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ATTUALITÀ - INIZIATIVE SOCIALI E CULTURALI

Nella Traspadana Ferrarese

Un itinerario tra i beni architettonici di Sariano e Ficarolo

di Massimo Furini

Ventaglio Novanta n. 29 2004 pp. 16–23

Terra di confine e di numerose contese tra le antiche Signorie veneziane ed estensi, la Transpadana Ferrarese, che comprende i territori tra il corso del Po e quello del Tartaro – Canalbianco, ancora oggi sembrerebbe un territorio difficilmente riconducibile al Polesine. Nonostante il grande fiume la divida fisicamente dalla realtà ferrarese, con questa ha infatti mantenuto un legame secolare attraverso le vicende umane, culturali, religiose e politiche. Un’area particolare dunque, che ci accingiamo a scoprire, grazie ad un itinerario sperimentato lo scorso ottobre dalla delegazione FAI (Fondo ambiente Italiano) di Rovigo nell’ambito delle proprie iniziative programmate all’interno della terra polesana.

L’appuntamento è a Sariano, piccola frazione del Comune di Trecenta, luogo di storia antica, già menzionato per la sua importanza territoriale e religiosa in un documento datato 14 dicembre 870 con il nome di Sereniana¹. La sua longevità è stata da sempre legata alle sorti degli Estensi investiti, nel 1391 dal Vescovo di Ferrara Nicolò Roberti, di “jure feudi” dei beni della Chiesa. Qualche anno più tardi il Marchese Nicolò III infeudò il cugino Uguccione dei Contrari del “castello”. “Quello che il Guarini chiamò fortissimo castello era poco più di una robusta masseria, di mattoni, coperta di coppi, con terrazze per il giro di ronda, il fossato tutt’intorno, pozzo, ponte levatoio e cortile, a forma di castello…”².

La prima tappa del nostro itinerario è presso l’attuale Chiesa parrocchiale, dedicata a San Maurelio Vescovo e Martire. Agli occhi del visitatore ben si presenta con il suo prospetto lineare e sobrio nelle dimensioni, ma ricco di decorazioni architettoniche echeggiando forme classicheggianti di influsso palladiano.

La sua edificazione risale al 1704, come riportato dalla iscrizione realizzata nell’altare ligneo che oggi accoglie la pala del Santo patrono. Planimetricamente concepita e realizzata ad aula unica con presbiterio e due cappelle laterali, la costruzione ingloba, tra la zona presbiterale e l’attuale Casa canonica, parte dell’originario oratorio voluto nei primi decenni del ‘400 da Uguccione dei Contrari.

E’ proprio nella cappella primitiva che spiccano, per interesse storico e iconografico, le originarie decorazioni ad affresco recentemente attribuite da Vittorio Sgarbi al Pittore centese Marco Zoppo (1433 – 1478)³. Il loro stato di conservazione è purtroppo precario. La forte umidità di risalita nella muratura e la presenza di sali igroscopici ne stanno minando l’essere e la bellezza cromatica che li contraddistingue⁴.

Dalla chiesa ci spostiamo nella vicina antica struttura denominata Il Castello. Sconosciute sono le vicende storiche che durante i secoli hanno trasformato il “castello” descritto dal Guarini nella struttura edilizia odierna che caratterizza la corte di casa Pepoli – Spalletti. L’edificio padronale, caratterizzato da una torre centrale che lo slancia a dominio delle terre circostanti, rimane al centro di un più complesso disegno edificativo che comprende i magazzini retrostanti e le stalle adiacenti, che con il loro porticato scandiscono e chiudono prospetticamente il patio prospiciente la casa. Una gradinata in marmo bianco conduce all’ingresso arcuato.

L’abitazione, più volte rimaneggiata, al suo interno non presenta particolari decorazioni ed elementi architettonici di pregio. Adibita principalmente a casino di caccia dai Conti Spalletti, oggi ritrova quel fascino forse dimenticato che la ha vista sovrintendere dai giorni della sua edificazione sul territorio di Sariano.

Per la visita successiva ci spostiamo a Ficarolo presso Villa Arienti – Schiatti – Giglioli. Edificata alla fine del XVI secolo dalla nobile famiglia Arienti, presenta una architettura sobria, formata da un corpo di fabbrica centrale movimentato nella parte anteriore da due snelle torrette. Costruita principalmente come villa di campagna, comprendeva numerosi edifici, ad uso di ricovero di attrezzi, scorte e animali, oggi perduti.

Numerose e documentate sono le innovazioni costruttive apportate soprattutto nel lasso di tempo tra il 1685 e il 1897, periodo in cui la villa rimase di proprietà dei nobili Saracco – Riminaldi originari di Pavia⁵. Visibilmente possiamo notare l’estraneità della scala semicircolare esterna allo stile della villa, e dedurne una sua costruzione sette – ottocentesca a scapito di quella originaria a rampa unica.

Nel prospetto posteriore, all’altezza del piano rialzato, una lunga balconata in ferro sostenuta da mensole in ghisa stampata, in voga nel primo ottocento, è stata inserita dopo la perdita di un esile ma sicuramente più raffinato balconcino lapideo con parapetto in ferro battuto. Modificato altresì è stato l’accesso principale, dove l’apertura ad arco è stata regolarizzata con l’inserimento di un architrave e decorata da una serie di cornici modanate terminanti nella sommità da una modesta trabeazione. Ai suoi lati alcune lapidi infisse, ricordano il soggiorno di illustri personaggi, tra i quali Cristina, regina di Svezia, (Stoccolma 1626 – Roma 1689) che vi sostò nel novembre 1655⁶.

All’interno si rileva la presenza di soffittature a cassettoni e, nei piccoli ambienti ricavati nelle torrette, si possono ancora osservare tracce di modesti dipinti ottocenteschi. Di maggior valore compositivo e decorativo sono le decorazioni che ornano i soffitti di quello che resta dell’androne al piano terreno. Piccoli e vivaci uccelli svolazzano tra pergole ricche di tralci di vite e di diverse varietà di piante rampicanti, rispecchiando la flora e la fauna locale, ricordando il più importate e conosciuto ciclo pittorico della Loggia degli Aranci della Palazzina Marfisa d’Este in Ferrara.

Attribuibile sempre al volere della famiglia Saracco-Riminaldi è la messa a dimora di numerose specie arboree e la loro sistemazione antistante la villa, conferendo al parco un’impronta tipicamente romantica.

La tappa successiva si presenta di spiccato impatto visivo e di particolare bellezza architettonica: punto nodale e fulcro edificativo e storico di Ficarolo, è la Parrocchiale dedicata a San Antonino Prete e Martire. Le prime notizie sulla presenza della Pieve risalgono al 970⁷. Inizialmente consacrata a S. Maria, venne di seguito, per motivi non documentati, dedicata a S. Antonino Martire. I frequenti spostamenti dell’alveo del Fiume costrinsero gli abitanti a numerose e repentine trasformazioni del centro abitato, riedificando di volta in volta l’edificio religioso lontano dagli argini per l’incolumità dei fedeli.

E’ il 28 agosto 1763, per volere dell’Arc. Giovanni Sarti (..) e della popolazione di Ficarolo, viene posta la prima pietra dell’attuale chiesa Parrocchiale. Su progetto dell’Arch. ferrarese Gaetano Barbieri (1711 – 1797) viene realizzata dal “mastro muratore” ficarolese Giuseppe Occari (..). Devono passare nove anni prima che il capolavoro barocco venga terminato nella sua splendida struttura architettonica⁸. Incompiuta nella decorazione dell’alzato della facciata fino al 1914⁹, trova al suo interno una concezione planimetrica e spaziale che la caratterizza e contraddistingue dalle opere contemporanee realizzate sul territorio. La pianta mostra una disposizione longitudinale articolata, creata dalla fusione di più geometrie centrali.

Coppie di lesene scandiscono e definiscono le partizioni verticali degli alzati interni. Di Ordine Corinzio, vengono interrotte da una trabeazione continua che circoscrive lo spazio sottostante, e se nulla perde in leggerezza e fantasia, rimane solida e imponente. Impercettibile è il dimensionamento del secondo ordine tanto da sembrare realizzato con tecnica Trompe-l’oeil. Delicate nervature adornano le volte dell’aula centrale e del presbiterio; due splendide cornici polilobate in stucco, con proporzioni importanti, ne concludono al loro apice la struttura decorativa.

La “Plastica” a stucco trova la sua massima espressione rappresentativa nella realizzazione delle undici statue di Santi poste in nicchie concepite a ornamento nell’apparato murario tra le paraste¹⁰. Plasmate probabilmente in opera durante l’esecuzione del cantiere, per la complessa tecnica di realizzazione richiesta dal materiale impiegato, le raffigurazioni vengono concepite evidenziando, con oggetti, gesta ed espressioni, la vita e le vestigia dei Santi.

Quattro splendidi altari alloggiano nelle cappelle perimetrali l’aula interrompendone la geometria. Dedicati ai Santi Antonio e Luigi, alla Beata Vergine Maria e al Crocifisso, si notano per la buona fattura e l’impiego di molteplici marmi policromi.

Salendo due gradini attraversando la balaustrata entriamo nel presbiterio. Un altare moderno si propone all’aula in contrapposizione al settecentesco maggiore che si coglie per centralità e spinta verso l’alto del tabernacolo. Marmi, brecce e mosaici lo arricchiscono e impreziosiscono con la loro lavorazione e commistione. Due loggiati laterali, realizzati con pilastri e balaustre in legno, sorreggono l’organo a canne e la cantoria oggi non più utilizzata.

L’impiego del legno, come materiale da decorazione, trova manifestazione nella “corona” sopra l’altare maggiore, modellata a stucco, dipinta con colori accesi e finita con doratura e nello splendido coro inscritto nella dimensione del catino absidale. Probabilmente influenzato dalla scuola dei Lendinara¹¹, oggi si presenta privato del leggio trafugato da pochi anni. Peggiore scempio avvenne nell’anno duemila, quando le pareti dell’atrio e dell’aula furono indignitosamente spogliate dai ladri delle raffigurazioni della Passione del Cristo, opera pittorica di ignoto di scuola ferrarese del diciottesimo secolo.

Ben conservate si presentano invece le opere di alcuni pittori ficarolesi che hanno trovato lustro con le loro realizzazioni artistiche negli avvicendamenti architettonici della pieve: Ercole Sarti detto il Muto di Ficarolo (1593 – dopo il 1639), Giuseppe Ghedini (1707 – 1791) e Alberto Mucchiatti (1744 – 1828) suo allievo. Una piccola pinacoteca, o più semplicemente una modesta esposizione di lavori restaurati, si trova all’interno della “Sala dei Confratelli”.

Il complesso architettonico viene completato dalla Torre campanaria e dalla comunicante Casa Canonica.

La Torre fu edificata a partire dal 1777 sempre su disegno del Barbieri ed opera del ficarolese Occari¹². Considerata da molti la “Torre di Pisa del Veneto” per la sua forte inclinazione¹³, oggi dopo molti anni di studi accurati è stata oggetto di un consistente e radicale lavoro di consolidamento delle fondazioni atto a garantire la stabilità del campanile.

La Casa Canonica, rimaneggiata più volte nel tempo da pesanti interventi di ristrutturazione che ne hanno trasformato radicalmente la struttura, vede nell’arco di collegamento alla chiesa una soluzione funzionale e architettonica unica nel suo genere, che definisce ulteriormente l’insieme limitando verso est l’ariosa piazza del paese raccogliendola in una sensazione di intimità provata solamente nei grandi e raffinati salotti storici delle nostre città d’arte.

EDIFICI SIGNORILI ISPIRATI ALL’ARCHITETTURA FERRARESE

E’ il 1598 l’anno fondamentale per la trasformazione del territorio. Con la devoluzione dello Stato ferrarese a quello pontificio anche la Transpadana entra a far parte della Legazione. Numerose famiglie ferraresi operarono ampiamente nella zona grazie alle molteplici esenzioni loro concesse e al diritto di acquisizione delle terre una volta sanate¹⁴. Nel 1603 il Marchese Enzo Bentivoglio ottiene dal Papa Paolo V la facoltà di prosciugare le valli di Zelo, Trecenta, Ficarolo e Stienta per un totale di 11481 ettari di terreno. L’opera, che fu eseguita sotto la direzione dell’architetto ingegnere Giovanni Battista Aleotti detto l’Argenta (Argenta 1546 – Ferrara 1636), unitamente alla sistemazione di numerosi corsi d’acqua, favorì la ripresa agricola in tutto l’Alto Polesine.

Ed è nel lasso di tempo a cavallo della grande Bonificazione che si elevano, nei punti cardine del comprensorio, numerose costruzioni a riflesso del potere e della magnificità delle famiglie promotrici.

L’architettura che si sviluppa viene a contrapporsi a quella veneta sia dal punto di vista strutturale che concettuale. Le ville si riconducono più frequentemente all’edilizia urbana cinquecentesca ferrarese, della quale imitano l’impianto edificativo che viene caratterizzato dall’elevazione a solo un piano fuori terra. L’ingresso ad “androne” centrale, affiancato da stanze simmetriche tra loro, è collegato a terra nella maggior parte dei casi da uno scalone monumentale esterno, e all’interno da una distribuzione verticale più modesta ad uso prettamente di servizio. Il sottotetto con piccole finestrelle, che nella casa rurale veniva adoperato come granaio, viene qui trasformato ad alloggio per la servitù padronale.

A questa matrice si ricollegano numerosi edifici realizzati con una tipologia ispirata all’architettura militare ferrarese e più precisamente a quella dei “castelli”, mantenendo viva “l’espressione della continuità feudale” e “dell’aristocrazia in senso autoritario” principi in contrasto con l’ideale ispiratore della villa veneta¹⁵.

Casa Pepoli – Spalletti più comunemente conosciuta come il “castello” di Sariano e Villa Arienti – Schiatti – Giglioli ex sede municipale a Ficarolo, entrano di diritto tra le principali residenze estensi che esprimono tale concetto.

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Come citare questo articolo

Massimo Furini. “Nella Traspadana Ferrarese”. Ventaglio Novanta, n. 29, 2004. https://ventaglionovanta.it/archivio/nella-traspadana-ferrarese/

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