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RECENSIONI

Libri in redazione

di Autori Vari

Ventaglio Novanta n. 30 2005 pp. 118–125

Torna di attualità il Risorgimento polesano grazie a due pubblicazioni, la prima delle quali lumeggia i tempi della Carboneria, mentre la seconda ci offre un interessante spaccato della Spedizione dei Mille, con pagine a suo tempo vergate dall’impareggiabile scrittore-soldato, quale fu il lendinarese Alberto Mario.

Gianpietro Berti e Gianfranco Della Peruta (a cura di)

LA CARBONERIA – Intrecci veneti, nazionali ed internazionali

Ed. Minelliana, Rovigo, 2004

Il corposo volume, frutto del Convegno tenutosi nel novembre del 2002, presenta i contributi di molti studiosi, suddivisi in due parti: la prima lumeggia in generale La nascita e la diffusione del Fenomeno settario tra Sette ed Ottocento in Italia ed in Europa; la seconda, intitolata Insediamento e diffusione della Carboneria nella penisola italiana, entra nel vivo del tema specifico, con ricerche che documentano il radicarsi della società segreta in varie regioni d’Italia, focalizzando poi l’attenzione sul fenomeno tutto particolare quale fu quello polesano.

Per quanto riguarda il Polesine la caratteristica più saliente consiste nel fatto che la diffusione della Carboneria – pressoché assente nel resto del Veneto – trovò davvero fertile nel territorio tra il Po e l’Adige. Ci furono infatti adepti in quasi tutta la provincia, da poco unificata dal governo asburgico che, col Congresso di Vienna, portò il confine meridionale del Veneto al fiume Po, inglobando la fascia denominata Transpadana ferrarese, fino ad allora nell’ambito dello Stato della Chiesa.

Molteplici le cause di quello che a buon diritto è stato definito “Il caso Polesine”, prima fra tutte la contiguità con il territorio della Romagna e dell’Emilia, ove già esistevano vendite carbonare, interessate a sviluppare la rete in Veneto, partendo proprio dalla provincia di Rovigo. E particolarmente significativo divenne il radicarsi del movimento carbonaro a Crespino e soprattutto a Fratta Polesine, con intrecci con l’associazione bonapartista Empigle noire, di cui tesseva le fila Cecilia Monti. Fu quest’ultima l’ideatrice del famoso banchetto di S. Martino a villa Molin, culminato con l’individuazione dei patrioti convitati, e destinato a segnare l’avvio di una politica duramente repressiva da parte dell’Austria.

La novità della pubblicazione non consiste soltanto nell’approfondimento di fatti già in larga misura noti, ma nell’analisi di tutte le sfaccettature del fenomeno e la disamina degli intrecci tra i vari settori della società, compresa la posizione degli ecclesiastici di fronte alle nuove idee. Vengono inoltre focalizzate alcune figure sia di primo piano, come Felice Foresti, o altre meno note come Giovanni Bacchiega che, morto a Firenze, ebbe l’onore di trovare sepoltura in S. Croce tra i grandi della storia d’Italia. Vengono infine indagati i legami familiari, sociali e culturali dei carbonari polesani, offrendo un quadro di sicuro interesse, destinato anche ad una rivalutazione dell’importanza storica della carboneria polesana nel contesto nazionale.

LA CAMICIA ROSSA

Antilia, Treviso, 2004

Curato da Pier Luigi Bagatin, il volume ripropone l’interessante scritto del patriota lendinarese più volte edito dal 1866 al 1875 con aggiunte e rimaneggiamenti apportati dallo stesso autore. Il testo scelto dal curatore è quello l’ultima pubblicazione vergata da Alberto Mario (1875) e si caratterizza per la proposta, in appendice, di tutte le varianti rispetto alla precedente edizione del 1870. Fa seguito un accurato indice dei nomi e un Glossario dei termini letterari e classicheggianti, per agevolare l’accostamento del lettore di oggi all’opera ottocentesca.

La camicia rossa di Alberto Mario si presenta infatti non solo come un testo impegnato sotto il profilo politico e militante, ma anche particolarmente curato dal punto di vista letterario, ricco di dotte citazioni e contrassegnato da una prosa alquanto ricercata, a testimoniare l’alto livello culturale del patriota polesano, non a caso definito uomo di penna e di spada.

L’argomento è la Spedizione dei Mille, di cui non viene però riportata tutta la sequenza, poiché l’interesse dell’autore si focalizza su cinque significativi episodi vissuti intensamente in prima persona: Il ponte invisibile, che narra le vicende seguite alla conquista di Palermo, con l’incarico espletato dal Mario di organizzare un collegio militare per i ragazzi siciliani; I pionieri ovvero il passaggio nottetempo delle infide acque dello stretto di Messina e i primi scontri con le truppe borboniche nella penisola; Veni, vidi, vici, descrive la fulminea azione di Garibaldi che getta le basi per la disfatta dell’esercito partenopeo; Dittatura di tre giorni, basato sull’incarico assunto da Mario di pacificare l’isola di Ischia; I sanniti moderni, ovvero la difficile ed infruttuosa missione contro gli insorti della zona di Isernia; L’addio, la conclusione della campagna militare, l’incontro tra Garibaldi e Vittorio Emanuele e il momento malinconico dei commiati, accompagnato dal rinnovato atto di fede nell’Italia da costruirsi con nuove imprese: prima fra tutte la liberazione di Roma.

Il volume, che si apre con un’ampia nota introduttiva stesa da Pier Luigi Bagatin, porta il lettore nel clima patriottico e fiero del Risorgimento Italiano, e aiuta il lettore di oggi a comprendere le radici della storia nazionale, grazie anche alla forma narrativa scelta dal Mario, ricca di dialoghi, che lumeggiano le figure dei tanti patrioti che accorsero volontari al richiamo di Garibaldi, con l’unico scopo di “fare l’Italia”.

Lino Segantin

SULLA RIVA DEL PO

Comunicarte, Ferrara, 2003

Prima di entrare nel merito del contenuto della recente opera di Gina Nalini, arricchita dai disegni di Carolina Occari Campioni, vorrei sottolineare quanto “intrigante” sia, in questo libro, la funzione della scrittura. Essa è talmente lieve da passare quasi per una parola ascoltata più che letta; ha il merito di descrivere con precisione e insieme con lineare semplicità; sfiora il parlare comune, i luoghi comuni e il sentire comune senza mai sprofondare nella banalità delle cose già dette e sentite: è un’ottima scrittura.

Attraverso i ricordi di Gina Nalini ci riappropriamo delle nostre radici, di quel senso di appartenenza che ci permette di riconoscerci nel “vissuto” dei vari compagni di viaggio, impedendoci di cadere vittime della solitudine e dell’abbandono. Nelle pagine della sua opera i volti diventano familiari, le emozioni ti fanno partecipe di un piccolo mondo rurale, quello di Ochiobello, dove balzano in primo piano le donne che, con la loro operosità, generosità e determinazione danno ai “fatti” il loro “tocco”, diventandone protagoniste. Ogni episodio viene “vissuto” e quindi descritto da un io narrante che mostra, direi nel tempo, la meraviglia, l’immediatezza e la semplicità proprie dell’infanzia.

Nei brevi racconti di cui è composto il libro, quasi quadretti impressionisti, vengono riportati anche avvenimenti drammatici, riferimenti alle vicende belliche, all’alluvione del 1951, alla morte stessa, ma non hanno tinte forti e tragiche: il tocco è lieve nel ripercorrere quei momenti; i personaggi “si raccontano” con un certo distacco e con la consapevolezza della ineluttabilità del dolore e della sofferenza, ma con intatte le emozioni, come nel caso di “Marta di caplìn” (cappellini) presentata dall’autrice: composta nel suo dolore e dignitosa nella sua solitudine, con intorno a sé il vuoto.

E il Po? quel Po che nei primi giorni di primavera concedeva di risciacquare nell’acqua limpida il bucato; di rastrellare il fieno lungo gli argini della golena; di raccogliere i tronchi abbandonati dalla corrente, mentre scorreva vivace ed inarrestabile, “giocando” con il sole e insinuandosi tra i pioppi, appare, con la rotta del 1951, “terribile” come un dio pagano che si abbatte con rabbia sui poveri mortali quando: “rompe gli argini e fa cadere su grandi e piccoli il silenzio che li blocca immobili sull’argine stretti gli uni agli altri nel buio della sera avvolta nella nebbia. Intenti a fissare quel chiarore lucido che si impossessava rapido dei campi: l’acqua avanzava e copriva, cresceva e ingoiava tutto dentro di sé. Il freddo e la paura ci facevano tremare. L’attesa di quell’evento, che da tempo ormai aveva trasformato le notti in veglia, sconfinava ora nell’orrore del vuoto; poi qualcuno disse: "Adesso siamo isolati, che Iddio ce la mandi buona".

Maria Grazia Previati Paganelli

RIVEDERCI NELL’AMERICA

Comune di Anguillara Veneta, 2003

Durante i lavori di riordino dell’Archivio Storico del Comune di Anguillara, sono venute alla luce alcune lettere scritte nell’ultimo scorcio del XIX secolo da emigranti del paese bassopadovano che, stretti da gravissime necessità economiche (come del resto tanti polesani) avevano lasciato il paese natio per il Brasile, in cerca di condizioni di vita più accettabili. Dal rinvenimento, l’idea dell’Amministrazione Comunale di raccogliere la documentazione (di sicuro interesse anche quella fotografica) in un libro, affidato alle cure di Franco De Checchi, studioso padovano dei fenomeni migratori, che si è avvalso della collaborazione di Graziano Zanin e Luigi Polo.

Il volume (pubblicato dall’editrice Linea-ags, grazie ad un intervento della Regione Veneto) si apre con un profilo generale delle caratteristiche dell’emigrazione padovana verso il Brasile, incentivata da una parte dalla nera miseria contrassegnante la vita nel Veneto di fine Ottocento e dall’altra dalla crescente richiesta di manodopera, divenuta quanto mai pressante oltre oceano dopo l’abolizione della schiavitù.

Vengono portati alla luce i metodi di “promozione” del flusso migratorio su cui facevano leva agenti senza scrupoli, ingaggiati dalle compagnie di navigazione, le prime a lucrare sul commercio di braccia; vengono evidenziate le insidie del viaggio su vapori ai limiti della sicurezza e spaventosi sotto il profilo igienico e viene inoltre tracciato un quadro della situazione di povertà caratterizzante il comune di Anguillara e in genere la fascia della bassa padovana, motivo fondamentale dell’emigrazione transoceanica. Vengono infine fornite esaurienti informazioni sulle condizioni di vita e lavoro in terra brasiliana, in ogni caso dure e decisamente al di sotto delle aspettative degli emigranti.

C’era comunque la consolazione del vitto garantito e la speranza di poter migliorare, nel corso degli anni, il proprio tenore di vita. Di qui l’invito a parenti ed amici di lasciare la terra ingrata e l’esortazione a “Rivederci nell’America”.

Il bel volume, che apre un ampio squarcio sul fenomeno migratorio di fine Ottocento, riporta infine i testi di varie lettere dal Brasile, seguite da un puntuale commento, e si chiude con la ricostruzione della storia di una famiglia anguillarese giunta nello stato di San Paolo nel 1891, i cui discendenti vivono tuttora nella metropoli brasiliana: tra costoro Silvana Franco, autrice della ricerca caratterizzante l’ultimo capitolo intitolato Contributi brasiliani.

L.S.

ROVIGO, PASSATO E DINTORNI

Il Quadrivio editore, 2004, Rovigo

Sul bel rosso amaranto della copertina si apre una finestra dalla quale si scorge Piazza Vittorio Emanuele II, com’era tanti anni fa. La Piazza di Rovigo appare quasi deserta, ma per poco, ci pensa Giannina Giunta a rianimarla, a renderla brulicante di signore e signori, con i vivaci 20 racconti che compongono la nuova opera dedicata “Ai fratelli che non ci sono più”, da cui l’autrice ha attinto vari ricordi da conservare “perché le piccole storie sono la nostra ricchezza”.

Nelle pagine del suo libro il lettore viene portato da una mano amica e rassicurante nella Rovigo del passato. Giannina ha la capacità di farci respirare l’aria con gli odori, i rumori, le grida di una volta. Davanti ai nostri occhi ci appare una Rovigo fatta di botteghe e antichi mestieri, animata da quei dignitosissimi nostri antenati che anche noi cominciamo a conoscere e rispettare.

La stiratrice “l’incoraina” Valente, Cecchetto che vendeva i gelati, “l’omo del giasso”, lo “strassaro”, il buon latte della stalla dei signori Osti, lo spazzacamino, ”el ramaro” e poi le maestre Angelina e Lina Viola,nonna Adelaide, la bidella Angelina, la maestra “di cacca e pisin”, la levatrice Bruna Bovolenta e tanti, tanti altri personaggi prendono forma e si animano grazie alle descrizioni della Giunta. L’atmosfera in cui si muovono è ovattata, le parole sono di rispetto, quasi di tenerezza e di sincera ammirazione. Le esistenze che incontriamo vivono in pace con sé stesse e con il mondo. Conflitti, contrasti, difficoltà che tanto premono nell’odierna società, sembrano dissolversi nei ricordi dell’autrice. Momenti drammatici della sua vita, vicende di guerra, alluvioni sono rivissuti, descritti con toni pacati, filtrati dalla memoria, sorretti da un equilibrio interiore, da una visione razionale e positiva degli accadimenti. La cosa più importante è che la vita sempre e comunque continua.

Una società che fa dire alla stessa Autrice “con tutta quella miseria e disperazione nelle sagre dei paesi si suonava la fisarmonica, si ballava e la gente riusciva ad essere serena”. Delicatezza e tanta umanità anche nelle brevi e incisive descrizioni dei Rodigini illustri che hanno fatto crescere culturalmente e socialmente la città: il professor Viola, il maestro Ollari, Celio Ricchieri, solo per citarne alcuni. Con i personaggi rinascono le saghe familiari, si popolano le vecchie strade e luoghi ormai diversi o dimenticati della vecchia Rovigo. I racconti scorrevoli e piacevoli diventano anche dei documenti importanti, frutto, come sono, di una precisa e scrupolosa ricerca e della lucidissima e vivace memoria di Giannina Giunta.

Aurora Gardin

CENESELLESI DA RICORDARE

Nike Kai Dike, 2003, Fiesso Umbertiano

Giustamente si è voluto accompagnare il libro con il sottotitolo “Uomini e donne che hanno onorato Ceneselli e il Polesine”, giacchè la personalità di personaggi, sulla cui biografia si sofferma Gabriele Antonioli, risulta di sicuro interesse non solo per il paese in cui risiedettero, ma per tutta la provincia di Rovigo. E l’opera, sostenuta dal comune di Ceneselli, ha il pregio di aiutarci nell’importante compito di riapproprirci delle nostre radici, riscoprendo personalità di rilievo, il cui impegno ha lascito una traccia che va rivitalizzata, portando a conoscenza delle nuove generazioni un passato da ricordare.

E’ così che nella galleria dei “Cenesellesi da ricordare”, troviamo personalità distintisi in vari ambiti. Tra gli altri: il generale Arnaldo Azzi che, trovandosi in Albania con la sua divisione al momento dell’armistizio, scelse di schierarsi con i partigiani albanesi; il medico Giuseppe Germani che, legato da un debito di riconoscenza con Giacomo Matteotti, lasciò la residenza austriaca per portare aiuto alla vedova e alla famiglia dello scomparso, condannando così la propria esistenza a lunghi anni di detenzione, per essere poi tradotto al campo di concentramento di Mauthausen; Serse Peretti, musicista della Scala ed animatore di applauditissime rappresentazioni liriche in paese; Dario Mantovani, comico e cantastorie, soprannominato “taiadela”, apprezzato per la sua inventiva ed il suo umor in un ampio raggio; i fratelli Chilanti, Pietro tributarista e scrittore di tematiche legate alla caccia (365 giorni con gli uccelli) e Felice, giornalista antifascista che subì il confino a Lipari, divenuto poi famoso per inchieste sulla mafia, vari reportage e opere di narrativa; Fortunato Sprocatti, missionario in Uganda e suor Anna Federica Verzola, preposta alla guida del collegio del Sacro Cuore di Rovigo.

“Dare un futuro alla nostra memoria”, questo l’imperativo morale che ha guidato Andreolli nella sua opera, individuendo personaggi emblematici hanno avuto un ruolo significativo nel passato della nostra terra.

L.S.

GIORNI DI GUERRA

1940-1945 Ricordi giovanili del caporale Beppe

Nike Kai Dike, 2004, Fiesso Umbertiano

“Con un grosso berretto di lana calato in testa e infagottato in un vecchio pastrano”, il giovane Beppe Saretto pedala, il cuore in gola, verso Rovigo per la “naia”. Inizia, per il giovane di Bressane, il mattino del 2 febbraio 1940, un incredibile periodo di tragici eventi: i cinque anni della seconda guerra mondiale che segano profondamente la sua giovinezza e poi tutta la vita.

Oggi Beppe ha più di ottant’anni, ha tempo per ricordare. Deve rimanere qualcosa di quegli eventi, delle terribili esperienze, e traccia, in modo frammentario su un quaderno, i suoi cocenti ricordi.

L’eclettico Paolo Zambonin, pittore, giornalista e scrittore, curioso, attento osservatore e con un particolare interesse per la storia, accoglie “un po’ perplesso”, consapevole dell’oneroso lavoro che l’attende, la richiesta di Saretto di riordinare e rielaborare il diario. Dopo scrupolose ricerche e documentazioni, dà corpo e fa rivivere le scarne annotazioni del “caporale” Beppe Saretto. Ed ecco il nuovo libro, “Giorni di Guerra”, un’ intensa cronaca, un avvincente racconto in uno stile diretto, leggero e coinvolgente.

Paolo Zambonin mette in moto sensibilità, immaginazione, poesia e fa del coraggioso ed intrepido caporale Beppe Saretto di Bressane un personaggio di fascino.

Nel volume fatti di ferocia estrema sono stemperati, in parte, da passi che dipingono paesaggi, scorci di città, da gesti di umanità e dall’appassionato giovane amore per una ragazza iugoslava, la serena, disponibile Silvia. Un amore dolcissimo, che fa credere ancora nella vita. Cadenzano il libro sei capitoli dai titoli significativi che indicano il doloroso percorso del protagonista: la naia, Albania, Grecia, Iugoslavia, Prigionia in Germania, Nuovamente in Italia.

Beppe Saretto, un giovane polesano di bell’aspetto, intelligente, addestrato alla fatica, di buon senso e con un po’ di fortuna, se la cavò dall’inferno della guerra e dal lager in cui era piombato. Ora le sue informazioni, le esperienze, la sua storia divengono preziosa memoria, esistono e, grazie all’abile narrazione di Zambonin, sono un patrimonio anche per tutti noi.

Aurora Gardin

SAN MARTINO, UN CONVENTO PERDUTO

Castelmassa, 2002

Il titolo completo del volume è preceduto dal toponimo Massa Superiore: denominazione che contrassegnava l’attuale Castelmassa, la quale nel Medioevo era identificata come Massa o Santa Maria “dalle due basiliche”. La prima delle due chiese del paese fortificato – viene evidenziato nell’opera – sorgeva al centro, la seconda, fuori della cinta, caratterizzando il rione tuttora denominato S. Martino.

E proprio in questa borgata fu per secoli attivo l’importante centro monastico, ovvero il “convento perduto”, cui è dedicato lo studio dei due ricercatori castemassesi.

Il volume ricostruisce dunque la storia del monastero di S. Martino (prima benedettino e poi agostiniano da metà del ‘400) e del suo rapporto con la popolazione locale. Da questo punto di vista si registrarono momenti di grande frequentazione (specialmente nel Seicento nel periodo caratterizzato dalla grande peste e poi dalla bonifica attuata dal marchese Enzo Bentivoglio) alternati con altri di apparente distacco, in cui per la comunità massese fu la chiesa parrocchiale ad assumere un ruolo più incisivo.

La documentazione relativa al ‘700 ci presenta un’attività conventuale molto attenta al controllo dei redditi pertinenti al monastero, con frequenti ricorsi alla giustizia civile per risolvere questioni di interesse. Atteggiamento questo che accreditò nell’opinione pubblica l’idea di San Martino come centro di potere, più che come istituzione preposta alla cura delle anime. E questo fu certamente uno dei motivi – sottolineato dagli autori dell’interessante volume – che contribuì a rimuovere velocemente nella memoria collettiva il ricordo del convento, che, spogliato e distrutto in seguito ai decreti napoleonici, cadde presto nell’oblio.

Unici sbiaditi riferimenti, il toponimo che contraddistingue la borgata di S. Martino, e le manifestazioni della fiera di novembre, mentre presso l’archivio parrocchiale, provenienti dal monastero agostiniano, sono conservate soltanto due tele: una dedicata a San Nicola da Tolentino e l’altra a S. Rocco, quest’ultima voluta dai massesi dopo la peste del 1630.

A porre parziale rimedio a tanta povertà di informazioni sull’importante istituzione del passato, contribuisce pertanto lo studio di Amina Bongiovanni e Stefano Brigo che, grazie ad una difficile ricerca di documenti, riesce a ricostruire i momenti più salienti della storia del “convento perduto” di Castelmassa.

L.S.

SULLE ALI DELLA GLORIA

Promomedia Comunication Editore, 2004

E’ la biografia di un polesano famoso quella che ci propone lo storico adriese Aldo Rondina, un personaggio che per un quindicennio, dalla prima guerra mondiale alla precoce morte per incidente avvenuta a soli 37 anni nel 1931, galvanizzò l’attenzione non solo del popolo italiano ma dei tantissimi appassionati che seguivano con entusiasmo l’affermarsi della tecnologia del volo.

Stiamo parlando di Umberto Maddalena, di cui ricorre quest’anno il 110 anniversario della nascita, il quale ebbe l’avventura di divenire il protagonista per eccellenza della neo-costituita aviazione italiana, suscitando stupore ed ammirazione per le sue imprese dell’aria, che gli valsero alti riconoscimenti in patria ed attestati di grande stima in varie parti del mondo.

La sua celebrità raggiunse il massimo allorché, dopo giorni di vane ricerche del dirigibile “Italia” schiantatosi sui ghiacci polari, egli, a bordo di un idrovolante, riuscì ad identificare la famosa “tenda rossa” rifugio dei superstiti, e a compiere lanci di generi di conforto che assicurarono la loro sopravvivenza fino all’arrivo dei soccorsi giunti soltanto dopo ventidue giorni con una nave rompighiaccio russa.

Fu quella di Umberto Maddalena una vita davvero avventurosa, vissuta solcando i cieli e strappando ogni volta nuovi record per le distanze superate: un contributo fondamentale per accreditare presso l’opinione pubblica di tutto il mondo l’importanza del mezzo aereo per superare grandi distanze. E, quando un incidente, durante un volo di trasferimento dalla Lombardia a Roma, mise prematuramente fine alla ardimentosa vita dell’illustre aviatore polesano, il compianto fu davvero generale.

Con il suo “dossier” su Maddalena, frutto di minuziose indagini di archivio, Aldo Rondina ha realizzato una biografia completa dell’ “eroico trasvolatore”, ricostruendo le fasi salienti della sua vita leggendaria costellata da grandi avventure che fecero di Umberto Maddalena il più apprezzato pilota aereo della nascente aviazione italiana.

L.S.

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Autori Vari. “Libri in redazione”. Ventaglio Novanta, n. 30, 2005. https://ventaglionovanta.it/archivio/libri-in-redazione-20/

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