Segnarono la fine di un’epoca mezzo secolo fa, i buoi. Ultimi grossi animali da lavoro, scomparvero dai campi e dalle strade, soppiantati dai prepotenti e ruggenti mezzi meccanici.
Imponenti docili e lenti, ma dal passo inarrestabile, prima dell’alba aggiogati due a due a comporre un treno di dieci-dodici bestioni, trascinavano l’aratro, mentre i “paratori” li incitavano con la voce ed il pungolo.
Erano tori mancati, la castrazione praticata sui vitelli dopo lo svezzamento, unita ad una paziente opera di addomesticamento, produceva le straordinarie creature. Seguiamo il Vate per eccellenza, D’Annunzio:
Van per il campo i validi garzoni guidando i buoi dalla pacata faccia e dietro quelli fumiga la traccia del ferro aperta alle seminagioni.
Nella quartina troviamo condensati tutti gli elementi; i garzoni (bovai), la traccia (solco fumante), il ferro (aratro), ed infine i protagonisti, i buoi. Pacata faccia, così li definisce il poeta, e invero erano mansueti nonostante la stazza di otto-dieci quintali. Le mucche, per dire, quando sono in fregola o allattano il vitello, lasciano partire di lato certi calci assassini che azzoppano.
Preferiti i buoi di razza maremmana o romagnola per la loro robustezza, orgoglio di tutte le grosse aziende agricole per via delle lunghissime corna, coperti da una corta fittissima lanugine chiara (a differenza dei tori che presentano ombreggiature molto scure) aspettavano ruminando nelle stalle la valente opera dei bovai.
Di un tizio ricco che si permette larghe spese si usa dire: “Xe come cavarghe on pelo a on bò” (non se ne accorge); e, per zittire chi propone soluzioni mentre lui se ne cava fuori, si replica: “Tuti i ara, tuti i para, benedeto el bò ka tira” (tutti sono capaci di arare o condurre, ma lo sforzo lo compie qualcun altro, il bue). E quando la frittata è compiuta e si vuol porre rimedio si ribatte: “Inutile sarare la stala koando ke i bò i xe skapà”.
Già i bò, sostantivo singolare, invariato al plurale, cose d’altri tempi, ma che considerazione se perfino l’Ateneo Patavino porta tuttora quel nome, Il Bò, e sopra la chiave di volta dell’atrio monumentale, eccolo là il bue, eternato nel marmo.
Quanti riferimenti a quelle possenti umili bestie, nel bene e nel male: “Moglie e buoi dei paesi tuoi”, “El ga na vita larga kome koela de on bò”, “Mai mettere il carro davanti ai buoi”. E si capisce, hanno fatto la storia per millenni, dai Sumeri fino a noi; anche il celebre Carroccio di Alberto da Giussano venne trainato in battaglia contro il Barbarossa dai buoi.
Un tempo il popolo era bue, credulone e minchione per la gioia di chi lo maneggiava. Ora che si è fatto furbo, sorvolando sulla nuova etichetta (Parco Buoi) gioca in Borsa,… facendosi fregare ancora una volta.
San Luca, patrono dei medici, doveva avere tanta pazienza visto che il suo simbolo è il bue, così lo troviamo affrescato in tutte le chiese mentre scrive il Vangelo.
E che dire di Nostro Signore? Rifiutato dagli uomini, ha voluto accanto a Sé, quando nacque in una stalla, il bue e il disprezzato asinello, affinché lo riscaldassero coi loro corpi e il loro fiato.
Ma anche lì la maldicenza dei tristi, ha pensato di attaccarci una pezza, sostenendo che il bue per non passare da somaro, dava del cornuto all’asinello.
I buoi erano usati anche per il traino stradale; aggiogati al timone di carri in legno con le ruote cerchiate in ferro, trasportavano di tutto; fieno, pannocchie, ma specialmente materiali pesanti e barbabietole.
All’approssimarsi delle campagne saccarifere, si doveva condurre i buoi dal maniscalco per provvederli di “scarpe nuove”; andavano ferrati come si fa per i cavalli, ma con ferri particolari divisi in due parti, data la forma degli arti, altrimenti dopo pochi chilometri consumata la parte cornea dell’unghia avrebbero preso a sanguinare.
Nonno Memo ne possedeva quattro che erano una meraviglia (Kostante-Todaro-Prudente e Golia); molti curiosi andavano a visitarli, palpavano le gambone grosse come tronchi, tastavano il sottogola, cercavano di carpirne i segreti. La sua soddisfazione maggiore era metterli a disposizione di chi si sposava, un rituale ripetuto spesso. Il padre della sposa si faceva avanti per avanzare la richiesta: “Memo, vegnaresito kon i bò,… a go la fiola ka se marida… te ne renderò merito” “Tasi… gnanca parlare, semo tuti soto sto zielo”. Ma per il postulante era un punto d’onore rendere il favore in qualche modo.
Si alzava il nonno alle quattro del mattino, riempiva la greppia di adeguata pastura, poi, condotti fuori nel cortile, li abbeverava, li lavava con l’aiuto del bovaio, li strigliava, con la brusca, li lisciava, sulle unghie passava il lucido nero da scarpe, e dopo aver atteso che espletassero i loro bisogni (evitando che ciò avvenisse durante la cerimonia), addobbava il carro con tre archi di frasche, fiori e nastri. Sulle corna dei buoi gli immancabili fiocchi rossi ed una gualdrappa ricamata posta sulla schiena completava la bardatura.
Andava a prendere la sposa accompagnato da uno stuolo di ragazzini vocianti, per condurla in chiesa. Dopo la cerimonia, fatti salire sul carro seduti su panche inchiodate al pianale, gli sposi, i compari, i parenti stretti, si avviava verso la dimora dei due colombi, dove era consuetudine consumare il pranzo nuziale.
Lì dava sfoggio di tutta la sua maestria con la frusta, da lui stesso costruita ed intrecciata: “Sc-icc… sc-icc… sc-icc” secche fucilate in aria, ma i quattro buoi non si scomponevano perché conoscevano a menadito la commedia. Poi, balzato a cavalcioni del timone, intonava un classico:
Vien vien biondina l’amor vien sotto l’ombra di questo fior e tu verrai biondina in braccio a me per consolar questo povero cuor…
Passava attraverso le vie del paese raccogliendo apprezzamenti e qualche invidia, suscitando entusiasmo incontenibile, perché sono le cose spontanee senza tornaconto che riempiono l’animo, e queste manifestazioni campagnole cementavano i rapporti.
Il senso del limite era connaturato, la ricompensa spontanea, una gara nobile di slanci generosi.
“Me rakomando Memo, ke i bò no i se faga paura, e ke i ribalta la sposa in t’el foso!”. Battute e sfottò che aumentavano il gaudio di un corale teatro all’aperto, e quando giungevano a destinazione, per fermare il tiro a quattro con voce stentorea comandava: “Vuola… iela… vuooo…”.
Immancabile il solito crocchio di curiosi: “Varda ke bel caro dobà ben, e ke bò, e ke kulon ki ga, ke forza… kissà koanto ki tira sti bò!”
E nonno Memo sornione: “E kara la me zente, … tira piasè on pelo de ke la roba là… ke on paro de bò.”
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Come citare questo articolo
Graziano Beccari. “Quel tiro di buoi”. Ventaglio Novanta, n. 29, 2004. https://ventaglionovanta.it/archivio/quel-tiro-di-buoi/