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  • Santa Margherita di Presciane

    Santa Margherita di Presciane

    Chi dall’Alto Polesine – dai paesi rivieraschi del Po che un tempo facevano parte della Transpadana Ferrarese – intenda recarsi nel capoluogo della provincia, può scegliere di percorrere la via che da Bagnolo di Po supera il Canalbianco a Castelguglielmo per procedere poi in direzione di San Bellino ed immettersi nella Transpolesana.

    E’ tra questi ultimi due comuni che sorge la piccola frazione di Presciane, culturalmente legata a Castelguglielmo, ma territorialmente inserita nel comprensorio di San Bellino.

    Caratterizzata da un pugno di case e da un’angusta carreggiata stradale, si pone all’attenzione per la bella e ben conservata villa Nani – Mocenigo ora Bertelli, per una caratteristica trattoria e per la Chiesa, facilmente individuabile grazie al suo campanile che spicca tra i filari degli alberi e tra i coppi degli edifici bisognosi di manutenzione.

    Proprio la piccola parrocchiale, dedicata a Santa Margherita Vergine e Martire, merita l’apprezzamento del visitatore, suscitando stupore per la bellezza compositiva e decorativa dei suoi interni. La scialba e incompiuta facciata, intonacata a cemento, non lascia trasparire il piccolo gioiello settecentesco dell’interno, caratterizzato da una chiara impronta veneziana.

    Entrati, l’attenzione è catturata da un nuovo “evento” visivo portato dalle strutture o dalle decorazioni che, per giochi di luci e di chiaroscuri, ci apre nuove prospettive di ricerca e di confronto stilistico con altre realtà riconducibili allo stesso periodo storico.

    La chiesa, più volte riedificata ed ampliata partendo da un oratorio quattrocentesco, oggi si presenta ai nostri occhi con uno sviluppo planimetrico ad aula unica, di forma rettangolare. Vi si accede dall’ingresso prospettico abbellito da un organo a canne del Callido posto su di un ballatoio ligneo decorato a tempere. La linearità e purezza compositiva dell’aula, impaginata nelle pareti da leggere lesene corinzie che sottendono la volta piana adorna da sfondati racchiusi in modanate e leggere cornici in stucco, trova movimento spaziale nel presbiterio e nel catino absidale.

    Una doppia coppia di colonne, di cui due a tutto tondo e due semincassate nella struttura muraria, sorregge la struttura decorativa del tamburo voltato, che imprime una spinta verticale al costrutto. Stucchi, dipinti murali, arredi lignei si fondono armoniosamente con l’architettura.

    La sensazione di “normalità” avvertita nell’arrivare sul sagrato della chiesa, all’interno viene smentita e il visitatore viene coinvolto dal patos inarrestabile provocato dai colori, dal disegno compositivo e dalla plasticità dei baroccheggianti stucchi aggettanti dalle pareti e dalle imposte delle finestre.

    L’incuria del tempo, gli interventi di “restauro” regressi (eseguiti nel secolo scorso, approntati impiegando tecniche e materiali poco idonei) l’impiego incontrollato di malte cementizie adottate su pareti, decori e colonne, la presenza di una forte umidità di risalita accompagnata da quantità di sali igroscopici in soluzione, avevano prodotto nelle strutture e nelle decorazioni un’evidente situazione di degrado, che occorreva contrastare.

    Ecco allora la caparbietà e il coraggio dell’attuale parroco di Presciane Don Pier Antonio Castello, ad intraprendere, alcuni anni or sono, l’iniziativa di elaborare un progetto di restauro complessivo su tutta la chiesa.

    E’ l’estate del 2002 quando vengo contattato per provvedere alla predisposizione di tutti gli incartamenti necessari ad ottenere il parere da parte della Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio di Verona, ufficio di competenza per il nostro territorio Polesano.

    Il progetto si snoda principalmente attraverso il “restauro conservativo e la ristrutturazione” da eseguirsi per stralci funzionali che prevedono interventi sull’area del catino absidale e del presbiterio, sull’aula dei fedeli, sulla facciata e l’esiguo ormai scomparso sagrato.

    Gli interventi sulle murature prevedono l’eliminazione degli intonaci cementizi e la deumidificazione delle murature con calci idrauliche naturali o pozzolaniche, la realizzazione di un nuovo impianto elettrico a sostituzione dell’esistente fatiscente e obsoleto comprensivo di nuovi punti luce studiati per valorizzare l’architettura e le decorazioni, la coloritura a calce delle pareti e il restauro dei soffitti dipinti con la sostituzione di tutte le vetrate monocromatiche gialle delle finestre con composizioni artistiche in vetro colorato in struttura di piombo.

    Il sistema di pavimentazione viene ripensato concettualmente, tecnologicamente ed esteticamente per una maggiore sua fruizione¹. Si trasforma radicalmente l’impianto di riscaldamento (quello esistente in ventilconvettori è nocivo per il ristagno dell’aria calda nei livelli superiori delle volte con l’alterazione del sistema d’umidità originario e vitale per gli arellati) con un sistema a pannelli radianti a pavimento indicato a risolvere tale problema. L’operazione sarà completata con il ridisegno del sistema pavimentale attraverso la rimozione del pavimento in formelle di cemento ottagonali e l’inserimento di lastre di marmo quadrate posate, alternate tra il bianco e il rosa di Verona e impaginate da cornici perimetrali in marmo bianco.

    Il progetto, avvallato dalla Soprintendenza di Verona, trova riscontro presso il bando “Progetto Restauro Beni Artistici Religiosi 2002/2003” promosso dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo con un contributo, per il primo stralcio funzionale identificato nel catino absidale ed il coro, pari ad euro 70.000,00.

    L’esistenza a Rovigo di un corso bimestrale per la formazione di “Restauratori di elementi architettonici ed apparati decorativi di edifici storici” promosso da C.N.A. Servizi Impresa S.r.l., coadiuvato dalla Società Sirio, con il Patrocinio dell’Ordine degli Architetti P.P.C. Provinciale, il Museo dei Grandi Fiumi e l’Istituto Universitario di Architettura di Venezia, ha portato gli undici corsisti a sperimentare l’esperienza acquisita in aula, in laboratorio e presso stage aziendali in ditte specialistiche nel settore, sulle volte dipinte del primo stralcio.

    Una convenzione tra lo scrivente con l’incarico di Docente e D.L. delle opere, la Parrocchia S. Margherita V.M., e C.N.A. Servizi Impresa S.r.l. ha prodotto una sinergia tale che in due mesi di lavoro, tra i primi di ottobre e i primi di dicembre del 2004, si sono potuti riportare all’antico splendore i dipinti delle volte sopra il coro e gli altari della piccola chiesa suggellati dalla loro inaugurazione e presentazione ai parrocchiani il 22 dicembre 2004 alla presenza di autorità civili e religiose.

    L’intervento ha raggiunto appieno l’obiettivo, riportando all’originario splendore le volte del presbiterio ed ha inoltre fatto emergere piccole curiosità ed evidenziato elementi già conosciuti.

    Dal restauro conservativo della corona lignea sono emerse, sull’estradosso della sua struttura, le seguenti scritte: “1770 Sub rectore Bellinazzi” riferito probabilmente a Tommaso Evaristo Bellinazzi parroco che risulta deceduto il 14/05/1770. Inoltre “Deauratum 1885 – Cattaneo paroco Angelo Magni”, riferibile forse alla data in cui fu eseguita la doratura, all’autore della medesima e al parroco Angelo Magni di Mantova deceduto nel 1890.

    Numerosi sono i cartigli (pergamene) in stucco che adornano i soffitti nei punti di raccordo tra gli elementi architettonici di diversa natura compositiva. Sulla cornice di imposta del “tamburo”, sovrastante la mensa celebrativa e sorretta dalla rappresentazione dei quattro dottori della chiesa San Gerolamo, Sant’ Ambrogio, San Gregorio Magno e Sant’Agostino, nei quattro cartigli vengono evidenziate le seguenti scritte: “Hoc templum”, “ornatum fuit”, “Anno Domini”, “MCMXV”. Riferimento quindi all’ultimo intervento decorativo realizzato nel “tempio” ornato nell’anno del signore 1915, anno in cui il parroco Giovanni Sanità fu trasferito a Ceregnano e al suo posto fu nominato Angelo Fornasiero.

    Tra il presbiterio e il coro una costellazione di ulteriori cartigli. “Pictor Ioseph Sartori” “Par D Ioa Bapta Sanita”, “Hoc est corpus meum”, “Ego sum panis vivus qui de coelo descendi”, “Fructum salutiferum gustandum dedit dominus”, “Terribilis est locus iste hic dominus dei est”, “Cibavit nos dominus ex adipe frumenti”, “Miserator dominus escam dedit timentibus se”.

    Prescindendo dal carattere di insegnamento ed ammonizione di tali scritte risulta importante notare che compare il nome del pittore Giuseppe Sartori che esegue il lavoro per il parroco Giovanni Sanità (1902/1915), nei primi due cartigli. Altra piccola curiosità sono le iniziali “a e t” comparse dopo la pulitura ai lati del sesto cartiglio.

    A conclusione dell’evoluzione pittorica, i simboli cristiani posti alla base del decorato della volta del catino absidale quali l’ostensorio, la croce, la navicella, il turibolo, il Sacratissimo cuore di Gesù, il Sacratissimo cuore di Maria, il pellicano (simbolo cristologico legato al sacrificio, alla carità e alla pietà), il piatto contenente l’ostia, il calice.

    Una splendida esperienza lavorativa conclusa dai ragazzi del corso, una prima tappa verso il restauro di un’opera d’arte e d’architettura degna di nota che trova nei giorni della pubblicazione dei questo numero del Ventaglio la conclusione dello stralcio funzionale con l’auspicio di potere presto reperire ulteriori fondi indispensabili al completamento dell’intervento generale di restauro.

    Presciane e la sua chiesa nel corso dei secoli

    L’atto di fondazione del nucleo edificativo di Presciane porta la data 01 marzo 1078 in occasione della decisione di innalzare nel sito una piccola Cappella sotto l’invocazione di Santa Margherita.

    La borgata deve il suo toponimo a Presciano Presciani fattore generale (prefetto del fisco) del Duca di Ferrara Borso I° d’Este (1413-1471). Presciano aveva concluso con successo l’opera di bonifica della vasta Valle di Canda e dei territori contermini.

    Nel 1462, riconoscente per l’imponente opera di risanamento dell’immenso bacino, Borso gratificò Presciano donandogli la vasta tenuta che dal possessore prese il nome di “Presciane”.

    Insediatosi, il funzionario estense trovò l’oratorio esistente in uno stato di grave abbandono, tanto da riedificarlo verso la metà del ‘400. Ma è solo nel 1539, per volontà delle figlie di Presciano Samaritana e Beatrice, e dopo avere ottenuto il giuspatronato, che viene eretta la Parrocchiale.

    Nel tempo, si registrò un’alternanza inarrestabile di proprietari come i De Prosperi, i Tassoni, i Nani – Mocenigo ognuno dei quali apportò al tempio ampliamenti e abbellimenti secondo le correnti artistiche e architettoniche in voga e le esigenze di culto.

    Il lento e inevitabile declino che oggi caratterizza diverse chiese è addebitabile non solo all’incedere del tempo ma anche in varia misura all’involuzione del significato di “chiesa” per la collettività cristiana, intesa non solo dal punto di vista della preghiera e dello stile di vita seguendo gli insegnamenti della Parola di Dio, ma come punto di raggruppamento della Comunità, nella gioia e nel dolore, attorno al suo edificio più rappresentativo. Un tempo….”Il popolo partecipava attivamente provvedendo all’arredo, al decoro, ai paramenti, all’organo, ai quadri, agli affreschi, creando pian piano nella chiesa il suo vanto e il suo tesoro”……². Oggi invece gli edifici di culto più importanti, ricchi di storia e d’opere d’arte, adeguandosi alle necessità e alle mode contemporanee, sono divenuti veri e propri musei, mete di turismo laico, religioso e devozionistico sostituendosi con questi introiti alla popolazione per la conservazione del loro ornato.

    Se questo vale per le importanti basiliche, ben diversa si presenta la situazione delle piccole chiese sconosciute. Il compito di tener viva l’attenzione sulle necessità del sacro edificio di Presciane è stato assunto in prima persona dal parroco don Pierantonio Castello, la cui iniziativa è sfociata nell’importante ed apprezzata azione di recupero³.

  • Andar per corti

    Andar per corti

    C’è una zona in Polesine dove si aprono grandi corti rurali, connotate da edifici di pregio risalenti per lo più al XVIII secolo: si stende ad oriente di Rovigo delimitata a nord dall’Adige e a sud dall’Adigetto e percorsa, nella zona centrale, da canali di drenaggio quali il Ceresolo e il Bresega, atti a raccogliere le acque piovane di un consistente bacino vallivo, che antiche mappe ci presentano caratterizzato da stagni e dai laghi di Triboi e Boina.

    L’itinerario completo, partendo da Rovigo, comprenderebbe un ampio anello a forma di ellisse con prima tappa a Buso per toccare poi i paesi di Canale, Villadose, Ca’ Emo, Fasana, Pettorazza Grimani, Beverare, S. Martino di Venezze, Mardimago, con ultima tappa, prima del rientro, a Sarzano.

    Nella nostra escursione in bicicletta, ci limitiamo a percorrere una parte dell’itinerario, fino a Cambio di Villadose e ritorno, in tutto circa 25 chilometri, rinviando a successive occasioni altri segmenti dell’itinerario.

    Fissato l’appuntamento di partenza presso la chiesa di S. BORTOLO, usciamo dunque da Rovigo, utilizzando la pista ciclabile di recente realizzazione che, agile e sinuosa, corre lungo l’argine sinistro dell’Adigetto, fino a S. SISTO dove, presso l’oratorio che caratterizza la località, si uniscono al gruppetto partito da Rovigo alcuni amici di Pontecchio. Si prosegue lieti lungo la pista ciclabile che dall’argine mancino passa a quello di destra superando un ponte, sotto cui è posizionata una chiusa regolatrice del livello dell’Adigetto.

    Dopo circa duecento metri la pista sbocca sulla antica strada arginale, risparmiata dal traffico cittadino perché utilizzata soltanto da quanti hanno necessità di raggiungere la piccola borgata di Canale verso cui pedaliamo.

    Sulla nostra destra si stende ubertosa la campagna, delimitata a sud dalla strada che collega la zona industriale di Rovigo con Ceregnano, oltre la quale sorge il paese di S. Apollinare ben individuabile dal campanile che sovrasta il centro abitato.

    Ampia si presenta la piattaforma rialzata della riva dell’Adigetto, tanto da accogliere vari insediamenti, per lo più di tipo rurale, tra cui, bella ed ordinata, si distingue Corte Albera, che deve il suo nome al robusto platano che campeggia sul lato destro dell’ampia corte.

    Le origini del complesso vanno rintracciate nell’Ottocento, quando fu censito nel Catasto austriaco come “Corte Frasca”. E qui sono ben individuabili gli elementi tipici della corte rurale: al centro, preceduta dall’aia, la casa padronale abitata dai proprietari conduttori del fondo; su entrambi i fianchi, di poco arretrati, i magazzini e gli edifici di lavoro (peccato che una barchessa sulla sinistra sia stata chiusa!). Altri edifici rustici, disposti perpendicolarmente rispetto alla casa e alla via, delimitano ai lati la grande corte. Sul muro in cotto che la separa dalla strada si aprono tre cancelli presidiati da massicci pilastri cilindrici, mentre sull’angolo destro della cinta campeggia una torretta con vezzose merlature, a testimoniare l’interesse dei proprietari per ingentilire la corte con qualche elemento esteticamente caratterizzante.

    Riprendiamo frattanto il nostro percorso fino a raggiungere il ponte che supera l’Adigetto all’altezza di Buso. Decidiamo di non oltrepassarlo, restando sulla riva destra per far tappa a CANALE. Il borgo deve il suo nome proprio al termine popolare con cui tuttora viene indicato l’Adigetto, dal quale la comunità paesana è divisa in due: la riva sinistra è infatti sotto l’amministrazione del comune di Villadose, l’altra – su cui transitiamo – di Ceregnano. E proprio sotto la strada arginale, di fronte al ponte che unisce le due parti, sorge la chiesa dedicata a S. Biagio. Il sacro edificio fu innalzato dopo la seconda guerra mondiale (i lavori iniziati nel 1947 si conclusero sette anni dopo) sostituendo il precedente del XVII secolo, di cui rimane ancora il campanile, privato della cuspide divenuta pericolante.

    A Canale le abitazioni, come la chiesa, sorgono anche sotto lo zoccolo arginale, dalla parte della campagna, verso cui si aprono anche alcuni insediamenti rurali scarsamente connotati sotto il profilo architettonico.

    Raggiungiamo frattanto VILLADOSE che, oltrepassata la strada provinciale, ci accoglie tra due fitte ali di case. Ed al centro del paese, signorile ed eminente sul territorio, ecco Ca’ Patella, pregevole villa di fine seicento, di gusto ancora rinascimentale, oggi adibita a sede municipale, mentre una sala accoglie una mostra archeologia allestita dal G.A.V. (Gruppo Archeologico Villadose).

    Un po’ chiusa e severa sul fronte settentrionale che prospetta la strada e l’Adigetto, la nobiliare costruzione si presenta invece più ariosa ed accogliente sul lato meridionale, caratterizzata al piano terra da un ampio loggiato centrale con cinque arcate a tutto sesto, ed al piano nobile, in corrispondenza del salone, da una trifora, sopra la quale è posizionato lo stemma dei conti Patella. Ove un tempo sorgeva l’aia, con il restauro e la nuova destinazione dell’immobile è stata creata una piazza rialzata su uno zoccolo che, sul lato sinistro, accoglie un bassorilievo che raffigura le corti rurali più importanti del territorio.

    Ca’ Patella, palazzo dalle linee armoniche ed equilibrate, risulta privo degli edifici di contorno necessari per i lavori campestri: i rustici erano infatti discosti dalla villa, costruiti più a sud nella vasta campagna della proprietà. Viceversa è presente, presso la nobiliare residenza estiva dei conti Patella, l’Oratorio (oggi sacrario ai caduti) che sorge lungo la via principale.

    Riprendiamo l’itinerario passando davanti alla chiesa dedicata a S. Leonardo, che visse lunghi periodi di precarietà per un ambiente spesso funestato da alluvioni. Nel 1604 mons. Sandro Peroto, in visita al tempio, ebbe a notare scoraggiato il grave stato di abbandono, con nidi di animali e sporcizia dappertutto. L’oratorio dei Patella dovette supplire all’inagibilità della chiesa parrocchiale per lungo tempo, finché questa non fu riedificata nel 1750, quando le anime avevano superato le 1500 unità. Una cifra ben diversa questa dalle 180 persone registrate nel 1604, comprensive degli abitanti di Buso!

    Il boom demografico si spiega proprio con la nascita delle corti rurali, conseguenza dei consistenti investimenti sul territorio, finalmente bonificato anche sulla sinistra dell’Adigetto. Proprio di fronte alla chiesa – sull’altra riva del corso d’acqua – sorse infatti, alla fine del ‘600, Corte Donà, imponente azienda agricola di proprietà dell’importante famiglia veneziana, presso cui è prevista una tappa sulla via del ritorno.

    Ricordiamo frattanto che lo sviluppo demografico a Villadose fu, dai primi anni del Settecento, talmente consistente da richiedere, dopo soli pochi decenni, un ampliamento della chiesa: in pratica una riedificazione, che portò alla realizzazione dell’attuale tempio ispirato a canoni neoclassici, completato nel 1830 (ma la facciata si presenta tuttora spoglia), mentre il campanile a torretta fu ricostruito soltanto nel 1901.

    Il nostro itinerario prosegue sulla strada arginale destra, presso cui sorgono diversi edifici rurali, alcuni in stato di abbandono, un tempo importanti riferimenti a servizio della campagna che si estende a sud. Ma lo sguardo va spesso oltre l’Adigetto ove si innalzano i complessi più significativi che incontreremo sulla via del ritorno.

    Raggiungiamo frattanto CAMBIO, che deve il suo nome al cambio dei cavalli preposti al traino delle imbarcazioni che, fino agli anni quaranta del secolo scorso, solcavano le placide acque dell’Adigetto. Nei pressi del ponte, inserita nel perimetro di una corte rurale un tempo, proprietà della famiglia Angeli, scopriamo l’ex oratorio di S. Maria delle Grazie. La vecchia chiesetta, costruita a metà dell’Ottocento, deturpata negli anni ‘30 del secolo scorso con un’incredibile quanto stonata aggiunta per ampliarne la capienza, è stata infine trasformata in magazzino dopo la costruzione nel 1977 della nuova parrocchiale dedicata alla B. V. di Lourdes.

    Superiamo frattanto il ponte per portarci sulla sinistra dell’Adigetto ed iniziare l’itinerario di ritorno. Verso settentrione lo sguardo si perde sull’immensa campagna, un territorio reso produttivo dopo consistenti opere di bonifica che, nel 1557 videro l’ardita realizzazione del sottopasso idraulico delle botti barbarighe, oggi sostituito dalle idrovore che innalzano il livello dei canali di scolo del Ceresolo e del Bresega. Con la bonifica del vasto territorio, denominato valle di S. Giustina, furono avviati ampi programmi di sviluppo rurale, che videro la nascita delle storiche corti, importanti sotto il profilo produttivo e pregevoli anche sotto quello architettonico³.

    Ed ecco, verso la campagna, delinearsi il Rustico De Stefani, un tempo appartenente alla potente famiglia Donà. Si tratta di una costruzione ottocentesca ad uso misto, residenza e granaio. Preceduta da un’ampia aia, la costruzione si caratterizza per l’alto porticato a sette arcate che si elevano per dar luce alle finestre del piano superiore dell’abitazione. Il sottotetto, adibito a granaio, prende aria da sette aperture separate dalle arcate da una cornice marcapiano.

    Riprendiamo frattanto l’itinerario raggiungendo un’alta e chiusa costruzione in cotto che costeggia la strada dalla parte dell’Adigetto. Non resistiamo alla presenza di un portone aperto che varchiamo senza esitazione: ci stupisce una corte incredibilmente grande, allungata sul corso d’acqua e delimitata a settentrione da due porticati eccezionalmente estesi. E’ Corte Casalini, un complesso rurale di grandi dimensioni, al cui centro sorge la casa padronale percorsa da due simmetriche canne fumarie. Ma ciò che desta particolare meraviglia sono le lunghe barchesse: quella orientale costituita da un portico di ben venticinque arcate, quella occidentale di quattordici.

    La corte dei nobili Casalini di Rovigo, realizzata alla fine del ‘700 su una parte della grande proprietà che fu dei Donà, era preposta alla campagna estesa verso nord, alle spalle del complesso rurale. Un tempo vi dovevano lavorare centinaia di dipendenti e la vasta aia, delimitata dalla singolare teoria di arcate, doveva risuonare dei richiami di persone affaccendate e dei muggiti dei bovini presenti nelle capenti stalle. Quanto lavoro manuale, quanto sudore nelle giornate della trebbiatura e degli ammassi degli altri prodotti della terra! E che allegria alla sera alla conclusione dell’epica fatica!

    Ora, a Corte Casalini, tutto è incredibilmente muto. Le barchesse, malinconiche testimoni di un’epoca storica che più non ritorna, si presentano tristemente ingombre di macchinari inutilizzabili. E, sulla grande aia in stato di abbandono, in mezzo ai resti di attrezzature inservibili, hanno trovato modo di attecchire erbe selvatiche. Cadenti si presentano anche i due padiglioni esagonali nei pressi del corso d’acqua, vezzose presenze architettoniche sulla corte patrizia, che fanno pensare a tempietti neoclassici. Solo la casa padronale, da poco ritinteggiata, manifesta interesse per la conservazione di un complesso tanto grande, per il quale non è facile individuare un’iniziativa che lo rivitalizzi.

    Un po’ rattristati dall’aver notato i distruttivi segni del tempo, riprendiamo frattanto il nostro percorso per fermarci, dopo poco, presso il Rustico Suman, originalissima costruzione, fresca di un recente intervento di restauro, un tempo rientrante nei possessi della vicina corte Casalini. La parte centrale dell’edificio è impreziosita da quattro colonne tuscaniche che sostengono un’architrave dando vita ad un alto porticato, caratterizzato ai lati da arcate a tutto sesto. Per le sue originali forme neoclassiche, Rustico Suman, eretto alla fine ‘700, fa pensare alla mano dell’architetto Sante Baseggio a cui si deve in Rovigo il coevo progetto del palazzo dell’Accademia dei Concordi e poi del Teatro Sociale.

    La tappa successiva è a Corte Donà, complesso scenografico che, sorgendo presso il centro di Villadose (proprio davanti alla chiesa parrocchiale, come già abbiamo avuto modo di osservare durante il percorso di andata) ha avuto la fortuna di essere interessato da un recente programma di recupero degli immobili, con la trasformazione della grande aia nella piazza principale del paese, denominata Piazza Barchessa.

    Il clima che si respira oggi è ben diverso da quello di un tempo, e non è facile immaginare il tipo di vita che per quasi tre secoli, a partire dalla fine del ‘600, ha caratterizzato Corte Donà. Ma va dato atto al recupero di aver salvato, dal degrado che sembrava irreversibile, un complesso architettonico tanto importante ridonandogli una nuova prospettiva di vita.

    Questi i significativi interventi: la casa padronale, caratterizzata da un portico con sei arcate a doppia altezza, è stata adibita a sede della BCC del Polesine; la barchessa laterale sinistra, un po’ arretrata è stata predisposta per ospitare negozi ed uffici; altrettanto dicasi per quella che chiude la grande corte sulla sinistra; negozi al piano terra ed abitazioni ai piani superiori sono stati infine ricavati nell’edificio che chiude la corte sulla destra, un tempo adibito ad abitazione dei salariati.

    Il grandioso complesso che fu dei Donà nella seconda metà del XVIII secolo passò, per vie matrimoniali ed ereditarie ai Grimani, entrambe potenti famiglie veneziane che nei rispettivi alberi genealogici annoverarono la presenza di dogi. Fu così che, dalla corte tanto illustre, il paese derivò il proprio toponimo, passando dal medioevale Villa-ducis al più rappresentativo Villadose, ovvero villa del doge⁴.

    Riprendiamo il percorso lasciandoci alle spalle il centro del paese, pedalando verso CANALE: questa volta incontriamo la parte della borgata adagiata sulla riva sinistra dell’Adigetto, rientrante nel comune di Villadose. Ecco Corte Penelazzo, complesso rurale anche questo recentemente interessato da un ampio intervento di recupero che ha riconvertito l’immobile principale a ristorante.

    Si tratta di un rustico, con portico a doppia altezza caratterizzato da sei arcate a tutto sesto, chiuse da vetrate per le nuove esigenze legate alla ristorazione. Il sottotetto, un tempo granaio, oggi adibito a sala del ristorante, prende luce da finestre binate, centrate sulle arcate sottostanti. L’ampia aia mattonata è ancora perfettamente conservata, come è tuttora presente, al limite della corte dalla parte dell’Adigetto, un raro esemplare plurisecolare di frassino. Un bel viale alberato, infine, sul retro, con accesso sulla strada provinciale, un tempo comunicava con il fondo facente parte degli ampi possedimenti della famiglia Donà.

    Riprendiamo il percorso superando il centro della borgata in corrispondenza del ponte (oltre il quale, come visto nell’andata, si innalza la chiesa) per raggiungere la deviazione di via Teano, ove sorge il Rustico Cornera, oggi Lionello. Il massiccio edificio presenta un ampio porticato con cinque arcate a doppia altezza che si innalzano su robusti pilastri ingentiliti da paraste con capitello dorico, mentre dieci finestrelle (due in corrispondenza di ogni arcata) danno luce all’ampio sottotetto. Davanti all’armonica costruzione si apre un’ampia aia, rialzata rispetto al piano della corte, che si palesa tuttora integra. La presenza di macchine per l’agricoltura testimonia come l’attività rurale sia tuttora praticata dalla famiglia residente a corte Cornera.

    Tornati sulla via arginale, raggiungiamo frattanto BUSO, Buxus in passato, ovvero bosso, cioè zona boschiva caratterizzata da questo tipo di piante e, non dimentichiamolo, soggetta come le vicine Villadose e Sarzano a disastrosi eventi alluvionali, ricordati anche da Alberino Gabrielli nel citato volume: “Nel 1419 la chiesa di Buso è sott’acqua per le inondazioni (…). Per 150 anni le acque assediarono il territorio, disperdendo e decimando la popolazione”.

    Soltanto alla fine del ‘600, in seguito ai consistenti lavori di bonifica si giunse a garantire alla zona una soddisfacente stabilità, cosicché l’agricoltura, divenuta una fonte certa di reddito, costituì un importante richiamo per nuovi abitanti. Fu allora che un lungimirante sacerdote ideò la costruzione di un originale sacro edificio a forma ottagonale. Nel 1730 fu posta la prima pietra della chiesa di S. Marco Evangelista, frequentata fino agli anni sessanta del secolo scorso quando, ritenendo eccessiva la spesa di ristrutturazione del tempio, si decise di erigerne uno nuovo. Fu così abbandonato il vetusto ed armonico edificio, per il quale recentemente gli studenti dell’Istituto per Geometri di Rovigo hanno presentato un progetto di recupero che prevede la realizzazione di un teatro.

    Dalla fine del ‘600 a Buso l’agricoltura trova il suo principale riferimento nella nascita di due grandi insediamenti contigui. Incontriamo per prima Corte Costato, complesso che risale alla fine del sec. XVIII, identificato nelle mappe del tempo come villa del Buso. L’inconsueta costruzione, che prospetta su un’ampia corte mattonata, è costituita da un lungo caseggiato, la cui facciata, tipicizzata da finestre binate, è percorsa da quattro canne fumarie, testimonianza della presenza di più nuclei familiari. Sono inoltre presenti due barchesse, una retrostante la casa l’altra sul lato ovest.

    Subito dopo sorge Corte Angeli-De Polzer, costruita anche questa alla fine del ‘600 e divenuta proprietà del conte Angeli dal 1775. Tipicizza la corte un’originale barchessa con una doppia serie di archi sovrapposti, di cui quelli superiori, più piccoli, in numero doppio di quelli del portico a piano terra, arricchiti questi ultimi da uno stemma gentilizio in chiave di volta. Davanti alla grande barchessa si apre la vasta aia, mentre la casa padronale sorge sul fianco destro, in posizione avanzata, affacciata sulla pubblica via da cui è separata da un giardinetto. Si erge massiccia, con la facciata principale simile a quella posteriore che prospetta su un giardino col pozzo: entrambe le facciate presentano un accesso centinato preceduto da una scalinata, mentre al piano nobile si aprono tre portali archivoltati preceduti da balaustra. L’ampio complesso rurale comprende anche un fienile, una stalla ed un caseggiato per i lavoratori agricoli.

    Lasciamo quest’ultima grande struttura per completare il nostro itinerario proseguendo sulla strada arginale sinistra fino all’Oratorio di S. Sisto. Qui, scattata un’ultima foto di gruppo ed accennato al progetto di una prossima escursione, ci accomiatiamo dagli amici di Pontecchio prima di imboccare la pista ciclabile che ci riporterà a Rovigo.

  • I Misteri della luce

    I Misteri della luce

    I recenti interventi di restauro, che hanno reso più bella ed accogliente la cattedrale, hanno consentito di valorizzare ancor più il suo notevole patrimonio artistico. Specialmente quello di più recente acquisizione, come i dipinti raffiguranti i “Misteri della Luce” di Graziano Martini.

    Si tratta di cinque quadri su tavola (cm. 140 x 135) eseguiti espressamente per la cattedrale di Adria dal pittore fiorentino che utilizza, dopo averle studiate a fondo, tecniche con i colori che si usavano nel ‘400 e ‘500.

    La felice coincidenza delle Solennità quinquennali in onore della Beata Vergine del Santo Rosario (venerata fin dalla seconda metà del sec. XVI) e la promulgazione della lettera apostolica (16 Ottobre 2002) di Giovanni Paolo II dal titolo emblematico “Il rosario della Vergine Maria” per la proclamazione dell’Anno del Rosario (Ottobre 2002-2003), hanno costituito l’occasione adatta per arricchire con nuove espressioni artistiche l’altare dedicato alla “Regina degli Adriesi”. Giovanni Paolo II, nel confermare con il citato documento la “struttura ampiamente consolidata del rosario”, ha preso l’iniziativa di integrarlo introducendo elementi nuovi e offrendo, nel contempo, opportuni suggerimenti.

    Ai tradizionali Misteri della Gioia, del Dolore e della Gloria, il Pontefice ha creduto bene aggiungere quelli che ci fanno contemplare alcuni momenti significativi della vita pubblica di Gesù, cioè i Misteri della luce: Battesimo, Nozze di Cana, Annuncio del Regno di Dio, Trasfigurazione ed Eucaristia. Questo per colmare il vuoto esistente tra il ritrovamento di Gesù e la sua agonia nel Getsemani.

    E’ merito del Direttore della Galleria “Il Castello” di Adria, Sig. Felice Cassetta, se le opere raffiguranti i Misteri della Luce, da lui generosamente donate alla cattedrale, adornano oggi l’altare del Rosario. Egli, infatti, ne ha commissionato la realizzazione al pittore Graziano Martini che ha concretizzato le opere in tempo utile per l’esposizione nella “Mostra di pittura mariana” aperta nella vecchia cattedrale dallo stesso Gallerista, in occasione delle Feste quinquennali.

    Il compito assegnato al pittore fiorentino non è stato facile. L’artista ha dovuto affrontare, infatti, un lavoro molto impegnativo, soprattutto per i colori ed i soggetti che dovevano amalgamarsi con quelli già esistenti. Tutt’attorno alla parete su cui si appoggia l’altare del Rosario, infatti, corrono gli affreschi con i quindici Misteri eseguiti dal muranese Sebastiano Santi, verso il 1860.

    Le cinque nuove opere, perfettamente riuscite, sono state benedette dal Cardinale Esilio Tonini alla conclusione delle Solennità quinquennali (5-12 Ottobre 2003) per la Madonna del Rosario. Sono molto apprezzate dai fedeli della cattedrale e dai numerosi visitatori che rilevano, tra l’altro, l’encomiabile tempestività della traduzione artistica dei Misteri della Luce.

    GRAZIANO MARTINI

    Autore dei Misteri della Luce

    Nasce a Firenze il 5 Luglio 1939. Fin da giovanissimo ama l’arte, essendo profondamente estasiato per tutte le meraviglie di Firenze e dintorni. Dopo le scuole superiori frequenta nella stessa città l’Istituto Statale d’Arte “Portaromana” dove, nel 1950, si diploma nell’arte della ceramica. Inizia subito il suo grande amore per lo studio delle tecniche e delle composizioni coloristiche con i quotati artisti fiorentini con cui era entrato in amicizia.

    Furono proprio il Maestro Nino Tirinnanzi ed il grande Pietro Annigoni, che ne conoscevano volontà, tenacia e facilità di apprendimento, ad incoraggiare il giovane Martini nel proseguire il suo cammino artistico. Martini entrò in amicizia anche con i fratelli Xavier ed Antonio Bueno. Fu lo stesso Xavier a consigliargli di partecipare nel 1962 al “Fiorino d’Oro”, il Concorso più prestigioso di Firenze, dove vinse il primo premio. Sia i fratelli Bueno, che gli stessi Annigoni e Tirinnanzi, lo incoraggiarono molto nella preparazione della sua prima e grande mostra che ebbe un grande successo.

    Numerosissime sono state, poi, le sue Mostre con dipinti realizzati con le varie tecniche acquisite attraverso il frequente contatto con i grandi Maestri del suo entourage, facendo propri i suggerimenti provenienti anche da altre espressioni artistiche.

    Nel 1974, fu invitato a partecipare per la prima volta alla Quadriennale di Roma ottenendo grande successo sia di pubblico che di critica. Quindi, il Maestro iniziò la sua importante carriera pittorica realizzando per la chiesa di Senise (Potenza) due grandi pale raffiguranti la Sacra Famiglia e la Trinità. Le sue opere, oltre che in Italia, sono ormai presenti in Belgio, Germania, Inghilterra, Russia, Olanda, Svizzera, Stati Uniti, Canada.

    Dal 2000, si dedica ad opere di grandi dimensioni che gli vengono commissionate su indicazione dei molti amici architetti che apprezzano il particolare stile agganciato ai grandi pittori del ‘400 e ‘500.

  • La golena di Ca’ Pisani

    La golena di Ca’ Pisani

    La Primavera 2005 ha portato agli amanti del singolare ambiente naturale del Delta del Po un bel regalo: l’apertura al pubblico della Golena di Ca’Pisani, un’area di grande pregio naturalistico.

    Evento a lungo atteso da un crescente numero di appassionati di natura, la nuova oasi, aperta per la prima volta nel giorno di Pasqua, rappresenta senza dubbio una tappa importante per lo sviluppo del turismo naturalistico nel delta Veneto. Pesava infatti, sul prestigio della più importante zona umida italiana, l’assenza di un punto di riferimento dotato di strutture preposte ad accogliere gli appassionati del bird-watching (l’osservazione degli uccelli) o semplicemente i gruppi scolastici.

    L’area, estesa su circa 43 ettari di golena appartenente al monumentale alveo del Po di Maistra, comprende percorsi dotati di capanni e schermature concepiti per l’osservazione della fauna.

    Collocata all’ingresso meridionale della via delle valli di Porto Viro (uno dei percorsi più suggestivi dell’intero Delta) e a circa tre chilometri dal punto in cui trae origine il ramo fluviale più rilevante sotto il profilo naturalistico, la golena lega la propria storia a quella del fiume in cui è ubicata e all’opera dell’uomo che ne ha scritto il destino.

    Il Po di Maistra, originatosi in seguito a quell’imponente opera di deviazione del Po che fu taglio di Porto Viro (1600-1604), come fa intuire il nome che richiama ad un ramo Maestro, rappresentava sul finire del ‘700 il principale alveo di deflusso del grande fiume.

    Le vicende evolutive naturali del Po Grande, influenzate anche da opere ideate per favorire la deviazione dello stesso verso i rami meridionali di Tolle e di Goro, portarono ad una progressiva riduzione della portata d’acqua del Po di Maistra, con conseguenti fenomeni di impaludamento, cosicché il ramo del grande fiume si è sempre più caratterizzato come uno stretto e sinuoso canale, circondato dalle ampie e rigogliose golene che oggi lo contraddistinguono.

    Prima che l’uomo realizzasse le attuali arginature, tali golene, caratterizzate da depressioni umide, canneti, e boschi riparali, nel corso del tempo vennero in buona parte bonificate e quindi coltivate.

    Facendo un balzo ai primi del ‘900, potremmo così osservare che nei territori a ridosso del fiume, che oggi ricalcano le attuali golene poste all’origine del ramo, non solo era praticata l’agricoltura, ma vi erano collocate abitazioni che costituivano buona parte della frazione di Ca’ Pisani.

    Nel 1964 l’appezzamento oggi rappresentato dall’attuale oasi, all’epoca coltivato a riso, venne acquistato dalla famiglia Gnan che, attraverso un’imponente opera di scavo e la realizzazione di chiuse per la regolazione dei livelli idrici, cambiò radicalmente l’indirizzo produttivo dell’area trasformandola in valle da pesca dove allevare le più comuni specie ittiche (Cefalo, Orata, Branzino ed Anguilla) ed esercitare la caccia da appostamento.

    Il venir meno della convenienza economica della pesca, ma soprattutto l’istituzione del Parco Regionale Veneto del Delta del Po nel 1997, evento che bloccò di fatto la caccia negli ambiti fluviali, indussero il proprietario ad accettare l’anno seguente un’offerta di acquisto della piccola valle da parte della Regione Veneto. Quest’ultima avviò subito dopo un progetto “Life Natura” finanziato dall’Unione Europea, ricadente sui tre comuni di Porto Viro, Porto Tolle e Taglio di Po e finalizzato alla conservazione di alcuni siti di nidificazione del delta fra i quali spiccava appunto la golena di Ca’Pisani. L’esecuzione del progetto, fra i cui promotori figurava la stessa LIPU Italia, venne affidata ai Servizi Forestali Regionali di Padova e Rovigo che tutt’oggi ne garantiscono la manutenzione e il controllo.

    Il recente ingresso dell’Ente Parco nella convenzione ha consentito l’apertura al pubblico dell’area, visitabile con l’ausilio di guide naturalistiche ogni domenica e su prenotazione anche nei giorni feriali.

    Sarà così possibile apprezzare nei diversi periodi dell’anno, con l’ausilio di personale esperto, le diverse tipologie ambientali presenti nell’oasi.

    Dei tre laghi d’acqua dolce di cui si compone l’area, due, collocati rispettivamente a nord e a sud sono soggetti a marea, in quanto collegati direttamente al fiume, prossimo al mare

    La fitta vegetazione ripariale che li circonda è composta da canneti dominati dalla Cannuccia palustre in successione con lussureggianti boschi di Salice bianco, dove compaiono piccoli nuclei di Olmo, habitat ideale per il Picchio rosso maggiore, il Colombaccio, il Falco Lodolaio e il raro Picchio verde.

    Le velme, emergenti negli orari di bassa marea, sono meta di varie specie di limicoli (uccelli adattati a nutrirsi e a muoversi sul fango) fra cui soprattutto nei periodi di passo (primavera e autunno) spiccano la Pantana, il Totano Moro, il Piro-piro boschereccio, il Cavaliere d’Italia e la Pittima reale.

    Nello stagno centrale, il più vasto, i livelli idrici sono regolabili tramite chiuse, pertanto sono più stabili. La presenza perenne d’acqua ha indotto la formazione del solo canneto lungo le sponde e sugli isolotti che solcano e punteggiano lo stagno. In tale contesto ambientale nidificano il Germano reale, lo Svasso maggiore, il Tuffetto, la Folaga, il Porciglione, e dove il canneto è particolarmente rigoglioso, il raro Basettino un piccolo uccello affine alle cince i cui maschi si contraddistinguono per il caratteristico mustacchio nero che scende lungo le guance.

    Durante l’inverno lo stesso lago ospita contingenti talvolta abbondanti di anatre cosiddette tuffatrici fra cui si annoverano il Moriglione e l’elegante Moretta. Nei piccoli stagni circondati da canneti si ripara la più elusiva Alzavola (la più piccola anatra europea che nel Po di Maistra trascorre gran parte dell’inverno).

    All’inizio della primavera si possono osservare frequentemente branchi di Marzaiole in migrazione e non è più raro imbattersi nel maestoso Falco pescatore. Nello stesso periodo gli Svassi maggiori ci regalano le loro eleganti quanto elaborate “danze nuziali” e il maschio del Falco di palude, rapace simbolo dell’oasi per abbondanza ed eleganza, con parabole e picchiate mozzafiato si dà un gran daffare a stupire il piccolo harem che lo attende pigramente qualche decina di metri più in basso.

    Questa dunque una rapida carrellata degli attori che animano la golena di Ca’Pisani. Come da una platea privilegiata, nell’oasi è possibile osservare la struggente trama dell’evolversi delle loro vite. Connesse fra loro, come le maglie di un’ immensa rete, si rinnovano secondo un copione che replica invariato da milioni di anni, in uno scenario dalle mille metamorfosi.

  • Il gemellaggio dei Lions

    Il gemellaggio dei Lions

    “E’ stata una bellissima idea quella del gemellaggio fra il Lions Club Contarina Delta Po e il Lions Club di Foligno, nonché quella di portare i componenti in visita nel territorio del mio comune, Taglio di Po, e degli altri comuni del Delta. Questo ci fa onore e ve ne ringrazio profondamente”.

    Con queste parole il Sindaco Margaret Crivellari ha accolto, nella Sala Consiliare del Municipio, le due delegazioni Lions per una breve cerimonia di benvenuto e, dopo i saluti di rito, ha presentato agli illustri ospiti le bellezze naturalistiche del suo paese: Taglio di Po, una cittadina di circa 8500 abitanti, inserita all’interno del perimetro del Parco Regionale del Delta del Po, in posizione geografica centrale e a pochi chilometri di distanza dalle grandi città d’arte (Venezia, Padova, Ferrara, Ravenna), che oggi punta ad un più moderno sviluppo delle sue grandi potenzialità agricole, artigianali e turistiche. Ne ha brevemente ripercorso la storia, ne ha sottolineato i principali aspetti sociali ed economici, fornendo, infine, un bel quadro d’insieme con l’aggiunta delle numerose realtà musicali e delle associazioni di volontariato che, a diverso titolo, operano nel suo ambito.

    Taglio di Po, inoltre, è uno dei comuni deltizi (insieme con Rosolina, Porto Viro, Porto Tolle, Corbola, Ariano nel Polesine, Loreo, Papozze, Adria), su cui gravita il Lions Club Contarina Delta Po, gemellato ufficialmente dall’ottobre 2003 con il Lions Club di Foligno. Un vasto territorio d’azione, quindi, e proprio in virtù di questo – come spiega l’architetto di Porto Viro Marietto Laurenti, cerimoniere e responsabile per i gemellaggi – “si è deciso che, nelle varie occasioni di visita, avremmo organizzato una piccola ‘cerimonia di benvenuto’ ai gemelli umbri con il coinvolgimento delle massime autorità delle varie realtà comunali”. “Quest’anno – continua Laurenti – abbiamo chiesto la disponibilità al Sindaco e all’Assessore alla Cultura del Comune di Taglio di Po, che hanno accettato con grande entusiasmo la proposta e hanno fissato l’incontro. Il prossimo anno sarà individuato un altro comune del Delta”.

    Il primo cittadino tagliolese ha espresso parole di ringraziamento ai soci e al presidente del Lions Club Contarina Delta Po, Andrea Marangon, per i numerosi progetti sostenuti, per le molteplici iniziative di alto livello finora realizzate e per quelle in cantiere per il futuro. Una di queste, in particolare, è rivolta a una giovane cittadina tagliolese, che, grazie all’interessamento e al contributo economico offerto, potrà continuare il suo piano di studi all’estero. Ha concluso, quindi, il suo intervento con la promessa di una visita a breve nella città umbra, cogliendo l’invito del presidente del Lions Club Foligno Giuseppe Metelli “ad essere una di loro” in occasione della ricorrenza della famosa “Giostra dei Ceri”, giunta alla 60° edizione.

    Il presidente Metelli dal suo canto ha ulteriormente ribadito l’importanza del gemellaggio fra i due Lions Clubs (ufficialmente sancito nell’ottobre del 2004), quale occasione di scambio culturale fra persone che, pur vivendo in terre tanto diverse, sono accomunate dai profondi valori morali dell’amicizia e della solidarietà, e quale opportunità di collaborazione “perché insieme e creando sinergie, si possono raggiungere obiettivi che sembrerebbero irragiungibili”. Molti di questi, infatti, sono condivisi da entrambi i Clubs che, dopo aver stretto il loro saldo legame, intendono insieme perseguire obiettivi comuni, ed in particolare: sviluppare l’amicizia tra soci Lions, promuovere la conoscenza e l’approfondimento delle caratteristiche territoriali e culturali dell’area in cui essi operano e creare un “gemellaggio attivo”, cioè istituire un appuntamento fisso annuale (da inserire nel programma di ogni annata lionistica) per la visita programmata dei due club nei rispettivi territori.

    La serata, organizzata in tutti i dettagli dall’architetto Marietto Laurenti, ha avuto un piacevole seguito con una cena conviviale, presso il noto e caratteristico “Cason di valle” di Val Pisani, nel corso della quale gli ospiti hanno potuto apprezzare alcune specialità gastronomiche della cucina locale.

    Con lo scambio di doni e di prodotti tipici fra le due delegazioni, si è conclusa la visita dei “gemelli” umbri nel Delta, continuata poi nei due giorni seguenti con quella alle Ville Venete, alla città di Chioggia e al Museo Diocesano, guidata dal suo direttore, Mons. Giuliano Marangon, cittadino portovirese, e infine a Venezia.

    Un po’ di storia

    Il Lions Club Contarina Delta del Po è nato a Contarina (oggi Porto Viro) nel lontano 1969 ad opera di un gruppo di soci fondatori residenti nei comuni dell’area deltizia, con l’intento, del resto comune a tutti i Clubs Lions, di espandere gli orizzonti con azioni in diversi campi, fino a progetti di miglioramento delle proprie comunità e del mondo intero. Nel 2003, essendo nata l’idea di promuovere il gemellaggio con un altro Lions, la scelta è caduta su quello di Foligno. Le cariche del Lion Club Contarina Delta Po per l’anno lionistico in corso (2004-2005) sono: Presidente: Andrea Marangon, Segretario: Orazio Bertaglia, Tesoriere: Paolo Marangon, Cerimoniere e Responsabile per i gemellaggi: Marietto Laurenti.

    L’associazione Internazionale dei Lions Clubs, la più estesa e la più grande organizzazione di servizio umanitario nel mondo, è oggi presente in 193 nazioni con 45865 club. Nasce nel 1917 a Chicago, per volontà di Melvin Jones, un assicuratore, per accogliere tutte le persone, uomini e donne di buona volontà, che vivono per affermare i valori morali nella loro vita individuale e sociale, per testimoniare lealtà al proprio paese e per aiutare i bisognosi, essendo esse stesse esempio di onestà, correttezza, generosità e solidarietà nella propria comunità e nel mondo.

    Il nome Lions deriva dalle iniziali delle parole Liberty, Intelligence, Our Nation Safety e il suo motto è We serve (Noi serviamo). La missione è difendere, sostenere e promuovere i principi di solidarietà, della difesa dell’individuo, della libertà in ogni parte del mondo.

    Nel 1990 il Lions Club ha lanciato SightFirst, la sua principale iniziativa per la protezione della vista. Il programma da 143,5 milioni di dollari americani si propone di sconfiggere la cecità prevenibile e reversibile sostenendo i servizi sanitari necessari. Oltre ai programmi relativi alla vista, Lions Clubs International è impegnato a fornire servizi per i giovani. Le attività dei Lions Club sono inoltre rivolte all’ambiente, alla costruzione di case per i disabili, all’offerta di informazioni sul diabete, alla conduzione di programmi sull’udito e, grazie alla Fondazione, ad offrire soccorso in caso di disastri in tutto il mondo.

    Un progetto realizzato dal Lions Club Foligno

    La Casa di accoglienza per l’Handicap "Giuseppe Palmas", finanziata dal Lions Club International ed interamente progettata e realizzata a cura del Club di Foligno, è a disposizione di tutti i cittadini.

    Il servizio si propone, tra le tante finalità, di lavorare per l’acquisizione della massima autonomia possibile nella corretta gestione della propria persona, di portare il soggetto con cui si interagisce ad assumere regole comportamentali tali da consentire l’inserimento nella società, di favorire il raggiungimento della massima operatività possibile per ogni soggetto e di fornire un supporto alle famiglie dei portatori di handicap.

  • Il regno del cibo e delle donne

    Il regno del cibo e delle donne

    Quanto è lunga la memoria di un uomo? Cinquanta, cento anni? Difficile dire, perché si conta all’indietro e perché il filo della memoria si impiglia nei ricordi altrui e in attese e sapienze apprese assai prima di leggere e scrivere. Memoria come identità, certo, ma in riferimento alla capacità di arrivare alle radici di una storia collettiva.

    E cosa c’entra, allora, con la memoria il palio gastronomico di Stienta? C’entra, eccome, vuoi per le caratteristiche stesse della manifestazione, vuoi perché uno degli elisir della memoria consiste proprio, come insegna Marcel Proust, nella sollecitazione del palato. Così, ci sono sapori e cibi materni che ci accompagnano per gran parte della vita.

    E non è tanto una questione di palato, ma di radici alle quali cerchiamo inconsciamente di restare abbarbicati il più a lungo possibile. Ecco i tortellini e le pinze della nonna, gli involtini e un certo dolce della zia e tutto il resto della mamma. Cibi e sapori che diventano filtro di tutto quello che mangeremo, tra confronti e nostalgie.

    Ecco, mettete, adesso, di ritrovare per qualche ora, come in una fiaba, tutti quei cibi prediletti che vengono dritti dritti dall’infanzia perduta insieme con la voce e il sorriso delle donne di casa. Grandi pentole di metallo e di coccio, che appena gli si toglie il coperchio lasciano uscire col fumo anche effluvi di intingoli e minestre, gialle polente, spesso arricchite di fave o di fagioli che raffreddandosi prendono forma, pinze e pinzini di ogni genere, piatti e piattini con succulenti affettati di casa, trionfi di dolci e biscotti rustici. Il tutto disposto con grazia e mille lusinghe sui banchi di quattro stand, ciascuno dei quali corrisponde a una contrada dal nome che mescola fantasiosamente toponimi antichi e moderni.

    È questo il Palio gastronomico di Stienta, del quale si è disputata nel settembre scorso la fastosa sesta edizione. Intento precipuo di questa manifestazione, che viene organizzata dall’associazione Caligo (che è poi l’antico nome di Stienta, terra di nebbie), è la valorizzazione e la riscoperta di una cucina che ha contrassegnato i primi cinquant’anni del Novecento, come dire dalla grande guerra all’alluvione del Po, quando ancora il rapporto con il passato e le generazioni precedenti era profondo e fruttuoso. Cucina di confine, come si suole ripetere. Solo che, qui, il confine non è una linea, ma un fiume, che ha ancora il vigore di qualche ansa prima di spartirsi esausto in tanti rami che si perdono nel mare.

    E il fiume, si sa, piuttosto che dividere unisce. Lo dice l’inconfondibile accento rivierasco e la cucina, appunto, che attinge un poco all’Emilia e al mantovano, con infinite variazioni, tuttavia. Regno di donne, questo palio, che allestiscono, cuociono, versano, dispongono, spiegano e lusingano i visitatori e sollecitano la golosità di passanti, famigliole in transferta e autorità, come conviene ad una festa degna di questo nome. Nel passaggio da una generazione all’altra, le donne ritrovano gesti e sapori che vengono, sì, dalla tradizione e dalle consuetudini comuni a tutta la zona rivierasca, ma con appropriazioni, metamorfosi, aggiunte e dimunizioni di ingredienti, singolarità di dosi e tempi di cottura. E c’è nel tagliare e nel semplice porgere una fetta di torta o di pinza un concentrato di conoscenze e affetti e destrezza.

    Che il palio gastronomico di Stienta, in cui si sfidano quattro contrade nel nome di una tradizione culinaria locale risalente ai primi del Novecento, sia una festa collettiva non c’è dubbio. Tra chi allestisce e cucina e chi mangia e commenta, partecipiano almeno due terzi della popolazione, più molti ospiti venuti da fuori.

    Quattro contrade, dunque, con nomi insoliti, che riecheggiano la tradizione e solleticano orgogli mai sopiti: Zampine, Catania Catanietta, Brain Repubblica e Piazza col Zircundari. Ognuna riferita a toponimi la cui storia si perde nel buio e ognuna affidata ad abili e maliziose azdore in costume tipico. Ogni contrada ha i suoi colori, che dallo stendardo trasmigrano in abiti e coccarde e ogni contrada per l’occasione, accanto agli stand e ai banchi di straordinaria ricchezza gastronomica, ricostruisce con amore e ricchezza di dettagli ambienti e vecchi mestieri e qualche frammento di tradizione: dalla lavorazione della canapa al bucato nel fiume, e alla sgranatura delle pannocchie. Il tutto con il complemento di quelle pinze "alla munara" che si fanno solo qui, dei dolci di tagliatelle e di radicchio e deliziose frittelle di castagne denominate, chissà perché, "tamplùn", che significa scarpa dalla suola di legno.

    Ma le donne restano le vere protagoniste, ed è grazie a loro che ci si aggiudica la fruttiera di argento e cristallo in cui consiste l’ambito palio. Ecco, allora, la giuria, condannata a tralasciare tanto ben di Dio per limitarsi ad assaggiare quattro primi e quattro secondi dello stesso genere così da poter esprimere un verdetto.

    Quanto al menù della sfida, quest’anno puntava tutto sulle lasagne con il ragù e la lepre con la polenta.

    Dopo tanto assaggiare, discutere e pensare, la giuria, presieduta da Luigi Brigo, stientese amatissimo e ritornato al paese per l’occasione, ha assegnato il palio a Brain Repubblica, mentre Catania è stata premiata per la migliore ambientazione, Zampine per il menù e Piazza col Zircundari per la varietà dei cibi. A fare gli onori di casa c’era il sindaco Fabrizio Fenzi ed è il caso di dire che non mancava nessuno o quasi, parlamentari e amministratori compresi. Quanto alla cena: sono stati serviti duemila e più vassoi, al costo simbolico di un euro ciascuno.

  • Il pane di San Teobaldo

    Il pane di San Teobaldo

    Oltre al più noto pane di Sant’Antonio, che viene offerto ai pellegrini e ai poveri nella città di Padova, ora nel Veneto vi è un altro pane dedicato a un Santo. È quello di San Teobaldo, copatrono, con San Giovanni Battista, di Badia Polesine.

    L’iniziativa, che ha riscosso un ampio successo di pubblico e di buongustai, è stata presentata alla città il 1° luglio 2005, in occasione della festa del Santo e, poi, nello stand pubblicitario della Pro Loco al “Ferragosto badiese”.

    A esser più precisi va detto che, in ricordo del santo, sono state promosse alcune altre iniziative: una bella mostra storico-documentaria curata dal Museo Civico “A.E. Baruffaldi”, la presentazione di un nuovo libro sull’Abbazia della Vangadizza (“Il potere della fede”, a cura di Roberto Viaro – ed. Antilia) e una proposta di gemellaggio con la cittadina francese di Saint Thibault des Vignes, nella cui regione, nel 1033, da una nobile famiglia, nacque Teobaldo.

    Tutte iniziative, che denotano come la comunità cristiana di Badia Polesine sia sempre stata molto legata al santo di origine francese e, ancora oggi, dopo numerosi anni, lo ricorda con una suggestiva commemorazione che prevede una celebrazione eucaristica e la benedizione delle acque dell’Adige con la sua reliquia.

    Va detto, innanzitutto, che la cittadina altopolesana custodisce le spoglie mortali del prodigioso eremita camaldolese (trafugate una notte del 1074 dalla Cattedrale di Vicenza da tre suoi confratelli, con la complicità dell’abate vangadiciense Pietro), spoglie che sono oggi custodite in una bianca urna neoclassica collocata nella chiesa arcipretale di San Giovanni Battista (in precedenza, dal 1074 al 1811, erano invece custodite in Abbazia).

    Desiderosi di ampliarne la conoscenza e devozione, ma anche attratti dagli aspetti culturali legati alle sue vicende, alcuni componenti della Pro Loco badiese hanno intessuto relazioni epistolari e personali con le autorità di alcuni paesi visitati dal santo.

    Ma per capire per quale motivo il principale alimento dell’uomo gli sia stato dedicato, è necessario sfogliare le sue biografie e fare un salto indietro nel tempo, al 1054.

    In quell’anno Teobaldo è poco più di un ragazzo. Come S. Francesco d’Assisi, un altro “giovane ricco”, che cinquant’anni dopo avrebbe fatto una scelta di vita per tanti versi simile alla sua, lasciò la casa paterna, si tolse le pregiate vesti donandole ai poveri e divenne un mendicante, affidandosi unicamente alla Provvidenza.

    Assieme all’amico Gualtiero raggiunse i boschi del Lussemburgo e divenne carbonaio, conoscendo così dal di dentro quella miserevole ed umile realtà che prima vedeva solo da lontano. Per questa sua attività fu scelto come patrono da quanti nel loro lavoro avevano a che fare con il carbone ed anche dai “carbonari” affiliati alla società segreta patriottica, nota col nome di Carboneria.

    È di quel periodo uno dei suoi miracoli più noti: in un giorno particolarmente afoso fece scaturire una sorgente d’acqua che dissetò lui e i suoi compagni.

    Un paio d’anni dopo, con Gualtiero e Oddone (un altro giovane che gli si era affiancato), partì per Santiago de Compostela, in Galizia, per visitare la tomba dell’apostolo Giacomo.

    Di ritorno dalla Spagna, raggiunse la Germania e, a Trevirì, probabilmente sentendo più forte l’intenzione di consacrarsi a Dio, mandò il religioso Wilermo – che gli aveva insegnato a leggere – a Provins, presso la casa paterna, a chiedere un libro di preghiere. Ricevutolo, quale segno di ringraziamento, Teobaldo donò a Wilermo una pagnotta che, offerta agli ammalati, ne sanò molti.

    Ripreso il viaggio, forse di ritorno da Roma, con Gualtiero, si diresse poi in Terra Santa, ma si fermò sui Colli Berici, nel vicentino. Quel luogo sembrava fosse lì ad attenderli, poiché nei pressi, a Sajanega, vi era anche una chiesetta ormai abbandonata. Proprio come San Francesco e i suoi frati, anche Teobaldo e Gualtiero ripararono quel luogo sacro e vi si insediarono definitivamente, abitando in una capanna a fianco della chiesa.

    Iniziarono in quel luogo la loro vita eremitica intensificando il tempo della preghiera, la penitenza e la carità verso i bisognosi che passavano; l’abate Pietro gli chiese di entrare nell’ordine camaldolese e Teobaldo accettò.

    Dopo l’ordinazione sacerdotale, visitò in alcune occasioni l’Abbazia della Vangadizza per svolgere le sue funzioni presbiteriali o per i capitoli dei monaci.

    Raggiunti i 33 anni, la sera del 30 giugno 1066 (1067 secondo altri) Teobaldo morì. Nonostante l’opposizione dei suoi confratelli, che lo reclamavano per custodirlo in un monastero camaldolese, il suo corpo fu sepolto nella cripta della cattedrale di Vicenza.

    Otto anni dopo, mai rassegnati da quell’assenza, un gruppetto di monaci (tra cui Oddone, suo compagno nel pellegrinaggio a Compostela) ne trafugò il corpo. Caricatene le ossa su un asinello, si avviarono verso Badia Polesine, facendo tappa nel convento agostiniano di Carceri d’Este (Padova). Di là, verosimilmente, inviarono un loro messaggero all’abbazia badiese per avvertire dell’imminente arrivo. Ma, ad ogni buon conto, per evitare che i vicentini si riappropriassero delle spoglie, il protettore dell’abbazia, Alberto Azzo II d’Este, aveva inviato loro incontro una scorta di armigeri; poi li aveva attesi lui stesso, con la corte, i monaci e numerosi fedeli.

    Arrivate che furono, le spoglie furono ricevute dai bianchi monaci con grande gioia, e rimasero visibili per la venerazione dei fedeli per un anno intero.

    L’episodio della traslazione delle reliquie suscitò così tanta eco che fu immortalato nell’imponente Abbazia di Carceri (divenuta camaldolese nel 1407) per mano di un valente artista rinascimentale. Il pittore che affrescò la vicenda, anch’egli sedotto dall’evento tanto importante, volendolo elevare in tutti i suoi aspetti, raffigurò l’abbazia badiese (che di certo non aveva mai visto) come se fosse stata un’imponente basilica romana, tutta colonne e marmi. Una veduta idealizzata di Badia Polesine che suscita in chi la guarda una nota di stupore.

    Tornando ai nostri giorni e alla sua devozione in terra badiese, pare che Teobaldo sia anche patrono dei mugnai e dei panettieri poiché, soprattutto nei mulini natanti che macinavano il frumento sfruttando la corrente dell’Adige, accanto all’immagine della Santa Famiglia di Nazareth vi era anche la sua.

    E quando finalmente il panettiere badiese Alessandro Bertoncello (erede di una tradizione panificatrice operante a Badia dal 1955), dopo vari tentativi e prove, ha portato nella sala consigliare del Comune altopolesano il “pane di San Teobaldo”, questo ha ottenuto quel successo a cui si accennava più sopra. I soci della Pro Loco e gli amministratori comunali hanno potuto così assaggiare quella pagnotta fatta con farine integrali in uso nel medioevo (frumento, segala, miglio, orzo e crusca) alle quali, per dare un lieve sapore dolce, sono state aggiunte noci e uvetta passita.

    Quando, in occasione del “ferragosto”, il pane è stato presentato alla fiera campionaria, il suo sapore è stato apprezzato da un folto pubblico, soprattutto dai bambini, che si sono dimostrati voracissimi e autentici intenditori.

    Alessandro Bertoncello si è invece detto onorato per aver partecipato a questa iniziativa e per aver contribuito, con la medesima, alla diffusione della figura del Santo Patrono. Forse però, a ispirarlo, all’insaputa di tutti, c’è ancora lui, il virtuoso eremita francese che un giorno donò un pane che sanò molti malati.

    Il miracolo, questa volta, può essere che il bianco e saporito alimento ci ricordi, ogni volta che lo mangiamo, che non tutti ogni giorno ne dispongono. E, di conseguenza, ci ispiri ad agire in modo caritatevole.

    (L’autore dell’articolo ringrazia la sig.a Mara Barison della Biblioteca Civica “G.G. Bronziero” di Badia Polesine e il sig. Diego Palugan di Carceri d’Este per la gentile consulenza offerta)

  • L’impegno della Dante

    L’impegno della Dante

    Una recente inchiesta ha rivelato come la società Dante Alighieri goda di una forte popolarità, dato che sul territorio nazionale un italiano su tre è al corrente dell’esistenza dell’associazione e ne conosce, in linea di massima, gli obiettivi. Così è anche in Polesine, dove, parlare della "Dante", significa andare con il pensiero al preside Miro Penzo che per lungo tempo è stato la principale figura di riferimento del Comitato locale. Ha guidato, vitalizzato ed inserito l’associazione nel contesto sociale polesano, facendola crescere fino a divenire un primario punto di riferimento sotto il profilo culturale. Il testimone è poi passato alla preside Leonilda Prosdocimi Tiengo e quindi alla maestra Nilde Dall'occo Geddo, con le quali la "Dante" rodigina ha continuato a contribuire, in modo efficace, alla diffusione della cultura e della lingua italiana, presentando, nella sala Oliva dell'Accademia dei Concordi, autori, poeti e scrittori, anche polesani.

    L'attuale presidente, M. Grazia Previati, con un gruppo di soci disponibili ad un impegno regolare e costruttivo, ha messo a punto un programma di sicuro interesse, diversificando le attività ed ottenendo, anche sul piano sociale, una ricaduta culturale e formativa apprezzata dai cittadini, dagli amministratori locali e da enti che hanno contribuito ad assicurare il proprio sostegno alla realizzazione dei vari progetti.

    "Oggi – osserva con soddisfazione la presidente – siamo presenti con i nostri ‘movimenti’ culturali nelle strutture dell'Accademia dei Concordi, anche grazie al contributo della Carife (filiale di Rovigo); siamo ospiti abituali del sindaco, dott. Paolo Avezzù, che due volte all' anno "accoglie" i nostri movimenti più ‘visibili’ e più seguiti dalla cittadinanza: mi riferisco all'apertura dell'anno sociale, quando nel Salone d'onore del Municipio, il coro "Monte Pasubio" riempie dei suoi canti il "Pomeriggio di poesia e musica"; ed ancora alla "Giornata della "Dante", che a giugno festeggia gli studenti vincitori dei concorsi culturali alla presenza delle Autorità sempre interessate alle nostre iniziative, per la cui attuazione colgo l’occasione di ringraziare pubblicamente la Banca del Credito Cooperativo Padano orientale S. Marco”

    Il 2005, che volge ormai alla fine, è stato un anno molto significativo per l’associazione, che finalmente ha potuto veder esaudito il desiderio di una sede stabile di riferimento. “Si tratta di un passo molto importante per la vita associativa – osserva la presidente Previati – che ha avuto un immediato positivo riscontro nella frequenza degli incontri e quindi nell’attività associativa. La sede è in via Donatoni n.4 (RO): è piccola, ma per programmare le nostre attività basta: di ciò ringrazio il Sindaco e l'amministrazione comunale nella persona della dott.ssa Bravetti (ufficio patrimonio) che si sono impegnati per esaudire questo nostro "atavico" desiderio-necessità”.

    Per comprendere meglio l’impegno della sezione polesana della Dante è opportuno fare un cenno anche al Congresso Internazionale tenutosi a Malta dal 28 settembre al 2 ottobre scorso. Un’iniziativa di grande interesse, nell’ambito della quale la rappresentanza rodigina (16 soci) è risultata, in assoluto, la più numerosa fra tutti i comitati presenti. Ed il Congresso ha risposto a tutte le aspettative dei partecipanti sia per i contenuti storico-culturali sia per la prestigiosa cornice in cui si sono svolti i lavori.

    Ma l’attività della Dante non si esaurisce sul piano dell’impegno culturale rivolto ai soci. Da qualche tempo c’è una marcata volontà di servizio, che diverrà più evidente nel 2006 con la programmazione di corsi di lingua italiana rivolti ai sempre più numerosi stranieri presenti anche nella nostra provincia. Sotto questo profilo va sottolineato come il Comitato rodigino della Dante, dal 1° luglio 2005, abbia ottenuto la qualifica di Centro Certificatore P.L.I.D.A. (Progetto lingua italiana Dante Alighieri), per cui novembre ha preso il via l’attività di "Certificazione". Si tratta di un esame (scritto e orale) che permette a lavoratori e studenti stranieri di entrare in possesso di un diploma (con valore legale in Italia e in Europa) che attesta il loro livello di competenza-conoscenza della lingua italiana, da allegare al "curriculum" personale.

    A gennaio, inoltre, inizieranno i nuovi corsi di preparazione all'esame di "Certificazione" e parallelamente anche i corsi di lingua italiana di diversi livelli: le lezioni si terranno presso i locali del Distretto Scolastico n.58, per l'interessamento e la disponibilità del presidente dello stesso: prof. Mario Bellinazzi. “Si tratta di un progetto importante – sottolinea la presidente Grazia Previati – che ci vede in rapporto di sinergia anche con la Provincia e il mondo del lavoro, e che ha avuto il sostegno e il contributo della Fondazione CARIPARO, a cui va un grazie particolare; come un plauso speciale va a tutti i soci responsabili del progetto P.L.I.D.A. e al Direttivo della "Dante".

  • Gli Olivetani del Santuario

    Gli Olivetani del Santuario

    Uno dei fiori all’occhiello della città di Lendinara, per il suo valore religioso ed artistico, è senz’alcun dubbio il Santuario di Nostra Signora del Pilastrello. La sua storia è quasi cinquecentenaria giacché risale al 1509 il misterioso ritrovamento del sacro simulacro della Vergine in perfetto equilibrio su una siepe dopo un violento temporale. Ne seguì l’innalzamento di un capitello votivo, nonché il manifestarsi di altri fatti prodigiosi, tra cui il riscontro del potere taumaturgico dell’acqua di una vicina fonte, caratterizzata da una prodigiosa colorazione rossa. Eventi che, tra il 1577 ed il 1579, indussero il Consiglio Comunale di Lendinara a promuovere, con il benestare della Diocesi, l’erezione del Santuario.

    Una commissione di nobili lendinaresi fu incaricata di seguire i lavori e di trovare una comunità religiosa che potesse occuparsi della custodia del nuovo sacro edificio e delle funzioni religiose. La scelta, per la mediazione di don Teofilo Malmignati, olivetano lendinarese nel convento di S. Bartolomeo a Rovigo, cadde sulla Congregazione Benedettina di Monte Oliveto, fondata nel 1319 dal Beato Bernardo Tolomei. La proposta fu accettata da don Agostino da Bologna, abate generale della congregazione, ed il 7 settembre 1578 i primi quattro monaci fecero il loro ingresso al Santuario. Essi si stabilirono nella “casa rossa”, ossia nell’edificio annesso alla chiesa, oggi in parte sede della Casa Albergo per Anziani, descritta come “piccola casa di muro all’intorno copperta di canne” nell’atto notarile del 17 maggio 1577.

    Dopo duecento anni di servizio ininterrotto, però, la Repubblica Veneta, sotto l’influsso delle idee illuministe anticlericali, promulgò il Decreto di Soppressione che eliminò le realtà monastiche con meno di quindici membri dal territorio veneto. Fu così che, nel 1771, gli Olivetani lasciarono, loro malgrado, la guida del Santuario.

    Durante la loro assenza fu affidata ad un sacerdote diocesano la mansione di rettore, con l’oneroso compito di custodire il Sacro Edificio e di organizzare le funzioni e cerimonie religiose. Diverse figure si succedettero in questo difficile ruolo per oltre cent’anni, talvolta con esito positivo, altre volte meno.

    Agli inizi del Novecento, l’Amministrazione Comunale, che deteneva lo Iuspatronato sul Santuario, ritenne opportuno il ritorno di una comunità religiosa, anche per superare la conflittualità che si era creata a causa della presenza di due sacerdoti all’interno del medesimo ambito parrocchiale (S. Sofia). La scelta cadde sui Frati Francescani, già dal XVII secolo presenti a Lendinara, ma l’insediamento di fatto non avvenne, a seguito dell’intervento del Parroco di S. Sofia che considerava il Santuario un semplice oratorio, pur molto frequentato, ma non necessitante di una comunità alla guida. Si creò una situazione disagevole che indusse i Cappuccini a rinunciare all’incarico.

    L’Amministrazione comunale allora, decisa risolvere la questione, memore del passato e colpita dalla sempre più copiosa fioritura di comunità olivetane, pensò di affidare nuovamente il Santuario ai suoi primi custodi.

    Fu così che, un secolo fa, con l’approvazione di Papa Pio X, la congregazione olivetana fece ritorno a Lendinara: era il 1 agosto 1905. All’inizio giunsero due soli monaci: don Luigi M. Perego, il priore, e don Michelangelo M. Biondi; i padri ripresero dimora nella casa canonica del custode-rettore, il loro ex monastero.

    Con il ritorno degli Olivetani si ebbero notevoli interventi di ristrutturazione ed abbellimento del Santuario: i pavimenti e le sculture nella Cappella del Bagno (1909-1922), l’acquisto dell’organo (1925), la facciata (1933), la realizzazione del Salone del Pellegrino (1936), il rifacimento dell’abside con la costruzione delle scale per giungere alla statuetta miracolosa (1938), il ciclo di affreschi del Chiacig (1939-1942). Ma fu soprattutto nell’organizzazione delle cerimonie e dei riti che gli Olivetani riuscirono a coinvolgere tutta la cittadinanza ed i devoti dei dintorni: dall’incoronazione della Vergine nel 1906, al quarto centenario dell’apparizione sulla siepe della statuetta nel 1909; dal centenario della scampata alluvione nel 1937, alla nuova incoronazione della Madonna nel 1942, dopo che la corona e le collane donate dai fedeli erano state rubate, fino all’ultima grande cerimonia tenutasi il 10 settembre 1995, presieduta dal cardinale Ersilio Tonini con l’incoronazione della Madonna su un palco montato nella grande piazza della città, in occasione del III centenario della prima incoronazione.

    L’11 febbraio 1911 Papa Pio X elevò il Santuario alla dignità di Basilica minore; il 15 dicembre 1920, per intervento di Papa Benedetto XV, la Basilica divenne Abbazia.

    Molti fedeli giungevano all’Abbazia in pellegrinaggio; in più occasioni i monaci ricevettero la visita di importanti figure ecclesiali: tra i Patriarchi di Venezia giunti a Lendinara ricordiamo Angelo Roncalli, il futuro Papa Giovanni XXIII, ed Albino Luciani, poi divenuto Papa Giovanni Paolo I. Fu invece Papa Giovanni Paolo II che, dopo la perdita in un sacrilego furto nel 1981 del Sacro Simulacro della Madonna, benedisse solennemente in Sala Nervi il 30 dicembre dello stesso anno la nuova statua che ora possiamo tutti ammirare.

    In occasione del centenario del ritorno degli Olivetani a Lendinara (1905-2005) sono state organizzate alcune manifestazioni. Il pomeriggio di sabato 30 luglio l’Amministrazione Comunale di Lendinara ha aperto i festeggiamenti con un incontro commemorativo in Sala Consiliare, seguito duna Santa Messa in Santuario presieduta dal Vescovo Mons. Lucio Soravito De Franceschi e dall’Abate generale Mons. Michelangelo Tiribilli. L’inaugurazione più prettamente religiosa ha invece avuto luogo con la celebrazione solenne presieduta nuovamente dal Vescovo nella mattinata del 15 agosto, festività dell’Assunzione della Vergine.

    Durante il mese di settembre sono stati organizzati altri eventi per l’occasione: tre concerti dedicati al grande liutaio settecentesco di origini lendinaresi Domenico Montagnana, ovviamente al Santuario, alcune giornate di studio sugli Olivetani, il loro ritorno, la loro spiritualità ed un’esposizione fotografica temporanea, allestita nel Salone del Pellegrino.

    Attualmente i monaci che prestano il loro prezioso servizio all’Abbazia di Nostra Signora del Pilastrello sono dodici. Il loro abito è il tipico benedettino, ma tutto bianco, per particolare devozione alla Madonna. Essi vivono secondo la regola “ora et labora” di S. Benedetto, pertanto alternano preghiera, lavoro manuale, pastorale ed intellettuale, silenzio e comunione fraterna. Sono anche incaricati di assistere alcune vocazioni (tre giovani professi ed un novizio) in seno al monastero, ma è il loro instancabile servizio al Santuario che li ha resi ormai, per tutti i Lendinaresi, i bianchi custodi della Madonna Nera.

  • Laudomia Venuti e la “Piccola Casa”

    Laudomia Venuti e la “Piccola Casa”

    L’estate stava terminando quando, nel 1993, mia mamma mi chiese di accompagnarla a trovare una sua vecchia amica. La richiesta mi risuonò un po’ strana, perché non era consuetudine che mamma incontrasse amiche né nella nostra casa né in altre.

    Per averla chiamata “amica” capii che doveva esserci qualche sentimento particolarmente profondo che la legava ad una persona quasi coetanea (la mamma aveva allora 86 anni e la sua amica 87). Si dovevano essere conosciute in gioventù e tra loro era rimasto un feeling consolidato da medesimi ideali cristiani e francescani (entrambe appartenenti all’Ordine Francescano Secolare). Mia madre si era formata una famiglia con tanti figli, la sua amica crebbe centinaia e centinaia di bambini dapprima come maestra elementare e poi, consacratasi a Dio, come mamma di chi nessuno amava.

    Questa maestra dal cuore grande di madre, che portava il nome di Laudomia Venuti, fu fondatrice, con intuizione precorritrice dei tempi, della “Piccola Casa di Padre Leopoldo Mandic”.

    Non conoscevo molto di lei, tranne quello che avevo letto sulla stampa locale, ma ora che ho compreso l’enorme valore di questa ammirevole e coraggiosa donna, custodisco con orgoglio la memoria di quel giorno in cui l’ho vista nell’incontro con mia madre nel salottino della sua casa sobriamente arredato, mobili scuri alle pareti, un tavolo ricoperto con un tappeto a filet bianco e una tenue luce filtrante dalle finestre socchiuse.

    Qualcuno ci aveva appena fatto accomodare quando entrò lei, non molto alta e un po’ appesantita dagli anni, con passo lento ma sicuro, appoggiandosi ad un bastoncino. Indossava una camicetta bianca sotto un abito nero. Ma ciò che non potrò scordare fu il suo volto sereno, i luminosi occhi espressivi, un dolce sorriso nel riconoscere l’anziana amica e l’esclamazione di meraviglia: “Oh, Elena, Elena, quanto tempo è passato! Come stai?”. Nell’abbraccio tenerissimo chissà quali pensieri e sentimenti si sono mescolati dentro!

    Purtroppo la mia memoria si chiude con questa scena densa di commozione. Per quanto mi sforzi, non riesco a ricordare nulla della loro conversazione; e di ciò mi rammarico, anche perché, non essendoci più mia madre, non mi è possibile conoscere i retroscena dell’amicizia di queste due Mamme.

    Ma chi fu Laudomia Venuti? Di lei, a mano a mano che procedeva lo sviluppo della sua Opera, si sono interessati i quotidiani locali Il Gazzettino e Il Resto del Carlino, la rivista mensile Portavoce di S. Leopoldo Mandic, il settimanale diocesano la Settimana, Antonio Fregona ne ha curato una esauriente biografia “Una mamma eccezionale, Laudomia Venuti”, Edizioni Portavoce di S. Leopoldo Mandic, Padova. Anche il settimanale Famiglia Cristiana ha dato grande risalto all’impresa compiuta da questa donna straordinaria, divenuta grande per avere tanto amato.

    Era chiamata “Mamma”, il nobile nome di chi ha figli e di figli Mamma Laudomia ne ha avuti molti, ma in modo singolarissimo. Non chiamata alla vocazione del matrimonio, ma traboccante di amore per il prossimo, ha avuto l’illuminazione “divina” di creare una “famiglia” raccogliendo nella sua casa bambini rimasti orfani, abbandonati o provenienti da famiglie in difficoltà.

    La genesi del progetto

    Siamo nel 1948 e la guerra è terminata da poco. I pesanti bombardamenti che avevano colpito erroneamente il paese di Lusia (RO) durante la ritirata dei Tedeschi (prova che le bombe non sono mai intelligenti), hanno lasciato dietro di sé una situazione di devastante miseria e di abbandono di tanti bambini. Mamma Laudomia non può rimanere indifferente a sì grande sofferenza. E’ educatrice elementare, a contatto ogni giorno con bambini che sente suoi, in particolare quelli più poveri e bisognosi anche di soccorso materiale per cui spesse volte, oltre che la mente beneficava anche il loro corpo. Conduceva la professione con competenza accrescendo la sua cultura e trasmettendo una sensibilità tutta francescana di amore per la natura e il Creato, tanto da far iniziare la lezione con la recita del Cantico delle Creature di San Francesco d’Assisi.

    La storia di Mamma Laudomia è densissima di eventi. Nata a Cavazzana di Lusia cento anni fa, il 14 dicembre 1905, ultima di sei fratelli, da famiglia benestante, fin da ragazza dimostra intelligenza e attitudine allo studio tanto che, ospite delle Suore del Sacro Cuore di Rovigo, consegue il diploma magistrale a 17 anni e mezzo presso l’Istituto Magistrale “C. Roccati”, allora detto “Normale”. Viene chiamata subito ad insegnare a Barbona in provincia di Padova, poi a Teolo, Torreglia, Cavazzana.

    Laudomia si fa ammirare per eleganza, raffinatezza e spirito allegro. Ama la vita agiata, ma nello stesso tempo è attratta da una misteriosa forza che la turba. Deve fare qualcosa, ma cosa? Attraversa anni bui di ricerca e finalmente si schiariscono anche per lei gli orizzonti del suo avvenire. Da un incontro con Padre Leopoldo Mandic a Padova, che Laudomia cerca per una risposta alla sua inquietudine interiore, si sente rispondere solo: “Abbi fede!” ripetuto tre volte.

    In effetti in quel tempo Laudomia di fede non ne aveva molta: la fede giunge, ma solo quando si trova a vivere un’esperienza di intervento prodigioso su di una sua amica ex alunna di Cavazzana, Elsa Raimondi, guarita perfettamente da una malattia mortale per intervento di P. Leopoldo, che per questo miracolo verrà proclamato Beato da papa Paolo VI nel 1976 e poi canonizzato nel 1983 da papa Giovanni Paolo II.

    Laudomia, insieme ad Elsa, si avvia al raggiungimento di quel progetto che diviene sempre più concreto: essere mamma di bimbi orfani, rifiutati, privi del calore di una famiglia. Questo cercava: dedicare a piccoli sventurati energie fisiche e disponibilità economiche formando una famiglia vera e propria con bimbi da zero a non più di dieci anni, di età diverse per accudirli meglio. E’ nata così la “Piccola Casa di Padre Leopoldo”, invocato come suo Protettore.

    Laudomia incomincia frattanto a sentirsi chiamare con il dolce e ineffabile nome di “mamma”, dedicandosi totalmente a Dio e alle “famiglie”. E sì, perché i bambini aumentano e sorgono altre Piccole Case in ognuna delle quali c’è una mamma che ha scelto di offrire se stessa per la grande missione evangelica d’amore ai più piccoli.

    L’Opera di mamma Laudomia era stata incoraggiata anche a Verona da Don Giovanni Calabria, proclamato poi santo, il quale aveva fondato delle “Case Buoni Fanciulli”.

    Dal 1948, anno d’inizio dell’Opera “Piccola Casa di Padre Leopoldo”, sono stati più di cinquecento i bambini (leopoldini e leopoldine) cresciuti dalle generose mamme. Hanno frequentato gli asili, le scuole pubbliche, aiutati fino ad un diploma, ad una specializzazione, spesso una laurea per quelli con attitudini allo studio; gli altri hanno trovato un lavoro rimanendo nelle famiglie fino a seguire poi una vita propria come il matrimonio, per cui le mamme sono divenute anche “nonne”.

    La prima casa in una stalla

    La prima famiglia sorge a Cavazzana, nella piccola stalla dove il sagrestano teneva un asino e una capra. Mamma Laudomia ed Elsa Raimondi ripuliscono e adattano quell’umile fabbricato al punto di divenire una casetta accogliente. L’Opera è ben presto conosciuta e la Provvidenza, sempre pronta e abbondantemente generosa, non fa mancare mai nulla ai bimbi.

    Mamma Laudomia, che utilizza il suo stipendio di maestra fino alla pensione, non comperava mai vestiti per sé, né mangiava frutta perché non venisse a mancare ai figli. Difficilmente si è trovato un cuore tanto grande che pulsasse solo per loro. Piccole Case-famiglia sorgono, oltre a Cavazzana, a Lendinara dal 1951 al 1956. Collaboratrici di mamma Laudomia operano in asili a Bornio, Lama, Pezzoli, Polesine Camerini, in Toscana, in Garfagnana a Vinca (Massa Carrara), a Trasilico (Lucca). A Rovigo, poi, per alcuni anni sono aperte in affitto due Piccole Case in viale della Pace e in via Coronelli finché, vendute due case ereditate a Lendinara e acquistato il terreno a Rovigo, viene costruita una prima Casa in via Monte Grappa, 13, che sarà la Casa Madre, successivamente se ne aprirà un’altra sempre in via Monte Grappa, 20 e una terza vicina in via Monte Nero.

    Le tre case rodigine sono ancora oggi gestite dalle tre mamme che affiancarono Laudomia fin dall’inizio: Gina Marivo, nativa di Carrara S. Stefano (Padova) attuale responsabile dell’Opera, dopo la scomparsa di Mamma Laudomia e di Elsa Raimondi – Amelia Cestari di S. Bellino, Albertina Stefani, nata a Cavarzere (Venezia). Nel giardino di due case sorgono una bella statua della Madonna col Bambino in braccio (restaurata dal maestro Prof. Bastian di Padova) e una di San Leopoldo che accarezza due bambini con paterno affetto.

    Nelle Piccole Case-famiglia non si respira l’aria degli orfanotrofi, dove i bambini crescono spesso con sentimenti aridi e freddi, bensì il calore, la sicurezza, la formazione e l’allegria, frequentando la Parrocchia, l’oratorio, le scuole pubbliche, gli amici come normalmente avviene nelle famiglie.

    La chiesa e l’Auditorium

    In un terreno libero di fabbricati, acquistato sempre da mamma Laudomia in via Monte Grappa, dal 1975 al 1978 viene edificata una bella chiesa dedicata a San Leopoldo. La particolare architettura dell’edificio sia all’esterno che all’interno invita all’elevazione e al raccoglimento alla presenza del “Divino”. La chiesa-cappella è stata realizzata dall’ingegnere Romano Murmura professore alle Belle Arti presso l’Università di Venezia su disegno del professor Vittorio Milan. La prima pietra è stata benedetta dal Vescovo mons. Giovanni Mocellini, firmata anche da Laudomia e da Elsa. Non ci sono gradini per entrare in questa chiesa fatta a stella affinché tutti possano entrare in quest’atmosfera di cielo¹.

    Mamma Laudomia amava l’arte e il gusto del bello si nota nel commissionare le opere. Il tabernacolo, cuore della chiesa, forgiato dal maestro del ferro battuto, prof. Benetton di Treviso, su disegno del prof. Milan, come anche altri arredi interni, nella forza del metallo e nella purezza ed essenzialità delle linee, richiama un’idea di suprema bellezza.

    Il crocifisso ligneo del 1600, che campeggia nella nuda parete, comprato da Mamma Laudomia da un antiquario di Stanghella, così espressivo nella sua armoniosa bellezza trafitta, accentua il senso del raccoglimento. Accanto, un grande quadro di San Leopoldo glorificato davanti ad una schiera di fanciulli. E c’è Maria, un bellissimo quadro pure secentesco dell’Annunciazione, vergine accogliente, venerata particolarmente dalle mamme².

    Di fronte alla chiesa sorge un’altra costruzione, opera dello stesso architetto, l’Auditorium “San Giovanni Calabria”. La parte superiore della facciata, col rosone in vetro istoriato delle figure di Don Calabria e Padre Leopoldo, richiama lo stile della chiesa, mentre il pianterreno, con il portico largo e accogliente, dal tetto originale a tegole spioventi, ricorda l’armoniosa bellezza delle ville venete immerse nel verde. All’interno ampie stanze con finestre dagli infissi di noce, come le porte, ornate di tendine a filet, utilizzate per lezioni di musica classica, incontri di catechismo dei bambini della parrocchia e per gruppi parrocchiali.

    Al primo piano la splendida sala dell’Auditorium, dal soffitto in legno a forma di stella, si apre ad accogliere “una famiglia di famiglie”, secondo l’intuizione di Mamma Laudomia. Ospita Focolarini, aderenti al Rinnovamento dello Spirito, altri gruppi e movimenti³, nonché conferenze e persino assemblee condominiali. L’Auditorium è dotato di ascensore e di due bagni col soffitto in legno nello stile della sala. Tutte queste opere sono state possibili per l’intervento di benefattori che, di volta in volta, hanno consentito “provvidenzialmente” l’assolvimento degli onerosi impegni.

    Purtroppo è rimasto solo in plastico l’ultimo sogno di Laudomia: una casa per anziani a Cavazzana, allo scopo di raccogliere nel suo paese d’origine le coppie di anziani, marito e moglie, perché continuino la vita di famiglia. Mamma Laudomia ha aperto la sua casa anche a ragazze madri per il periodo di gestazione e anche dopo se volevano restare con il bimbo.

    E’ sempre stata schiva di lodi e onori, animata dallo spirito francescano della minorità, ma erano troppo splendenti le sue opere perché rimanessero nascoste. A un anno dall’inizio dell’Opera, nel Natale del 1949 riceve il Premio della bontà “Angelo Motta” con allegato un assegno di 100.000 lire, non poco per quei tempi e tanto provvidenziale. Ciò spinge i giornali locali ad interessarsi di lei e anche benefattori privati ed enti pubblici iniziano a sostenere l’Opera.

    La notorietà, anche a livello nazionale, giunge quando, a sua insaputa: nel 1971 la collaboratrice Gina Marivo segnala a “Famiglia Cristiana” in occasione della Festa della Mamma, la vicenda della eccezionale Mamma. Non è stato difficile assegnarle il premio di “Mamma dell’anno” da parte dei lettori della rivista più diffusa in Italia. A questo titolo Famiglia Cristiana ne ha aggiunto un secondo, quello di “Mamma di chi non ha mamma”. Laudomia Venuti non si reca a Milano per la Festa, si fa sostituire da Gina Marivo che partecipa con un gruppo di ragazzi. Le medaglie d’oro assegnate vengono vendute quasi subito, mentre a Rovigo la Cassa Rurale, memore del padre di Laudomia per aver fondato la Cassa Rurale di Lusia, presente l’on. Bisaglia, nella sala della Camera di Commercio di Rovigo consegna all’infaticabile Mamma Laudomia un premio di due milioni di lire, assai preziosi per l’Opera.

    Un progetto che si rinnova

    Il 18 marzo 1994 la grande Mamma, dopo una lunga e molto dolorosa malattia, lascia orfani mamme e figli, spegnendosi santamente a 88 anni. La sua Opera continua sotto la direzione dell’amica Elsa Raimondi che tre anni dopo raggiunge in cielo Mamma Laudomia.

    Oggi i problemi della famiglia sono diversi e dal 1996, con il riconoscimento dell’affido o dell’adozione dei minori alle famiglie, le cose sono cambiate. Con tale istituto tuttavia non viene tradito lo spirito che ha animato in origine Mamma Laudomia nel dare una famiglia a chi nessuno voleva. Riconosciuta giuridicamente dallo Stato come “Associazione benefica” ha diritto ad adeguata sovvenzione. Anche a livello diocesano l’Opera è stata eretta come “Pia unione delle mamme leopoldine”.

    Anche se di bambini ora non ce ne sono più, mamma Gina Marivo, in servizio generoso fin dal 1952 e pluripremiata poetessa, sta portando avanti il messaggio di Laudomia Venuti con l’apertura della Casa, come previsto dallo Statuto, a donne che si trovano nel disagio e nella povertà. L’assessore ai servizi Sociali Antonio Saccardin ha inserito “La Piccola Casa di Padre Leopoldo” nel progetto “Senza fissa dimora” e da due anni vi è collaborazione con il Comune.

    Attualmente la Piccola Casa offre ospitalità in modo distinto. Su proposta dell’ULSS 18 una casa è per anziane autosufficienti da 50 a 80 anni con lievi disturbi psichici; una casa per le ragazze madri, immigrate, donne separate con figli minorenni; una terza per donne senza fissa dimora. La segretaria Sandra Brogin, che affianca Mamma Gina, opera in sinergia con l’ULSS 18 tramite un protocollo d’intesa e con il Comune mediante una Convenzione. Lavora come segretaria anche la signora Grazia Barbatella, cresciuta fin dai primi mesi di vita dalle instancabili amorose cure di Mamma Gina. Il suo servizio è rivolto alla risposta ai benefattori, a condurre le ospiti a visite mediche, a provvedere le medicine, a prelevare le pensioni e a tante altre mansioni di estrema necessità nelle tre case.

    Da quasi un anno il piano inferiore dell’Auditorium è divenuto un centro di accoglienza per bambini e famiglie, gestito dalla Cooperativa “Aliante”, che lo ha adibito ad asilo-nido e doposcuola per ragazzi in difficoltà.

    Le mamme della Piccola Casa quest’anno sono in preparativi per celebrare i cento anni dalla nascita di Mamma Laudomia, soddisfatte di aver continuato degnamente la sua Opera nell’accoglienza di ogni persona che è unica e irrepetibile. Continua così il progetto di Mamma Laudomia Venuti che, precorrendo i tempi, ha dato testimonianza del significato e del valore di una solida famiglia come cellula fondante di una sana società.

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