo quanto mai impegnativo e responsabile di porsi nel contesto del mondo contemporaneo poichè non lascia passare occasione senza indurre ad un attento riesame, profondo e serio, della propria storia nei confronti della storia del mondo circostante.

    Ricordiamo che Paolo Mercuri, avvocato, è figlio d’arte in quanto il nonno Armando era un celebre compositore e musicista ed il padre, Aldo, fu pittore e scrittore.

    Una sua toccante personale, allestita presso l’Atelier del Circolo Culturale Arti Decorative, in piazzetta Annonaria a Rovigo ha ottenuto larghi consensi, permettendo a molti di scoprire lo sconosciuto risvolto artistico dello stimato professionista.

  • Il surrealismo di Osvaldo Forno

    Il surrealismo di Osvaldo Forno

    Le opere ultime di Osvaldo Forno, coronano un percorso iniziato nel lontano 1959 e segnano il trionfo della policreatività dell’artista che, attraverso la padronanza della tecnica, riesce a rendere sulle sue tele influssi surrealisti che si abbinano alla perfezione con l’eleganza degli sfondi, reminiscenza di altre precedenti esperienze come l’optical art, o arte programmata, che Forno non aveva vissuto come un effimero esercizio di tecnica, ma come profonda ricerca sperimentale, che implica anche una trasposizione dei propri sentimenti.

    Così nelle opere “Il generale”, “Interni familiari” e “La recita” le scacchiere, che in passato avevano rappresentato privilegiati elementi di indagine, diventano sfondi funzionali al prodotto e alla forma primaria, soggetti resi attraverso la brillantezza dei colori accostati con maestria, forti della qualità di un olio usato con sapienza. La sperimentazione raggiunge caratteri fantastici, a volte quasi caricaturali come nell’opera “L’oratore”, dove Forno accentua alcuni particolari del soggetto (la bocca) proprio per esaltare i tratti talvolta farseschi delle personalità di questi grandi mangiatori di parole, gente che parla senza riferimenti alla vita concreta di tutti i giorni.

    Queste opere si segnalano quindi anche come riflessioni sulla contemporaneità, frutto di un ruolo sociale dell’artista che può permettersi, attraverso il suo lavoro, di riaffermare una concezione di mondo, esaltarne momenti di riflessione, anche con toni ironici. In “Il generale” ad esempio, convivono, in una riflessione a tutto tondo sul ruolo della guerra e di chi le guerre le ordina e le guida, elementi naturali ed artificiali, mentre in “Interni familiari” la composizione della tradizionale scacchiera si affianca a sezioni di elementi tipici della vita di tutti i giorni (una forchetta, un coperchio, l’immancabile cravatta) a costruire un impianto reso ancora più impressionante attraverso l’accostamento di colori.

    La profondità della ricerca, in alcuni frangenti, si tras pone in drammaticità della riflessione personale. La studiosa Maria Zita Binaschi, ha voluto così sintetizzare gli ultimi lavori di Forno: «Attraverso un percorso originale e sofferto, le opere di Forno evolvono verso un originalissimo surrealismo. Cambia il grafismo, si esprime non solo attraverso il colore ma attraverso segni e simboli; le opere fanno parte di una sua visione, in cui la parte più interiore dell’artista si sfoga direttamente sulla tela in piena libertà, senza vincoli con la realtà razionale».

    Una sintesi completa che denota l’originalità del lavoro di un maestro che non si è piegato al conformismo e non ha adottato uno spirito commerciale che potesse privarlo di eleganza e personalità.

    Le opere ultime sono frutto di disegni originali che Forno aveva tracciato in tempi non sospetti, negli anni sessanta, quando il panorama artistico, imperversato dalle avanguardie, si apriva a progetti e idealismi più ampi, più profondi; idealismi che potevano portare ad accesi scontri con ordini, tradizioni e culture imperanti. Ecco l’importanza di un percorso, che ha portato l’artista rodigino a confrontarsi con i grandi maestri avanguardisti, un confronto che ha trovato supporto nella meticolosità del lavoro, che diventava in taluni frangenti un travaglio personale, uno sforzo teso al completamento di un’indagine, di una sperimentazione ispirata all’assoluto rigore.

    Ecco perché le opere surrealiste di Osvaldo Forno si possono inserire in un contesto affine alla personalità di questo maestro che ha raccolto riconoscimenti in Italia e all’estero e che ha potuto confrontarsi con palcoscenici di assoluto rilievo come la Biennale di Venezia, la Casa dei Carraresi, il Museo Bargellini di Cento, ricevendo, tra l’altro parole di apprezzamento da critici del calibro di Di Genova.

    Un artista che ha fatto del suo studio un cassetto dei sogni, dove l’uomo ama scavare in se stesso per trovare una via artistica che è anche un modo di comunicare all’esterno le proprie sensazioni e le proprie idee. Mai prive di stimoli. Mai prive di un’originale umanità.

  • Ivo Valicelli, sconosciuto eroe d’Africa

    Ivo Valicelli, sconosciuto eroe d’Africa

    Il recupero in questi ultimi anni delle notizie riguardanti eroi e combattenti che si sono distinti nelle guerre è sicuramente opera meritoria, soprattutto dal punto di vista del riappropriarsi dell’identità paesana e collettiva. Così, mentre fa piacere che l’Istituto del Nastro Azzurro rodigino, già guidato dal Cav. Nino Suriani, oggi riprenda le sue attività in Polesine, piace segnalare da Melara alcuni personaggi che dovrebbero essere motivo per ricerche atte a recuperarne per l’appunto la loro vicende.

    Già si sapeva di Livia Bianchi, unica donna del Polesine medaglia d’oro al valore, una gradita sorpresa invece è stata nella scorsa primavera la conferenza e lo studio per ricordare Nello Bellini (1922-1996) decorato sia dallo stato italiano che da quello tedesco. Qui si vogliono segnalare anche altre figure melaresi perlopiù ignote nelle loro gesta e degne di approfondimento, come per esempio Alfredo Andreasi Bassi, caduto fra i partigiani in Piemonte, Alceste Lenisa vittima in Friuli dei titini, Duilio, Cova, Lamberto Leati, Mario Agostino Begossi, Arrigo Chiavegatti, dei quali si sa veramente poco. Ma soprattutto in questa circostanza vogliamo parlare di Ivo Vallicelli, classe 1911 ancora vivente.

    Non tutti sanno, in particolare, che Ivo, durante il ventennio fascista, è stato decorato con croce di guerra al valor militare con gladio romano, per un’impresa eroica compiuta nella campagna d’Africa (1935-36).

    Ivo proviene da un’umile famiglia bracciantile: il papà Floriano ebbe otto figli, tre maschi e cinque femmine ed abitava in località “Torricella” di Castelnovo Bariano. Come sovente però accadeva per seguire i lavori di campagna, spesso bisognava traslocare ed è per questo motivo che Ivo nacque ad Argenta (Fe): in seguito avrà altri spostamenti come Felonica (Mn), sino ad arrivare negli anni ’50 a Melara dove venne ad abitare con la moglie Pasqua Zambonini, sposata nel novembre del 1953, assieme alla quale gestì un rinomato locale da ballo, oggi non più esistente perché demolito per fare posto all’allargamento dell’argine.

    Le vicende militari di Vallicelli sono state suo malgrado rilevanti, basti solo pensare che partì vestito da militare per ben quattro volte e che in Africa conobbe personalmente Rodolfo Graziani, futuro vicerè d’Etiopia. Inizia col servizio militare “normale” nel 66° fanteria, ottenendo poi il relativo congedo. Ritorna alle armi una seconda volta nel 1935 giungendo al Comando deposito 10° reggimento Fanteria a Potenza. Trasferito al 14° battaglione autocarrato, si imbarca per la Somalia da Napoli nell’ottobre 1935, sbarcando a Mogadiscio il 10 novembre, dove successivamente compie le gesta che gli valsero la decorazione.

    Congedato nel giugno del 1936 uno pensa che, dopo la conquista dell’Abissinia ed aver compiuto il proprio dovere per la patria, che sia finita l’esperienza bellica, ma invece… Viene nuovamente richiamato alle armi nel gennaio 1941 col 231° Fanteria al comando militare stazione del Brennero, per essere congedato nel novembre stesso.

    Ma non è ancora finita: ritorna infatti alle armi nel febbraio 1943 col 73° Fanteria a Trieste, da qui ad Udine ed infine a Siracusa, dove viene fatto prigioniero nel luglio 1943 dagli alleati inglesi che lo portano in Tunisia, con destinazione un campo d’aviazione, che poi sarà bombardato.

    Trasferito quindi in Algeria, le sue peripezie militari terminano col rientro in Italia nel luglio 1945 dove ottiene, finalmente, il congedo illimitato.

    Il fatto per cui venne decorato si verificò in Abissinia durante la guerra d’Africa nell’aprile 1936 dove Ivo era arruolato in qualità di staffetta portaordini in prima linea. Ivo parla e ricorda ancora nomi di quelle località quali Uebi Sibeli, Nagallì e la più conosciuta Addis Abeba.

    Nell’avvicinarsi ad un villaggio, dovendo attraversare un fiume (il Dawa Parma) col rumore delle schioppettate lontane nulla lasciava presagire la possibilità di un’imboscata.

    Ma qualcosa mette in allarme Valicelli che fiuta il pericolo e decide di agire. Essendo aggregato con l’“Ufficio cifra” (dove arrivavano e partivano i telegrammi cifrati) Ivo ritiene di dare l’allarme avertendo immediatamente il reparto, sennonché i pali dei telefoni erano stati divelti e la linea interrotta. Fu allora che, arditamente, correndo a piedi, riuscì a precedere gli avvenimenti allarmando la pattuglia in avanzamento, sventando l’attentato che poteva costare la vita di decine di nostri connazionali.

    Questa la motivazione ufficiale riportata con R.D. 2 luglio 1936 e successivi (brevetto n. 3.931): “Porta ordini di un comando di grande unità impegnata in un lungo e duro ciclo di polizia coloniale, assolveva sempre il suo compito in modo esemplare. Durante aspri combattimenti ed in zona fortemente battuta dal fuoco nemico si prodigava nel servizio dando prova di sereno sprezzo del pericolo e di alto sentimento del dovere”.

    Ivo, dopo aver lavorato nelle Ferrovie Italiane, oggi è un tranquillo pensionato ed assieme alla moglie Pasqua è punto di riferimento della via centrale del paese, la via Sani. Tutti riconoscono alla coppia un ruolo speciale per affabilità e cordialità nell’accogliere anche i più giovani offrendo, all’occasione, prelibate torte di cui è specialista Pasqua.

    Come riconoscerli? Impossibile sbagliare, perché spesso sono davanti all’uscio di casa per salutare chi passa per la strada dinanzi, nel pieno rispetto del valore dell’accoglienza.

  • Il gorgo di Curicchi

    Il gorgo di Curicchi

    C’era una volta un bovaio che doveva superare un gorgo per andare verso Adria, con un carro carico di frumento. E’ quel gorgo che c’è a Curicchi, tutto pieno di fango; e i buoi non erano capaci di andare avanti perché il carro affondava. Allora il bovaio cominciò a gridare: “Aiutooo aiutoooo!”, ma niente. C’era come un vortice, come una forza che lo tirava giù.

    Mentre stava per essere inghiottito, gli si fece dinanzi una vecchia, tutta vestita di nero: “Prendi questi tre grani di fava: uno bianco, uno nero e uno rosso: se vuoi salvare te e il tuo frumento dà da mangiare il grano nero ad un bue, il grano rosso all’altro e quello bianco mangialo tu”.

    Il bovaio fece come diceva la vecchia e di colpo i buoi ripresero forza. I ha descalancà il carro e si avviarono verso Adria.

    Al ritorno, quando il bovaio fu vicino al gorgo, provò a vedere se c’era ancora la vecchia che gli aveva salvato la vita per ringraziarla, ma non c’era nessuno. Non capì mai questo fatto. Ma da allora per andare in Adria cambiò strada¹.

    La leggenda popolare, che si raccontava nelle borgate attorno ad Adria, fa riferimento al gorgo di Curicchi, la cui presenza è ampiamente documentata da F. A. Bocchi nella sua Cronaca Idrografica.

    Il gorgo si è venuto a formare causato dalla maggior forza della corrente sulla sponda sinistra del Po, dalla conseguente assenza della golena e dalla presenza di un froldo, per cui frequenti esondazioni minacciavano i campi e l’abitato: “… e così – si legge in un antico documento – questo tratto da Belliera [Panarella] a Mazzorno, battendo il filone ora a destra ora a sinistra, aiutato da successivi ritiri, si dispose a sì viziosa lunata, che le rotte vi si sono minacciate quasi ad ogni piena; spaventevole specialmente per la città di Adria, essendovi un punto tra Corbola e Belliera, ove la lunata medesima volge il filone contro la generale direzione del fiume, a nord ovest, ad infilare direttamente la via maggiore di Adria alla distanza di pochi chilometri²”.

    Legato a questo gorgo, vi è un secondo motivo leggendario che, nello schema, ripete quelli che insistono sui numerosi gorghi polesani. Ecco il racconto:

    “Una volta, la chiesa di Bellombra si trovava a Curicchi. Una notte cominciò a piovere a dirotto…, tuoni, lampi, tempesta, il vento che ululava… Le acque del Po si ingrossarono, salirono, salirono finché schiantarono gli argini e travolsero ogni cosa. La chiesa si provò a resistere ma era una lotta impari… Poi, di colpo, precipitò con un boato pauroso sprofondando nelle viscere della terra. Alla mattina, ritornata la bonaccia, tutti si precipitarono a vedere… Non trovarono più nulla: solo un grande e placido gorgo che di tanto in tanto lasciava uscire in superficie dei bóvoli, unico segno della chiesa che stava là in fondo. E ancora adesso, nelle bufere invernali o la vigilia di Natale, si possono udire le campane che mandano i loro rintocchi³”.

    Si tratta di un mito di fondazione secondo tipologie narrative assai frequenti nelle zone d’acqua, soprattutto accanto ai gorghi. Per rendere duraturo l’edificio nei secoli, può trattarsi di una chiesa, di un ponte, di un monastero o di un palazzo, c’è la necessità di accattivarsi il favore dei custodi inferi con un’offerta rituale. Oppure è necessario sacralizzare il luogo, in cui sorge l’edificio, per mezzo di un sacrificio edilizio che, nella tradizione orale, può consistere nel semplice sprofondamento della costruzione precedentemente esistente. O ancora il riferimento del racconto va alla tragica morte, volontaria o meno, di un essere umano che ne diverrà l’eroe fondatore.

    Per quanto riguarda la località del gorgo di Curicchi è nota anche un’altra narrazione leggendaria che tuttora viene tramandata:

    “Lì alla Goresina, vicino a Curicchi, c’era una volta una chiesa che poi è stata inghiottita insieme alla gente che vi stava dentro. Successe così, almeno mi hanno raccontato. C’era una bellissima e ricca fanciulla, cui era stato imposto di sposare un uomo più vecchio che lei non amava. Aveva perciò tentato di rifiutarlo con mille pretesti ma alla fine dovette piegarsi al volere del padre. Così il giorno delle nozze, quando tutti erano in chiesa per la celebrazione del matrimonio, al momento di pronunciare il sì, lei esclamò: ‘Che sprofondi la chiesa, che la terra possa inghiottire me e tutti voi, piuttosto di prendere quest’uomo come marito!’ E così avvenne”.

    Dietro la morte della povera infelice e dei suoi invitati, si cela una forma di devotio: un autosacrificio, una sorta di consacrazione agli dei inferi, come risulta ampiamente da testimonianze letterarie d’epoca classica.

    Tito Livio, ad esempio, riferendosi a Roma, scrive di un profonda fossa venutasi a formare nel Foro, fossa cui si doveva sacrificare se si voleva che la Repubblica durasse in eterno: “Allora, a quanto raccontano, Marco Curzio, giovane prode in guerra. […] si votò agli dei Mani; montando quindi in armi un cavallo il più possibile bardato, si lanciò nel baratro; doni votivi e biade furono ammassati sopra di lui dalla folla degli uomini e delle donne⁴”.

    E Tacito, nella monografia sulla Germania, riferisce di un’usanza dei Germani, secondo la quale i ministranti della dea Nerhtus, al termine delle cerimonie annuali, erano affogati in un lago insieme al simulacro della dea e al carro che lo trasportava⁵.

    Ma torniamo al primo racconto per trovare una spiegazione ai tre grani di fava di diverso colore che il bovaio lancia all’acqua del gorgo. Anche in questo caso è evidente il riferimento ad una tradizione antichissima. La fava, infatti, era rituale offerta di propiziazione rivolta alle divinità plutoniche e ai defunti. Ovidio nei Fasti narra dell’usanza di lanciarla all’indietro per placare gli spiriti che, col nome di Lemures, nelle notti del 9, 11 e 13 maggio rifluivano dalle tenebre notturne: “Verso la metà della notte, quando i cani e gli uccelli variopinti tacciono, l’uomo che non ha dimenticato gli antichi riti e teme gli dei, s’alza. A piedi scalzi, facendo schioccare il medio col pollice, segnala la sua presenza, perché un’ombra leggera potrebbe sorgere dinanzi a lui, se egli camminasse senza far rumore.

    Per tre volte si lava le mani nell’acqua di una fontana; si gira e prende alcune fave nere e se le getta dietro alle spalle dicendo: ‘Io ve le getto; riscatto con queste me ed i miei’. Così ripete nove volte senza guardarsi indietro; si crede che l’ombra le raccolga seguendolo non veduta⁶”.

    Anche il colore dei tre grani di fava è significativo: bianco il colore della vittima per le divinità sùpere, nero per quelle ctonie. Nel libro VI dell’Eneide ce lo rammenta Virgilio: al momento di intraprendere il viaggio nell’Averno, Enea sacrifica quattro giovenchi e una agnella dal vello nero perché così richiedono le divinità infernali⁷.

    E ancora, Ovidio descrive la cerimonia di un’offerta sacrificale alle acque del Tevere nella festa degli Argei, il 15 maggio, quando due sagome umane, intessute di giunchi, mani e piedi legati, erano portate processionalmente dai magistrati e dai pontefici al ponte Sublicio e quindi gettate dalle Vestali nel Tevere, mentre la flaminica Dialis assisteva silenziosa al rito vestita a lutto⁸.

    Un vero e proprio sacrifico umano, infine, probabilmente l’ultimo nella storia di Roma, fu prescritto dall’oracolo di Delfo per placare gli dèi in seguito alla disfatta di Canne: “…un Gallo ed una donna gallica, un Greco e una Greca furono calati vivi sottoterra nel foro boario, in un luogo circondato da pietre, già da anni prima impregnato del sangue di vittime umane⁹”.

    Ma – niente paura – nel gorgo polesano di Curicchi fortunatamente non si giunse mai a tanto.

    NOTE

    1. C. Crepaldi – P. Rigoni, Il piatto, il fuoco, la parola. Cultura alimentare e tradizione orale in Polesine. Rovigo Minelliana, 1991, p. 421.

    2. Archivio Parrocchiale di Bellombra, Schede di cronaca idrografica. Si tratta della trascrizione, risalente al 1924, di documenti dell’allora Museo Bocchi.

    3. Questa e la seguente sono testimonianze orali di cui non si cita l’informatore per motivi che il lettore ben comprende.

    4. Tito Livio, Storia di Roma dalle origini, VI 6.

    5. Tacito, De situ et origine Germanorum, XL.

    6. Ovidio, Fasti, IV, 429-444.

    7. Virgilio, Eneide, VI, vv. 243-250.

    8. Ovidio, Fasti, VI, vv. 621 – 624.

    9. Tito Livio, Storia di Roma dalle origini, XXII 57.

  • Le scuole elementari di Castelmassa

    Le scuole elementari di Castelmassa

    Il problema dell’istruzione pubblica, affrontato per la prima volta a Castelmassa dopo che il paese era entrato a far parte del Regno d’Italia, nel 1866, a seguito della Terza guerra di Indipendenza, aveva cominciato a trovare delle soluzioni alla fine degli anni ‘70, quando si registra un autentico capovolgimento di situazione: dall’iniziale diffusa diffidenza e persino opposizione verso l’obbligo scolastico, si passa ad un aumento insospettato di frequenze. Dalle aule vuote alle aule insufficienti (vedasi Ventaglio n.31, pag 74).

    A fine ‘800 l’espansione scolastica sembra inarrestabile. Un boom di frequenze senza sosta. A Massa le scuole elementari sono frattanto da qualche tempo traslocate nel palazzo Municipale (classi maschili) e Via Tabacchi (classi femminili, attuale Via Matteotti). Gli alunni della località Pio sono trasferiti tutti a Via di Mezzo in aule o stanze precarie. Agli inizi del ‘900 la popolazione scolastica sfiora le 500 unità.

    Negli ultimi vent’anni dell’800 Massa è un cantiere aperto. Il Comune è impegnatissimo sul fronte dei lavori pubblici: strade, Teatro Cotogni, pompa in Via Magnana (piazzetta Cavour), Foro Boario, pozzi vari, ponte in chiatte sul Po… per di più è diventato un Polo Scolastico.

    Il Comune deve gestire: le Scuole Elementari, una Scuola d’Arte applicata all’Industria, sorvegliare una Scuola Privata di Musica con 50 allievi, un Asilo privato Infantile, dare attuazione alla “Leva scolastica”, un’istituzione questa davvero singolare. Infatti, come i militari, tutti gli adulti, che dal 1890 non avevano completato il loro corso elementare, sono obbligati “a ritornare a scuola nelle ore serali e nei giorni festivi” (Regolamento Generale 6 febbraio 1908). I locali frattanto si rivelano insufficienti a contenere la massa di alunni e studenti giovani e meno giovani, il cui numero supera le 500 unità.

    Con l’avvio del nuovo secolo la necessità di un idoneo edificio scolastico diviene sempre più impellente. Finalmente, nel 1908, viene emesso un bando di concorso per la costruzione delle Scuole Elementari. Il problema si era già posto vent’anni prima ed era stato preso in considerazione più volte, ma era stato rimandato per ragioni finanziarie. In una relazione dettagliata risalente al 30 agosto 1891, redatta dall’Assessore addetto alla Pubblica Istruzione, si legge: “… Più volte vi è stata posta sul tavolo la questione dell’erezione d’un nuovo fabbricato scolastico, avente lo scopo principale di riunire in un solo edificio le scuole elementari del Capoluogo, ora sparse qua e là, e di collocare gli alunni in aule sane, adatte e rispondenti a tutte le condizioni essenziali prescritte dalle leggi e reclamate dalla civiltà, dal progresso e dall’igiene, per il benessere fisico dei nostri figli e per facilitare lo svolgimento dei programmi governativi… Nessuna delle attuali scuole ha cortile nel quale raccogliere i ragazzi durante le ore di ricreazione; nessuna ha il grado di luce e la salubrità prescritti dall’igiene e dalle vigenti leggi. Manca ancora l’ampiezza dei locali, in proporzione degli alunni, si ch’essi debbono aspirare l’aria di un ambiente mefitico, che ne arresta lo sviluppo fisico, con danno evidente di quello intellettuale. Quasi tutte le attuali scuole sono prive di cesso, talchè i ragazzi devono uscire dalle scuole con perdita grave di tempo ed una distrazione tutt’altro che utile. …Ricorderemo inoltre che anche il Prefetto, nell’agosto scorso anno, visitando i locali serventi ad uso scuole, espresse la sua meraviglia perché non si era ancora pensato a togliere i ragazzi da quei disadatti ed insani ambienti…”

    Le discussioni si protrassero per lunghi anni. Restarono buone intenzioni. Finalmente, in data 5 marzo 1908, viene bandito un concorso per la presentazione di: “…progetti relativi alla costruzione d’un edificio scolastico in Massa Superiore, comprendente: otto aule, ciascuna per 70 alunni; una sala, da poter suddividere in due piccole aule, per 40 alunni ciascuna; due sale ad uso refettorio, con una sola cucina; un locale ad uso Direzione Didattica e della Biblioteca, tutte da riscaldarsi a termosifone. Dovrà inoltre essere aggiunta una modesta abitazione per il bidello, facente un solo corpo di fabbricato con la palestra ginnica…”. Al migliore progetto scelto spetterà un premio di 500 lire, pagabile dopo aver appaltato i lavori…

    Entro il termine stabilito furono inoltrati all’Amministrazione Comunale 11 progetti. Dopo attenta valutazione da parte di una apposita commissione risultò migliore, e quindi meritevole del premio, il progetto contraddistinto con il motto “Parva favilla” i cui estensori erano i Signori Ing. Pietro Fontana e Ing. Ferdinando Forlati di Verona.

    L’Amministrazione comunale, per cautelarsi da eventuali aumenti in corso d’opera, incaricò un tecnico di fiducia del luogo, l’Ing. Oliviero Bianchi, di rifare i computi metrici, che risultarono ammontare ad un totale lire 140.000. La giunta approvò in data 8 aprile 1910.

    Successivamente, in data 4 settembre 1912, fu approntato un ulteriore Progetto appendice all’erigendo fabbricato, appendice da adibirsi per uso bagni e per abitazione del custode.

    Stralcio della Relazione dell’Ing. Oliviero Bianchi: “Il fabbricato scolastico che si sta costruendo comprende anche la palestra ed una modesta casa per l’abitazione del custode… L’Amministrazione Comunale, volendo completare l’opera anche dal lato dell’igiene, tanto necessaria alla salute dei ragazzi m’incaricava di estendere un progetto dei bagni… la costruzione è in continuazione alla palestra, comunicante anzi con la medesima. …L’ammontare complessivo del lavoro venne preventivato in Lire 22.500,00”.

    Nel 1913 si inaugurarono le nuove Scuole Elementari “Enrico Panzacchi”.

    Sono passati tanti anni e la scuola elementare Enrico Panzacchi assolve ancora la sua funzione. Ha visto passare intere generazioni. Racchiude passato, presente e futuro: vita e continuità.

  • Gli “esposti” in Polesine

    Gli “esposti” in Polesine

    A metà Ottocento l’istituzione della “ruota” in Italia era ancora molto diffusa, specialmente nel meridione; si contavano in funzione circa milleduecento ruote per accogliere i bambini abbandonati.

    Esistevano non solo nelle province, ma anche nei centri minori; nel Veneto a Schio, Bassano, Este, Monselice, mentre non c’era ancora a Rovigo, per cui dal Polesine i neonati venivano mandati all’Istituto degli Esposti di Padova sito in via Ognissant.

    Era dunque divenuto necessario aprire un “ospizio” anche nella nostra provincia poiché in quell’epoca per raggiungere Padova occorrevano due giorni da Rovigo e la mortalità era altissima. Il disagio era enorme, basti pensare che da Adria chi voleva raggiungere Rovigo doveva lasciare i cavalli a Sant’Apollinare e per vie impraticabili e fangose proseguire a piedi.

    Della necessità di attivare nel capoluogo del Polesine un istituto per gli infanti abbandonati si fece portavoce anche il Vescovo Bernardo Antonio Squarcina. Finalmente la Casa per gli Esposti di Rovigo fu inaugurata il primo novembre del 1846, con autorizzazione della corte di Vienna, che comunque non vedeva di buon occhio il sistema dei brefotrofi. Ciò era già stato segnalato in una circolare del 1825, in cui il Governo biasimava l’inconsulto zelo dei parroci che costringevano la madre ad abbandonare la prole per evitare lo scandalo.

    La Pia Casa ebbe sede in alcuni locali angusti e malsani dell’Ospedale di Santa Maria della Misericordia, appena ricostruito, presso Porta Arquà, entro le mura medievali. Per l’inadeguatezza degli ambienti assegnati agli esposti, nel 1856 furono acquistate tre casette dietro l’ospedale, addossate internamente alle mura. Infine, nel 1868 la Pia Casa veniva trasferita all’ex convento dei Cappuccini, uno stabile a tre piani, con la chiesa di San Michele, adiacenze (stalla, fienile, lavanderia e pozzo), sotterranei e orto tutto cinto da un’alta mura in cotto. Nell’orto erano piantate numerose viti e molti peschi, peri e meli. A levante, dalla parte dell’ingresso, scorreva l’Adigetto, dove più di un esposto ha rischiato di annegare. A sud, la secolare “stradella dei Cappuccini” assunse in seguito la denominazione di “vicolo degli Esposti” (ora vicolo Cristina Roccati).

    Nella Casa funzionava una ruota di cui non si hanno notizie relative alla sua esatta ubicazione.

    Prima dell’apertura della Pia Casa a Rovigo, gli esposti venivano affidati alle locali congregazioni di Carità, fra cui quella che fungeva da penultimo tramite come l’“Istituto figliale”, il quale operava senza proprie sostanze e interamente sussidiato dall’ospizio Centrale di Padova, per il primo mantenimento e il trasporto degli infanti abbandonati. Durante tale trasporto la mortalità degli infanti era elevatissima.

    Alla fine del 1826 trovatelli polesani giungevano a Padova nelle “provvide cestelle” e, come dice il Bertoli, “mal ravvolti in isporte od altro ch’è troppo logoro o inadatto, perciò soggetto a caduta o a soffocamento, ed…alli rigori delle stagioni”¹.

    Chiusa la pratica della ruota – si sa per certo che il primo gennaio del 1876 ci fu la sua abolizione – nel 1877 presso la Casa degli esposti fu istituita una Sezione di Maternità destinata all’accettazione delle partorienti illegittime (nubili, vedove o separate legalmente) sia miserabili che possidenti, desiderose di sottrarsi alle indagini e alla curiosità locali, affidando i figli al segreto dell’ospizio. Il regolamento prevedeva la garanzia dell’anonimato e la divisione delle fanciulle primipare dalle recidive, note per l’esercizio della prostituzione; la separazione delle sifilitiche dalle sane. In caso di riconoscimento del figlio, alla madre che allevava personalmente la prole veniva corrisposto un sussidio di 9 lire al mese per la durata di un anno; tale somma era assegnata anche alle balie esterne.

    Poiché questo esperimento adottato nella provincia di Rovigo aveva dato esiti felici, chiusa la Casa degli Esposti, l’Amministrazione provinciale assumeva esclusivamente l’onere del mantenimento dei neonati abbandonati sulla pubblica via e dei figli di donne delinquenti e carcerate².

    Chi nella nostra provincia ebbe a cuore il problema degli esposti fu Jessie Meriton White (Portsmonth 1832 – Lendinara 1906), moglie di Alberto Mario. Donna d’azione, impegnata nelle lotte risorgimentali e nella pubblicistica politica e sociale, “Miss Uragano”, così definita da Mazzini, aveva pubblicato “Le opere pie e l’infanticidio legale”, uno scritto critico nei confronti delle istituzioni, nel quale approvava l’abolizione del brefotrofio di Rovigo, ritenendo che l’amministrazione si fosse vergognata di spendere 75.000 lire l’anno per “uccidere” il 56 per cento dei figli illegittimi affidati alla beneficenza pubblica.

    Si calcolarono 5.671 i neonati accolti nella Casa degli esposti di Rovigo, entrati attraverso la ruota o dalla sezione maternità o consegnati dalle levatrici e dai portatori incaricati dai vari Comuni polesani. Nel numero sono compresi anche i legittimi affidati alla Casa per l’“anno di latte”.

    La fine della Casa avvenne in un periodo drammatico della storia polesana. Furono gli anni ottanta, quelli della grande gelata del Po (1879-1880), della rotta dell’Adige (1882), della “boje”, ossia dei moti contadini (1884), ma anche del vaiolo, del colera, della difterite, della pellagra. Con l’introduzione delle idrovore a vapore furono asciugati nel giro di pochi anni i fondi intorno ad Adria e l’aratro aveva sostituito migliaia di zapponanti. La gente non poteva più cacciare, pescare e raccogliere la canna nelle valli ridotte a coltura, il “diritto di vagantivo”, esercitato da tempo immemorabile, fu abolito. I poveri soffrivano la fame e iniziarono un esodo doloroso verso il lontano Brasile, negli stati di San Paolo, di Minas e del Parà. Molti tenutari senza lavoro emigrarono assieme ai figli, seguiti spesso dagli esposti che avevano allevato e forse amato come i propri figli³.

    Il bacino di raccolta degli esposti dell’Istituto di Rovigo fu limitato al Polesine e a qualche paese del Padovano più vicino a Rovigo che a Padova.

    Il maggior numero di figli illegittimi giunsero a Rovigo, Adria, Badia, e Lendinara. Pochissimi i bambini provenienti dal Delta del Po (Contarina, Donada, Taglio di Po, Porto Tolle e Rosolina). Le cause di ciò vanno cercate nelle grandi distanze da percorrere in barca o sulle strade arginali tra fiume e palude, allagate a ogni pioggia e che mal si prestavano ai transiti.

    La Casa fu un luogo di passaggio: nel giro di pochi giorni occorreva trovare una famiglia e una donna in grado di allattare il neonato. Per abbassare l’indice di mortalità durante il trasporto, nella stagione invernale vennero ideati degli involucri metallici ad acqua calda da collocare nelle ceste dei neonati, per evitare l’intirizzimento mortale.

    Poteva accadere che gli esposti ritornassero alla Casa per vari motivi: malattia, cattiva condotta, estrema miseria, immoralità, violenza, morte o emigrazione dei tenutari. Frequenti anche i casi di bambini che andavano alla questua. Le ragazzine, impiegate come cameriere, passavano da una famiglia all’altra e spesso subivano violenze sessuali.

    A diciotto anni, se maschio, a ventuno, se femmina, l’esposto cessava di essere assistito dall’Istituto. I maschi trovavano lavoro nelle ferrovie o come doganieri, molti si ritrovavano soli senza casa e senza mestiere, senza alcun legame con la società. Per evitare questo la Pia Casa cercava di collocare gli esposti presso famiglie. Le ragazze, se si sposavano, ricevevano un “assegno di dote” di 93.06 lire, ma non percepivano nulla se entravano in convento⁴.

    Un aspetto molto significativo, relativo alle vicende degli esposti, sono stati i contrassegni o “segnali”. Questi simboli rappresentavano un’importante fonte per la storia della pietà polesana nella seconda metà dell’Ottocento. Si tratta di un segno di riconoscimento che accompagnava il bambino all’atto della consegna all’Istituto degli esposti, necessario qualora le madri avessero voluto in un secondo momento riprendersi il loro piccolo.

    Prendevano una carta da gioco, o un santino, o una medaglietta e ne facevano due metà. Una parte rimaneva alla madre e l’altra veniva posta tra gli indumenti del bambino. Quando questo veniva accolto nell’istituto, le suore mettevano in un fascicolo particolare questo segno di riconoscimento. La madre, in tal modo, anche dopo tre, quattro o dieci anni, se le condizioni lo permettevano, si presentava all’istituto e, presentando la metà del “segnale” in suo possesso, poteva avere notizie o vedere il figlio⁵. Anche se gli oggetti sono andati irrimediabilmente perduti (pochi si sono salvati), rimangono dettagliate descrizioni nei “registri ruota”, nelle schede di entrata, nei processi verbali di esposizione e accettazione dell’infante, nei certificati di nascita e negli atti di riconoscimento.

    I contrassegni della Casa di Rovigo si caratterizzano per l’elevato numero di medaglie quasi tutte religiose: “brevi”, crocifissi, rosari, cuori, figurine di Sant’Antonio da Padova, ecc.. All’area profana appartengono monete, gioielli, placche di metallo, contenitori in tessuto, nastri, biglietti manoscritti, carte da gioco, ecc.⁶

    La cultura della tutela

    Se l’adozione della “ruota”, i brefotrofi, le Case Pie rimangono sistemi relegati ad un passato in cui l’infanzia non era per nulla considerata, nel Novecento si è entrati in un’altra cultura per cui i bambini sembrano essere stati la più grande scoperta come soggetti d’attenzioni e di diritti.

    Durante il fascismo furono introdotti i primi provvedimenti che andavano a favore dell’infanzia rivolgendo l’attenzione anche al problema degli abbandoni. Nel 1939, infatti, fu dato inizio all’istituzione dell’“affiliazione”, in modo che i figli dell’anonimato potessero assumere il cognome di chi li allevava e si impegnava ad amarli come suoi figli. I compensi dei tenutari erano discreti e il loro comportamento era controllato periodicamente da “ispettori volanti” che giungevano nelle case di campagna per constatare personalmente come gli esposti venivano trattati. Se non veniva trovato in buono stato, l’esposto era riconsegnato al brefotrofio⁷.

    Ma per venire a tempi più vicini dobbiamo giungere al 1989 quando le Nazioni Unite hanno introdotto una Convenzione sui diritti per l’Infanzia con leggi a difesa dei bambini affidando all’UNICEF il compito di garantirne e promuoverne l’effettiva applicazione negli Stati che l’hanno ratificata (attualmente il 96/% nel mondo). Tra i 54 articoli ce n’è uno, l’art. 7, che si riferisce al diritto dei bambini a essere registrati all’anagrafe subito dopo la nascita, nonché ad avere un nome e una nazionalità. Ciò è fondamentale per l’identità del nuovo essere che ha diritto di esistere come persona.

    Oggi nessun bambino può più essere abbandonato; leggi severe perseguitano madri che abbandonano la prole, la quale viene protetta dai Giudici Tutelari che si prodigano ad affidare i bambini privi di genitori a famiglie che ne fanno richiesta; sono facilitate per legge anche le adozioni di minori. Inoltre esistono associazioni preposte alla salvezza della vita nascente. Il Movimento per la Vita è una di queste associazioni, che si prefigge vari scopi: promuovere la protezione di ogni essere fin dal suo concepimento; riaffermare il diritto alla vita di ogni essere umano; perseguire tutte le iniziative che a livello di legislazione, di cultura, di costume siano idonee a proteggere la “Vita”. Anche il Centro Aiuto alla Vita si propone importanti finalità: andare incontro con forme concrete alla mamma in attesa di un figlio; prodigarsi affinché il dramma di accogliere un figlio o meno non sia vissuto dalla donna in solitudine.

    Per concludere, l’attenzione rivolta soprattutto agli esposti, nati fuori del matrimonio o nello squallore di una povertà sia materiale che morale, è stata un’occasione per riflettere sul mistero divino di ogni vita, sul fatto che ogni uomo che nasce è unico, irripetibile, indispensabile. Faccio mio il sentire del poeta Tagore, che del bambino dice: “Mi hai fatto senza fine/…Questo fragile vaso/ continuamente tu vuoti/ continuamente lo riempi/ di vita sempre nuova/…Su queste piccole mani/ scendono i tuoi doni infiniti./ Passano le età, e Tu continui a versare/ e ancora c’è spazio da riempire”.

Pubblicità