Da sempre “El castagnazaro de Zocca” ha fatto parte della storia di Castelguglielmo. Fin da ragazzini – e non soltanto quelli della nostra generazione – l’abbiamo visto nella sua maestosa imponenza a pochi metri dall’abitazione dei suoi proprietari, i signori Zocca, in via Ricotti, proprio a ridosso della strada arginale sul Canalbianco.
Si diceva allora che le sue radici fossero talmente lunghe e profonde da attraversare tutto il canale ed arrivavare fino alla sponda opposta. Questo faceva aumentare ancora di più la nostra considerazione nei confronti di questo gigantesco albero, che era la meta abituale per i giochi della nostra infanzia. Infatti allora non c’era la televisione a tenerci relegati nelle case; non c’erano le mamme, come in questi anni, a chiamarci continuamente per controllare dove ci si trovava. Le strade erano più tranquille e sicure e noi giocavamo per giornate intere nei cortili delle case, ora da uno, ora dall’altro; “inventavamo” i nostri passatempi con tanta fantasia e costruivamo i giochi con i pochi mezzi e materiali a disposizione.
“L’alboron de Zocca” era uno dei posti preferiti per i nostri raduni perché ci si poteva arrampicare sopra i suoi lunghi rami, ci si poteva nascondere comodamente tra le sue fronde, si poteva sostare al fresco della sua grande ombra, anche se a volte si veniva sgridati dal proprietario, il signor Elvino – alto, magro e con lunghi baffi bianchi che mettevano soggezione – per il chiasso che si faceva sotto le finestre di casa sua nelle ore più impensate.
A fine aprile di quest’anno la dolorosa quanto improvvisa notizia che “el castagnazaro” doveva essere abbattuto.
Passato di bocca in bocca, l’infausto verdetto raggiunse tutto il paese, e venne commentato con dispiacere in ogni casa. Molti si recarono sul posto per verificare la situazione, quasi per portare alla secolare pianta un saluto di commiato.
Il grande albero, che aveva superato indenne uragani e malattie, era stato fatalmente segnato da un violento temporale, abbattutosi nella zona in quei giorni, sradicando vari alberi e troncando rami un po’ ovunque.
Fino ad allora imponente, ed orgoglioso dei suoi cinquecento anni di storia, l’ippocastano di Castelguglielmo aveva richiamato l’attenzione di tante persone anche per la sua circonferenza di ben sei metri.
Quando fu raggiunto dalla furia del fortunale era completamente coperto di fiori in tutta la sua gigantesca mole. Il violento temporale spaccò in due parti la massa legnosa facendo precipitare sulla strada sottostante uno dei due grossi tronchi che costituivano il corpo centrale. Da sola, la parte rimasta non aveva potere portante e diventava quindi molto pericolosa. Il responso del dottor Luigi Marchetti, agronomo fitopatologo di Bologna, chiamato per un sopralluogo, fu inesorabile: “Nella parte centrale del tronco era in corso da tempo una grande carie interna, portata alla luce soltanto ora, dopo la spaccatura”.
Si poteva tentare un intervento chirurgico di risanamento per asportare la parte cariata, ma “la pianta sarebbe rimasta ad alto rischio e grande sarebbe stato il pericolo di altri crolli perché il tronco residuo non avrebbe sopportato il grave peso dei restanti rami”. Seguì il rassegnato proposito dei proprietari Giuliana ed Elvino Zocca (nipote del nonno Elvino dei vecchi tempi) di abbattere anche il tronco residuo.
“Con grande dispiacere pensammo a questa drastica soluzione – racconta ancora scossa Giuliana -. Per noi era come fosse stato ferito a morte un familiare, tanto eravamo affezionati al vecchio albero. Da anni lo curavamo per combattere la cameraria, da cui era stato colpito; la ditta Tec di Siena iniettava con grosse siringhe la medicina ad ogni metro della sua base ed ogni intervento ci costava un milione all’anno”.
La fine definitiva dell’antica pianta sembrava ormai segnata, quando all’ultimo momento venne trovata una soluzione che, per la verità, è risultata per tutti un po’ meno dolorosa. Infatti una ditta specializzata ha effettuato una potatura a circa quattro metri d’altezza, cioè al di sotto della carie, lasciando i rami più bassi, quei pochi che si dipartono dal mozzicone di tronco rimasto in vita e che continuano a formare una piccola chioma.
“Con questa soluzione non l’abbiamo perso del tutto” – dice Giuliana, un po’ più serena – confidandoci però di continuare a tenere chiuse le due finestre di casa, quelle che guardano la strada, per non vedere “lo scempio”.
Poi ricorda un aneddoto su questo “castagnazaro”.
Durante l’ultima guerra mondiale l’ippocastano fu oggetto dell’attenzione di Renato Rascel e del musicista Sergio Nascimben di Bologna, amico e frequentatore della famiglia Zocca. I due artisti, conquistati dall’imponenza della pianta, composero una canzone dedicata all’ippocastano di Castelguglielmo, grazie alla quale promossero poi una raccolta fondi destinati alle spese belliche.
Presso la famiglia Nascimben l’episodio, risalente ad oltre sessant’anni fa, non è caduto nella dimenticanza, tanto che per il sopralluogo effettuato nello scorso mese di aprile, il dottor Marchetti fu accompagnato da Arturo Nascimben, nipote del predetto musicista Sergio: una chiara dimostrazione di quanto la sua famiglia fosse ancora affezionata a questa pianta.
Anche diversi poeti locali e polesani hanno dedicato a quest’albero delle liriche. E tutti ora coltivano la speranza che la pianta cinquecentenaria possa riprendersi e tornare ad costituire a Castelguglielmo quel punto di riferimento condiviso per tanti anni, nonché presentarsi ancora come fonte di ispirazione per composizioni letterarie redatte dalle anime più sensibili.
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Come citare questo articolo
Paolo Zambonin. “El castagnazaro de Zocca”. Ventaglio Novanta, n. 30, 2005. https://ventaglionovanta.it/archivio/el-castagnazaro-de-zocca/