Il bisogno di sperimentare nuove valenze acustico-espressive dell'arpa e la voglia di fare musica; l’esigenza di realizzare qualcosa di innovativo, affrontando svariati generi musicali e proponendo un repertorio che spazia da Vivaldi a Gershiwin, dai motivi classici alle danze spagnole, dai brani jazz a quelli contemporanei. Queste le motivazioni che stanno alla base della nascita del gruppo White Harps Quartet, fondato nel 1993, originale formazione strumentale, la cui particolarità timbrica amplifica l'eleganza delle armonie esaltando l'espressività musicale e la linearità agogica.
Le quattro apprezzate arpiste polesane sono Sabina Baratella, Monica Fioravanti, Donata Mattei e Alessandra Targa. Con loro, anche Antonella Bergamini, supplente di Donata, quando l’artista è impegnata contemporaneamente in più sedi con l’attività concertistica.
Le giovani arpiste, dopo aver compiuto brillanti studi, si sono perfezionate con Maestri di fama internazionale quali G.Albisetti, F.Pierre, J.Liber, M.Oliva ed hanno partecipano a corsi e Concorsi nazionali ed esteri classificandosi sempre tra i primi posti.
Hanno collaborato con l'Accademia Musicale di Montegridolfo (FO) diretta dal M° G.Khun esibendosi in Italia e all'estero. Parallelamente all'attività concertistica si dedicano all'insegnamento e collaborano, in diverse città italiane, con orchestre prestigiose quali: Orchestra del Teatro alla Scala di Milano, Rai di Torino, Orchestra del San Carlo di Napoli, Orchestra Sinfonica di Milano "G.Verdi", Orchestra Nazionale della Repubblica di Malta, Orchestra Città di Ferrara. Effettuano tournée in Germania, Slovenia, Austria, Malta, Irlanda, Grecia ottenendo larghi consensi di critica e di pubblico.
Conquistati dalle singolari peculiarità dell'insieme, noti autori italiani, quali Giorgio Gaslini, Fabrizio Francia e Marco Ravasio, hanno espressamente composto e dedicato al gruppo nuove opere.
La musica delle quattro arpe ammalia il cuore. Chiudendo gli occhi sembra di sentir vibrare nell’aria le corde di arpa, pianoforte, note inframezzate dalle percussioni che scandiscono il ritmo. Invece, sul romantico palcoscenico della nave Venezia, attraccata al pontile sul Po, a Polesella, una serata di fine estate le ha accolte in compagnia soltanto del loro prezioso strumento.
In scaletta, danze spagnole, brani jazz, colonne sonore, lasciano il pubblico in silenzio ad ascoltare. Il concerto si è aperto con “Lineamenti” di Righetti, “Trittico” (Salzedo), “Danza dal balletto Romeo e Giulietta” (Prokofiev), “Danza” (Halffter), per concludere il primo tempo in compagnia di “Asturias” di Albeniz e di “Malaguena” di Lecuona. Dopo una breve pausa, la scena si riapre con le quattro “dame bianche” che propongono “Andro and His cutty gun” (Anonimo), le famosissime “Tea for two” (Youmans) e “La vita è bella” (Piovani), colonna sonora dell’omonimo film di Roberto Benigni, per proseguire con “Rag – time” (Japlin), “Concerto Jazz” (Roger) e “Brasileira” (Milhaud).
Un concerto di armonica eleganza per quattro artiste in grado di incantare ed emozionare con dita affusolate e sicure che pizzicottano le corde vibranti, mentre attorno al palco il fiume scorre lento, piatto, salutando la notte.
Per il terzo anno consecutivo la città di Rovigo è divenuta per tre giorni la capitale della musica e della cultura popolare. Il festival “Ande Bali e Cante”, che si è svolto dal 10 al 12 settembre, ha letteralmente travolto moltissimi cittadini e visitatori in numerosi spazi, con iniziative che hanno riscosso consensi dalla critica e da un pubblico davvero eterogeneo.
Le musiche e-migranti hanno rappresentato il filo conduttore dell’edizione 2004 del Festival di musica e cultura popolare, che si è avvalso dell’esperienza maturata nelle edizioni dei due anni scorsi, in cui è stato messo a punto quell’insieme di manifestazioni e soprattutto di scambi tra vecchie e nuove espressioni della musica popolare e tra diverse culture, creando in città un polo nazionale per la musica di tradizione. Il tema di quest’anno è stato scelto per approfondire le contaminazioni che la nostra musica e la nostra cultura hanno subito nel confronto con diverse realtà in vari paesi europei, a seguito di spostamenti migratori. In molti degli spettacoli in programma si è visto come le tradizioni venete siano riuscite a coniugarsi con quelle estere, originando prodotti nuovi e interessanti. L’evento, organizzato dell’Associazione Minelliana, assieme all’associazione Calicanto di Teolo, al Centro etnografico adriese e all’Associazione Inis Italia Nord Isere, è stato inaugurato con la proposta al pubblico del video realizzato nell’edizione del 2003, fotografando i momenti e gli artisti più significativi del festival, che ha saputo dimostrare una grande capacità di coniugare musica, spettacoli, cultura, animazione per le strade e le piazze.
Roberto Tombesi, direttore artistico del festival, oltre che eccellente musicista e polistrumentista, ha sottolineato come il tema dell’emigrazione, in tempi recenti, sia divenuto sempre più di attualità e discusso a diversi livelli. “La questione”, ha affermato, “si allaccia all’emigrazione veneta iniziata alla fine dell’800, diretta verso il nord Europa e le Americhe. L’obiettivo è quello considerare anche migrazioni di altri periodi e zone, comprendendo la cultura e la musica. Si intende fare il punto della situazione sulla società che è in continua evoluzione, ma soprattutto su un mondo in cui ci sono spostamenti sempre più importanti.” Attorno al tema delle musiche e-migranti sono state imperniate tutte le iniziative di “Ande bali e cante”, in un complesso itinerario che ha voluto diventare un momento di dialogo e di conoscenza reciproca, un’ottima occasione di scambio umano e culturale che ha avvicinato e fatto conoscere reciprocamente realtà assai lontane tra di loro, ma soprattutto che ha coinvolto un pubblico numeroso, formato da grandi e piccoli, musicisti e passanti, tutti attirati o incuriositi dal clima festoso che si poteva percepire in ogni angolo della città.
Al festival è intervenuto anche il dott. Angelo Tabaro, a nome della regione Veneto, che ha sostenuto l’iniziativa. Ha sottolineato il valore crescente della manifestazione, che in soli tre anni ha assunto una dimensione europea e un notevole livello culturale, creando le premesse perché Rovigo possa continuare anche nel 2005 ad essere la capitale della musica e della cultura popolare.
I concerti
Il fulcro delle iniziative è stato rappresentato dalle tre serate presso la sala Bisaglia al Cen.Ser., con l’esibizione di gruppi italiani ed esteri che hanno trasportato il folto pubblico in un lungo viaggio attraverso luoghi, suoni e culture di diversa provenienza.
Nella prima serata si sono esibiti “The Casco Bay Tummlers”, un gruppo di americani del Maine che suona il klezmer dell’Europa orientale e il dixieland, arricchiti da influssi eterogenei. Il duo formato dal musico circense Bernardu Pazzoni e dalla cantante Anghjula Doria, con canzoni tradizionali, ninne-nanne, serenate e canti di lavoro ha creato un’atmosfera tipica della Corsica. Infine le “Storie di Storia”, di Emilio Franzina, accompagnate da Fabrizio De Tata alla chitarra, Mirco Maistro alla fisarmonica, Debora Petrina al pianoforte e dalla bella voce di Patrizia Laquidaria hanno proposteo delle riflessioni in parole e musica sulle migrazioni e sulle metamorfosi del Nordest.
Tutto esaurito al Cen.Ser. anche per la seconda serata, aperta dalle eclettiche tendenze musicali del duo S-Confinando di Sandra Catteneo e Cosimo Gallotta, uniti dalla passione per la musica etnica, per le sonorità dello yddish e per le influenze tipicamente mediterranee. È stata poi la volta dei pugliesi Uaragniaun, con la carismatica figura di Maria Moramarco, che hanno interpretato un repertorio tratto dal patrimonio antico dei canti religiosi, delle villanelle e degli stornelli. Grande successo per il quartetto basco guidato dal chitarrista Balen Lopez De Munain, con temi caratteristici della tradizione arcaica mediterranea e danze vivaci. Sul piazzale di fronte al Cen.Ser, molti presenti sono stati coinvolti dopo il concerto per una gioiosa festa a ballo. A notte fonda, il fiore all’occhiello della serata, al chiostro del Monastero Olivetano, dall'1.30, con l’intimo e suggestivo Concerto Notturno, del Trio Adriatica e di Jan Mari Parlotti, che hanno continuato a fare musica fino a notte inoltrata per un buon numero di appassionati, alla luce delle candele e delle lanterne del portico.
Chiusura alla grande per la terza serata di concerti con i danesi Dansk Fars assieme al trio vocale “Tera e aqua”. Animatore di questa esibizione Sergio Marini, a suggello della contaminazione tra Veneto e Danimarca, in un incontro che sottolinea i temi dell'emigrazione, dell'integrazione e della conservazione delle radici, con un mix di suoni e danze danesi e scandinave, canzoni dello stesso Marini e brani della tradizione veneta riarrangiati con gusto nordico.
Affascinante la musica del trovatore provenzale Jan Mari Carlotti, che è stato accompagnato da Armelle Choquard, sofisticata danzatrice di barata natyam, tipica dell’India meridionale. Conclusione spiritosa con i “Musicanti di Riva”, che hanno rivisto il Piemonte con gli occhi e con gli strumenti degli immigrati veneti di una volta.
L’animazione di piazza
Il centro storico della città è stato piacevolmente coinvolto per due pomeriggi dall’animazione di piazza, con le esibizioni di numerosi gruppi di diverso genere. I veneti “Gruppo danze di Castelfranco Veneto”; “Festa Continua”; “Ande Cante e Bali”; “La bandella di Arquà Petrarca” hanno intrattenuto e coinvolto passanti e curiosi in canti e danze popolari. Forte interesse è stato dimostrato per Julie Goell e la sua rivisitazione di “Carmen” nello stile della commedia dell’arte, per l’italo-americano Christopher Sblendorio e per l’italo-cileno David Moncajo, oltre che per gli spassosi Musicanti di Riva.
Le mostre
“Virtuosi senza pretese”, la collezione di strumenti musicali del mondo contadino raccolti da Domenico Torta in 25 anni di lavoro, ha aperto in modo significativo la terza edizione di “Ande, bali e cante”. Il festival di musica e cultura popolare ha preso il via con un’esposizione dalle forti radici agresti. Bello il percorso ideale attraverso la geniale inventiva che ha portato le generazioni passate a riutilizzare e elaborare materiali poveri o di uso comune per farne oggetti sonori e veri strumenti musicali. Nella mostra, si poteva restare affascinati o stupiti, osservando i più singolari richiami sonori da caccia creati da corna o zucche, le conchiglie, gli strumenti primaverili fatti con vegetazione stagionale, i giocattoli sonori dei bambini, gli strumenti ricavati da spugne, zucche binarie e uova, il “torototela” e i tipici oggetti sonori della settimana santa. È stato creato un ideale percorso attraverso spazi paradossali, a conferma dell’inarrestabile forza creatrice della fantasia umana, che sa dar vita, grazie a una musicalità innata, a materiali di per sé sterili.
Accanto agli strumenti della tradizione povera, un espositore è stato dedicato a quelli baschi raccolti da Balen Lopez de Munain e a quelli andini di David Moncayo, offrendo un bel confronto tra culture tanto distanti ma con forti similitudini.
Gli incontri
Durante la prima giornata del festival, quasi a volerne sottolineare le finalità e le valenze culturali, si è tenuta una tavola rotonda intitolata “La musica in valigia. Suoni e immagini della cultura veneta dell’emigrazione”. Emilio Franzina, Gianni Secco, Roberto Starec, Alain Pongan, studiosi ed esperti avvicinatisi alla cultura popolare per diversi percorsi formativi, coordinati dall’etnomusicologa Paola Barzan, si sono espressi e confrontati sul tema conduttore di tutta la manifestazione. Le varie testimonianze hanno messo in evidenza le tante sfaccettature dell’emigrazione per capire se gli spostamenti abbiano comportato anche contaminazioni culturali. È emerso che nei movimenti intervengono molte varianti, che determinano a quale livello e modo le iniziali difficoltà di comunicazione possano contribuire all’omologazione, all’integrazione, alla fusione o all’isolamento; la cultura dell’emigrante perde gradualmente il contesto originario di utilizzo, per divenire patrimonio da custodire gelosamente.
Sergio Marini, il musicista che ha fatto conoscere le tradizioni della terra veneta alla Danimarca, è stato invece l’atteso protagonista dell’incontro tenutosi nell’ultima giornata. "Storie e Canzoni" è stato il significativo e apprezzato viaggio con ritorno dalla terra danese dopo molti anni di sperimentazioni e contaminazioni tra stili popolari diversi in cui è stato possibile trovare interessanti punti di contatto. È stato anche un modo per illustrare l’esperienza di un veneto emigrato in Danimarca il suo inserimento difficile, ostacolato dalla lingua e da usi completamente diversi.
Solo la musica, attraverso il suo linguaggio universale è in grado di unire e far comunicare immediatamente popoli tanto diversi e lontani. Il cantautore ha illustrato alcune delle tappe salienti della sua vita, degli spostamenti fatti con la famiglia, prima dalla Croazia e poi da Altamura, per andare incontro a una realtà piuttosto ostile e fredda. La musica è stato il modo a lui più congeniale per comunicare, per esprimere affetti, sogni, esperienza, difficoltà, come l’inserimento a scuola, all’età di dodici anni, l’allontanamento dalla famiglia, la nostalgia per i suoi cari lontani e per la terra d’origine. Accompagnato da chitarra, flauto dolce e fisarmonica ha interessato e allietato il numeroso pubblico con alcune delle sue canzoni, radicate nell’esperienza e nella formazione musicale degli anni 70.
Hanno avuto ottimi riscontri anche gli stage di danze scandinave, con Karin Skoubo; di canto, con Maria Moramarco e Tamburello con Silvio Teot, che hanno raccolto numerose adesioni di dilettanti e appassionati. Tutti gli iscritti hanno poi potuto offrire un saggio pubblico di quanto appreso durante i graditi “aperitivi musicali”, degli spazi liberi per l’improvvisazione, per esibizioni estemporanee in cui si sono unite e confrontate realtà culturali tanto lontane, con un benefico risultato di dialogo e di scambio reciproco.
Quando Dio creò i pesci, si pose all’opera di buona lena per mettere a dimora nell’acqua tutto quel bendidio che sapeva molto utile all’uomo.
Fece lo storione e risultò perfetto, il rinato e fu contento del risultato; così pure per il buriòlo, la ténca, i gàmbari, il cavedan, i bisati… Le anguille, poi, gli erano riuscite così bene che, quasi quasi, se le sarebbe mangiate così de sopè, su due piedi! Insomma era stata un’opera d’arte!
Stava per fare su le canne e godersi finalmente il meritato riposo, quando s’accorse che gli era avanzato un mucchietto di spine, risparmiate sull’anguilla. Alquanto seccato le prese, le palleggiò tra le mani e, non sapendo, si fa per dire, che pesci pigliare, diede a queste spine forma di pesce: “E ti, ciépa… ciapa!”, esclamò.
Ed ecco spiegato il motivo per cui la ciépa e piena di spine. Ciononostante la cheppia, è sempre stata consumata in abbondanza, sin dall’antichità, sia a livello alto che a livello basso perché la differenza dei generi commestibili, tra cucina ricca e cucina povera, è di molto inferiore di quanto si pensi. Talora l’una si confonde con l’altra.
Nel passato la diversità stava soprattutto nella quantità e negli ingredienti di contorno che determinavano il salto di qualità di una vivanda perché il mangiare “tutto” degli animali, non sprecare cioè, apparteneva ad una cultura alimentare che tagliava trasversalmente sia la tavola ricca, “larga”, che quella povera, “parca”, la tavola borghese e quella proletaria. E la tavola contadina.
Del maiale ad esempio niente si buttava. E ciò viene sottolineato spesso, con una sorta di orgoglio, per vantare una certa qual superiorità della cultura alimentare dell’indigenza del passato, spinta dal bisogno a tesaurizzare tutto. Si mangiavano anche i testicoli dei maschi del maiale o l’utero delle femmine…
Ma anche del cinghiale dello storione e del vitello, del cervo, del camoscio, animali da nobili per così dire, si mangiava tutto. Addirittura i feti… Già, perché in una economia che esaltava il valore della caccia quale status symbol del ruolo sociale, se una femmina gravida era uccisa durante una battuta, il feto veniva preparato ed imbandito come una fine leccornia, come si legge con dovizia nei ricettari del passato.
Il gusto non è un qualche cosa di assoluto ed immutabile nei secoli, ma varia secondo i tempi, l’ambiente geografico, le disponibilità ed i momenti storici. E così la cheppia risulta presente, ad esempio, nella “Opera dell’arte del cucinare” di Bartolomeo Scappi che la prescrive lessa con prezzemolo, in brodo, in “pottaggio”, in pasticcio, arrostita in graticola o allo spiedo, marinata e addirittura in saóre, ché duri una decina di giorni. Ottime ancora le uova, con cui fare bottarga, e il latte.
Insomma, se non fosse che ha da esser cotta entro la giornata della cattura a causa dei “vermini” che facilmente genera, potrebbe competere, “eccettuando il caviale”, con lo storione con cui talvolta viene confusa, maliziosamente par di capire: “della sua polpa si fanno le medesime vivande, che si fanno dello storione, e il simile del’interiori…”(1570).
Il pesce fluviale, che sino ad un secolo fa era molto in alto nella graduatoria del gusto e faceva di Adria un fiorente mercato ittico, dopo l’introduzione della ferrovia Legnago-Chioggia e il conseguente rapido trasporto in celle frigorifere del pesce di mare, ha fatto sì che il pesce d’acqua dolce sia stato completamente soppiantato da quello di mare con la naturale crisi del mercato locale e delle attività complementari come la salatura.
Che la ciépa ad Adria fosse risorsa indispensabile, ci è evidente dalla toponomastica. La località Chieppara viene dal nostro pesce che risaliva le valli adriesi nel mese di maggio per deporre le uova, come da documento del 1481 con cui Bellino Bocchi prende in affitto per 651 zecchini dal conduttore delle valli del duca Ercole il “Portum et Valles Adriæ cum cleparia ibi”.
“Ricordisi, dice Francesco Antonio Bocchi, che Cleparia ossia Chiappara vale tratto di terra emergente dall’aque, come Sclapa (Schiappa), Dosso, Motta, Tomba e simili. E’ però da avvertire che Chiepara potrebbe aversi adoperato ad indicare un luogo ove si pigliasse la cheppia (Chiepa) pesce notissimo fra noi”. Credo che sulla scorta della cartografia qui si intenda proprio il luogo appositamente approntato con lavorieri di canna per la cattura delle ciépe.
Nei secoli dei secoli, cibo di resistenza, quindi, come ha modo di dire Antonio Tenani in suo opuscoletto, “Dei diversi modi di cuocere il pesce di valle”, del 1941. Anche se la cheppia, è piena di spine, egli afferma, “ciò non toglie che sia prelibata specie oggidì in cui difettano le carni!”. E la indica cotta in quattro modi, lessa, arrosta, in umido, fritta, aggiungendo “variazioni da non disprezzarsi”, sicuramente bene accette dalla cucina autarchica e da quella di guerra: “Appena cotta e levata dalla padella, tanto se cotta nell’olio o nello strutto, aggiungete in padella aceto, cipolla in abbondanza e prezzemolo, indi fare andare. Quando la cipolla sarà scaltrita leggermente, versate il tutto sul fritto già pronto in recipiente adatto. Mettete al tepore sulla cucina economica o sopra pentola in bollore e dopo un’ora sentirete che sapore!”.
Sempre dal Tenani un sugo per condire la pasta: “Non si sa talvolta con che cosa condire la pasta; pensai, ricordando tempi lontani alla cepa e provai rimanendo soddisfatto. Dopo arrostita la cepa, levai le polpe più belle scevre di spine, le unii a due sardine sfatte nell’olio, al fuoco completai la cottura, e condii la pasta. A tavola tutti guardavano poco simpaticamente questo miscuglio, ma quando, dopo essere stata bene informaggiata mangiarono la pasta, tutti si ricredettero e fecero buon viso elogiando la cepa! Provai anche la cepa in umido. Buonissima lo stesso…”.
Si potrebbe continuare con innumerevoli ricette iniziando dal ‘500 a partire da quelle presenti nei ricettari classici. Ne propongo solo un paio che mi sembrano alquanto originali nella loro semplicità, desunte direttamente dalla nostra tradizione orale.
Durante la guerra di successione al trono di Spagna (1701-1707), l’Altopolesine fu al centro di un curioso episodio, che causò un vero e proprio incidente diplomatico tra Vienna e la sede pontificia. Ho ricostruito il fatto – verificatosi nel giugno del 1704 – desumendolo da un documento stampa, senza indicazioni tipografiche, luogo e data di stesura, custodito presso la Biblioteca Ariostea di Ferrara (Miscellanea ferrarese 228, IX).
Era dunque in pieno svolgimento la guerra di successione al trono di Spagna, originata dalle opposte mire di Francia ed Austria sul successore dell’ultimo degli Asburgo di Spagna, Carlo II.
Le truppe franco-spagnole, al comando del Duca di Vendom (Vendomont), occupata Milano e tutta la Lombardia, si attestarono sulla riva destra del Po… “da Revere alle Quatrelle”, dove il Generale pose il comando.
Le truppe Asburgiche erano agli ordini di Eugenio di Savoia, pronipote di Mazzarino, italiano di orgine, ma apolide di vocazione. Questi, con trentamila uomini, scese dai passi alti dei Lessini, allora considerati invalicabili e posizionò le sue truppe sulla sinistra dell’Adige, tra Badia Polesine e Legnago. Fatti costruire nottetempo due ponti tra Carpi e Castagnaro, alla testa di due squadroni scelti, il 9 luglio 1701, attaccò la robusta difesa dei Francesi che, sopraffatta, alla fine della giornata, fu costretta ad un rapido ritiro.
Aggirate a nord-ovest le paludi delle Valli Veronesi, Eugenio di Savoia raggiunse poi Ostiglia, precludendo ai Franco-Spagnoli ogni possibilità di arginare l’avanzata degli imperiali nella pianura altopolesana perché “… Da Melara ad Ostiglia non vi sono che due miglia di Stato Mantovano, onde era necessario che, da Melara a Figaruolo che è l’altra ripa a quella del nemico, spettante allo stato ferrarese, guardassero il Po da per sé stessi…”.
Queste terre, da Melara a S.Maria Maddalena, costituivano la Transpadana ferrarese che, morto Alfonso II d’Este senza lasciar eredi, era tornata a far parte dello Stato della Chiesa. Innocenzo XII si era dichiarato neutrale, ma non sempre la neutralità dei deboli viene rispettata.
Al Savoia, richiamato a Vienna, successe Stremberg, “… straniero più d’ogni altro insolente ed infesto, meno agli inimici che ai neutri…” aveva posizionato le sue truppe insediandole lungo le rive del Po, in territorio ferrarese, “… per pura necessità e buona regola militare per osservare gli andamenti dell’Inimico, affinchè questo non tentasse di passare il detto fiume…”
La situazione militare resta immutata: a nord del Po gli Austriaci, a sud i Francesi al comando di Vendom il quale, visti vanificati tutti i suoi tentativi di ricacciare gli Imperiali dall’Altopolesine, nella notte tra il 14 e il 15 giugno 1703, mandò i suoi artificieri a far saltare gli argini del Po in più punti (Bergantino Castelnovo, Calto…) e quello della Fossetta, in località Bastione S.Michele.
Il 1703 divenne così un anno difficile per le popolazioni dell’alto Polesine che, già impoverite dalla presenza dei soldati, a seguito dell’inondazione delle campagne conseguente alla rottura degli argini, persero non solo il grano prossimo alla mietitura, ma anche tutte le altre culture indispensabili al loro sostentamento.
Finora si era manifestata del tutto assente l’azione politica pontificia finché Clemente XI, da poco succeduto ad Innocenzo XII, per evitare maggiori danni, fece pressioni “… per il ritiro dei soldati dai territori ferraresi, ricorrendo anche alla minaccia di Censure, ma gli “Alemanni” ignorarono gli ultimatum “… prevedendo qualche enorme ordinamento d’infedeltà…””.
Alla fine però le pressioni giunsero fino alla corte di Vienna che sostituì il comandante delle truppe Stremberg, ritenuto inadatto a condurre le trattative, con il Generale Leininghen, il quale assunse il comando “… dopo aver ricevuto sufficienti ordini non solo per ovviare ad un nuovo scisma, ma anche per far conoscere a Sua Beatitudine che non si voleva diffidare delle sue promesse, e con ciò far vedere al mondo tutta la nostra obbedienza…”
La Legazione ferrarese guidata dal Cardinale Astalli, dunque fu incaricata di condurre le trattative con le parti belligeranti e di stipulare gli accordi, in forza dei quali lo Stato della Chiesa riaffermava la sua neutralità e i due blocchi avrebbero ritirato dai territori, alla destra e alla sinistra del Po, ogni forza armata.
Il 13 giugno 1704 il patto fu sottoscritto dai Franco-Spagnoli, e il 20 successivo dalle forze imperiali.
Il ritiro contemporaneo sarebbe dovuto avvenire entro il 23 dello stesso mese. Ma poiché gli Austriaci, si mostravano ancora diffidenti, il legato pontificio presentò una “obbligazione” ”…Inherendo agli ordini havuti da Nostro Signore, noi infrascritti promettiamo e assicuriamo, che nel sortire, che faranno le truppe imperiali, e loro alleati, dallo Stato Ecclesiastico con la promessa di non più entrarvi, se non richiamate, secondo le dichiarazioni fatte da sua Santità, prenderemo a guardare con le Soldatesche Pontificie li Posti e Ripe di là del Po, da Mellara in giù, discendendo fino a Figaruolo e fin dove bisognerà, dentro il Ferrarese per impedire alle truppe delle Due Corone, il passaggio del Pò e approdamento alle suddette ripe. E così impegnamo la Nostra Fede, non solo nel predetto, ma in ogni altro miglior modo. Ferrara 20 giugno 1704. F.to Cardinal Astalli Legato
Ma forse questo non bastò a dissipare la diffidenza "alemanna". Il Legato pontificio allora aggiunse di suo pugno un’ulteriore postilla: “Si aggiunge, che facendosi dagli ufficiali, e truppe delle Due Corone, tale operazione, onde possa dar sospetto, saranno obbligate le nostre guardie, chiamare le suddette truppe alemanne in difesa dello Stato Ecclesiastico, a tenore degli ordini Pontifici (L+S) F. Cardinal Astalli Legato
La sera del 22 Giugno il Generale Paolucci, comandante delle forze papaline, il commissario della Camera apostolica in Ferrara Faggianini, il Generale Visconti per gli Austriaci si ritrovarono per gli ultimi accordi e “passarono tra questi scambievoli rimostranze di finezza e d’amistà…”
Ma, subito dopo, ecco il colpo di scena, di cui si sentirono vittime le truppe austriache: appena partita la delegazione "alemanna", alle 11 di notte, il Generale Paolucci e il Commissario della Camera Apostolica, corsero alle Quatrelle, e permisero al generale francese Vendom di imbarcare a Stellata un numero considerevole di soldati e di sbarcarli a Ficarolo, “… senza che li soldati papalini, che avrebbero dovuto sorvegliare le due ripe del Po sparassero un Moschetto né dessero alcun avviso al signor Generale Visconti, conforme le promesse…”
Le truppe austriache intanto si erano messe in marcia verso Ostiglia da mezz’ora, seguendo l’argine del Po. Erano giunte in località Bosco Papino, quando il Generale Visconti fu avvisato da un informatore dello sbarco dei Francesi sulla riva sinistra del Po e del loro acquartieramento nei luoghi e nelle fortificazioni appena lasciati liberi dai propri soldati. L’informazione aggiungeva un ulteriore motivo di apprensione, rendendo noto che ai francesi si erano uniti anche i papalini.
Il Visconti si rese immediatamente conto che se le truppe francesi si fossero attestate alla Chiavica Rossa (in territorio di Salara), e avessero costituito un fronte difensivo fino a Zelo sul Tartaro, le truppe austriache sarebbero rimaste intrappolate tra Ostiglia, le valli paludose veronesi, il Tartaro e la Pestrina (all’epoca ancora attiva), senza alcuna possibilità di ricevere aiuti e rinforzi da Vienna.
Il Visconti, sentendosi tradito dai pontifici, i quali avrebbero dovuto essere garanti del simultaneo ritiro delle truppe austriache e francesi, fece prigionieri i trenta papalini che presidiavano Bosco Papino. Inviò quindi il Colonnello Veln a proteggere le retroguardie dell’esercito in marcia, dispose un caposaldo alla Chiavica Rossa, presidiò tutti i ponti sul canale che usciva da questa fino al ponte di Zelo.
Nel frattempo il Generale Leiningen “… ridusse in salvo il Treno dell’Artiglieria, Bagaglio, Monizione, e Provianda, passò felicemente il ponte di Zelo e quello sul Canal Bianco alla Baruchella entrando, senza perdere uomo, nell’isola di Valbona.”
Tale episodio passato, alla storia come “il fatto di Ficarolo”, di per sé di minima rilevanza, fu bollato dagli Austriaci come “alto tradimento” e fu motivo di una vera e propria crisi diplomatica, e portato come esempio “della perfidia della corte di Roma e della sua machiavellica politica contro le armi Cesaree.”
Il Frizzi, che riporta l’episodio, toglie al Papa Clemente XI ogni diretta responsabilità. Anche a noi appare poco credibile una complicità del Papa: la rapidità degli eventi e la lentezza dei mezzi di comunicazione di quei tempi, sono fatti a discarico. Ciò non esclude però che la diplomazia papale fosse portata a parteggiare per i Franco-Ispani.
Ma dopo le vibrate rimostranze austriache, come reagì il Papa?
Il torto subito dagli austriaci era evidente e perciò il Cardinale Astalli fu immediatamente allontanato dalla legazione Ferrarese, e di lui si perse ogni traccia. Il Generale Paolucci, con il Commissario Faggianini e gli altri ufficiali furono arrestati, imprigionati e sottoposti ad un processo, il quale però si manifestò più di facciata che di sostanza. Si giunse infatti rapidamente all’assoluzione di tutti gli indagati, con una sentenza emessa da una Congregazione Romana, nominata ad hoc. Il giudizio di assoluzione fu formulato sulla base di una relazione di Monsignor Lorenzo Corsini il quale sostenne questa tesi: i soldati del Papa e per questi i loro ufficiali, si sarebbero assunti un compito superiore alle loro forze.
L’Austria, ovviamente, non si ritenne paga di questa sentenza e continuò con le sue rimostranze, commentando così: “Egli è certo, che fa scandalo a tutto il Mondo la mentovata perfidia della Corte Romana contro alle armi di sua Maestà Cesarea, dalla quale e da’ suoi antenati, la Chiesa stessa riconosce tanta grandezza, né mai sarebbe caduto in mente di uomo di mediocre intendimento che fosse stata violata la fede e rotta quella Santa neutralità…”
Santo Abate son foresto e i me insogni fin a qua, i me insogni senza sesto, Santo Abate i m’ha portà. Da mil’anni che camino no ricordo niente più e davanti a vu m’inchino per saverghene da vu. Se non fala le me carte, per un caso del destin, me ritrovo da ‘ste parte proprio avanti a Fra’ Martin. Se la mente me se indrizza – e mi credo un fià de sì – questa l’è la Vangadizza, Santo Abate. L’è cussì?”.¹
Chi parla, utilizzando il metro e le rime della poesia, è Gino Piva cantore insuperabile della terra dei fiumi, che egli percorse palmo a palmo all’inizio del secolo scorso per scoprirne il fascino e più riposti segreti.
Sostando davanti a quanto resta del grande complesso abbaziale di Badia, catturato dal fascino esercitato dai significativi lacerti del passato, Gino Piva chiede informazioni sul luogo ad una guida di eccezione, il Santo Abate Martino. Un’idea tutta poetica questa, che fa materializzare, presso i resti della Vangadizza, il frate che per primo fu nominato abate della comunità di monaci benedettini, insediatisi nel luogo caratterizzato dalla nascita dell’Adigetto dalle acque dell’Adige.
L’abate Martino con solerzia risponde alla domanda del poeta polesano, soffermandosi sugli alacri momenti della costruzione del cenobio, sulle contese per il controllo del monastero da parte dei signori del tempo, ovvero Scaligeri, Carraresi ed Estensi, e sulla scelta inequivocabile verso quest’ultima signoria da parte dei monaci della Vangadizza:
… ma ‘sti frati del Convento i voleva Casa d’Este, Casa nostra e salvamento sora tute le tempeste. Da la tore del Marchese “Este sempre!” se zigava: che guidasse le so imprese la Madona se pregava…
Passarono gli anni e anche i secoli, caratterizzati dal radicamento del monastero sotto la tutela dalla signoria Estense finché, annuncia sconsolato l’Abate Martino “… l’è successo un robalton…”. Ovvero il prevalere di Venezia sugli Estensi, estromessi dal Polesine con la guerra del sale (1482-84); un fatto gravissimo, difficile perfino da nominare, a testimone del quale il Santo Frate indica una muta presenza del passato: le due tombe tuttora posizionate davanti ai resti della chiesa vangadiciense:
… Se ‘ste tombe le podesse dire sola ‘na parola de le robe ch’è successe, oh, fradelo, che gan fola! Più le tore, più el Castelo, più l’onore del Convento in te l’aria de ‘sto çielo tutto via l’è ‘ndà col vento…
Una catastrofe insomma, di cui l’abate cita due particolari: il primo “più le tori” da riferirsi alla distruzione effettuata dalla Serenissima delle tre torri marchesane, tuttora simbolo araldico di Badia, per utilizzare i mattoni a favore della fortezza di Legnago; il secondo “più l’onore del convento” dovuto alla soppressione del monastero decretata dalle leggi napoleoniche².
Sconsolato l’abate invita il poeta a tornare sui propri passi, annunciando che egli stesso deve ritirarsi, in quanto atteso dal San Benedetto suo capo:
… O fradelo, andè con Dio dir non posso più de tanto, che me ‘speta Benedio, el me capo, el me gran Santo…
Ma, prima di accogliere l’invito dell’abate Martino, il poeta ha un moto di gentilezza e reverenza per il luogo:
… Alora da un fresco rosaro ò voludo spicare ‘na rosa e avanti portarla a l’altaro par la Madona gloriosa…
Ispirati e coinvolgenti, i versi di Gino Piva ben descrivono l’alone di mistero e fascino che ancora oggi si avverte sostando presso i resti del complesso abbaziale badiese. I quali, visti da piazza Vangadizza, a tutt’oggi presentano, oltre al bel campanile con il vertice conico, la quattrocentesca cappella della Madonna³.
E in primo piano sorgono le due arche, mute testimoni di tanti avvenimenti del passato, che ci inducono a compiere una breve indagine storica. Apprendiamo che quella di sinistra fu innalzata sul suo basamento per accogliere i resti mortali di due importanti personaggi: Alberto Azzo II d’Este e la moglie Cunizza d’Altdorf; mentre in quella di destra fu deposto il corpo di Azzo VI.
Alberto Azzo II
Nato nel 996, Alberto Azzo II ebbe una vita lunghissima: morì a centoun anni, nel 1097, e volle essere sepolto presso l’abbazia badiese verso la quale aveva sempre dimostrato grande attenzione, facendola più volte oggetto di donazioni che ne accrebbero l’importanza. In particolare, nell’ultimo periodo della sua vita, attribuì alla Vangadizza ben 50 masserie in territorio padovano in una zona compresa tra Merlara, Montagnana e Monselice.
Ma c’è di più: in un’epoca in cui fede religiosa e prodezze d’armi nell’immaginario collettivo erano strettamente legati, Alberto Azzo compì un’impresa che fu certamente ritenuta di grande rilievo, testimonianza anche questa del suo attaccamento alla Vangadizza: il trafugamento della salma di S. Teobaldo di Provins da Vicenza, dove era stato sepolto nel 1066 dopo la morte, per portarla a Badia presso la chiesa abbaziale⁴.
Ad Alberto Azzo II vanno inoltre attribuite altre e ben più importanti imprese militari, e proprio ad un suo successo d’arme si deve il nome stesso del casato: “d’Este”. Ai possedimenti originari della famiglia, localizzati in Liguria, egli infatti aggiunse quelli di Este, seguiti poi da quelli di Monselice, Rovigo e della Marca friulana. E da allora, anche dopo la perdita della città euganea passata sotto il controllo della signoria Carrarese di Padova, i discendenti di Alberto Azzo II furono identificati come gli Estensi⁵.
Il peso politico di Alberto Azzo II è testimoniato anche dal fatto che nel 1077, ottantunenne ma ancora pieno di energie, fu chiamato a Canossa a fungere da mediatore tra il papa Gregorio VII e l’imperatore Enrico IV, prostratosi di fronte al pontefice per ottenere il perdono, dopo la precedente scomunica legata alla contesa della “lotta per le investiture”⁶.
Alberto Azzo II fu dunque un personaggio che seppe farsi valere nel mondo medioevale ben oltre i confini italiani, e in questo senso va vista anche la sua scelta matrimoniale indirizzata oltre le Alpi: tra il 1034 e il 1036, sposò Cunizza o Cunegonda, figlia del bavarese conte d’Altdorf, la quale portò in dote la “Corte Elisina”, ovvero un territorio della bassa padovana esteso tra Solesino e Barbona. La nobildonna morì in giovane età, ben prima del marito che si risposò attorno al 1050 con la francese Garsenda figlia di un vassallo del conte d’Angiò.
Il legame con la prima moglie dovette comunque essere stato piuttosto forte, come dimostra il fatto che, morendo nel 1097, circa cinquant’anni dopo di Cunizza, Alberto Azzo diede disposizione di essere sepolto, con i miseri resti della prima moglie, nell’arca ancora oggi posizionata sulla sinistra di quella che un tempo era l’entrata della chiesa dei monaci della Vangadizza⁷.
Azzo VI
Decisamente di minor risalto si presenta la vita di Azzo VI, sminuito perfino nel nome, in quanto chiamato Azzolino; diminutivo dapprima usato per distinguerlo dal padre Azzo V, ma poi rimastogli anche dopo la prematura morte del genitore.
Azzo VI legò comunque il suo nome ad una acquisizione territoriale divenuta poi fondamentale per il casato: il dominio su Ferrara, prima governata dagli Adelardi, famiglia che ebbe tra i suoi personaggi illustri Guglielmo III degli Adelardi⁸.
Se Azzolino approdò a Ferrara non si deve però a lui l’impresa, ma al nonno Obizzo I che nel 1185 fece rapire la giovane Marchesella degli Adelardi, ultima erede del casato. Poi la diede in sposa al sedicenne nipote Azzolino, il quale alla morte del nonno si trovò in questo modo a governare su Ferrara oltre che su Rovigo, dovendo comunque più volte difendere il nuovo acquisto dalle pretese e dagli assalti dei Saliguerra⁹.
Circa il matrimonio di Azzo VI con Marchesella c’è chi dubita che sia veramente avvenuto o quanto meno che sia stato consumato, essendo la giovane Adelardi deceduta poco dopo il rapimento. Né più fortuna coniugale ebbe Azzolino con la seconda moglie, Sofia Aldobrandini, che dopo il matrimonio non visse a lungo, come pure la moglie successiva Eleonora di Savoia deceduta nel 1204.
Alfine Azzo VI rivolse la sua attenzione verso Alisia o Aloisa di Antiochia, donna di una certa energia¹⁰, che riuscì a durare in vita più del marito. Il quale, morendo nel 1212, scelse come tomba l’arca di Badia, a dimostrare che la cittadina della Vangadizza continuava ad essere un importante centro di riferimento: religioso innanzitutto, ma certamente anche simbolico, quale importante punto di irraggiamento della signoria Estense nella pianura padana.
Biondo era bello e di gentile aspetto… Verso celeberrimo questo, con il quale Dante Alighieri, nel terzo Canto del Purgatorio, delinea i tratti salienti della nobile figura di Manfredi, il famoso re di Sicilia, figlio naturale dell’imperatore Federico II, che assunse su di sé l’onere di portabandiera ghibellino contro la parte guelfa sostenuta dal papa.
La sua storia è nota. Il pontefice Clemente IV spinse contro di lui Carlo d’Angiò che lo sconfisse ed uccise a Benevento il 26 febbraio 1266.
Pressoché sconosciuta è invece la notizia che esista a Lendinara un quadro dedicato a Manfredi, nel quale il re svevo, noto per la bellezza ed il coraggio dimostrato nella fatale battaglia di Benevento, appare, dopo l’uccisione, raccolto in un lenzuolo, utilizzato per trasportare la sua salma fuori del campo di battaglia.
La tela, opera ottocentesca di Pietro Roi, si trova presso la Cappella situata al primo piano della Casa Albergo per Anziani, assieme ad altre realizzazioni artistiche di sicuro pregio, tra cui una Deposizione dalla croce, altorilievo ligneo attribuito al lendinarese Luigi Voltolini.
E’ una storia abbastanza particolare quella che ha fatto giungere a Lendinara la tela dedicata a Manfredi, che, in mancanza di dati di rivelatori, è stata scambiata anche nell’ultima catalogazione con una deposizione di Cristo, olio su tela di pittore ignoto del sec. XIX.
La documentazione provante della sicura attribuzione a Pietro Roi del dipinto conservato presso la Casa Albergo di Lendinara, nonché dell’identità del soggetto rappresentato (la morte di Manfredi e non Cristo deposto) si basa innanzitutto su una dettagliata informazione rilasciata diversi anni fa al sottoscritto dalla nobile signora Elena Roi allora soggiornante in Lendinara con la madre, prima in un’abitazione privata, poi proprio presso la Casa Albergo.
Elena Roi era nipote di Pietro e di Elisa Kapnist, contessa russa e patrizia veneta. Dal loro matrimonio era nato Joann Vassili Roi – il padre di Elena – anch’egli pittore, che aveva italianizzato il suo nome in Giovanni Basile Roy, con la y come era in origine, con cui firmava le opere per distinguersi dal padre. Madre di Elena fu la scrittrice Giannetta Ugatti, che con la figlia si trasferì in tarda età presso la Casa Albergo di Lendinara.
L’opera di Pietro Roi, passata all’Istituto lendinarese dopo la morte di Elena Roi, rappresenta un particolare della più ampia tela, realizzata sempre dal Roi, attualmente visibile presso il municipio di Sandrigo (Vicenza), nella quale è raffigurata la scena “Manfredi riconosciuto dai suoi famigliari alla presenza di Carlo d’Angiò e dei suoi Baroni”.
In piena epoca risorgimentale era particolarmente in auge dipingere scene lumeggianti momenti di rilievo della storia patria. Questo dipinto, che recupera la memoria storica dell’esito – fatale per Manfredi – della battaglia di Benevento, ebbe un’accoglienza molto calorosa allorché fu presentato dall’autore.
Il cartone fu infatti premiato con medaglia d’oro all’esposizione italiana del 1861 in Firenze. E così si espresse Camillo Boito: “Il Roi, quantunque nella pittura abbia un poco di leccato e di pallido, nel delineare è tutto geometria; ed il suo vasto cartone, dove si vede il corpo di re Manfredi portato innanzi a Carlo d’Anjou, non va solamente lodato per la bontà dei cartoni, ma ben anche per la maestà dello stile”. Il Selvatico a sua volta compie questa annotazione: “Il disegno, così del nudo come delle pieghe, purissimo com’è, raccerta il lungo studio e il grande amore consecrato dall’artista a saldarlo tale. Solo manca, e nella disposizione della scena, e più nelle singole persone, di cui va composta, quell’indefinibile alito di vita che lo studio non dà”. (tratto da L. Scardino).
Ed ancora, nel 1927, in occasione dell’inaugurazione della Sala Maggiore del Palazzo Municipale di Sandrigo, dove attualmente il dipinto è collocato, così si espresse Gino Fogolari: “In modo mirabile è stata dal Roi concepita la scena. Tutti qui, nell’accampamento francese di Carlo d’Angiò si volgono verso il cadavere dell’eroe, figlio del secondo Federico, intorno al quale i fedeli guerrieri fanno compianto… Quel morto glorioso, dal biondo ciglio diviso, è il più vivo eloquente personaggio del dramma, e se Pietro Roi non avesse altro dipinto che questo cadavere, egli sarebbe degno di ricordo nella storia dell’arte”.
Ritornando allo studio del Manfredi della Casa Albergo di Lendinara, eseguito ad olio su tela (cm. 53×76), che per diverso tempo ho avuto occasione di ammirare presso l’abitazione della signora Elena Roi, nipote dell’artista, appare ora, dopo il recente restauro, di ottima esecuzione e di toccante intensa spiritualità.
E’ opera di un artista di sicuro talento, che al suo tempo fu gratificato da molti riconoscimenti, ricevendo una commissione perfino dall’arciduca Massimiliano d’Asburgo, per il quale tra il 1860-62 eseguì un cartone, con oltre trenta figure, rappresentante Venezia commerciale ed industriale, quadro allegorico che avrebbe dovuto eseguirsi nel palazzo ducale a figure grandi al vero.
L’Accademia delle Belle Arti di Venezia gli conferì nel 1879, quale pittore storico, il diploma di merito, e nel 1886 re Umberto I lo insignì dell’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia, in considerazione dell’onore che il pittore portava all’arte.
Per tornare alla tela lendinarese, va detto che il particolare del corpo del defunto sostenuto dal lenzuolo, senza conoscere il contesto del più ampio quadro di Pietro Roi di Sandrigo, difficilmente può essere ricondotto a Manfredi, per cui si è inteso qui ricostruire la storia del dipinto conservato presso la Casa Albergo, rilevandone la paternità.
In riferimento alla vicenda del re svevo e alla sua morte in battaglia, si ricorda infine che, dopo il riconoscimento del cadavere – secondo quanto riportato da Dante nel citato terzo canto del Purgatorio – il corpo fu dapprima sepolto “sotto la guardia della grave mora”, ovvero sotto un ammasso di pietre presso il ponte di Benevento; ma poi, in quanto scomunicato, fu dissepolto dal vescovo e portato lontano, “di fuor dal regno, quasi lungo il Verde, dov’e’ lo trasmutò a lume spento”.
Da sempre “El castagnazaro de Zocca” ha fatto parte della storia di Castelguglielmo. Fin da ragazzini – e non soltanto quelli della nostra generazione – l’abbiamo visto nella sua maestosa imponenza a pochi metri dall’abitazione dei suoi proprietari, i signori Zocca, in via Ricotti, proprio a ridosso della strada arginale sul Canalbianco.
Si diceva allora che le sue radici fossero talmente lunghe e profonde da attraversare tutto il canale ed arrivavare fino alla sponda opposta. Questo faceva aumentare ancora di più la nostra considerazione nei confronti di questo gigantesco albero, che era la meta abituale per i giochi della nostra infanzia. Infatti allora non c’era la televisione a tenerci relegati nelle case; non c’erano le mamme, come in questi anni, a chiamarci continuamente per controllare dove ci si trovava. Le strade erano più tranquille e sicure e noi giocavamo per giornate intere nei cortili delle case, ora da uno, ora dall’altro; “inventavamo” i nostri passatempi con tanta fantasia e costruivamo i giochi con i pochi mezzi e materiali a disposizione.
“L’alboron de Zocca” era uno dei posti preferiti per i nostri raduni perché ci si poteva arrampicare sopra i suoi lunghi rami, ci si poteva nascondere comodamente tra le sue fronde, si poteva sostare al fresco della sua grande ombra, anche se a volte si veniva sgridati dal proprietario, il signor Elvino – alto, magro e con lunghi baffi bianchi che mettevano soggezione – per il chiasso che si faceva sotto le finestre di casa sua nelle ore più impensate.
A fine aprile di quest’anno la dolorosa quanto improvvisa notizia che “el castagnazaro” doveva essere abbattuto.
Passato di bocca in bocca, l’infausto verdetto raggiunse tutto il paese, e venne commentato con dispiacere in ogni casa. Molti si recarono sul posto per verificare la situazione, quasi per portare alla secolare pianta un saluto di commiato.
Il grande albero, che aveva superato indenne uragani e malattie, era stato fatalmente segnato da un violento temporale, abbattutosi nella zona in quei giorni, sradicando vari alberi e troncando rami un po’ ovunque.
Fino ad allora imponente, ed orgoglioso dei suoi cinquecento anni di storia, l’ippocastano di Castelguglielmo aveva richiamato l’attenzione di tante persone anche per la sua circonferenza di ben sei metri.
Quando fu raggiunto dalla furia del fortunale era completamente coperto di fiori in tutta la sua gigantesca mole. Il violento temporale spaccò in due parti la massa legnosa facendo precipitare sulla strada sottostante uno dei due grossi tronchi che costituivano il corpo centrale. Da sola, la parte rimasta non aveva potere portante e diventava quindi molto pericolosa. Il responso del dottor Luigi Marchetti, agronomo fitopatologo di Bologna, chiamato per un sopralluogo, fu inesorabile: “Nella parte centrale del tronco era in corso da tempo una grande carie interna, portata alla luce soltanto ora, dopo la spaccatura”.
Si poteva tentare un intervento chirurgico di risanamento per asportare la parte cariata, ma “la pianta sarebbe rimasta ad alto rischio e grande sarebbe stato il pericolo di altri crolli perché il tronco residuo non avrebbe sopportato il grave peso dei restanti rami”. Seguì il rassegnato proposito dei proprietari Giuliana ed Elvino Zocca (nipote del nonno Elvino dei vecchi tempi) di abbattere anche il tronco residuo.
“Con grande dispiacere pensammo a questa drastica soluzione – racconta ancora scossa Giuliana -. Per noi era come fosse stato ferito a morte un familiare, tanto eravamo affezionati al vecchio albero. Da anni lo curavamo per combattere la cameraria, da cui era stato colpito; la ditta Tec di Siena iniettava con grosse siringhe la medicina ad ogni metro della sua base ed ogni intervento ci costava un milione all’anno”.
La fine definitiva dell’antica pianta sembrava ormai segnata, quando all’ultimo momento venne trovata una soluzione che, per la verità, è risultata per tutti un po’ meno dolorosa. Infatti una ditta specializzata ha effettuato una potatura a circa quattro metri d’altezza, cioè al di sotto della carie, lasciando i rami più bassi, quei pochi che si dipartono dal mozzicone di tronco rimasto in vita e che continuano a formare una piccola chioma.
“Con questa soluzione non l’abbiamo perso del tutto” – dice Giuliana, un po’ più serena – confidandoci però di continuare a tenere chiuse le due finestre di casa, quelle che guardano la strada, per non vedere “lo scempio”.
Poi ricorda un aneddoto su questo “castagnazaro”.
Durante l’ultima guerra mondiale l’ippocastano fu oggetto dell’attenzione di Renato Rascel e del musicista Sergio Nascimben di Bologna, amico e frequentatore della famiglia Zocca. I due artisti, conquistati dall’imponenza della pianta, composero una canzone dedicata all’ippocastano di Castelguglielmo, grazie alla quale promossero poi una raccolta fondi destinati alle spese belliche.
Presso la famiglia Nascimben l’episodio, risalente ad oltre sessant’anni fa, non è caduto nella dimenticanza, tanto che per il sopralluogo effettuato nello scorso mese di aprile, il dottor Marchetti fu accompagnato da Arturo Nascimben, nipote del predetto musicista Sergio: una chiara dimostrazione di quanto la sua famiglia fosse ancora affezionata a questa pianta.
Anche diversi poeti locali e polesani hanno dedicato a quest’albero delle liriche. E tutti ora coltivano la speranza che la pianta cinquecentenaria possa riprendersi e tornare ad costituire a Castelguglielmo quel punto di riferimento condiviso per tanti anni, nonché presentarsi ancora come fonte di ispirazione per composizioni letterarie redatte dalle anime più sensibili.
Gli Oratori, che rappresentano il cosid-detto “Sacro Minore”, sono sparsi un po’ ovunque in terra polesana e sono ancora oggi un segno tangibile di fede e pietà cristiana che ha alimentato nel tempo un sentimento diffuso di religiosità in ampi strati della popolazione, soprattutto delle zone rurali e delle periferie dei centri urbani, ove risultano gli insediamenti più numerosi e nei quali gli abitanti si identificavano.
Eretti per lo più come ex voto per uno scampato pericolo da pestilenze, alluvioni, carestie, fame, guerre, malattie, dolori e paura dell’ignoto, rappresentano spesso i timori, le incertezze ed i bisogni dell’uomo nel vivere quotidiano e vengono identificati quali intermediari e strumenti di fede ed intercessione fra Dio e l’ uomo medesimo.
La storia dell’oratorio di S.Ippolito dei Vegri è profondamente legata a quella di Ficarolo, paese che ha avuto, soprattutto in epoca medioevale, un ruolo non marginale nelle vicende storiche polesane, data la sua posizione geografica strategica al confine fra Ferrara, Mantova e Rovigo.
Già patrimonio della Contessa Matilde di Canossa nell’ XI secolo, il territorio di Ficarolo passò poi al dominio degli Estensi di Ferrara ed esercitò una preziosa funzione strategica fra questi e la Repubblica Serenissima di Venezia. Dal 1482 al 1484 fu al centro del conflitto nella famosa “Guerra del sale” che vide l’ occupazione e distruzione della turrita fortezza “colossale” edificata nel 1349 dal marchese Obizzo d’ Este ed i cui ultimi ruderi sono stati divelti dal Po nel 1669 (crf. Francesco Ravelli: Pagine storiche di Ficarolo -1883).
Con la devoluzione alla Chiesa nel 1598, Ficarolo passò allo Stato Pontificio fino al 1797 nell’ambito della Transpadana Ferrarese per essere unito nel 1814, dopo la parentesi napoleonica, al Regno Lombardo-Veneto.
Nel periodo estense e pontificio molte famiglie patrizie ferraresi legarono il loro nome a Ficarolo ed alla frazione Vegri. Il casato dei Vegri trae la maggiore notorietà da Santa Caterina da Bologna nata l’8 settembre 1413 e morta il 9 marzo 1463: Clarissa, fu fra le fondatrici del Monastero del Corpus Domini di Ferrara e poi Abadessa del Monastero di Bologna. Fu canonizzata da Papa Clemente XI il 22-05-1712.
Il capostipite della famiglia è presente a Ferrara nel 1307 e le prime notizie fra i Vegri e Ficarolo risalgono al 1366 in un rogito del notaio Pietro Pialbene.
Il Ravelli scrive che, fra gli Oratori, quello di S. Ippolito ai Vegri è di antica origine ed un manoscritto del Conte Arciprete Bartolomeo Miragli recita: “…avendo il Signor Marchese Luiggi Ippolito da Gazzoldo ottenuto da Roma il brevetto di poter far fabbricare una cappella (per comodo della sua famiglia e Popolo viccino) attacco al suo palatio posto in loco detto li Vegri …li prestai il mio consenso… Fu dunque fabbricata la detta Cappella e benedetta dall’ Em. Signor Cardinale Thadeo del Verme, Vescovo di Ferrara, l’anno 1705”.
Detto Oratorio figura in tutte le visite pastorali ed anche oggi giorno è officiato. Fino al 1800 c’era un legato di scudi 18 annui per messa festiva con obbligo di Dottrina, che nel 1844 fu dedotto del quinto.
Dopo gli Ippoliti la proprietà passò ai conti Bonacolsi quindi ai conti Saracco con usufrutto ai Perelli e, dal 1909, ai Monesi.
L’ Oratorio consiste di una camera al pian terreno della casa padronale con una porta aperta a nord che dà sul cortile, una piccola “sacristia” ed un campanino a cavaliere sul tetto.
L’ interno, in ottimo stato di conservazione e perfettamente accudito dalla sig.ra Zita Monesi di anni 75, conserva sull’altare una pala della Madonna fra i Santi Ippolito e S. Antonio da Padova. C’è una seconda tela della Vergine detta del latte, con le “Pazienze” o “Scapolari” ed altre due poco leggibili di S. Domenico e S. Pietro.
Conserva anche una antica reliquia del Santo, la Pianeta originale ed un calice del 1909. Sul soffitto è dipinta una corona principesca che conferma la discendenza dagli Estensi.
Sant’Ippolito si festeggia il 13 agosto unitamente a San Ponziano, entrambi contemporanei e martiri del III secolo.
Ponziano divenne Papa nel 230 succedendo a Sant’Urbano sotto l’imperatore Alessandro Severo. Egli proseguì un’opera di saggio ed illuminato consolidamento della Chiesa, ma si aprì uno scisma provocato da Ippolito, sacerdote coltissimo e conoscitore delle scritture, ma troppo rigido e moralista severo che vedeva ovunque eretici e rivoluzionari e che divenne in tal modo il primo Antipapa della storia.
Col nuovo imperatore Massimino ripresero le persecuzioni dei cristiani che videro anche l’esilio ed il martirio di Ponziano ed Ippolito. La chiesa li onora insieme perché uniti dalla sofferenza, dalla morte e dal medesimo bene, al di là della separazione contingente.
L’ esistenza di Sant’ Ippolito viene anche intesa sulla base del nome stesso (Ippolito in greco significa trascinato da cavalli) e Iacopo da Varagine (nato verso il 1230 a Varazze, frate domenicano, e Vescovo) nella sua “Leggenda Aurea” recita “…Allora Valeriano fece legare il martire (Ippolito) per i piedi alle code di due cavalli indomiti e lo fece trascinare sui sassi della strada fino a che spirò. Ciò avvenne l’anno 256 del Signore…”
Ogni anno il 13 Agosto la frazione dei Vegri e tutta Ficarolo festeggia Sant’ Ippolito presso l’antico Oratorio, con grande concorso di fedeli e di pubblico con la celebrazione della Santa messa e la solenne processione. E poi, come sempre, si dà il via al tradizionale ballo sull’ aia della corte Monesi, con l’ orchesta e un fornito stand gastronomico; alla fine lo spettacolo pirotecnico conclude la giornata di festa.
La tradizionale Sagra di Sant’ Ippolito si perde nella notte dei tempi. Un tempo la frazione era molto popolosa e non era ancora presente l’energia elettrica (la nuova illuminazione è stata inaugurata quest’ anno) e la processione stessa si teneva alla sola ed incerta luce dei flambaux.
Con il favore quindi delle tenebre, come succede volentieri fra giovani, era naturale che ci scappasse qualche “toccatina” audace.
Da qui l’appellativo di “Fiera Palpona” in vigore a tutt’ oggi.
L’iniziativa denominata “Le camminate in Polesine”, organizzata da Turismo & Cultura col patrocinio del Comune e della Provincia di Rovigo, ha permesso di riscoprire in modo nuovo, cioè camminando, alcuni aspetti interessanti ed alcuni luoghi poco conosciuti del nostro territorio. L’ultima di queste passeggiate domenicali che, come diceva il depliant erano “ad interesse paesaggistico e naturalistico, ma anche storico-artistico”, ha avuto luogo a Giacciano con Baruchella (e in parte in territorio di Trecenta) e precisamente “lungo l’antico alveo del Castagnaro”, un percorso segnalato dal gruppo ambientale locale “Biancospino”.
I circa 30 partecipanti, alcuni dei quali reduci da altre “camminate”, si sono dati appuntamento nella mattinata in piazza a Baruchella, dove il coordinatore Giuseppe Marangoni ha dato le necessarie istruzioni, dopo di che il portavoce del “Biancospino” Sergio Marcomini ha distribuito e presentato un bel depliant illustrato dal titolo “Il parco della Fossa Maestra”, realizzato per l’occasione con il contributo della Pro Loco comunale.
Guidata dal Marcomini e da altri membri del gruppo, a partire dal ponte di Baruchella, ha poi preso il via la camminata vera e propria lungo l’argine destro della Fossa Maestra fino al ponte del Passetto di Trecenta, per fare ritorno lungo l’argine sinistro dello stesso canale, chiamato popolarmente “Missario”. Termine tratto dalla sua denominazione ufficiale di “Canale emissario principale Fossa Maestra” risalente alle bonifiche promosse dagli austriaci alla metà dell’800, su cui si è ampiamente soffermato il signor Sergio Marcomini, tracciando un’ampia panoramica comprendente anche le bonifiche seicentesche dei Bentivoglio.
Ha spiegato poi che il canale percorre nel suo ultimo tratto (esclusa la cosiddetta “Golena Pivetti”) l’alveo residuo di un antico corso d’acqua, il Castagnaro appunto, originato da una rotta dell’Adige risalente al ‘400, come quella parallela del Malopera. Nel 1865, in particolare, questo primitivo alveo fu escavato e raddrizzato per togliere le anse più strette e fu collegato da una parte al nuovo canale che scolava le valli del veronese, e dall’altra al Canalbianco per assicurare il deflusso delle acque verso il mare.
Nell’avvio della passeggiata, presso il ponte di Baruchella, sulla sponda destra con alle spalle villa Pasini, l’attenzione del gruppo è stata attratta dalla bella cascatella originata dall’immissione dello scolo Gardese che raggiunge la Fossa Maestra sulla riva opposta.
Tutto il percorso si è svolto in mezzo ad una natura quasi incontaminata, grazie anche alle iniziative portate a compimento dal gruppo Biancospino. Un itinerario suggestivo tra le acque del canale e le piante che ombreggiavano le rive, che gli animatori della passeggiata hanno illustrato con dovizia di particolari. Tra le altre vanno citate la Robinia, l’Alianto, il Frassino, il Platano, il Salice, la Quercia, l’Acero, il Gelso, il Pioppo, il Faggio, il Sambuco, il Nocciolo, il Ciliegio, l’Acacia, la Vite Selvatica, il Biancospino, e poi erbe e fiori campestri in quantità.
La prima tappa dell’itinerario si è svolta a Giacciano, risalendo la riva per raggiungere la piazza antistante la chiesa bentivogliesca. Qui è intervenuto il prof. Maurizio Tramarin, il quale facendo anche riferimento all’articolo già apparso su questa rivista ed agli scritti del prof. Ario Stevanin (di cui ha ricordato la recente scomparsa), ha dato una succinta descrizione generale dell’edificio parrocchiale risalente alla seconda metà del ‘600, e soprattutto dei monumenti funebri della famiglia Bentivoglio d’Aragona, tra i quali spicca quello d’Adelaide Foscarini attribuito al Canova, denominato “La Dolente”.
L’itinerario è poi proseguito fino al ponte Passetto di Trecenta, per raggiungere la riva sinistra del corso d’acqua e far quindi ritorno al punto di partenza, paghi di aver partecipato ad un’iniziativa davvero innovativa che ha permesso di conoscere un ambiente polesano veramente inedito.
La manifestazione si è così conclusa con soddisfazione reciproca, sia degli organizzatori che dei partecipanti, che hanno potuto soddisfare il duplice interesse naturalistico-paesaggistico e storico-artistico.
Altrettanto positivo è stato il riscontro per il gruppo ospitante che, grazie all’iniziativa della visita guidata, ha avuto un’importante occasione per farsi conoscere anche fuori dell’ambito strettamente locale.
Il Gruppo Ambientale Biancospino
L’associazione locale, che ha contribuito alla realizzazione dell’iniziativa ricreativa e culturale ideata da Turismo & Cultura, ha assunto il nome “Biancospino” da una delle piante rintracciabili presso l’alveo della Fossa Maestra, a testimonianza dell’amore che i componenti del gruppo manifestano per il territorio.
La costituzione dell’associazione risale al 1996, quando alcuni amici di Giacciano, mossi dal desiderio di recuperare dal degrado la zona boschiva dell'argine della Fossa Maestra, si mossero con l'appoggio delle “ACLI Anni Verdi” (di cui è attivo in paese un circolo), dando vita al gruppo di lavoro denominato “Gruppo Ambientale Biancospino”.
Presero contatti con gli Enti di competenza: Demanio, Corpo Forestale dello Stato, Provincia, Consorzio di bonifica Valli Grandi e alcuni privati (che detenevano ancora proprietà o possesso) e, ottenuti i permessi necessari, si misero al lavoro, riportando, con non pochi sacrifici, il sito, nelle condizioni di nuova vita, ma meglio ancora consegnandolo alla popolazione, che da anni aveva dovuto dimenticarlo per l’impraticabilità del percorso.
Da circa trentacinque anni, infatti, le banchine non erano più percorribili e i pochi pescatori che si avventuravano lungo le rive del canale dovevano prepararsi un sentiero, talvolta tra i rovi e i rifiuti.
Il lavoro è stato grande, ma più grande è stata la soddisfazione per i risultati ottenuti. Un vivo riconoscimento va al Consorzio Valli Grandi, di Legnago, per l’appoggio tecnico che non è mai venuto a mancare e altrettanti; ringraziamenti vanno all'Amministrazione Comunale di Giacciano con Baruchella per il sostegno economico: senza questi aiuti non sarebbe stata possibile la continuazione dell'opera.
Ora il “Parco Biancospino” si estende dal ponte dì Baruchella sino al ponte del “Passetto” cioè fino al territorio di Trecenta, e i sentieri sono comodamente percorribili su ambedue le rive, a piedi, in bicicletta oppure con i cavalli per una percorrenza totale d’otto chilometri. Tutto questo nella tranquillità più assoluta, immersi nel verde, a contatto con un mondo che altrimenti potremmo dimenticare.
Il Gruppo, guidato dall’attivo presidente Evaristo Corsini, non pago dei risultati ottenuti e forte delle richieste ricevute, si sta specializzando per poter accogliere degnamente anche visitatori particolarmente attenti: Associazioni culturali, Scuole, Turismo locale e Associazioni sportive. A richiesta dei visitatori più esigenti saranno proposte l’esibizione delle documentazioni fotografiche, la proiezione delle diapositive e l’esposizione di un breve cenno storico del sito.
“A chi passeggia si accompagna sempre alcunché di singolare, di fantastico, e sarebbe impensato ch’egli volesse ignorare questa presenza spirituale: ma non l’ignora per nulla, invece, e saluta con un cordiale benvenuto tutti gli incontri inattesi, si familiarizza, fraternizza con essi, li tramuta in corporeità tangibili, sostanziose, dà loro anima e forma, così come essi, dal loro canto, lo animano e lo formano”
Robert Walzer
“Ma il camminare di cui parlo non ha nulla a che vedere con l’esercizio fisico propriamente detto, simile alle medicine che il malato trangugia a ore fisse, o al far roteare manubri o altri attrezzi; è, il camminare di cui parlo, l’impresa stessa, l’avventura della giornata”
Henry David Thoreau
Queste due citazioni, tratte da due libri che un amico giornalista mi ha regalato al comparire sulla scena de “Le camminate in Polesine”, organizzate da CTG Rovigoti e Turismo&Cultura nelle domeniche di primavera 2004, danno il senso dell’aggancio culturale ed esistenziale che questa esperienza ha risvegliato.
Già dalla scelta dei luoghi e dei temi degli itinerari c’era il senso della novità dell’iniziativa. Non puro esercizio fisico, semplice percorso da una partenza ad un arrivo, ma camminare presenti a se stessi e al paesaggio, disponibili ad ogni incontro, con una certa andatura, ma senza l’assillo del tempo tiranno. Privilegiare il punto di vista personale e farne scambio con i compagni di strada. Mescolare la propria cultura e la propria esperienza di vita agli stimoli provenienti dai luoghi per godere di riferimenti, scoperte, conferme.
E’ stata una scelta azzeccata quella di chiedere ad alcuni amici, profondi conoscitori del territorio, di proporci ciascuno il proprio itinerario, quasi un itinerario dell’anima. E così abbiamo capito che la pianura degli fiumi, degli argini, dei canali, dei fossi, delle golene, dei crocicchi e capitelli sperduti nella campagna, di paesi e corti immersi nel verde, di campi e giardini coltivati e persino di percorsi cittadini, riserva al camminatore scoperte non meno piacevoli delle classiche escursioni di collina o montagna. Anzi, la pianura dona una dimensione più propria del senso di vagabondare pur avendo una meta.
Un’esperienza nuova quindi, con una ricaduta importante a livello di ricerca e valorizzazione del patrimonio ambientale e storico-artistico del Polesine. Luoghi e percorsi in gran parte inediti, dove né auto, né bici, né barca possono interamente arrivare.. Vale la pena ricordarli in sintesi:
• Il giro delle mura medievali di Rovigo, con Antonio Gambato, ci ha permesso di mettere i piedi accanto alle mura della città cogliendo l’aspetto pubblico degli interventi e manomissioni nel monumento, ma anche la grazia di alcune atmosfere dell’intimo delle case e giardini addossati.
• Il Giardino botanico di Caleri, con Rita Pedrini, ha deliziato i partecipanti vecchi e nuovi di questo sentiero in riva al mare.
• La golena di Panarella ha visto un mare di partecipanti (quasi 100) con due gruppi guidati da Franco Gambaro e Giuseppe Marangoni. Va detto che la golena recentemente rinaturalizzata non ha conservato il precedente fascino del selvaggio, caratteristica di questa come di altre golene del Po.
• Lungo il Canalbianco. Golena, grandi corti e un mulino ad acqua con Giuseppe Marangoni, ha gettato luce su un tratto di Polesine totalmente sconosciuto in un sentiero praticabile solo a piedi, tra natura, archeologia, testimonianze dell’alluvione e…..mulini.
• Cà Grimani, Argine Manin e Valli di Adria, con Gianni Negri, ci ha immerso in un paesaggio pre-deltino, con la scoperta di vere e proprie “chicche” come la Corte Voltan progettata dall’arch. G.B. Scarpari o il borgo di Voltascirocco con le sue idrovore.
• I boj de la Feriana con Lucio Verza è stata un’abbuffata di natura in riva all’Adige, con l’atmosfera magica di Concadirame e con i Colli Euganei all’orizzonte.
• I gorghi di Trecenta, con Antonio Gambato, ha dimostrato che a piedi molto più che in bici (non consideriamo l’auto) questo itinerario è un supremo condensato di Alto Polesine, natura, paesaggio e tradizioni.
• Lendinara e i paesi in costa all’Adige con Lino Segantin, protagonista l’Adige più nascosto, tanto vicino quanto fuori dal mondo: vecchi centri storici, case rurali e osterie, con gioielli come la Chiesa di Saguedo o l’Oratorio di Pradespin che, quando li incontri, hai la sensazione di qualcosa che non perderai più. E poi orti e orti e fossi rigogliosi e vivaci che li attraversano.
• El stradon di frati con Sauro Passarella è stato un viaggio nel paesaggio dentro e fuori del Po ma contemporaneamente nella storia. In questo caso il camminare lungo un antico tratturo ha avuto il potere di evocare l’integrità di paesaggio e abbazie lontane mille anni, molto più di qualsiasi reperto museale. E poi… quella riviera!
• Lungo l’antico alveo del Castagnaro, con Sergio Marcomini, ovvero l’apoteosi de “Le camminate” o anche camminata intesa come passeggiata in un tratto di paradiso terrestre.
Preziose sono state alcune collaborazioni da parte di Enti e Associazioni: il Consorzio di Bonifica Polesine Adige Canalbianco, il Gruppo Amici del Po di Villanova Marchesina, il Gruppo Ambientale Biancospino di Giacciano con Baruchella, il CeDi-Centro Beni Culturali e Ambientali presso il Museo dei Grandi Fiumi di Rovigo.
Dopo il 1° esperimento della primavera 2004, è già deciso che i patiti de “Le camminate” si ritroveranno per nuovi itinerari. Ma c’è dell’altro in testa: una mostra fotografica, un convegno…