Oltre al più noto pane di Sant’Antonio, che viene offerto ai pellegrini e ai poveri nella città di Padova, ora nel Veneto vi è un altro pane dedicato a un Santo. È quello di San Teobaldo, copatrono, con San Giovanni Battista, di Badia Polesine.
L’iniziativa, che ha riscosso un ampio successo di pubblico e di buongustai, è stata presentata alla città il 1° luglio 2005, in occasione della festa del Santo e, poi, nello stand pubblicitario della Pro Loco al “Ferragosto badiese”.
A esser più precisi va detto che, in ricordo del santo, sono state promosse alcune altre iniziative: una bella mostra storico-documentaria curata dal Museo Civico “A.E. Baruffaldi”, la presentazione di un nuovo libro sull’Abbazia della Vangadizza (“Il potere della fede”, a cura di Roberto Viaro – ed. Antilia) e una proposta di gemellaggio con la cittadina francese di Saint Thibault des Vignes, nella cui regione, nel 1033, da una nobile famiglia, nacque Teobaldo.
Tutte iniziative, che denotano come la comunità cristiana di Badia Polesine sia sempre stata molto legata al santo di origine francese e, ancora oggi, dopo numerosi anni, lo ricorda con una suggestiva commemorazione che prevede una celebrazione eucaristica e la benedizione delle acque dell’Adige con la sua reliquia.
Va detto, innanzitutto, che la cittadina altopolesana custodisce le spoglie mortali del prodigioso eremita camaldolese (trafugate una notte del 1074 dalla Cattedrale di Vicenza da tre suoi confratelli, con la complicità dell’abate vangadiciense Pietro), spoglie che sono oggi custodite in una bianca urna neoclassica collocata nella chiesa arcipretale di San Giovanni Battista (in precedenza, dal 1074 al 1811, erano invece custodite in Abbazia).
Desiderosi di ampliarne la conoscenza e devozione, ma anche attratti dagli aspetti culturali legati alle sue vicende, alcuni componenti della Pro Loco badiese hanno intessuto relazioni epistolari e personali con le autorità di alcuni paesi visitati dal santo.
Ma per capire per quale motivo il principale alimento dell’uomo gli sia stato dedicato, è necessario sfogliare le sue biografie e fare un salto indietro nel tempo, al 1054.
In quell’anno Teobaldo è poco più di un ragazzo. Come S. Francesco d’Assisi, un altro “giovane ricco”, che cinquant’anni dopo avrebbe fatto una scelta di vita per tanti versi simile alla sua, lasciò la casa paterna, si tolse le pregiate vesti donandole ai poveri e divenne un mendicante, affidandosi unicamente alla Provvidenza.
Assieme all’amico Gualtiero raggiunse i boschi del Lussemburgo e divenne carbonaio, conoscendo così dal di dentro quella miserevole ed umile realtà che prima vedeva solo da lontano. Per questa sua attività fu scelto come patrono da quanti nel loro lavoro avevano a che fare con il carbone ed anche dai “carbonari” affiliati alla società segreta patriottica, nota col nome di Carboneria.
È di quel periodo uno dei suoi miracoli più noti: in un giorno particolarmente afoso fece scaturire una sorgente d’acqua che dissetò lui e i suoi compagni.
Un paio d’anni dopo, con Gualtiero e Oddone (un altro giovane che gli si era affiancato), partì per Santiago de Compostela, in Galizia, per visitare la tomba dell’apostolo Giacomo.
Di ritorno dalla Spagna, raggiunse la Germania e, a Trevirì, probabilmente sentendo più forte l’intenzione di consacrarsi a Dio, mandò il religioso Wilermo – che gli aveva insegnato a leggere – a Provins, presso la casa paterna, a chiedere un libro di preghiere. Ricevutolo, quale segno di ringraziamento, Teobaldo donò a Wilermo una pagnotta che, offerta agli ammalati, ne sanò molti.
Ripreso il viaggio, forse di ritorno da Roma, con Gualtiero, si diresse poi in Terra Santa, ma si fermò sui Colli Berici, nel vicentino. Quel luogo sembrava fosse lì ad attenderli, poiché nei pressi, a Sajanega, vi era anche una chiesetta ormai abbandonata. Proprio come San Francesco e i suoi frati, anche Teobaldo e Gualtiero ripararono quel luogo sacro e vi si insediarono definitivamente, abitando in una capanna a fianco della chiesa.
Iniziarono in quel luogo la loro vita eremitica intensificando il tempo della preghiera, la penitenza e la carità verso i bisognosi che passavano; l’abate Pietro gli chiese di entrare nell’ordine camaldolese e Teobaldo accettò.
Dopo l’ordinazione sacerdotale, visitò in alcune occasioni l’Abbazia della Vangadizza per svolgere le sue funzioni presbiteriali o per i capitoli dei monaci.
Raggiunti i 33 anni, la sera del 30 giugno 1066 (1067 secondo altri) Teobaldo morì. Nonostante l’opposizione dei suoi confratelli, che lo reclamavano per custodirlo in un monastero camaldolese, il suo corpo fu sepolto nella cripta della cattedrale di Vicenza.
Otto anni dopo, mai rassegnati da quell’assenza, un gruppetto di monaci (tra cui Oddone, suo compagno nel pellegrinaggio a Compostela) ne trafugò il corpo. Caricatene le ossa su un asinello, si avviarono verso Badia Polesine, facendo tappa nel convento agostiniano di Carceri d’Este (Padova). Di là, verosimilmente, inviarono un loro messaggero all’abbazia badiese per avvertire dell’imminente arrivo. Ma, ad ogni buon conto, per evitare che i vicentini si riappropriassero delle spoglie, il protettore dell’abbazia, Alberto Azzo II d’Este, aveva inviato loro incontro una scorta di armigeri; poi li aveva attesi lui stesso, con la corte, i monaci e numerosi fedeli.
Arrivate che furono, le spoglie furono ricevute dai bianchi monaci con grande gioia, e rimasero visibili per la venerazione dei fedeli per un anno intero.
L’episodio della traslazione delle reliquie suscitò così tanta eco che fu immortalato nell’imponente Abbazia di Carceri (divenuta camaldolese nel 1407) per mano di un valente artista rinascimentale. Il pittore che affrescò la vicenda, anch’egli sedotto dall’evento tanto importante, volendolo elevare in tutti i suoi aspetti, raffigurò l’abbazia badiese (che di certo non aveva mai visto) come se fosse stata un’imponente basilica romana, tutta colonne e marmi. Una veduta idealizzata di Badia Polesine che suscita in chi la guarda una nota di stupore.
Tornando ai nostri giorni e alla sua devozione in terra badiese, pare che Teobaldo sia anche patrono dei mugnai e dei panettieri poiché, soprattutto nei mulini natanti che macinavano il frumento sfruttando la corrente dell’Adige, accanto all’immagine della Santa Famiglia di Nazareth vi era anche la sua.
E quando finalmente il panettiere badiese Alessandro Bertoncello (erede di una tradizione panificatrice operante a Badia dal 1955), dopo vari tentativi e prove, ha portato nella sala consigliare del Comune altopolesano il “pane di San Teobaldo”, questo ha ottenuto quel successo a cui si accennava più sopra. I soci della Pro Loco e gli amministratori comunali hanno potuto così assaggiare quella pagnotta fatta con farine integrali in uso nel medioevo (frumento, segala, miglio, orzo e crusca) alle quali, per dare un lieve sapore dolce, sono state aggiunte noci e uvetta passita.
Quando, in occasione del “ferragosto”, il pane è stato presentato alla fiera campionaria, il suo sapore è stato apprezzato da un folto pubblico, soprattutto dai bambini, che si sono dimostrati voracissimi e autentici intenditori.
Alessandro Bertoncello si è invece detto onorato per aver partecipato a questa iniziativa e per aver contribuito, con la medesima, alla diffusione della figura del Santo Patrono. Forse però, a ispirarlo, all’insaputa di tutti, c’è ancora lui, il virtuoso eremita francese che un giorno donò un pane che sanò molti malati.
Il miracolo, questa volta, può essere che il bianco e saporito alimento ci ricordi, ogni volta che lo mangiamo, che non tutti ogni giorno ne dispongono. E, di conseguenza, ci ispiri ad agire in modo caritatevole.
(L’autore dell’articolo ringrazia la sig.a Mara Barison della Biblioteca Civica “G.G. Bronziero” di Badia Polesine e il sig. Diego Palugan di Carceri d’Este per la gentile consulenza offerta)
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Come citare questo articolo
Claudio Vallarini. “Il pane di San Teobaldo”. Ventaglio Novanta, n. 32, 2006. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-pane-di-san-teobaldo/