Il 17 dicembre 1598 il Senato della repubblica di Venezia, dopo un’accurata valutazione dei pareri espressi dal Magistrato alle Acque, allo scopo dichiarato di salvare la laguna dagli interramenti provocati dalle deposizioni del ramo del Po di Tramontana e di risolvere il problema dello scolo dei terreni e delle inondazioni nel comprensorio adriese – loredano, deliberò il taglio di Porto Viro, cioè lo scavo di un nuovo alveo lungo 7 chilometri che, diramandosi dal Po delle Fornaci all’altezza della Fuosa, andasse a immettersi a mare nella sacca di Goro.
Entro il termine di un mese una speciale commissione tecnico politica avrebbe dovuto trasferirsi nell’area deltizia interessata, col compito di effettuare una ricognizione precisa dei luoghi e deliberare intorno al modo e al sito ove farsi il taglio, per esser poi tutto portato all’attenzione del Senato per l’approvazione.
Immaginiamo per un attimo di aggregarci al seguito di questa comitiva e partecipare all’esplorazione e alla visione di un delta ormai soltanto immaginabile, non però inaccessibile, almeno per chi è disposto a farsi coinvolgere in un’attività di rappresentazione mentale sulla base del resoconto di quella visita.
Soltanto il 22 marzo 1599 (condizioni climatiche ostili avevano impedito una partenza più sollecita) i commissari si imbarcarono a Venezia diretti a Loreo, base logistica idonea per assolvere il mandato loro affidato. Prima tappa e pernottamento a Chioggia, ospiti di Antonio Grimani.
L’indomani, 23 marzo, di buon’ora andarono “a udir messa alla Madonna di Chioza”. Dopo di che tutti si imbarcano. Passando alle porte della Cavanella, vedono un burchio impedito da un basso fondale e i marinai intenti alla faticosa operazione di trasbordare il carico sui lidi.
Appena giunti nell’Adige, con l’intenzione di “sbocare in mare, et entrare nel ramo del Po di Tramontana “per constatare l’effetto pernicioso degli atterramenti, sopraggiungono alcuni inviati della comunità di Loreo per dissuaderli: impossibile e troppo pericoloso imboccare il Po da quella parte per il grande corso ch’aveva. Prudentemente invertono il cammino e dall’Adige entrano nel canale di Loreo.
Giunti nel paese, ed accolti nella casa di Domenico de’ Priuli, poco dopo montorno in peota (salirono a bordo di una peota, barca adatta al trasporto in laguna di merci e passeggeri) diretti, giù per la Retinella et poi su per la Fuosa nel Po alla Comeada, per vedere il principio dove deve andare fatto il taglio.
Seguendo il consiglio dei periti, i presidenti della commissione procedono a misurare i livelli, per maggior sicurezza, separatamente in due gruppi.
La mattina seguente, 24 marzo, “s’andò prima che levasse il sole ad udir la messa nella Chiesa di Loreo” poi, raggiunto a piedi il luogo delle Fornaci distante circa due chilometri, attraversano il Po, montano a cavallo e si avviano verso il gottolo (canale di scolo) dei Contarini, situato al di là dei montoni di sabbia.
Il gruppo attraversa l’antico cordone litorale, indifferente di fronte all’incomparabile bellezza delle dune (apprezzate e rimpi ante solo qualche secolo dopo): la denominazione dei rilievi (dosso mozzo, di Cavallari, del figaro) testimonia una presenza umana appena avvertita. Cavalcano in silenzio “sopra detto loco detto – forse per un imponente albero di fico che lì cresceva – dosso del figaro, et da dusento pertiche in qua (mantenendosi alla distanza di circa quattrocento metri) ove si dice ch’era il Pertegà (perticato)”.
I delegati veneziani certamente sanno – ma nessuno vi accenna esplicitamente – di trovarsi a ridosso di una linea unilateralmente tracciata dalla famiglia ferrarese dei Pendasi per delimitare i propri terreni ed impedire lo sconfinamento del bestiame dal territorio della comunità di Loreo.
Scesi da cavallo, consultano le mappe per identificare il sito. Osservano la valle al di là dei montoni, dove passa il gottolo Contarini: ai loro occhi appare un’ampia distesa di cannelle palustri agitate da un vento fortissimo, che impedisce l’avvio delle operazioni di livellazione.
In attesa che l’impeto del vento si attenui, i presidenti autorizzano Zuane di Garzoni, Nicolò Contarini ed i periti ad esplorare i dintorni. Costoro dirigono i cavalli attraverso i montoni in direzione di Mesola senza incontrare anima viva, all’infuori di un solitario cacciatore a cavallo che, visibilmente sorpreso, indugia un attimo e rapidamente si dilegua. Poi voltano verso il luogo denominato da Ferraresi al presente Porto Viro: notano un sentiero aperto dai Pendasi che attraverso il bosco conduce al gottolo e lì accanto i resti di una palificata.
Dopo una sosta, proseguono “su per l’argere del Po sino alla Comeada sopra della Fuosa” ove “si ha a principiare il taglio”. La giornata sta per finire: non resta che riattraversare il Po e tornare alla casa Priuli a Loreo. Anche il gruppo rimasto nella vana attesa che il vento cessasse, giunge più tardi a Loreo per passare la notte.
Programma per l’indomani: “andare giù per il ramo del Po per tramontana, ove sbocca nel mare” per constatare direttamente l’interramento “che va facendo di giorno in giorno”. Si ordina anche agli operai di sgarbare (tagliare) le erbe e le canne palustri nella valle tra le dune e il Po, per poter meglio eseguire la livellazione. Ma di nuovo un vento insistente ed impetuoso costringe i commissari al rientro: “per non perder la giornata, si risolse d’andare al loco del taglio, al Cason del Cl.(arissimo) s.(ignor) Bernardo Malipiero”.
La mattina del 25 marzo di buon’ora, udita la messa nella chiesetta della Madonna del Pilastro si dirigono a cavallo al dosso del figaro di fronte al gottolo Contarini. I periti (inzegneri) Gallo e Fabbri vanno a collocare un segnale “a capo delli montoni nel principio della Valle corrispondente al Cason di Ca’ Malipiero, per dirizzare ivi la livellatione che si doveva fare per li montoni, poi ritornati al loco sopradetto del Gotolo, si cominciò a far dar principio alla livellatione”. Punto di partenza è la superficie dell’acqua del gottolo, circa quattrocento metri a nord del perticato.
I commissari, formati due gruppi e definiti i rispettivi compiti, iniziano l’operazione fondamentale per convalidare la fattibilità del progetto: il tratto di terreno compreso fra i montoni ed il gottolo avrà la pendenza sufficiente per assicurare lo scorrimento delle acque?
Terminato il lavoro si confrontano i dati: la decaduta trovata dai periti Galese-Magro misura tre piedi e due once e mezza (circa un metro e 11 centimetri), quella dei periti Gallo-Fabbri circa dieci once (29 centimetri). Tutti si meravigliano non tanto per la diversità dei risultati, quanto per la poca pendenza registrata da ciascun gruppo, che si discosta vistosamente dai dati (otto-dieci piedi, oltre tre metri) riscontrati tempo addietro dagli stessi Gallo e Magri.
Dopo aver desinato all’aperto sopra una duna, i commissari raggiungono il luogo del taglio, salgono sull’argine dal quale possono osservare nitidamente, nella sponda opposta, le acque della Fuosa (situate allo stesso livello dell’Adige e del Po ai quali è collegata) e delle valli che l’attorniano: è la condizione ideale per effettuare una serie di ulteriori misurazioni utili anche a controllare l’affidabilità degli strumenti. Ma, per quanto i periti si alternino scambiando tra loro gli strumenti, i dati ottenuti dalle livellazioni risultano sempre discordanti: questo fatto peserà non poco sulla formulazine della valutazione conclusiva di alcuni componenti la commissione.
Sabato 27 marzo il programma prevede di controllare gli interramenti e le alluvioni del Po di Scirocco e di inoltrarsi in un suo ramo secondario (la Canaletta) che negli ultimi due anni si era approfondito “per vedere che camino et che corso fa l’aqua in quella parte, acciò si potesse con qualche fondamento discorrere et conoscere se vi è decaduta”.
La commissione decide di avvalersi del loredano Adamo Marangoni, esperto conoscitore dei luoghi, autore di una proposta alternativa al taglio. Costui, salito a bordo di una delle barchette al seguito della peota, coglie l’occasione per esporre la sua tesi indicando agli illustri visitatori il sito dove si sarebbe potuto intestare il Po di Tramontana, “et poi fare un taglio più in zò nel ramo di Siroco” per sfociare a mare lungo il canale della Greguola.
I vogatori delle barchette riferiscono che da un paio d’anni l’alveo del ramo di Scirocco si era notevolmente approfondito, e che la sua decaduta superava quella del ramo di Tramontana. Gli scandagli confermano: profondità minima nove-dieci piedi (poco più di tre metri), massima venticinque-ventotto (oltre nove metri).
“Arrivati alla Canaletta, si andò giù per essa sino alla bocca che va in mare sempre con molto corso dell’acqua, segno certo che vi sia decaduta, la qual aqua fu ritrovata sempre essere dolce; si vide grande aterrat ione et illuvione per gran pezzo in mare et furono veduti sortiti in sacca da quella parte cinque navilii et quatro altri vassellotti”. E’ una conferma (impossibile dire se casuale o maliziosamente inserita nella relazione) dell’importante movimento commerciale che fa capo allo scalo pontificio di Goro, distante appena quattro miglia, una delle cause non dichiarate che spinse la repubblica di Venezia a intraprendere la colossale opera idraulica. E’ tardi. Si torna a Loreo.
L’indomani, 28 marzo, di nuovo tutti in barca alle Fornaci “per andare, come fu deliberato” giù per il Po di Scirocco. Di fronte alla punta del Polesene del Nadal, dove il Po delle Fornaci si biforca, misurano da riva a riva la larghezza del Po di Tramontana e di Scirocco. Risultato in perfetta parità: circa 145 pertiche (oltre trecento metri).
Usciti dalla bocca principale del ramo di Scirocco, entrano nel mare sopra vento della Sacca di Goro. Evitando gli scanni e le atterrationi puntano verso settentrione.
Finalmente “s’entrò bocca del Po di Tramontana, che hora fu detto da quelli di Loreo, che si (ci) guidavano inanti con una barchetta come pratici di quel sito, esser la bocca maistra (principale) per havere più fondo causato, come essi dissero, per la più breve distanza che per quella parte si trova da sboccare nel mare per Levante. Entrati più adentro, fu veduta quella che sbocca per il vento di tramontana verso il lido di Fosson, che soleva essere l’anno passato la maistra, la quale dissero li sopradetti ch’era ora assai amonita (interrata) perché s’era troppo prolongata”.
I commissari ricevono dai loredani informazioni aggiornate su quel tratto del delta in costante evoluzione, ove terra ed acqua si confondono e le foci operano modellamenti imprevedibili: fino all’anno prima la bocca del ramo di maggior portata era rivolta a nord, verso il lido di Fosson: ora invece la bocca maestra sbocca in mare con il ramo di Levante, ad una distanza tale da non costituire pericolo di interramento per la bocca di porto della laguna di Chioggia.
I delegati avevano programmato per lunedì 29 marzo di ripetere, divisi in tre squadre, le livellazioni fra i montoni e il gottolo Contarini e di percorrere quest’ultimo sopra alcune barchette fino al mare. Impediti da un fortissimo vento, “si fece, per avanzare il tempo, scandagliare il Po principiando al cason de Ca’ Malipiero”. Desinarono ospiti nella casa di Bernardo Malipiero, “ove s’haveva mandato a parechiare, per tratenersi ivi attendendo che il vento fosse cessato et se si poteva poi fare la livellatione. Dopo disnare si fece la prova ma ventava tanto che non fu possibile”.
Misurano anche la distanza del primo tratto dello scavo, dal Po fino alle dune (ottocento pertiche, circa 1660 metri) e la “larghezza del Po sopra la Comeada, al Cason sopra la Fuosa, et fu ritrovato essere pertiche dusento in circa” (416 metri).
La giornata di martedì 30 marzo si apre con il tragitto a piedi Loreo-Fornaci, l’attraversamento del Po, una cavalcata fino al dosso del figaro – gottolo Contarini, nello stesso luogo ove erano cominciate due giorni prima le livellazioni. Questa volta i periti lavorano suddivisi in tre gruppi, mantenendo invariato il precedente punto di riferimento ai montoni. Deludente il risultato: due misurazioni confermano la poca decaduta, la terza trova la valle addirittura più bassa di diciassette centimetri rispetto alle acque del gottolo.
Breve sosta per il pranzo in campagna, presso un casone. Poi il drappello riattraversa i montoni diretto alla comeada (ansa del fiume) di Ca’ Malipiero e si ferma sull’argine del Po delle Fornaci volgendo le spalle alla Fuosa. I periti sistemano gli strumenti per misurare il livello delle acque del fiume rispetto e quelle della valle ove si pensa di scavare il nuovo alveo: risulterà – salvo errori – più alto di otto once, ventitrè centimetri.
Mercoledì mattina 31 marzo inizia l’ultima giornata di lavoro. I tecnici confrontano i dati e gli elaborati grafici abbozzati alla luce della diretta visione dei luoghi per un primo confronto di opinioni.
La conclusione raggiunta all’unanimità conferma e rafforza l’ipotesi implicita nel mandato ricevuto dal Senato: ai noti mali “non si poteva rimediare con altro miglior modo che con il fare un taglio di sopra la Comeada della Fuosa al Cason del Clarissimo ser Bernardo Malipiero, che camini per la Valle alli Montoni et per li Montoni al Gottolo delli Contarini, per dove sboccarà nella Sacca di Goro”.
I periti si dichiarano certi della buona riuscita dell’opera, nonostante le livellazioni – per imperfezione degli strumenti o per errore umano – non abbiano confermato la decaduta altre volte accertata, argomentando che se il Po di Tramontana aveva una pendenza sufficiente per arrivare al mare, pur costretto in un alveo tortuoso lungo quattordici miglia, tanto meglio e con maggior velocità “vi sarebbe capitato per la via dissegnata del taglio, che v’erano se non cinque miglia”.
L’alveo del taglio nuovo doveva essere largo da 150 a duecento pertiche (dai 312 ai 416 metri) e profondo sei piedi (poco più di due metri) fino ai montoni, meno largo e profondo nel tratto attraverso i montoni, perché la forza della corrente avrebbe facilmente approfondito ed allargato quant’era necessario il fondo sabbioso. Raggiunto il gottolo, l’acqua del nuovo ramo trovando un terreno assai labile “senz’altro s’haverebbe fatto per sé strada nella Sacca di Goro”. Né avrebbe potuto fare diversamente, avendo da un lato i terreni alti della riva del Po di Scirocco, dall’altro i montoni di sabbia.
Nel pomeriggio cavalcano fino al dosso del figaro poi, saliti sopra sei barchette, entrano nel gottolo Contarini diretti alla sacca. L’alveo del gottolo, largo in alcuni luoghi quattro pertiche in circa (otto metri), in altri meno, e profondo qua e là da due a quattro piedi (da 70 centimetri ad un metro e quaranta) non presentava strozzature o impedimenti. Da un lato videro i montoni di sabbia e dall’altro, distanti circa tre chilometri e mezzo, le terre alte della riva destra del Po di Scirocco. Osservano quindi le due punte estreme della sacca: i periti hanno la certezza che il Po, una volta condotto nella sacca di Goro, non avrebbe più potuto rivolgersi a tramontana e minacciare di interrare la laguna. Nessuno accenna al fatto che i sedimenti alluvionali penetrando nella sacca avrebbero compromesso l’accesso allo scalo di Goro. Ma questo era l’obbiettivo di politica economica che Venezia perseguiva consapevolmente.
Il primo aprile 1599 si dà nuova lettura del resoconto del viaggio e delle deposizioni conclusive sottoscritte dai periti. La proposta del tracciato di scavo, messa a i voti, viene approvata a maggioranza relativa: otto senatori favorevoli, tre (Nicolò Quirini, Zuan Gacomo Zane, Nicolò Contarini) contrari. I lavori dello scavo inizieranno nel giugno dell’anno successivo.
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Come citare questo articolo
Aldo Tumiatti. “Viaggio virtuale nel delta del Po”. Ventaglio Novanta, n. 29, 2004. https://ventaglionovanta.it/archivio/viaggio-virtuale-nel-delta-del-po/