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STORIA - TRADIZIONI

El bovàro Fasòlo e gli altri

Bistrattata per secoli la figura del lavoratore della terra

di Adriano Romagnolo

Ventaglio Novanta n. 29 2004 pp. 68–71

Chi xe ‘sto bovaro che i ciama Fasolo, chi xelo mai ‘st’omo che tuti i conosse, che parla ala gente col cuore d’un fiolo. che dixe ai bovari: “Colmémo le fosse che l’uno con l’altro ne fa star distanti, bovari e vilani, su, fémose avanti!”

Chi xelo ‘sto mago in bareta de lesca, la fuma de tera, le sgalmare pese che drento in tel cuore de ‘sti omani el pesca e l’anima tuta dentro i oci te leze? Costù che camina per ogni sentiero e ‘in solco ch’el varda conosse el gomiero?

E’ un personaggio di sicuro carisma il bovàro Fasòlo descritto da Gino Piva nell’omonima composizione poetica immortalata nella raccolta Cante d’Adese e Po. Pur abbigliato con i panni tipici del contadino, berretto di feltro (lesca) scarponii pesanti, pipa (fuma) di terra cotta, è un uomo certamente superiore, che non solo sa individuare il tipo di vomere (gomiero) dal solco che lascia, ma è un “mago” che sa leggere entro il cuore dell’uomo e sa incitare i suoi simili all’emancipazione sociale: “colmèmo le fosse!” esclama, ovvero superiamo le distanze di classe.

Ma alla rivalutazione fatta da Gino Piva, alla quale si avvicina anche il detto “Il contadino, scarpe grosse, cervello fino”, non corrisponde altrettanta buona immagine nella tradizione scritta né in quella orale. Vediamo:

“El vilan, quando l’e nato, sentenza Dio ga fato: el ga scrito soto ‘na laca: va, vilan, fiol de ‘na vaca!”

Ed ecco pronto un altro detto per ribadire questo destino. “Chi de galina nase, tera ruspa!”, come si dice, ad ognuno la propria natura ed il suo destino!. Non si può sfuggire!

Questa ‘rustica progenie’, che va sempre governata solo con il randello (lo afferma il poeta: ‘Villanos pasce tracagno’, invita M. Cocai (doma il villano con il bastone), nasce in modo alquanto strano. Ecco dunque la storiella che ha una tradizione antica.

Un giorno il Signore, passando per la campagna con Piero e la sua compagnia, vide un asino che brucava tranquillamente in un prato e gli venne un’idea. Fece dei segni, che solo Lui sapeva, verso l’animale e “quel de boto se s-gionfa” (si gonfia di colpo). Passano nove mesi e la pancia dell’animale si gonfia a tal punto che alla fine scoppia. Si sente un gran fracasso e l’asino ‘tra fora ‘na slofa tremenda’ (produce una scoreggia terribile) e con quella “salta fora on vilan tremendo e spuzente”.

Una volta pulito e lavato dalla pioggia, subito arriva giù l’angelo di Dio, “el ciama l’omo e ghe dise: Per ordene del Signor Deo mo è stabilì par scrito che sto vilan deve avere par vito pan e crusca co la zivola cruda, fasoli, fava lesa e svuda”. Per giaciglio deve avere solo un po’ di paglia. Dal momento ch’è nato deve indossare solamente ‘on toco de canovazo crudo’ affinché si faccia ‘on par de braghe’ (attenzione), aperte nel mezzo affinché non perda molto tempo quando deve soddisfare qualche bisogno corporale; soprattutto deve essere sempre tenuto in condizione umile di sudditanza, giacché se gli si permette di migliorare o provoca danni o dà fastidio (quando la merda monta in scagno, o la fa spuza o la fa dano). Lo ricordava perfino il famoso retore latino, Claudiano, più di millecinquecento anni fa: Asperius nil est humili surgit in alto (nulla è più dannoso dell’umile che si eleva).

Di certo la tradizione non ha mai ben visto e considerato quest’essere. Quando si tratta di lavorare è pelandrone, invece è solido come una quercia quando si tratta di ballare, mangiare e fare bisboccia (‘semper habent ossum poltronis quando lavorant,/sed, quando ballant sul glandine atque sul ulmis,/(…) et calcagnibus terram sine fine travaiant’)(quando lavorano rivelano sempre l’osso del poltrone, ma quando ballano all’ombra delle querce e degli olmi, tormentano senza tregua la terra a colpi di calcagno)(M.Cocai: Baldus,XII). Solo il caldo dell’estate riesce a far sudare questa genia: ‘aestas (…) zaltrones facit ista nimis sudare vilanos’(l’estate fa sudare troppo questi villani cialtroni)(Baldus, XIV).

A conferma della scarsa considerazione dell’umanità verso i servi della gleba è rimasto ancor oggi in proverbio che “tri musi e on vilan, fa senpre tre bestie” e poi “on can e on fiol d’on can, ne più ne manco d’on vilan” e ancora “la scarpa del vilan no fa mai bela peca” (la scarpa del villano non lascia mai una bella orma) e se ciò non fosse sufficiente, ecco che “quando el vilan fa ben, la piova la seca el fen” (quando il villano agisce bene, vuol dire la pioggia dissecca il foraggio)

Lasciatelo pure andare in chiesa, si raccomanda, ma ogni tanto. Che vada pure a pregare ‘par pasatempo che tanto no ghe vien gnent, l’anema no ghe l’a, el deo no lo po scoltà. E come podria aver l’anema sto vilan ben se l’è gnù fora d’un asen con t’un pet!”

Francesco del Toppo, napolitano: in utroque iuris dissertissimo (esperto di leggi), sub Fernando ill.mo sapientissimo atque iustissimo in Siciliae regno triunphante (ostrega, che re!) tradusse ‘materno sermone’ (nel suo dialetto), le Favole di Esopo ed in ‘eius fabulas allegoriae con exemplis antiquis modernisque finiunt feliciter, cioè ne aggiunse di propri, si direbbe oggi, ben pertinenti, come quella del villano che qui si riporta.

“Era infirmo lo villano et stava ad presso lo morire. El diabolo volendole levar la anima stava actento che le dovesse uscire dal corpo. El villano fe certo terribile pedito (peto) quale el diabolo credendo essere la sua anima se fosse in giro et andò allo inferno ad mostrare la anima del rustico ad compagni, quale vedendo ed intendendo tanto fetore erano tucti tristi et non poscando quasi chiudere el naso tanto puzava di agli e cipolle. Plutone re dello inferno fe decreto che mai anima de villano intrarà più allo inferno.

Allora i villani da quel giorno sono entrati tutti in paradiso? Mai!. “Nella antiqua et bona città deve abitare nullo villano come gente prava sono!” Tali sono infatti i villani che “non solo lo paradiso et purgatorio enno exasi et habominabili li villani, ma li diaboli le negano lo inferno”.

Questa condizione di vita grama, umiliata nella propria dignità di persona, durò fino al secolo scorso.

La nascita delle dottrine sociali ed i primi scioperi dei contadini, organizzati dalle leghe, a poco a poco fecero comprendere a questa gente la propria forza e la propria capacità contrattuale. Il simbolo del proletariato umiliato che si emancipa è proprio il “bovaro Fasolo”, una figura emblematica creata dal poeta polesano Gino Piva alla fine del secolo scorso.

Fasolo riassume in sé il lungo travaglio delle plebi contadine del Polesine primitivo, tanto che, attraverso una lunghissima vicissitudine, riesce a fare prendere loro coscienza di sé.

“Quel omo bifolco dei tempi lontani marciare el dovea con gamba sicura portandose a drio bovari e vilani, restando par sempre bovara figura, che ciama i compagni da stale e da fosse e suda con luri fin l’ultime giosse”.

A dire la verità, nonostante la presa di coscienza, a quell’epoca, la condizione del villano non cambiava di molto, poiché in realta ‘i siuri i magna co i vole; i artisti (gli artigiani) co i pole; i vilan co i ghe n’a”.

Per lo meno si faceva strada la presa di coscienza della propria condizione. Già Ruzzante, che nelle sue opere rese poetica la condizione del contadino e diede dignità di arte poetica alla sua cultura, faceva esclamare ad un suo eroe: “Al sangue del cancaro, a seom vilani perché a no haom roba. No di de vilani, ch’a se sbuseron la pele pi ch’a no fo mé criviegi”(sangue del canchero, siamo contadini perché non possediamo nulla. Non dire dei contadini che ci bucheremo la pelle come un crivello); “Noi contadini con seom abovè a dassam in la crose” (noi contadini, quando siamo esasperati diamo anche contro la croce). Non si dice infatti nelle Litanie dei santi: A furia rusticorum, libera non domine?”.

Ruzzante affermava l’umanità del contadino e la sua dignità che rimaneva anche nella disperazione e nell’esasperazione.

Disperazione ed esasperazione che si manifestavano anche in battute assai ardite. “Ne can ne vilan, non sara (chiude) mai le porte”, dice qualche riccone con disprezzo; e qualche villano dal cervello più svelto controbatte: “Ne mussi ne siuri no sara gnanche luri!”. Segno dei tempi! Un battibecco impensabile solo qualche decennio addietro: poteva significare la rovina per l’autore e la fame per tutta la sua famiglia, ma tra uno sberleffo l’altro si andava affermando l’uguale parità di tutti.

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Come citare questo articolo

Adriano Romagnolo. “El bovàro Fasòlo e gli altri”. Ventaglio Novanta, n. 29, 2004. https://ventaglionovanta.it/archivio/el-bovaro-fasolo-e-gli-altri/

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