Su te che mi vivi accanto, come un girasole attorno al suo gambo, girandole di petali e piogge di profumi io riverso, scoprendo che con te non sarò mai sola nell’universo.
Il profumo dell’infinito e una pioggia di petali sostiene e unisce, in una profonda amorevole comunione, le sensibili e coraggiose sorelle Irene e Linda.
RICORDO
Un tempo tra pietre ricercate, d’arancio e di antico decorate, in un sentiero sterrato di ricordanze appena accennate, si stagliava l’oro acceso del suo volto, nel giallo ambrato di uno sfumato tramonto.
Oggi tre pietre di quel sentiero sterrato, illuminate ancora dal prezioso volto non fanno che brillare di quel sorriso ormai sepolto. Scintillano adesso, di un arancio ambrato di giallo decorato in un sentiero, sempre illuminato, da questo ricordo di mia madre ora a voi regalato.
Una vita racchiusa in queste profonde liriche dai versi carichi di luce: il ricordo del prezioso sorriso materno e il caldo amore che unisce Irene e Linda.
Abbiamo potuto conoscere ed apprezzare le sorelle Braggion durante la presentazione del 28° numero della rivista “Ventaglio Novanta” in Pescheria Nuova.
Irene ha incontrato consensi recitando con molta grazia le poesie della giornalista Elisabetta Zanchetta, mentre di Linda è stata apprezzata l’esposizione di alcuni quadri e decorazioni pittoriche su tegole e ceramiche. Il suo dipingere è ricco di colore, di fantasia: fiori, paesaggi, dai cromatismi intensi che rapiscono gli sguardi in turbini di luce, verde, fiori che sembrano staccarsi dalla terra ed anelare a qualcosa di lontano e indefinito, come le figure dai volti pensosi e intensi calate in fantastiche coreografie.
Un’arte fresca e frizzante con tratti d’inquietudine che scaturisce dall’entusiasmo, la gioia e la meraviglia di una giovane creatività.
Linda è laureata in giurisprudenza, diplomata in pianoforte, ora praticante in uno studio notarile.
Il suo impegno non la distoglie dal coltivare l’inclinazione artistica che non si ferma alla pittura, ma spazia nel decoupage, nella realizzazione di candele artistiche, fotografia, appunti di viaggio, tutto accompagnato da un grande amore per la natura.
Irene non è da meno, 21 anni, studentessa di Scienze della Formazione, prossima alla laurea. Le piace recitare, ha seguito corsi di recitazione e ha preso parte a diverse rappresentazioni.
Le piace lo sport, da cui ricava forza ed energia. Ha insegnato nuoto in piscina accopagnando lo studio con questa attività che le ha fatto conoscere momenti di gioia per l’affetto e la grande spontaneità che i tanti piccoli nuotatori le hanno dimostrato.
Ama leggere romanzi, saggi, racconti, poesia e le piace scrivere. Fin da piccola sentiva nel cuore la “voglia”, l’irresistibile desiderio di trasferire sui fogli storie, racconti, versi. La sua poesia è ricordo, sospiri, sorrisi, gioia, velata tristezza, speranza, i versi brevi sono lievi, delicati ed eleganti. Dipinge perché trova la pittura una forma espressiva molto intensa. Le piace andare al cinema, ama la natura, gli animali, il giardinaggio e la nostra bella campagna.
Irene e Linda Braggion, due belle ragazze dagli sguardi profondi e intelligenti con la gioia nel cuore, dedite allo studio e all’arte con infiniti progetti e tanta voglia di fare. Due giovani donne in gamba! Ci sono tanti altri giovani impegnati e di talento, peccato che non vi siano strutture, spazi espositivi, luoghi di incontro e ritrovo che facciano crescere e pongano in luce le loro inclinazioni e capacità artistiche. Ma concludiamo con i versi spumeggianti di Irene che ci invitano a ben sperare per il futuro.
SORRISO
La primavera dei sorrisi ha bussato oggi, al vetro limpido della mia finestra… Dice di aver visto boccioli di sospiri crescere. E di aver udito vallate di pensieri nascere…
La primavera dei sorrisi in punta di piedi, oggi, al vetro limpido della mia finestra ha bussato domandandomi se lì, per caso, un raggiante sorriso era appena nato.
NOI GIOVANI
Il domani dei padri per misteriose strade va, correndo, e solleva polveroni di stupore e disappunto tra le vecchie che lo guardano, il capo scuotendo.
Siamo noi giovani, occhi del 2000, che, con le mani e i sogni in tasca, sulle scie del mondo vaghiamo alla ricerca di uno stile di vita che solo noi ci creiamo.
Il futuro lo guardiamo negli occhi, frementi con un ventaglio di sogni serrato tra i denti, e con speranze d’amore e di successo, crescendo, è così che il nostro giovane cuore, cari signori, culliamo nel vento.
Segnarono la fine di un’epoca mezzo secolo fa, i buoi. Ultimi grossi animali da lavoro, scomparvero dai campi e dalle strade, soppiantati dai prepotenti e ruggenti mezzi meccanici.
Imponenti docili e lenti, ma dal passo inarrestabile, prima dell’alba aggiogati due a due a comporre un treno di dieci-dodici bestioni, trascinavano l’aratro, mentre i “paratori” li incitavano con la voce ed il pungolo.
Erano tori mancati, la castrazione praticata sui vitelli dopo lo svezzamento, unita ad una paziente opera di addomesticamento, produceva le straordinarie creature. Seguiamo il Vate per eccellenza, D’Annunzio:
Van per il campo i validi garzoni guidando i buoi dalla pacata faccia e dietro quelli fumiga la traccia del ferro aperta alle seminagioni.
Nella quartina troviamo condensati tutti gli elementi; i garzoni (bovai), la traccia (solco fumante), il ferro (aratro), ed infine i protagonisti, i buoi. Pacata faccia, così li definisce il poeta, e invero erano mansueti nonostante la stazza di otto-dieci quintali. Le mucche, per dire, quando sono in fregola o allattano il vitello, lasciano partire di lato certi calci assassini che azzoppano.
Preferiti i buoi di razza maremmana o romagnola per la loro robustezza, orgoglio di tutte le grosse aziende agricole per via delle lunghissime corna, coperti da una corta fittissima lanugine chiara (a differenza dei tori che presentano ombreggiature molto scure) aspettavano ruminando nelle stalle la valente opera dei bovai.
Di un tizio ricco che si permette larghe spese si usa dire: “Xe come cavarghe on pelo a on bò” (non se ne accorge); e, per zittire chi propone soluzioni mentre lui se ne cava fuori, si replica: “Tuti i ara, tuti i para, benedeto el bò ka tira” (tutti sono capaci di arare o condurre, ma lo sforzo lo compie qualcun altro, il bue). E quando la frittata è compiuta e si vuol porre rimedio si ribatte: “Inutile sarare la stala koando ke i bò i xe skapà”.
Già i bò, sostantivo singolare, invariato al plurale, cose d’altri tempi, ma che considerazione se perfino l’Ateneo Patavino porta tuttora quel nome, Il Bò, e sopra la chiave di volta dell’atrio monumentale, eccolo là il bue, eternato nel marmo.
Quanti riferimenti a quelle possenti umili bestie, nel bene e nel male: “Moglie e buoi dei paesi tuoi”, “El ga na vita larga kome koela de on bò”, “Mai mettere il carro davanti ai buoi”. E si capisce, hanno fatto la storia per millenni, dai Sumeri fino a noi; anche il celebre Carroccio di Alberto da Giussano venne trainato in battaglia contro il Barbarossa dai buoi.
Un tempo il popolo era bue, credulone e minchione per la gioia di chi lo maneggiava. Ora che si è fatto furbo, sorvolando sulla nuova etichetta (Parco Buoi) gioca in Borsa,… facendosi fregare ancora una volta.
San Luca, patrono dei medici, doveva avere tanta pazienza visto che il suo simbolo è il bue, così lo troviamo affrescato in tutte le chiese mentre scrive il Vangelo.
E che dire di Nostro Signore? Rifiutato dagli uomini, ha voluto accanto a Sé, quando nacque in una stalla, il bue e il disprezzato asinello, affinché lo riscaldassero coi loro corpi e il loro fiato.
Ma anche lì la maldicenza dei tristi, ha pensato di attaccarci una pezza, sostenendo che il bue per non passare da somaro, dava del cornuto all’asinello.
I buoi erano usati anche per il traino stradale; aggiogati al timone di carri in legno con le ruote cerchiate in ferro, trasportavano di tutto; fieno, pannocchie, ma specialmente materiali pesanti e barbabietole.
All’approssimarsi delle campagne saccarifere, si doveva condurre i buoi dal maniscalco per provvederli di “scarpe nuove”; andavano ferrati come si fa per i cavalli, ma con ferri particolari divisi in due parti, data la forma degli arti, altrimenti dopo pochi chilometri consumata la parte cornea dell’unghia avrebbero preso a sanguinare.
Nonno Memo ne possedeva quattro che erano una meraviglia (Kostante-Todaro-Prudente e Golia); molti curiosi andavano a visitarli, palpavano le gambone grosse come tronchi, tastavano il sottogola, cercavano di carpirne i segreti. La sua soddisfazione maggiore era metterli a disposizione di chi si sposava, un rituale ripetuto spesso. Il padre della sposa si faceva avanti per avanzare la richiesta: “Memo, vegnaresito kon i bò,… a go la fiola ka se marida… te ne renderò merito” “Tasi… gnanca parlare, semo tuti soto sto zielo”. Ma per il postulante era un punto d’onore rendere il favore in qualche modo.
Si alzava il nonno alle quattro del mattino, riempiva la greppia di adeguata pastura, poi, condotti fuori nel cortile, li abbeverava, li lavava con l’aiuto del bovaio, li strigliava, con la brusca, li lisciava, sulle unghie passava il lucido nero da scarpe, e dopo aver atteso che espletassero i loro bisogni (evitando che ciò avvenisse durante la cerimonia), addobbava il carro con tre archi di frasche, fiori e nastri. Sulle corna dei buoi gli immancabili fiocchi rossi ed una gualdrappa ricamata posta sulla schiena completava la bardatura.
Andava a prendere la sposa accompagnato da uno stuolo di ragazzini vocianti, per condurla in chiesa. Dopo la cerimonia, fatti salire sul carro seduti su panche inchiodate al pianale, gli sposi, i compari, i parenti stretti, si avviava verso la dimora dei due colombi, dove era consuetudine consumare il pranzo nuziale.
Lì dava sfoggio di tutta la sua maestria con la frusta, da lui stesso costruita ed intrecciata: “Sc-icc… sc-icc… sc-icc” secche fucilate in aria, ma i quattro buoi non si scomponevano perché conoscevano a menadito la commedia. Poi, balzato a cavalcioni del timone, intonava un classico:
Vien vien biondina l’amor vien sotto l’ombra di questo fior e tu verrai biondina in braccio a me per consolar questo povero cuor…
Passava attraverso le vie del paese raccogliendo apprezzamenti e qualche invidia, suscitando entusiasmo incontenibile, perché sono le cose spontanee senza tornaconto che riempiono l’animo, e queste manifestazioni campagnole cementavano i rapporti.
Il senso del limite era connaturato, la ricompensa spontanea, una gara nobile di slanci generosi.
“Me rakomando Memo, ke i bò no i se faga paura, e ke i ribalta la sposa in t’el foso!”. Battute e sfottò che aumentavano il gaudio di un corale teatro all’aperto, e quando giungevano a destinazione, per fermare il tiro a quattro con voce stentorea comandava: “Vuola… iela… vuooo…”.
Immancabile il solito crocchio di curiosi: “Varda ke bel caro dobà ben, e ke bò, e ke kulon ki ga, ke forza… kissà koanto ki tira sti bò!”
E nonno Memo sornione: “E kara la me zente, … tira piasè on pelo de ke la roba là… ke on paro de bò.”
Chi xe ‘sto bovaro che i ciama Fasolo, chi xelo mai ‘st’omo che tuti i conosse, che parla ala gente col cuore d’un fiolo. che dixe ai bovari: “Colmémo le fosse che l’uno con l’altro ne fa star distanti, bovari e vilani, su, fémose avanti!”
Chi xelo ‘sto mago in bareta de lesca, la fuma de tera, le sgalmare pese che drento in tel cuore de ‘sti omani el pesca e l’anima tuta dentro i oci te leze? Costù che camina per ogni sentiero e ‘in solco ch’el varda conosse el gomiero?
E’ un personaggio di sicuro carisma il bovàro Fasòlo descritto da Gino Piva nell’omonima composizione poetica immortalata nella raccolta Cante d’Adese e Po. Pur abbigliato con i panni tipici del contadino, berretto di feltro (lesca) scarponii pesanti, pipa (fuma) di terra cotta, è un uomo certamente superiore, che non solo sa individuare il tipo di vomere (gomiero) dal solco che lascia, ma è un “mago” che sa leggere entro il cuore dell’uomo e sa incitare i suoi simili all’emancipazione sociale: “colmèmo le fosse!” esclama, ovvero superiamo le distanze di classe.
Ma alla rivalutazione fatta da Gino Piva, alla quale si avvicina anche il detto “Il contadino, scarpe grosse, cervello fino”, non corrisponde altrettanta buona immagine nella tradizione scritta né in quella orale. Vediamo:
“El vilan, quando l’e nato, sentenza Dio ga fato: el ga scrito soto ‘na laca: va, vilan, fiol de ‘na vaca!”
Ed ecco pronto un altro detto per ribadire questo destino. “Chi de galina nase, tera ruspa!”, come si dice, ad ognuno la propria natura ed il suo destino!. Non si può sfuggire!
Questa ‘rustica progenie’, che va sempre governata solo con il randello (lo afferma il poeta: ‘Villanos pasce tracagno’, invita M. Cocai (doma il villano con il bastone), nasce in modo alquanto strano. Ecco dunque la storiella che ha una tradizione antica.
Un giorno il Signore, passando per la campagna con Piero e la sua compagnia, vide un asino che brucava tranquillamente in un prato e gli venne un’idea. Fece dei segni, che solo Lui sapeva, verso l’animale e “quel de boto se s-gionfa” (si gonfia di colpo). Passano nove mesi e la pancia dell’animale si gonfia a tal punto che alla fine scoppia. Si sente un gran fracasso e l’asino ‘tra fora ‘na slofa tremenda’ (produce una scoreggia terribile) e con quella “salta fora on vilan tremendo e spuzente”.
Una volta pulito e lavato dalla pioggia, subito arriva giù l’angelo di Dio, “el ciama l’omo e ghe dise: Per ordene del Signor Deo mo è stabilì par scrito che sto vilan deve avere par vito pan e crusca co la zivola cruda, fasoli, fava lesa e svuda”. Per giaciglio deve avere solo un po’ di paglia. Dal momento ch’è nato deve indossare solamente ‘on toco de canovazo crudo’ affinché si faccia ‘on par de braghe’ (attenzione), aperte nel mezzo affinché non perda molto tempo quando deve soddisfare qualche bisogno corporale; soprattutto deve essere sempre tenuto in condizione umile di sudditanza, giacché se gli si permette di migliorare o provoca danni o dà fastidio (quando la merda monta in scagno, o la fa spuza o la fa dano). Lo ricordava perfino il famoso retore latino, Claudiano, più di millecinquecento anni fa: Asperius nil est humili surgit in alto (nulla è più dannoso dell’umile che si eleva).
Di certo la tradizione non ha mai ben visto e considerato quest’essere. Quando si tratta di lavorare è pelandrone, invece è solido come una quercia quando si tratta di ballare, mangiare e fare bisboccia (‘semper habent ossum poltronis quando lavorant,/sed, quando ballant sul glandine atque sul ulmis,/(…) et calcagnibus terram sine fine travaiant’)(quando lavorano rivelano sempre l’osso del poltrone, ma quando ballano all’ombra delle querce e degli olmi, tormentano senza tregua la terra a colpi di calcagno)(M.Cocai: Baldus,XII). Solo il caldo dell’estate riesce a far sudare questa genia: ‘aestas (…) zaltrones facit ista nimis sudare vilanos’(l’estate fa sudare troppo questi villani cialtroni)(Baldus, XIV).
A conferma della scarsa considerazione dell’umanità verso i servi della gleba è rimasto ancor oggi in proverbio che “tri musi e on vilan, fa senpre tre bestie” e poi “on can e on fiol d’on can, ne più ne manco d’on vilan” e ancora “la scarpa del vilan no fa mai bela peca” (la scarpa del villano non lascia mai una bella orma) e se ciò non fosse sufficiente, ecco che “quando el vilan fa ben, la piova la seca el fen” (quando il villano agisce bene, vuol dire la pioggia dissecca il foraggio)
Lasciatelo pure andare in chiesa, si raccomanda, ma ogni tanto. Che vada pure a pregare ‘par pasatempo che tanto no ghe vien gnent, l’anema no ghe l’a, el deo no lo po scoltà. E come podria aver l’anema sto vilan ben se l’è gnù fora d’un asen con t’un pet!”
Francesco del Toppo, napolitano: in utroque iuris dissertissimo (esperto di leggi), sub Fernando ill.mo sapientissimo atque iustissimo in Siciliae regno triunphante (ostrega, che re!) tradusse ‘materno sermone’ (nel suo dialetto), le Favole di Esopo ed in ‘eius fabulas allegoriae con exemplis antiquis modernisque finiunt feliciter, cioè ne aggiunse di propri, si direbbe oggi, ben pertinenti, come quella del villano che qui si riporta.
“Era infirmo lo villano et stava ad presso lo morire. El diabolo volendole levar la anima stava actento che le dovesse uscire dal corpo. El villano fe certo terribile pedito (peto) quale el diabolo credendo essere la sua anima se fosse in giro et andò allo inferno ad mostrare la anima del rustico ad compagni, quale vedendo ed intendendo tanto fetore erano tucti tristi et non poscando quasi chiudere el naso tanto puzava di agli e cipolle. Plutone re dello inferno fe decreto che mai anima de villano intrarà più allo inferno.
Allora i villani da quel giorno sono entrati tutti in paradiso? Mai!. “Nella antiqua et bona città deve abitare nullo villano come gente prava sono!” Tali sono infatti i villani che “non solo lo paradiso et purgatorio enno exasi et habominabili li villani, ma li diaboli le negano lo inferno”.
Questa condizione di vita grama, umiliata nella propria dignità di persona, durò fino al secolo scorso.
La nascita delle dottrine sociali ed i primi scioperi dei contadini, organizzati dalle leghe, a poco a poco fecero comprendere a questa gente la propria forza e la propria capacità contrattuale. Il simbolo del proletariato umiliato che si emancipa è proprio il “bovaro Fasolo”, una figura emblematica creata dal poeta polesano Gino Piva alla fine del secolo scorso.
Fasolo riassume in sé il lungo travaglio delle plebi contadine del Polesine primitivo, tanto che, attraverso una lunghissima vicissitudine, riesce a fare prendere loro coscienza di sé.
“Quel omo bifolco dei tempi lontani marciare el dovea con gamba sicura portandose a drio bovari e vilani, restando par sempre bovara figura, che ciama i compagni da stale e da fosse e suda con luri fin l’ultime giosse”.
A dire la verità, nonostante la presa di coscienza, a quell’epoca, la condizione del villano non cambiava di molto, poiché in realta ‘i siuri i magna co i vole; i artisti (gli artigiani) co i pole; i vilan co i ghe n’a”.
Per lo meno si faceva strada la presa di coscienza della propria condizione. Già Ruzzante, che nelle sue opere rese poetica la condizione del contadino e diede dignità di arte poetica alla sua cultura, faceva esclamare ad un suo eroe: “Al sangue del cancaro, a seom vilani perché a no haom roba. No di de vilani, ch’a se sbuseron la pele pi ch’a no fo mé criviegi”(sangue del canchero, siamo contadini perché non possediamo nulla. Non dire dei contadini che ci bucheremo la pelle come un crivello); “Noi contadini con seom abovè a dassam in la crose” (noi contadini, quando siamo esasperati diamo anche contro la croce). Non si dice infatti nelle Litanie dei santi: A furia rusticorum, libera non domine?”.
Ruzzante affermava l’umanità del contadino e la sua dignità che rimaneva anche nella disperazione e nell’esasperazione.
Disperazione ed esasperazione che si manifestavano anche in battute assai ardite. “Ne can ne vilan, non sara (chiude) mai le porte”, dice qualche riccone con disprezzo; e qualche villano dal cervello più svelto controbatte: “Ne mussi ne siuri no sara gnanche luri!”. Segno dei tempi! Un battibecco impensabile solo qualche decennio addietro: poteva significare la rovina per l’autore e la fame per tutta la sua famiglia, ma tra uno sberleffo l’altro si andava affermando l’uguale parità di tutti.
Raccontava mia nonna¹ che un’immagine della Madonna era scesa con l’acqua del Po e si era impigliata tra i rami di un fico, bassi sul pelo dell’acqua corrente, tra Corbola e S. Maria in Punta, proprio nel punto di confine tra i due paesi.
Immediati sorsero i contrasti tra le due comunità per il possesso dell’immagine, tanto che, per definire la quistion, si radunarono tutti in assemblea sotto il fico.
Siccome i “Curblin” si comportavano con prepotenza, i “Santamarianti” troncarono ogni discussione portandosi via la Madonna. I corbolesi non si diedero però per vinti e, ritenendosi beffati, organizzarono quanto prima una spedizione per riprendersi l’immagine.
Ma, che è, che non è, questa ricomparve a Santa Maria, e non fu una volta sola, sicché ne saltò fuori un gran contrasto, anzi una rissa, ma poi ‘sta quistion l’è sta desgarbujà a favore di Santa Maria in Punta. E l’immagine è ancora lì².
Altra miracolosa apparizione sulle acque della Madonna si racconta sia avvenuta nel 1837, durante una piena dell’Adige, davanti alle frazioni lendinaresi di Saguedo e Barbuglio. Gli argini ressero alla piena e, da allora, gli abitanti delle due borgate ritengono protettrice della zona un’immagine, cui hanno dedicato una chiesetta sulle banche del fiume: è la Madonna di Pradespin.
Sempre mia nonna raccontava che anche sui perari poteva comparire l’immagine sacra, mentre apprendiamo dalle antiche tradizioni romane che l’albero del pero era sacro a Giunone, dea dell’amore casto e della fedeltà coniugale. E’ evidente che l’associazione tra il simbolo pagano e l’immagine cristiana denota il perdurare nel tempo di una sincresi tra elementi diversi, di cui uno, il cristiano, ha sacralizzato l’altro, il pagano.
Quando si tratta di apparizioni, il luogo ideale è poi una grotta. La grotta è infatti il luogo del mistero per eccellenza, è il punto intermedio tra l’aldilà e l’aldiqua e non appartiene a nessuno dei due. E’ un non luogo, che pure funge da trait d’union tra il mondo dei vivi e quello dei morti da sempre localizzato sottoterra. Le grotte si qualificano dunque con le caratteristiche del santuario, un luogo sacro dove è presente il divino. D’altra parte la tradizione iconografica cristiana dove rappresenta se non in una grotta la nascita del Bambino Gesù?
Ed è alla Madre di Gesù³ che tutte le popolazioni di area cattolica guardano con fiduciosa speranza: Maria è tenera, dolce, umana; è l’emblema della donna, con la sua gravidanza e maternità del tutto terrena. Viceversa poco accessibile risulta il concetto di Dio Creatore – Dio incarnato – Spirito Santo, uno e trino. Concetto estremamente astratto, misterioso, difficile da capire, per cui il Padre Eterno appare lontano, irraggiungibile, se non tramite Maria che si presta ad una venerazione confidenziale, ad un abbandono senza riserve, alla fiducia di essere aiutati.
Nella tradizione religiosa anche i bambini erano coinvolti in queste richieste di sostegno celeste. I piccoli, seguendo l’esempio delle mamme e delle nonne, si allenavano fin dalla tenera età ad implorare la protezione della Madonna, cui bisognava porgere, in cambio, qualche buona azione, qualche rinuncia: i fioretti. E c’era, e c’è ancora oggi, un mese tutto dedicato alla Madonna, il mese di maggio, detto anche “Mese Mariano”, quando, sul far della sera, grandi e piccoli, chiamati a raccolta dal suono di una campana, si riunivano a recitare il rosario e a cantare inni alla Vergine Maria.
Un fatto che a me pare straordinario ed inconsueto è che la devozione alla Madonna si manifestava non solo nella sua fase adulta, ma anche verso quella della sua infanzia: Maria Bambina. Nella mia mente fanciullesca doveva essere scritto unitariamente “mariabambina”: un nome globale, non un nome accompagnato da un aggettivo che ne qualificava l’età.
Ricordo la meraviglia dei miei otto anni quando ricevetti in regalo una “mariabambina”. Sotto una campana di vetro, una base di legno dipinto di nero era il piedistallo per una culla tutta scaglie d’oro (legno ruvido dipinto di porporina). Dentro la culla, adagiato sul lato sinistro, un fagottino di seta luccicante, legato con fili intrecciati “d’oro” (divenuti poi neri per l’ossidazione). Dal fagottino spuntava, incorniciato da una cuffia di pizzo, un faccino cereo (anche nel senso letterale) con una punta di pennello rossa per la boccuccia e due neri per gli occhi. Attorno alla culla s’avvolgeva un tralcio di rose di ceramica, rosse all’origine, bianche quando vidi per l’ultima volta la “mariabambina”. Vicende varie me l’hanno fatta perdere di vista, non so che fine abbia fatto; so che allora, possederne una rappresentava quasi uno status symbol religioso.
Tante nel corso dell’anno le feste dedicate alla Madonna, un tempo molto seguite.
– Il 2 febbraio si festeggiava S. Maria della Candelora, a ricordo della purificazione di Maria al tempio, 40 giorni dopo la nascita di Gesù. Dopo una solenne benedizione delle candele, si procedeva alla loro distribuzione tra i fedeli i quali, reggenti ognuno in mano una candela accesa, portavano in processione le immagini di Maria e di Gesù.
– Il 25 marzo S. Maria Annunciata, una festa che sostituisce gli antichi riti pagani dell’inizio della primavera. La chiesa ha recuperato l’antica tradizione, proponendo la festa dell’Annunciazione, cioè del misterioso divino ingravidamento di Maria, chiaro riferimento alla festa pagana per l’avvenuta fecondazione della terra⁴.
– Il 15 Agosto Madonna dell’Assunta⁵.
– L’ 8 Settembre Natività di Maria.
– Il 21 Novembre Madonna della Salute⁶.
Si può concludere sottolineando la continuità degli atteggiamenti e delle aspettative dell’umanità nel corso della sua storia millenaria. In tempi remoti, ancestrali divinità femminili vigilavano sul processo di feconda maturazione della terra, per il quale, anche nel tempo della chiesa è richiesto un patrocinio femminile (la Vergine Madre) a tutela del buon andamento dei frutti della terra in procinto di trasformarsi in cibo e, quindi, vita e salute per l’uomo. Impossibile negare l’analogia tra profano e sacro, o, per meglio dire, la continuità tra passato e presente⁷.
Quante volte osservando un dipinto antico ci poniamo domande alle quali spesso non sappiamo dare una risposta? Dubbi riguardanti l’azione, il soggetto, non sempre idenficabile (specie con i Santi), sia i personaggi minori (i committenti), ma a volte anche gli oggetti rappresentati. E’ risaputo che i pittori un tempo non mettevano mai niente a caso, ogni cosa doveva avere un significato e rispondeva a qualche bisogno del committente.
Nel nostro caso i dubbi riguardavano un grande quadro, oggi depositato nella sacrestia della chiesa di Melara (appartenente alla precedente chiesa di san Materno, demolita nel 1732) che raffigura i santi Rocco, Sebastiano e Vincenzo Ferreri. E’ del secolo XVII e forse contrassegnava un altare.
Non passano certo inosservati due stemmi collocati uno in basso a destra e l’altro a manca.
Quello a sinistra l’ho identificato con l’emblema della comunità di Melara ed è stato già descritto a proposito di uno studio sul sigillo del paese¹. L’altro è al centro di questo intervento e ci dimostrerà come, con un pizzico di curiosità, un semplice quadro possa farci conoscere cose interessanti.
Lo stemma e la scritta al suo interno
Lo stemma in questione raffigura una torre in fiamme: un rogo in definitiva (le cui fiamme rosse appena si notano nella riproduzione fotografica). Le parole scritte sotto identificano un tale Rogo Roghi.
Sono solo in parte leggibili perché coperte dalla cornice e quindi la ricostruzione sarà un po’ lacunosa, eccola: ROGUS ROG(I)/ MELLARIAE/ CURARE F(ECIT)/ EXPEN(SUM) DIV(IS), con questa mia personale traduzione: Rogo Roghi di Melara per guarire fece (questo ex voto o dipinto) ad espiare (verso) i Santi (Rocco, Sebastiano e Vincenzo Ferreri).
Ma cosa si può scovare su di un determinato personaggio, vissuto così tanto tempo fa? Qualcosa in verità è saltato fuori dagli archivi, anche perché il Roghi, appartenendo ad un ceto sociale benestante, ha lasciato tracce delle sue vicende terrene.
Il casato Roghi
Sappiamo che i Roghi non figuravano fra le famiglie che ab antiquo dimorarono in Melara: prima del 1615, infatti, non ci sono riscontri del loro cognome nei registri parrocchiali. I luoghi d’origine di Rogo Roghi, anche se diversamente segnalati, sono oggi abbastanza circoscritti: la prima volta, al suo primo matrimonio nel marzo 1615 con Fiore Reggiani, viene indicato originario della parrocchia di Castelnuovo, diocesi di Arimine (Rimini)², nel secondo matrimonio del 1624 con Orsina Giudotti Savanuzzi invece non compare nulla³. Mentre è scritto di “status Urbini nunc Mellariae” per ben due volte nell’anno 1628⁴. Da un catasto dell’anno 1626 veniamo poi a sapere che assieme alla moglie era proprietario di oltre 130 biolche ferraresi del tempo, un’enormità in rapporto al terreno coltivato di allora.
Dalla prima moglie avrà almeno quattro figli, fra cui Bernardino (1618-1665) che ebbe sepoltura in chiesa. Da questa discendenza ebbe origine anche Gregorio (1671-1748), capitano delle truppe papaline in paese, che, sposatosi ben quattro volte, fu pure sindaco del paese nel Settecento.
Ma, nel periodo del nostro Rogo, altri di questo ramo, quasi sicuramente parenti, erano presenti a Melara. Troviamo così registrato nel marzo 1632 tale “domino Andrea Rogus urbinatur” ed il sacerdote Matteo nel 1633⁵. Quest’ultimo poi diverrà rettore della chiesa di Massa Superiore e sarà un’importante figura per il rilancio del piccolo paese rivierasco⁶.
Abbiamo appurato come Rogo avesse origini lontane, addirittura nello stato d’Urbino; come mai fosse qui è facile da ipotizzare: egli abitava nei territori del Papa e quindi era facilmente arruolabile fra le sue truppe. Forse era in cerca di fortune fra le milizie, o solo semplicemente stava cercando di dare un po’ di lustro al suo casato. Comunque sia, Rogo si sposa con una delle maggiori possidenti del posto, una Reggiani o Resani come a volte veniva identificata. Teniamo conto, e qui la storia locale ci aiuta, che eravamo nei primi anni in cui si erano bonificate le terre, grazie al Bentivoglio, quindi erano attrattiva sia di nuovi coloni che di nuovi signori⁷.
Col secondo matrimonio Rogo si apparenta con una famiglia notabile del capoluogo Ferrara, i Savanuzzi che qui in Melara avevano case, terreni ed attività (erano notai), e che a Ferrara erano iscritti nel consiglio Centumvirale già dall’anno 1616⁸. Insomma un personaggio che ci teneva ad abitare nella terra dell’estremo baluardo dello stato pontificio di allora e che voleva mantenere legami col potere centrale del tempo.
Rogo lo troviamo poi insignito della carica di Governatore dal dicembre 1629 al maggio 1630 proprio nel periodo in cui è più intensa la guerra per la successione del ducato di Mantova, resa famosa perché si portò anche al suo seguito la peste di manzoniana memoria⁹.
Dove dimorava?
Difficile a dirsi con esattezza, ma quand’era governatore poteva abitare nella rocca. In un resoconto del Governatore Bonaccioli, che descrive le case notabili della Visconteria di Melara del 1768, infatti, egli indica che la dimora abituale dei Governatori era la rocca, come d’altronde era stata prima sotto gli Este per circa 150 anni. Oppure, come qualcuno ipotizza, in centro paese nella dimora poi dei Borghi-Leati, adiacente all’argine del Po¹⁰. All’interno di questa residenza si notano infatti alcuni stemmi sopra le porte, uno di essi raffigura quello del Roghi, da me visto qualche anno fa¹¹.
C’è da azzardare, forse prematuramente, che i rimanenti stemmi dipinti siano quelli degli altri governatori che si sono succeduti negli anni, ma non è escluso siano dei casasti che possedettero la dimora. Forse più semplicemente, si può ipotizzare che il Goverantore usufruisse della rocca quando non aveva a sua disposizione una abitudine più comoda e signorile.
Chi è il committente del quadro?
E’ molto interessante la fattura di questo quadro seicentesco. Le grandi dimensioni ci suggeriscono un ambiente adeguato e sarei propenso per la chiesa locale, visto che compare nelle visite pastorali dall’anno 1656, ma non è escluso anche la dimora degli stessi Roghi.
Ad ogni modo i due stemmi, della comunità e del Roghi, sembrano essere stati aggiunti dopo perché di altra mano, quasi infantile nella cura, diversa dal resto del dipinto, ben curato. Nel mio precedente intervento ero propenso a credere che fosse stato fatto dipingere dal Rogo stesso, come ex voto per lo scampato pericolo della peste, ma ora, pur mantenendo questa ipotesi si potrebbe propendere per un intervento postumo, forse anche del figlio Bernardino, sempre per la peste ma anche in memoria del padre. Oppure si può pensare che lo avesse fatto fare Rogo, mantenendolo nella sua dimora e che solo alla donazione effettuata dal figlio alla chiesa siano stati aggiunti i due stemmi.
Conclusioni
Al di là della storia dei Roghi, due brevi considerazioni con inviti agli studiosi si possono fare alla fine di questo intervento.
La prima riguarda la figura del Governatore. Da tempo sappiamo che, a partire dalla Devoluzione del 1598, la Transpadana aveva questa figura istituzionale. Essi erano eletti dalla Consulta romana (quindi una longa manus del legato a latere pontificio con sede a Ferrara) ed avevano il controllo di altre piccole “ville” vicine, divenendone per le popolazioni punto di riferimento civile e giudiziario.
Ma perché alcuni erano Podestà ed altri Governatori? Era solo una questione di grandezza oppure subentravano altri fattori? Veri e propri studi polesani su queste figure non sono ancora stati fatti con completezza. Un invito esplicito quindi ai ricercatori a fare la loro conoscenza, con nomi, provenienza, titolo, attività e quant’altro, che di riflesso potrebbero fornirci indicazioni sul modo in cui erano amministrate e tenute in considerazione queste terre, aggiungendo così nuovi tasselli alla nostra storia.
La seconda è che i registri parrocchiali sono ancora una volta una fonte importante alla quale attingere, alla pari dei documenti dell’archivio stesso. E ciò perché in questi libri non sono certo rare le citazioni di personaggi di spicco locali. Se abbiamo pazienza, leggendo fra le righe, spesso ricostruiamo uno spaccato della società del tempo: così tra le polverose pagine scorgiamo il notaio, il dottore, il sacerdote, il predicatore, il signore del posto, il “mastro” e per fortuna anche i governatori, almeno dalla fine del Cinquecento in poi. Inoltre fra le sepolture all’interno della chiesa, minuziosamente annotate nei secoli XVI-XIX, verremmo a conoscenza dei personaggi più in vista del paese, in tutte le epoche sino almeno all’editto di Saint Claude ad inizio Ottocento. Ma quanto abbiamo fatto nella nostra diocesi per il riordino degli archivi parrocchiali? Sono cunsultabili, oppure in balìa del tempo o degli umori parrocchiali del momento?
Può la costruzione del Castello della Mesola, voluta da Alfonso II d’Este, aver giocato un ruolo importante nella decisione della Repubblica Veneta di realizzare il famoso taglio del Po, ultimato quatto secoli fa?
Per quanto le due opere appaiano tanto dissimili e concettualmente su piani completamente diversi, la risposta è affermativa. La relazione tra le due iniziative costituisce infatti una delle motivazioni di rilievo che indussero il Senato della Serenissima, nel corso del 1586, a dare mandato ai Savi delle Acque di redigere un progetto esecutivo per la deviazione a Sud del ramo principale del grande fiume.
Ce lo rivela – contestualmente a molte altre ghiotte informazioni – Claudio Mancin nel suo ultimo libro “Il Delta del Po, Genesi di un territorio”¹. Lo studio infatti, sulla scorta di una consistente mole di documenti d’archivio, prende avvio da una rassegna dei motivi che indussero la Repubblica di San Marco a realizzare la ciclopica opera di deviazione di uno dei rami principali del Delta, avviata nel giugno del 1600 in località Porto Viro e conclusa nel settembre del 1604.
Se è noto che la preoccupazione maggiore per Venezia era rappresentata dall’interramento della laguna, causato dai depositi alluvionali del Po di Tramontana, è altrettanto vero che, nel corso del quarantennio che precedette la storica deviazione, emersero altri motivi che favorirono la decisione del Senato veneto. Tra gli altri ricordiamo innanzitutto quelli addotti dai due polesani che, negli anni sessanta del XVI secolo, levarono la loro voce a favore del Taglio di Porto Viro:
• Marino Silvestri, proprietario di vasti poderi nella zona di Loreo, nel 1563 presentò un progetto articolato, corredato anche da una rappresentazione cartografica, che evidenziava il tratto del fiume utile al taglio per la deviazione delle acque nella Sacca di Goro. Oltre al problema dell’interramento della laguna di Venezia, Silvestri sottolineava l’opportunità che ne sarebbe derivata per la navigazione fluvio-marittima allora ostacolata dalla difficilmente praticabile foce settentrionale del Po. Ma Marino Silvestri metteva soprattutto in evidenza le positive ricadute sull’agricoltura bassopolesana costantemente funestata da alluvioni distruttrici dei raccolti, causate dall’incerto deflusso del ramo di Tramontana². Evidentemente proprio questo interessava principalmente al Silvestri, latifondista del Delta, che, nella deviazione delle acque del fiume a sud, vedeva un toccasana anche per i propri poderi.
• Luigi Groto, il Cieco, letterato ed oratore famoso di Adria, sei anni dopo, nel 1569, giunse a perorare la realizzazione del taglio con un’orazione pronunciata davanti al Senato Veneto. Il problema della sicurezza idraulica dei territori del Delta è prioritario nelle considerazioni del Groto, allarmato dalle continue alluvioni che flagellavano il Basso Polesine colpendo uomini e cose. La deviazione del Po avrebbe portato sicurezza; e ne avrebbe tratto un beneficio anche Venezia che dalle terre redente poteva ricavare un ampio giardino e un utile granajo³.
Dopo l’orazione dell’autorevole rappresentante della Magnifica Comunità di Adria, i tempi sembravano maturi per una decisione definitiva sul da farsi, sennonché altre preoccupazioni ben più impellenti distolsero Venezia dai problemi idraulici del Delta: l’attacco dei Turchi a Cipro occupata nel corso del 1570, cui seguì l’anno successivo l’epica battaglia di Lepanto.
Intanto, nel 1578, il duca Alfonso II d’Este dava avvio, con un’alacrità sospetta, alla costruzione del Castello della Mesola: una delizia, ovvero una residenza di vacanza, questa la tesi ufficiale; un omaggio che il duca intendeva fare alla terza moglie, la bella Margherita Gonzaga da poco impalmata, la quale finalmente gli avrebbe dato l’atteso figlio (vaticinato anche da un sortilegio) che le prime due mogli, Lucrezia dei Medici e Barbara d’Austria non erano state in grado di assicurargli.
Ma come poteva la scaltra diplomazia veneziana assuefarsi all’idea che il dispendio di tanto denaro e di tante energie potesse essere finalizzato soltanto alla costruzione di una “villa di campagna”?
C’erano inoltre altri motivi per sospettare. Un’ampia zona veniva circondata da una muraglia il cui perimetro misurava oltre nove miglia, racchiudendo ad ovest il bel palazzo. Una cinta che sembrava pensata non tanto per delimitare un parco per i passatempi della caccia, come si sosteneva da parte estense, quanto per cingere una nuova città con sbocco sul mare; una inammissibile concorrente alla Dominante, che mai avrebbe tollerato che nel Golfo di Venezia (così veniva invariabilmente denominata la parte settentrionale dell’Adriatico) si insediasse una nuova città marinara.
E i sospetti erano accresciuti da una delle torri – quella detta dell’Abate – la più prossima al mare, che sorgeva su un ponte a più arcate sotto cui un corso d’acqua metteva in comunicazione l’Adriatico con il recintato territorio della Mesola. Era evidente che su questa torre poteva facilmente essere posizionata una lanterna per le segnalazioni notturne utili per una nuova flottiglia che avrebbe potuto trovar riparo nel porto-canale dell’Abate.
Insomma quello di Alfonso II sembrava a Venezia un progetto troppo bello e pericoloso per non essere guastato.
E una puntuale relazione su come portar danno alla realizzazione estense fu stesa da Caterino Zen, podestà di Rovigo, incaricato dal Senato veneto di indagare e riferire. Lo Zen nel suo scritto, presentato nell’agosto del 1586, suffraga in toto i sospetti veneziani e giunge a dare un consiglio per rendere inutile tanto lavoro estense: si faccia il taglio di Porto Viro, deviando il Po nella Sacca di Goro; in pochi anni i depositi alluvionali colmeranno completamente la Sacca, inibendola così alla navigazione e rendendo inutilizzabile il manufatto dell’Abate. Ecco come cancellare il sogno estense di una cittadella marinara⁴.
Parole convincenti quelle di Caterino Zen, che dovettero suonare quanto mai allettanti al Senato, il quale il mese successivo, nella seduta del 20 Settembre 1586, diede incarico ai Savi delle Acque di fare un ulteriore sopralluogo nel delta e stendere un piano esecutivo per il taglio di Porto Viro.
Quanto non era riuscito a raggiungere Marino Silvestri con la sua relazione del 1563, né Luigi Groto con la sua appassionata orazione del 1569 (entrambi preceduti – è bene ricordare anche questo – dagli ingegneri Giovanni Carrara e Cristoforo Sabatino, dipendenti dal Magistrato delle Acque, che nel 1556 per primi avevano indicato la deviazione del Po nella Sacca di Goro, come la soluzione più idonea ad evitare l’interramento della Laguna di Venezia), lo ottenne dunque il podestà Caterino Zen, col suo progetto in funzione antiferrarese.
Sulla bilancia sembra pertanto pesare di più la volontà di portare un danno al territorio estense e alle ipotizzate mire di espansione sul mare del duca Alfonso II, che quella del riassetto idrogeologico dell’area del delta e della laguna veneta.
Ma forse, più correttamente, va detto che l’obiettivo politico di danneggiare l’avversario di sempre (memorabile a questo proposito la guerra del Sale 1482-84 e la successiva contro la Lega di Cambrai 1509-15), aggiungeva un ulteriore motivo (anche di tipo emozionale) alla necessità di realizzare la grande opera di ingegneria idraulica divenuta sempre più indilazionabile.
In ogni caso non si può sottacere la consapevolezza da parte veneziana che la deviazione del Po avrebbe causato non pochi problemi agli estensi. I quali – anche questo va tenuto in considerazione – poco prima di avviare la costruzione del serraglio della Mesola, avevano provveduto ad un’ampia azione di riassetto del territorio prospiciente il mare con un’opera di canalizzazione delle acque di drenaggio completata dal canale che sottopassava la Torre dell’Abate⁵.
Se chiara era la consapevolezza che la deviazione del Po avrebbe recato svantaggi ai territori ferraresi, altrettanto decisa fu la posizione ufficiale, sempre pronta a negare possibili conseguenze negative per il ducato estense. Linea questa fermamente sostenuta, senza mai un pur minimo cedimento, sia prima che durante i lavori del taglio. Per il quale comunque non era ancora giunta l’ora della decisione definitiva che sarebbe scoccata ben 12 anni dopo, nel dicembre del 1598, seguita soltanto nel giugno del 1600 dal via dei lavori.
Il rinvio di ogni progetto si ebbe infatti a registrare dopo un passo ufficiale da parte di Alfonso II d’Este che, conosciuti i sospetti della Serenissima, si affrettò nel marzo del 1587 a cercare di dissiparli, affermando che tutto quanto fabbricato era “per suo diporto (…) e che avrebbe preferito morire piuttosto che dare un dispiacere alla Repubblica”⁶. E Venezia, forse anche distolta da altri problemi più impellenti, soprassedette sulle iniziative intraprese, aderendo ad una richiesta di confronto con Ferrara per definire la tutt’altro che chiara situazione dei confini nella zona del delta. Incontri che però non approdarono a nulla di fatto.
Nel 1595 frattanto si registrava un nuovo appello a favore del taglio di Porto Viro da parte del podestà di Chioggia sempre più preoccupato dell’interramento della laguna. Ma anche in questo caso non seguiva alcuna decisione delle istituzioni preposte.
Soltanto nel 1598 il Senato formulerà la solenne delibera di nomina della commissione esecutiva per il taglio. Ed anche questa volta, come già nel 1586, ad accelerare la decisione non furono tanto le conosciutissime necessità idrogeologiche ed ambientali, quanto un fatto di natura politica: l’inclusione del territorio ferrarese nel più ampio Stato della Chiesa, dopo la morte nel 1587 di Alfonso II senza eredi (nonostante le profezie favorevoli!).
La presenza di un confinante ben più potente del duca d’Este, quale si presentava Clemente VIII Aldobrandini (che fra l’altro per approfondire i problemi del territorio si intrattenne a Ferrara da maggio a novembre del 1598) ha l’effetto di far scattare nella Repubblica di S. Marco, guidata dal doge Marino Grimani, un moto d’orgoglio.
E, proprio dopo un richiamo del papa a definire una volta per tutte i confini nel delta – iniziativa avviata ovviamente non solo per motivi di chiarezza e sovranità sul territorio, ma soprattutto per prevenire azioni veneziane a scapito dell’area ferrarese – Venezia nel dicembre del 1598 prenderà la storica decisione di dare attuazione al taglio di Porto Viro (86 senatori a favore, 16 contrari).
Ma il via ai lavori verrà più volte procrastinato fino al giugno del 1600, quando finalmente giunse l’assenso del papa all’opera, a seguito di un serrato pressing diplomatico nei confronti della Santa Sede. Né la realizzazione, protrattasi per oltre quattro anni, fu indenne da colpi di scena sul piano dei rapporti tra i due stati confinanti, con il rischio più volte paventato di un grave conflitto armato, scongiurato sempre in extremis dalle sottili armi della diplomazia della Serenissima.
Data acqua al nuovo canale il 16 settembre 1604, come ben sapevano i tecnici e i dirigenti politici della Serenissima – pur avendolo sempre smentito negli incontri con la controparte pontificia – iniziò il processo di interramento di quella che al tempo era la laguna di Goro (allora a nord rispetto al castello di Mesola).
La mancata definizione dei confini, dovuta al tergiversare della Serenissima interessata ad annettersi tutte le nuove terre nate dai depositi alluvionali, comportò inoltre ulteriori problemi tra i due stati confinanti, con un’escalation di tipo militare che si concretizzò, tra l’altro, nell’erezione, nel delta, di due fortilizi contrapposti, per decenni in costante stato di allarme. Ma questa è un’altra storia, che può essere narrata in un prossimo numero di questa rivista.
E’ un’occasione davvero interessante quella che ci porta a varcare i cancelli dei Cantieri Navali Vittoria. Importante realtà economica per Adria e il Polesine, i Cantieri costituiscono un’imprescindibile fonte di reddito per molte famiglie. Le opere, sviluppatisi negli ultimi decenni nell’ampio squero lungo il Canalbianco, danno infatti lavoro a molti carpentieri, saldatori, falegnami, elettricisti.
Le imbarcazioni costruite hanno ormai assunto un ruolo di rilievo, venendo i progetti affidati ad importanti ingegneri navali. Il prodotto richiama sempre più importanti commesse dalla Marina Militare Italiana, dall’Azienda Trasporti Marittimi di Venezia, dal Genio Civile, dal Ministero degli Interni, oltre che da varie industrie ed armatori privati, costruendo bettoline per trasporto liquidi, rimorchiatori, draghe, navi cisterna, pescherecci, bacini galleggianti, motovedette e più capienti traghetti comprese le motonavi da trasporto passeggeri “Adria” e “Clodia”, che tuttora servono i collegamenti da Chioggia a Caroman, Pellestrina e Venezia.
Fiore all’occhiello, nel 1991, il varo della prima nave ristorante con vista subacquea “Sunrise” che viene costruita per la “Roast srl”, società sarda che opera nel settore turistico, con capacità di trasporto per 210 passeggeri e destinata a crociere di elegante prestigio. Interni di raffinata elezione espressi su una complessiva lunghezza di m.36,30, costata, all’epoca ben 14 miliardi di lire. Ed accanto alla “Sunrise” altre due consorelle gemelle per una complessiva commessa di oltre 40 miliardi di vecchie lire.
La “Sunrise”, utilizzata anche come nave-congressi, compie i suoi viaggi sulle rotte dalla Sardegna a Portofino e Montecarlo. Gli esterni, di raffinato design, sono opera di Fabio Duò, nipote del vecchio Luigi, fondatore dell’impresa, forza di terza generazione.
Scomparsi nel tempo, oltre al fondatore, i figli Natale, Domenico ed Adelmo, Fabio Duò regge dunque le odierne sorti dell’industria. Importante poi la presenza di Luigi Duò, manager per vocazione, che con i cugini Fabio, Antonio, Paolo, Roberto e Massimo è divenuto forza portante dello sviluppo di un cantiere, il quale, in tempi ottimali, occupa quasi duecento persone, estendendosi attualmente su ampi hangar, presto serviti anche da una elegante palazzina uffici, su un territorio di quasi 30.000 mq.
Negli ultimi anni si sono sempre più raffinate le tecniche, si sono approntati natanti d’avanguardia alcuni dei quali, come le motovedette in corso d’opera, adottate dalla stessa Guardia di Finanza per i pattugliamenti di costa e scelte, appunto, per le caratteristiche e per innovazioni che le hanno imposte su progetti e proposte di altri agguerriti concorrenti.
Orgoglio per Adria? Non solo, ma per l’intero Polesine e per la Regione Veneto che, nella cantieristica navale, ha sempre avuto distinta voce e richiamato rispetto e stima dall’intero hinterland nazionale cantieristico navale.
Vanno riconosciute, ai cugini Duò attuali “condottieri” dei Cantieri Navali Vittoria, competenza, dinamica manageriale, entusiasmo e coraggio nel portare avanti, con indiscutibile prestigio, questa vecchia azienda adriese alla quale nonno Luigi, il “Papa”, diede vita nel lontano primo novecento ed alla cui preziosa immagine concorrono, oggi, i figli dei figli dopo aver superato, negli anni, imprevisti e difficoltà che spesso avrebbero fiaccato il campione più forte.
Ma se i campioni sono di “razza” lo dimostra il tempo. E l’affermazione è venuta. E’ venuta la conferma di una onorata dinastia che ha fondato, nel lavoro e nella caparbietà, il proprio destino dimostrando, con i fatti (e spesso contro maldicenti vati di sventura) come si debba operare in un settore tanto delicato quale quello della cantieristica navale spingendo il timone oltre le tempeste, nella speranza e certezza di ritrovare sempre, in attesa, il sereno.
Oggi il cielo è azzurro e le imbarcazioni dei Cantieri Vittoria solcano, orgogliose, acque di bonaccia; acque tranquille ove i gabbiani incrociano festosi ed il mare dà voce, con il suo ritmato ondeggiare, all’antico canto dell’ascia di nonno Luigi, quel “Papa” che certamente si compiace, con i figli Natale, Domenico ed Adelmo, da un’altra dimensione, della creatività operosa e della crescente stima che i nipoti si stanno guadagnando con equilibrio e onestà.
UNA TRADIZIONE PRODUTTIVA DALLE RADICI ANTICHE
Ad Adria sul vecchio faro del quartiere “Tomba” era inserita una lapide spostata nel 1928, anno in cui si edificò il nuovo campanile. Tuttora è collocata sull’alto sacro manufatto, a ricordare, nel testo, un Collegio dei Navicolari del Municipio romano di Adria esistente già nel 101 a.C.
Dunque l’acqua lambiva la città, ed è testimoniato anche per quanti (dopo la scoperta di un antico porto in Loreo) reputano che un porto esistesse sì, ad Adria, ma fosse collocato più ad est e lontano dall’antico Convento delle Monache Agostiniane e della Basilica dell’Assunta.
Adria antica era, certamente, terra d’approdo con i suoi magazzini pronti a ricevere la merce da oriente per trasferirla al nord, nell’entroterra, e, viceversa, per esportarla. Ad Adria insistevano canali e canalette di rifugio prima di arrivare ad interne zone paludose e di foresta. Qui stazionavano, o si rifugiavano, le imbarcazioni del tempo e qui, è logico il pensarlo, erano squeri e cantieri artigiani per costruire e riparare i mezzi delle grandi carovane marittime. E’ nel 1800 il rimando di una mappa, ricopiata nel 1844 dal comm. Marco Santini, con espressa toponomasticaa che riporta, in Adria, via dei “Squeraioli” e via dei “Carradori”, di certo eloquenti riferimenti d’ossequio ad arti che, nel tempo, hanno caratterizzato il bel fare operoso della “Nobile Signora”.
Ma, se pur l’acqua si è ritirata, se l’agricoltura ed una ancor contenuta industria hanno ripreso il volano dell’economia, mai è scomparsa l’arte del costruire imbarcazioni, andando dalle modeste e piccole barche da acque interne prodotte dagli artigiani del “Cannaregio”, ormai scomparsi, fino alle grandi viaggiatrici dei mari oggi costruite e messe in acqua dai grandi “Cantieri Vittoria”.
Quali sono i momenti più significativi della vita nelle valli da pesca bassopolesane?¹
Diciamo subito che nelle stagioni della primavera e dell’estate la vita in valle è abbastanza tranquilla. I valligiani però hanno un’incombenza ed una preoccupazione costanti, dalle quali dipende il buon esito del “raccolto” ittico: quella di assicurare il costante e scrupoloso ricambio d’acqua nel bacino vallivo, che deve essere tenuto ai livelli ottimali, onde evitare che il pesce subisca danni, a causa della calura estiva o che la concentrazione salina del bacino diventi troppo elevata.
La vita sembra riprendere in valle con maggior vigore, verso i primi giorni d’autunno, quando inizia pian piano, dapprima quasi impercettibilmente, il parziale svuotamento del bacino vallivo, che nel loro gergo i valligiani fefiniscono “metterla in secca”. Tale operazione, ha la funzione, importantissima, di favorire la “smontà” del pesce. Per questa incombenza, non esistono strumenti scientifici od elettronici, per quanto sofisticati, che possano venire in ausilio del valligiano, ma ci si deve affidare, ora come un tempo, alla sua esperienza ed al suo istinto.
Quando si è raggiunto lo stato ottimale del livello dell’acqua, e solo allora, si apre la “ciàvega maistra”, cioè la chiavica principale, che permette l’immissione di nuova acqua dal mare in valle. Allora il pesce, per un atavico istinto, comincia a nuotare contro corrente, attuando la “smontà” per raggiungere l’acqua marina. E’ allora che avviene la sua cattura, che si attua nei pressi del “casòn de vale”, nel “colaùro”, un canale di breve lunghezza che comunica, da una parte col bacino vallivo, e dall’altra con la “ciàvega maistra”.
Lungo il “colaùro”, vi sono poi delle “cogolère”, che sono degli sbarramenti per trattenere il pesce prigioniero. All’interno delle “cogolère”, ecco i “lavorièri”. In essi viene radunato il pesce, ed i valligiani operano la prima cernita, per qualità o “taglia”. Da rilevare che le anguille, una volta pescate, sono poste nei “vièri”, particolari ceste di vimini rotondeggianti dove sono conservate in vita, mentre il pesce bianco è subito incassettato, pronto per l’acquirente. In questo modo antico ma sempre nuovo, la fraima si ripete oggi, come si attuava nei tempi antichi, con le stesse modalità e rituali².
Quasi il simbolo stesso della “civiltà valliva”, è il “casòn de vale”, dalle architetture caratteristiche, che ha il grande “fogolàr” su cui vengono arrostiti il pesce bianco o l’anguilla appena pescati, ed inoltre l’enorme cappa per agevolare l’uscita del fumo della cottura. Nel territorio del Delta veneto, sono numerose queste costruzioni, ma quella che architettonicamente è la più interessante (e che quasi costituisce il “casòn de vale” per antonomasia, la cui figura, riprodotta in decine e decine di dèpliant, ha ormai fatto il giro del mondo), si trova in territorio rosolinese. E’ il “casòn” di Valle Veniera e sorge appena ad ovest del Canale Bocchetta, che è una via d’acqua in collegamento con l’Adriatico.
L’edificio, dal candido color bianco, è stato restaurato alcuni lustri fa, ed in quell’occasione gli venne aggiunto un “locale per cacciatori”, di pregevole forma rotondeggiante, “a bottiglia” (cioè con una forma che è tipica di camini in molti “casòn de vale” locali, e per tutti valga l’esempio di quello di valle Segà). Detto locale è ben visibile dall’argine della Bocchetta posto ad est, e comunemente viene definito come “grande camino”.
Lo stile dell’edificio è quello veneziano, con il classico frontone rotondeggiante, a mezzaluna quello sul lato sud, mentre è triangolare quello sul lato nord. Il “casone” sorge a qualche centinaio di metri dalla vicina chiesetta di Moceniga, del 1879, dedicata alla Vergine Maria ora abbandonata e forse destinata ad una fine ingloriosa.³
Della bellezza architettonica del “casòn” di valle Veniera, in Bassopolesine si può trovare riscontro solo nell’attuale villa Cà Tiepolo, originariamente Cà Vianelli, in Albarella, ubicata quasi in fregio al canale Bocchetta. Villa Cà Tiepolo ben si inquadra nel contesto della “civiltà valliva”, anche se era qualcosa di più del semplice “casòn de valle”. In ogni caso appariva legata alla vallicoltura, poichè dietro ad essa, immediatamente a nord, è posizionata la Vallesina, la più piccola valle del comprensorio.
La costruzione settecentesca di Cà Tiepolo, in tempi recenti, e precisamente con l’avvento del Credito Svizzero in isola, è stata oggetto di un sapiente restauro, che ha contrbuito non poco a ridarle dignità architettonica. Nella bella facciata, presenta pregevoli valori di euritmia, grazie all’ampio portale a cui si accede mediante alcuni gradini, nonchè alla perfetta simmetria delle finestre del primo piano, ed alla grazia delle finestrelle poligonali del secondo. A coronamento dell’edificio, poi, il grande frontone rotondeggiante (chiaro riferimento a canoni architettonici che richiamano quelli veneziani), che di certo serve a mitigare l’imponenza delle quattro grandi canne fumarie.
In definitiva, villa Cà Tiepolo, pur essendo la costruzione che nell’area dell’hinterland deltino denota le più strette connessioni con lo stile veneziano, mostra però anch’essa un adattamento all’uso locale, ben visibile nei citati grandi camini. Assieme al “casòn” di valle Veniera, la villa ci sembra senza dubbio il più alto esempio di “civiltà valliva”, realizzato dall’uomo in questo nostro Bassopolesine, vasta area di lagune e di valli, in cui l’acqua si sposa con la terra per creare un habitat unico e di irripetibile suggestione.
Quella che a Rovigo un tempo era chiamata “Via del Vescovado”, per la presenza dell’antico edificio di residenza episcopale che fin dal XIV secolo la connotava, fu poi denominata via Casalini. Indicazione pertinente perché sulla strada che corre in fianco al duomo di Rovigo sorgono ben due palazzi che si fregiano del nome dell’antico casato. E per distinguere i due storici immobili la consuetudine ha portato a far riferimento al bene architettonico di rilievo che li affianca: abbiamo così palazzo Casalini al Duomo e palazzo Casalini a porta S. Agostino.
E proprio quest’ultimo è stato oggetto di una visita, in coincidenza con la sua riapertura, dopo un importante intervento conservativo con il completo rifacimento di tutta l’impiantistica per uniformarla alle normative vigenti. L’iniziativa, portata a termine con determinazione dalla B.C.C. Padana Orientale S. Marco di Rovigo, che ha acquisito il secolare palazzo, ha avuto come obiettivo sia l’individuazione di una sede di rappresentanza (destinando allo scopo soprattutto il corpo centrale) sia la collocazione degli uffici amministrativi, utilizzando anche spazi prima del tutto negletti, come il sottotetto, ambiente quanto mai gradevole per la presenza di nerborute travature e caldi mattoni a vista.
Collocato all’interno del perimetro storico cittadino, presso la porta il cui nome derivò dal vicino convento di S. Agostino appena fuori delle mura, l’edificio fu costruito nella struttura primitiva all’inizio del ‘500, ad opera della famiglia Raimondi.
La cessione ai Casalini avvenne alla fine del secolo successivo, mediante l’acquisto formalizzato da Marco VI Casalini nel 1681. Ma da tempo il palazzo era conosciuto e frequentato da membri della famiglia Casalini, casato che, un secolo prima dell’acquisto, nel 1574, aveva stabilito stretti legami con i precedenti proprietari in seguito al matrimonio di Emilia Casalini con Muzio Raimondi.
Passato dunque ai nuovi proprietari, l’immobile assunse l’attuale assetto nel corso del ‘700, caratterizzandosi per un vistoso ampliamento sul lato destro, che ha reso la facciata asimmetrica.
Mappe di archivio documentano la successiva ristrutturazione realizzata nel 1838 da Vincenzo Casalini in occasione del matrimonio con Teresa Durazzo. In particolare si provvide allora a conferire una maggiore importanza alla facciata e soprattutto al portale di accesso, sovrastato da una elegante balconata: furono chiuse le finestrelle del sottotetto e quelle laterali all’ingresso, agendo specialmente in corrispondenza del salone centrale del piano nobile, ove furono create tre grandi porte-finestre centinate, impreziosite da una candida balaustrata.
Gli interventi architettonici, portati a termine a cavallo tra settecento e ottocento, oltre che assicurare un miglioramento estetico esterno, miravano anche all’obiettivo di aumentare la luminosità del salone di rappresentanza. Per raggiungere il quale, partendo dal piano terra, furono realizzate due scale che ancor oggi, simmetricamente, prendono vita ai lati opposti in fondo al grande androne, per congiungersi poi al centro e piegare infine in un’unica ampia rampa finale.
Nel salone di rappresentanza le pareti presentano una scenografia piuttosto severa, caratterizzata da due colonnati paralleli e da grandi vasi che occupano gli spazi interni sorgendo su alti basamenti. Sullo sfondo, in entrambi i lati, soltanto il cielo all’imbrunire.
L’impressione può essere quella di muoversi all’interno di un colonnato classico, senza connotazioni di spazio e di tempo. Le grandi urne votive (presenza massiccia, connotante in modo consistente il salone) hanno ispirato la denominazione di Sala degli antichi Romani con urne chiudenti le loro ceneri. Legittima la domanda se si tratti di rappresentazioni di maniera, tipiche del periodo neoclassico, o se si sia inteso stabilire un riferimento alle presunte origini romane dei Casalini, per cui le urne alluderebbero alle sacre ceneri degli avi. O ancora (ipotesi questa francamente meno probabile) ci si può chiedere se i vasi funerari parlino al visitatore di una tragedia che sconvolse la famiglia con un fratricidio avvenuto nella seconda metà del ‘700.
Congetture su cui può esercitarsi l’immaginazione di chi accede a palazzo Casalini, come altrettante ipotesi possono essere avanzate sui nomi degli artisti che portarono a termine gli affreschi, anche se alcune indicazioni fanno pensare a membri della famiglia Baseggio, al tempo impegnati in varie attività di decorazione di interni.
Tornando sulla pubblica via, l’attenzione è richiamata da una lapide murata sulla facciata, a ricordare che nel palazzo nacque e visse Alessandro Casalini (1839-1921), uomo di rilievo del Risorgimento italiano, divenuto senatore del Regno e sottosegretario di Stato nel governo Minghetti.
Di una fama tutt’altro che positiva, come sopra accennato, si era invece circondato il sacerdote Marco Casalini, il quale, pare per questioni di interesse, nel 1773 aveva ucciso il fratello Giovanni. Ne seguì un drastico intervento della Serenissima che, per l’efferatezza del crimine, bandì l’omicida dal territorio del dogado, sequestrandogli tutti i beni, compreso il palazzo. Il quale poté ritornare ai Casalini alcuni anni dopo, riacquistato da Lucia Anna sorella di Marco.
L’ultimo Casalini che risiedette nel palazzo, fu Vincenzo (Enzo), esponente di rilievo del fascismo polesano. Con la sua morte, avvenuta nel 1963, iniziò una rapida decadenza della famiglia, seguita dalla dispersione degli antichi arredi e della preziosa biblioteca.
Oggi, dunque, con l’acquisto fatto dall’istituto di credito polesano, il bene, che già negli anni ottanta del secolo scorso era stato oggetto di un consistente intervento di recupero, torna a rivestire un ruolo importante nel contesto rodigino, non più come abitazione, ma come sede di un’attività di rilievo sul piano dell’economia provinciale. E non manca l’attenzione della nuova proprietà verso il mondo della cultura e dell’arte, per cui è manifesta la disponibilità ad aprire le porte anche ad associazioni radicate sul territorio, in grado di promuovere iniziative qualificanti per la città e la provincia.
Il 17 dicembre 1598 il Senato della repubblica di Venezia, dopo un’accurata valutazione dei pareri espressi dal Magistrato alle Acque, allo scopo dichiarato di salvare la laguna dagli interramenti provocati dalle deposizioni del ramo del Po di Tramontana e di risolvere il problema dello scolo dei terreni e delle inondazioni nel comprensorio adriese – loredano, deliberò il taglio di Porto Viro, cioè lo scavo di un nuovo alveo lungo 7 chilometri che, diramandosi dal Po delle Fornaci all’altezza della Fuosa, andasse a immettersi a mare nella sacca di Goro.
Entro il termine di un mese una speciale commissione tecnico politica avrebbe dovuto trasferirsi nell’area deltizia interessata, col compito di effettuare una ricognizione precisa dei luoghi e deliberare intorno al modo e al sito ove farsi il taglio, per esser poi tutto portato all’attenzione del Senato per l’approvazione.
Immaginiamo per un attimo di aggregarci al seguito di questa comitiva e partecipare all’esplorazione e alla visione di un delta ormai soltanto immaginabile, non però inaccessibile, almeno per chi è disposto a farsi coinvolgere in un’attività di rappresentazione mentale sulla base del resoconto di quella visita.
Soltanto il 22 marzo 1599 (condizioni climatiche ostili avevano impedito una partenza più sollecita) i commissari si imbarcarono a Venezia diretti a Loreo, base logistica idonea per assolvere il mandato loro affidato. Prima tappa e pernottamento a Chioggia, ospiti di Antonio Grimani.
L’indomani, 23 marzo, di buon’ora andarono “a udir messa alla Madonna di Chioza”. Dopo di che tutti si imbarcano. Passando alle porte della Cavanella, vedono un burchio impedito da un basso fondale e i marinai intenti alla faticosa operazione di trasbordare il carico sui lidi.
Appena giunti nell’Adige, con l’intenzione di “sbocare in mare, et entrare nel ramo del Po di Tramontana “per constatare l’effetto pernicioso degli atterramenti, sopraggiungono alcuni inviati della comunità di Loreo per dissuaderli: impossibile e troppo pericoloso imboccare il Po da quella parte per il grande corso ch’aveva. Prudentemente invertono il cammino e dall’Adige entrano nel canale di Loreo.
Giunti nel paese, ed accolti nella casa di Domenico de’ Priuli, poco dopo montorno in peota (salirono a bordo di una peota, barca adatta al trasporto in laguna di merci e passeggeri) diretti, giù per la Retinella et poi su per la Fuosa nel Po alla Comeada, per vedere il principio dove deve andare fatto il taglio.
Seguendo il consiglio dei periti, i presidenti della commissione procedono a misurare i livelli, per maggior sicurezza, separatamente in due gruppi.
La mattina seguente, 24 marzo, “s’andò prima che levasse il sole ad udir la messa nella Chiesa di Loreo” poi, raggiunto a piedi il luogo delle Fornaci distante circa due chilometri, attraversano il Po, montano a cavallo e si avviano verso il gottolo (canale di scolo) dei Contarini, situato al di là dei montoni di sabbia.
Il gruppo attraversa l’antico cordone litorale, indifferente di fronte all’incomparabile bellezza delle dune (apprezzate e rimpi ante solo qualche secolo dopo): la denominazione dei rilievi (dosso mozzo, di Cavallari, del figaro) testimonia una presenza umana appena avvertita. Cavalcano in silenzio “sopra detto loco detto – forse per un imponente albero di fico che lì cresceva – dosso del figaro, et da dusento pertiche in qua (mantenendosi alla distanza di circa quattrocento metri) ove si dice ch’era il Pertegà (perticato)”.
I delegati veneziani certamente sanno – ma nessuno vi accenna esplicitamente – di trovarsi a ridosso di una linea unilateralmente tracciata dalla famiglia ferrarese dei Pendasi per delimitare i propri terreni ed impedire lo sconfinamento del bestiame dal territorio della comunità di Loreo.
Scesi da cavallo, consultano le mappe per identificare il sito. Osservano la valle al di là dei montoni, dove passa il gottolo Contarini: ai loro occhi appare un’ampia distesa di cannelle palustri agitate da un vento fortissimo, che impedisce l’avvio delle operazioni di livellazione.
In attesa che l’impeto del vento si attenui, i presidenti autorizzano Zuane di Garzoni, Nicolò Contarini ed i periti ad esplorare i dintorni. Costoro dirigono i cavalli attraverso i montoni in direzione di Mesola senza incontrare anima viva, all’infuori di un solitario cacciatore a cavallo che, visibilmente sorpreso, indugia un attimo e rapidamente si dilegua. Poi voltano verso il luogo denominato da Ferraresi al presente Porto Viro: notano un sentiero aperto dai Pendasi che attraverso il bosco conduce al gottolo e lì accanto i resti di una palificata.
Dopo una sosta, proseguono “su per l’argere del Po sino alla Comeada sopra della Fuosa” ove “si ha a principiare il taglio”. La giornata sta per finire: non resta che riattraversare il Po e tornare alla casa Priuli a Loreo. Anche il gruppo rimasto nella vana attesa che il vento cessasse, giunge più tardi a Loreo per passare la notte.
Programma per l’indomani: “andare giù per il ramo del Po per tramontana, ove sbocca nel mare” per constatare direttamente l’interramento “che va facendo di giorno in giorno”. Si ordina anche agli operai di sgarbare (tagliare) le erbe e le canne palustri nella valle tra le dune e il Po, per poter meglio eseguire la livellazione. Ma di nuovo un vento insistente ed impetuoso costringe i commissari al rientro: “per non perder la giornata, si risolse d’andare al loco del taglio, al Cason del Cl.(arissimo) s.(ignor) Bernardo Malipiero”.
La mattina del 25 marzo di buon’ora, udita la messa nella chiesetta della Madonna del Pilastro si dirigono a cavallo al dosso del figaro di fronte al gottolo Contarini. I periti (inzegneri) Gallo e Fabbri vanno a collocare un segnale “a capo delli montoni nel principio della Valle corrispondente al Cason di Ca’ Malipiero, per dirizzare ivi la livellatione che si doveva fare per li montoni, poi ritornati al loco sopradetto del Gotolo, si cominciò a far dar principio alla livellatione”. Punto di partenza è la superficie dell’acqua del gottolo, circa quattrocento metri a nord del perticato.
I commissari, formati due gruppi e definiti i rispettivi compiti, iniziano l’operazione fondamentale per convalidare la fattibilità del progetto: il tratto di terreno compreso fra i montoni ed il gottolo avrà la pendenza sufficiente per assicurare lo scorrimento delle acque?
Terminato il lavoro si confrontano i dati: la decaduta trovata dai periti Galese-Magro misura tre piedi e due once e mezza (circa un metro e 11 centimetri), quella dei periti Gallo-Fabbri circa dieci once (29 centimetri). Tutti si meravigliano non tanto per la diversità dei risultati, quanto per la poca pendenza registrata da ciascun gruppo, che si discosta vistosamente dai dati (otto-dieci piedi, oltre tre metri) riscontrati tempo addietro dagli stessi Gallo e Magri.
Dopo aver desinato all’aperto sopra una duna, i commissari raggiungono il luogo del taglio, salgono sull’argine dal quale possono osservare nitidamente, nella sponda opposta, le acque della Fuosa (situate allo stesso livello dell’Adige e del Po ai quali è collegata) e delle valli che l’attorniano: è la condizione ideale per effettuare una serie di ulteriori misurazioni utili anche a controllare l’affidabilità degli strumenti. Ma, per quanto i periti si alternino scambiando tra loro gli strumenti, i dati ottenuti dalle livellazioni risultano sempre discordanti: questo fatto peserà non poco sulla formulazine della valutazione conclusiva di alcuni componenti la commissione.
Sabato 27 marzo il programma prevede di controllare gli interramenti e le alluvioni del Po di Scirocco e di inoltrarsi in un suo ramo secondario (la Canaletta) che negli ultimi due anni si era approfondito “per vedere che camino et che corso fa l’aqua in quella parte, acciò si potesse con qualche fondamento discorrere et conoscere se vi è decaduta”.
La commissione decide di avvalersi del loredano Adamo Marangoni, esperto conoscitore dei luoghi, autore di una proposta alternativa al taglio. Costui, salito a bordo di una delle barchette al seguito della peota, coglie l’occasione per esporre la sua tesi indicando agli illustri visitatori il sito dove si sarebbe potuto intestare il Po di Tramontana, “et poi fare un taglio più in zò nel ramo di Siroco” per sfociare a mare lungo il canale della Greguola.
I vogatori delle barchette riferiscono che da un paio d’anni l’alveo del ramo di Scirocco si era notevolmente approfondito, e che la sua decaduta superava quella del ramo di Tramontana. Gli scandagli confermano: profondità minima nove-dieci piedi (poco più di tre metri), massima venticinque-ventotto (oltre nove metri).
“Arrivati alla Canaletta, si andò giù per essa sino alla bocca che va in mare sempre con molto corso dell’acqua, segno certo che vi sia decaduta, la qual aqua fu ritrovata sempre essere dolce; si vide grande aterrat ione et illuvione per gran pezzo in mare et furono veduti sortiti in sacca da quella parte cinque navilii et quatro altri vassellotti”. E’ una conferma (impossibile dire se casuale o maliziosamente inserita nella relazione) dell’importante movimento commerciale che fa capo allo scalo pontificio di Goro, distante appena quattro miglia, una delle cause non dichiarate che spinse la repubblica di Venezia a intraprendere la colossale opera idraulica. E’ tardi. Si torna a Loreo.
L’indomani, 28 marzo, di nuovo tutti in barca alle Fornaci “per andare, come fu deliberato” giù per il Po di Scirocco. Di fronte alla punta del Polesene del Nadal, dove il Po delle Fornaci si biforca, misurano da riva a riva la larghezza del Po di Tramontana e di Scirocco. Risultato in perfetta parità: circa 145 pertiche (oltre trecento metri).
Usciti dalla bocca principale del ramo di Scirocco, entrano nel mare sopra vento della Sacca di Goro. Evitando gli scanni e le atterrationi puntano verso settentrione.
Finalmente “s’entrò bocca del Po di Tramontana, che hora fu detto da quelli di Loreo, che si (ci) guidavano inanti con una barchetta come pratici di quel sito, esser la bocca maistra (principale) per havere più fondo causato, come essi dissero, per la più breve distanza che per quella parte si trova da sboccare nel mare per Levante. Entrati più adentro, fu veduta quella che sbocca per il vento di tramontana verso il lido di Fosson, che soleva essere l’anno passato la maistra, la quale dissero li sopradetti ch’era ora assai amonita (interrata) perché s’era troppo prolongata”.
I commissari ricevono dai loredani informazioni aggiornate su quel tratto del delta in costante evoluzione, ove terra ed acqua si confondono e le foci operano modellamenti imprevedibili: fino all’anno prima la bocca del ramo di maggior portata era rivolta a nord, verso il lido di Fosson: ora invece la bocca maestra sbocca in mare con il ramo di Levante, ad una distanza tale da non costituire pericolo di interramento per la bocca di porto della laguna di Chioggia.
I delegati avevano programmato per lunedì 29 marzo di ripetere, divisi in tre squadre, le livellazioni fra i montoni e il gottolo Contarini e di percorrere quest’ultimo sopra alcune barchette fino al mare. Impediti da un fortissimo vento, “si fece, per avanzare il tempo, scandagliare il Po principiando al cason de Ca’ Malipiero”. Desinarono ospiti nella casa di Bernardo Malipiero, “ove s’haveva mandato a parechiare, per tratenersi ivi attendendo che il vento fosse cessato et se si poteva poi fare la livellatione. Dopo disnare si fece la prova ma ventava tanto che non fu possibile”.
Misurano anche la distanza del primo tratto dello scavo, dal Po fino alle dune (ottocento pertiche, circa 1660 metri) e la “larghezza del Po sopra la Comeada, al Cason sopra la Fuosa, et fu ritrovato essere pertiche dusento in circa” (416 metri).
La giornata di martedì 30 marzo si apre con il tragitto a piedi Loreo-Fornaci, l’attraversamento del Po, una cavalcata fino al dosso del figaro – gottolo Contarini, nello stesso luogo ove erano cominciate due giorni prima le livellazioni. Questa volta i periti lavorano suddivisi in tre gruppi, mantenendo invariato il precedente punto di riferimento ai montoni. Deludente il risultato: due misurazioni confermano la poca decaduta, la terza trova la valle addirittura più bassa di diciassette centimetri rispetto alle acque del gottolo.
Breve sosta per il pranzo in campagna, presso un casone. Poi il drappello riattraversa i montoni diretto alla comeada (ansa del fiume) di Ca’ Malipiero e si ferma sull’argine del Po delle Fornaci volgendo le spalle alla Fuosa. I periti sistemano gli strumenti per misurare il livello delle acque del fiume rispetto e quelle della valle ove si pensa di scavare il nuovo alveo: risulterà – salvo errori – più alto di otto once, ventitrè centimetri.
Mercoledì mattina 31 marzo inizia l’ultima giornata di lavoro. I tecnici confrontano i dati e gli elaborati grafici abbozzati alla luce della diretta visione dei luoghi per un primo confronto di opinioni.
La conclusione raggiunta all’unanimità conferma e rafforza l’ipotesi implicita nel mandato ricevuto dal Senato: ai noti mali “non si poteva rimediare con altro miglior modo che con il fare un taglio di sopra la Comeada della Fuosa al Cason del Clarissimo ser Bernardo Malipiero, che camini per la Valle alli Montoni et per li Montoni al Gottolo delli Contarini, per dove sboccarà nella Sacca di Goro”.
I periti si dichiarano certi della buona riuscita dell’opera, nonostante le livellazioni – per imperfezione degli strumenti o per errore umano – non abbiano confermato la decaduta altre volte accertata, argomentando che se il Po di Tramontana aveva una pendenza sufficiente per arrivare al mare, pur costretto in un alveo tortuoso lungo quattordici miglia, tanto meglio e con maggior velocità “vi sarebbe capitato per la via dissegnata del taglio, che v’erano se non cinque miglia”.
L’alveo del taglio nuovo doveva essere largo da 150 a duecento pertiche (dai 312 ai 416 metri) e profondo sei piedi (poco più di due metri) fino ai montoni, meno largo e profondo nel tratto attraverso i montoni, perché la forza della corrente avrebbe facilmente approfondito ed allargato quant’era necessario il fondo sabbioso. Raggiunto il gottolo, l’acqua del nuovo ramo trovando un terreno assai labile “senz’altro s’haverebbe fatto per sé strada nella Sacca di Goro”. Né avrebbe potuto fare diversamente, avendo da un lato i terreni alti della riva del Po di Scirocco, dall’altro i montoni di sabbia.
Nel pomeriggio cavalcano fino al dosso del figaro poi, saliti sopra sei barchette, entrano nel gottolo Contarini diretti alla sacca. L’alveo del gottolo, largo in alcuni luoghi quattro pertiche in circa (otto metri), in altri meno, e profondo qua e là da due a quattro piedi (da 70 centimetri ad un metro e quaranta) non presentava strozzature o impedimenti. Da un lato videro i montoni di sabbia e dall’altro, distanti circa tre chilometri e mezzo, le terre alte della riva destra del Po di Scirocco. Osservano quindi le due punte estreme della sacca: i periti hanno la certezza che il Po, una volta condotto nella sacca di Goro, non avrebbe più potuto rivolgersi a tramontana e minacciare di interrare la laguna. Nessuno accenna al fatto che i sedimenti alluvionali penetrando nella sacca avrebbero compromesso l’accesso allo scalo di Goro. Ma questo era l’obbiettivo di politica economica che Venezia perseguiva consapevolmente.
Il primo aprile 1599 si dà nuova lettura del resoconto del viaggio e delle deposizioni conclusive sottoscritte dai periti. La proposta del tracciato di scavo, messa a i voti, viene approvata a maggioranza relativa: otto senatori favorevoli, tre (Nicolò Quirini, Zuan Gacomo Zane, Nicolò Contarini) contrari. I lavori dello scavo inizieranno nel giugno dell’anno successivo.