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ATTUALITÀ - INIZIATIVE SOCIALI E CULTURALI

Nelle valli del Delta

Momenti di vita e aspetti architettonici dei “casoni de vale”

di Enrico Mancin

Ventaglio Novanta n. 29 2004 pp. 34–37

Quali sono i momenti più significativi della vita nelle valli da pesca bassopolesane?¹

Diciamo subito che nelle stagioni della primavera e dell’estate la vita in valle è abbastanza tranquilla. I valligiani però hanno un’incombenza ed una preoccupazione costanti, dalle quali dipende il buon esito del “raccolto” ittico: quella di assicurare il costante e scrupoloso ricambio d’acqua nel bacino vallivo, che deve essere tenuto ai livelli ottimali, onde evitare che il pesce subisca danni, a causa della calura estiva o che la concentrazione salina del bacino diventi troppo elevata.

La vita sembra riprendere in valle con maggior vigore, verso i primi giorni d’autunno, quando inizia pian piano, dapprima quasi impercettibilmente, il parziale svuotamento del bacino vallivo, che nel loro gergo i valligiani fefiniscono “metterla in secca”. Tale operazione, ha la funzione, importantissima, di favorire la “smontà” del pesce. Per questa incombenza, non esistono strumenti scientifici od elettronici, per quanto sofisticati, che possano venire in ausilio del valligiano, ma ci si deve affidare, ora come un tempo, alla sua esperienza ed al suo istinto.

Quando si è raggiunto lo stato ottimale del livello dell’acqua, e solo allora, si apre la “ciàvega maistra”, cioè la chiavica principale, che permette l’immissione di nuova acqua dal mare in valle. Allora il pesce, per un atavico istinto, comincia a nuotare contro corrente, attuando la “smontà” per raggiungere l’acqua marina. E’ allora che avviene la sua cattura, che si attua nei pressi del “casòn de vale”, nel “colaùro”, un canale di breve lunghezza che comunica, da una parte col bacino vallivo, e dall’altra con la “ciàvega maistra”.

Lungo il “colaùro”, vi sono poi delle “cogolère”, che sono degli sbarramenti per trattenere il pesce prigioniero. All’interno delle “cogolère”, ecco i “lavorièri”. In essi viene radunato il pesce, ed i valligiani operano la prima cernita, per qualità o “taglia”. Da rilevare che le anguille, una volta pescate, sono poste nei “vièri”, particolari ceste di vimini rotondeggianti dove sono conservate in vita, mentre il pesce bianco è subito incassettato, pronto per l’acquirente. In questo modo antico ma sempre nuovo, la fraima si ripete oggi, come si attuava nei tempi antichi, con le stesse modalità e rituali².

Quasi il simbolo stesso della “civiltà valliva”, è il “casòn de vale”, dalle architetture caratteristiche, che ha il grande “fogolàr” su cui vengono arrostiti il pesce bianco o l’anguilla appena pescati, ed inoltre l’enorme cappa per agevolare l’uscita del fumo della cottura. Nel territorio del Delta veneto, sono numerose queste costruzioni, ma quella che architettonicamente è la più interessante (e che quasi costituisce il “casòn de vale” per antonomasia, la cui figura, riprodotta in decine e decine di dèpliant, ha ormai fatto il giro del mondo), si trova in territorio rosolinese. E’ il “casòn” di Valle Veniera e sorge appena ad ovest del Canale Bocchetta, che è una via d’acqua in collegamento con l’Adriatico.

L’edificio, dal candido color bianco, è stato restaurato alcuni lustri fa, ed in quell’occasione gli venne aggiunto un “locale per cacciatori”, di pregevole forma rotondeggiante, “a bottiglia” (cioè con una forma che è tipica di camini in molti “casòn de vale” locali, e per tutti valga l’esempio di quello di valle Segà). Detto locale è ben visibile dall’argine della Bocchetta posto ad est, e comunemente viene definito come “grande camino”.

Lo stile dell’edificio è quello veneziano, con il classico frontone rotondeggiante, a mezzaluna quello sul lato sud, mentre è triangolare quello sul lato nord. Il “casone” sorge a qualche centinaio di metri dalla vicina chiesetta di Moceniga, del 1879, dedicata alla Vergine Maria ora abbandonata e forse destinata ad una fine ingloriosa.³

Della bellezza architettonica del “casòn” di valle Veniera, in Bassopolesine si può trovare riscontro solo nell’attuale villa Cà Tiepolo, originariamente Cà Vianelli, in Albarella, ubicata quasi in fregio al canale Bocchetta. Villa Cà Tiepolo ben si inquadra nel contesto della “civiltà valliva”, anche se era qualcosa di più del semplice “casòn de valle”. In ogni caso appariva legata alla vallicoltura, poichè dietro ad essa, immediatamente a nord, è posizionata la Vallesina, la più piccola valle del comprensorio.

La costruzione settecentesca di Cà Tiepolo, in tempi recenti, e precisamente con l’avvento del Credito Svizzero in isola, è stata oggetto di un sapiente restauro, che ha contrbuito non poco a ridarle dignità architettonica. Nella bella facciata, presenta pregevoli valori di euritmia, grazie all’ampio portale a cui si accede mediante alcuni gradini, nonchè alla perfetta simmetria delle finestre del primo piano, ed alla grazia delle finestrelle poligonali del secondo. A coronamento dell’edificio, poi, il grande frontone rotondeggiante (chiaro riferimento a canoni architettonici che richiamano quelli veneziani), che di certo serve a mitigare l’imponenza delle quattro grandi canne fumarie.

In definitiva, villa Cà Tiepolo, pur essendo la costruzione che nell’area dell’hinterland deltino denota le più strette connessioni con lo stile veneziano, mostra però anch’essa un adattamento all’uso locale, ben visibile nei citati grandi camini. Assieme al “casòn” di valle Veniera, la villa ci sembra senza dubbio il più alto esempio di “civiltà valliva”, realizzato dall’uomo in questo nostro Bassopolesine, vasta area di lagune e di valli, in cui l’acqua si sposa con la terra per creare un habitat unico e di irripetibile suggestione.

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Come citare questo articolo

Enrico Mancin. “Nelle valli del Delta”. Ventaglio Novanta, n. 29, 2004. https://ventaglionovanta.it/archivio/nelle-valli-del-delta-2/

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