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Archivi: Articoli d’archivio

  • La torre di Melara

    La torre di Melara

    “Turris posita anno 1404”, così recitava sino a qualche tempo fa la scritta oggi ammalorata e quasi illeggibile posta sul lato sud del campanile di Melara, appena sotto l’orologio.

    Intere generazioni l’hanno vista, forse si sono domandate il perché della scritta e cosa stesse a significare, ma, ne siamo sicuri, in pochi hanno avuto il privilegio di conoscere la risposta a questi quesiti. Tra le varie possibilità, molti forse si sono orientati ad ipotizzare la data di innalzamento del “campanile” che sorge davanti alla Chiesa.

    In realtà oggi sappiamo che già prima del 1404 qui sorgeva una delle torri del castello del paese, che niente naturalmente aveva a che fare con la rocca, altro fortilizio a ridosso del fiume Po, distante solo poche centinaia di metri in linea d’aria.

    Ma quello che è più interessante sapere è che questa zona fu, a cavallo della fine del Trecento ed inizio Quattrocento, un luogo di avvenimenti bellici che ne mutarono orientamenti politici e che crearono panico fra la gente.

    Nel periodo 1394-1404 molti furono, infatti, i complessi eventi che si verificarono. Tutto ha inizio con la costruzione del castello di Ferrara, avviato da Nicolò II nel 1385. Ebbene, qualche anno dopo gli Estensi, a corto di denaro, chiesero un prestito ai Gonzaga che vollero come contraccambio, in pegno, alcuni paesi sulle rive del Po, tra i quali Melara e Bergantino.

    In pratica con la bolla Bonificiana gli Estensi nel 1393 ebbero l’investitura del paese che l’anno dopo lasciarono ai Gonzaga per fronteggiare un debito. Immaginiamoci come si dovettero sentire gli abitanti di questi luoghi, sballottati da Ferrara a Mantova, sotto la quale rimasero almeno quaranta anni.

    In questa parentesi mantovana, nell’anno 1397 ci fu l’invasione e il saccheggio del paese da parte dell’esercito milanese dei Visconti. Infatti il 9 aprile si mossero all’attacco della rocca le truppe viscontee che l’espugnarono nel mese d’agosto. Poi ci fu un contrattacco dei mantovani che il 27 settembre fecero capitolare i milanesi. In questo contesto di guerra fu atterrato quasi completamente il castello del paese, presso il quale verosimilmente misero l’accampamento gli assaltatori della rocca. Questa la prima guerra della quale furono testimoni i locali.

    Ma il clima di quegli anni è tutt’altro che tranquillo ed ecco allora che, appena tornato in possesso del paese, il Gonzaga fa erigere la nostra torre sul troncone del castello che era rimasto in piedi. Da qui la scritta sopra in questione: il duca di Mantova esige come atto di fedeltà il giuramento dei capofamiglia del paese che avvenne in data 8 giugno 1404. Questi i cognomi delle famiglie più rappresentative del paese che giurarono: Alberti, Alessandri, Amaberii, Andrioli, de Asola, Badente, Bataini, Berta, Bonfioli, Bonioti, Burlandini, Castellini, Cavalari, Clarinati, Corezola, de Cremona, Fatia, Fatoleto, Ferario, Folli, de la Fossa, Gaimarii, Gamboni, Guardini, Guazoni, Guberti, Marangoni, Marcii, Montagnana, Monti, Nicole, Noventa, Olivi, Opeani, Pandolfini, Pecorini, Piscatori, de Piuforte, Pulicani, Quaioti, Sandri, Segante, Steffani, Tomei, Tonsi, Turbinati, Veronesi, Virgilii e Zacati.

    Il Gonzaga non è tipo da esigere un giuramento a caso, lo pretende perché sa che una nuova guerra si sta affacciando all’orizzonte e non vuole che i nuovi sudditi battano in ritirata quando ci sarà da fronteggiare i nemici. Difatti, assieme a Venezia sta muovendo battaglia ai signori di Padova, i Carraresi, ma questa è un’altra storia ancora.

    Il paese frattanto torna nuovamente sotto gli Este quando uno della casata sposa una Gonzaga, che come dote porta anche Melara e Bergantino, estinguendo così un debito che difficilmente i ferraresi sarebbero stati in grado di fronteggiare. Insomma un matrimonio farà ritornare pace e tranquillità tra le due casate e salderà alcuni conti in sospeso.

    Per tornare alla nostra torre, i documenti d’archivio ci dicono che solo nel Seicento fu destinata a campanile, provvedendo anche ad erigere una cuspide piramidale. Nel Settecento molte volte il vescovo di Ferrara chiese alla comunità di costruire un campanile nuovo, più dignitoso per la monumentale chiesa, che però per motivi economici non fu mai fatto.

    Nel 1871 un commissario straordinario del paese, tale Alvise, per motivi di sicurezza e di restauri fece abbattere la grande cuspide (molto più alta della chiesa arcipretale), per cui da allora la torre-campanile si presenta inferiore alla chiesa (motivo di scherno in passato).

    Una torre che ha visto passare dinanzi molti avvenimenti come anche truppe papaline, napoleoniche, austriache ed italiane. Oggi aspetta con ansia che qualcuno si ricordi di lei per un doveroso intevento di restauro.

    BIBLIOGRAFIA

    FRANCESCHINI Adriano, Giurisdizione episcopale e comunità rurali altopolesani – Bergantino Melara Bariano tra Gonzaga vescovi ed Estensi – (1393-1458), Bologna, Patron editore, 1999.

    MAGRO Sante, Storia dell’alto Polesine con special riguardo su Melara, trascrizione da inedito a cura di Carlo MARANGONI e Raffaele RIDOLFI, Bergantino, Grafiche FM, 2003.

    RIDOLFI Palmiro, Seguendo il filo della storia medievale – Basso Medioevo – secolo XIV, Melara, dattiloscritto, 1995.

  • La civiltà valliva in Bassopolesine

    La civiltà valliva in Bassopolesine

    Fino a pochi lustri fa in quella terra di recente formazione che è il Bassopolesine, nelle valli da pesca il periodo che comincia con l’inizio dell’inverno, e viene indicato come della “fraìma”, aveva una valenza quasi epocale e tale, nella zona, da sopravvanzare tutte le altre attività umane del resto dell’anno.

    “Fraìma” è un termine probabilmente mutuato da un relitto del latino tardo, “infra hiemes”, e coincide con la “smontà” del pesce, cioè col suo tentativo di migrazione dalle valli da pesca salse in cui è cresciuto, verso il mare, per riprodursi. I più anziani certo ricordano ancora i camion che entravano in valle per acquistare il pesce nel periodo natalizio, ed in particolare quelli dei commercianti del Napoletano, che avevano un modo tutto particolare di trattare le anguille, per dimostrare che si trattava di prodotto acquistato vivo. Con l’avvento delle tecniche di conservazione degli alimenti a mezzo di surgelazione (a cui si è aggiunto il fenomeno mondiale della globalizzazione dei mercati, che permette in pratica di avere disponibili a casa propria tutti i prodotti provenienti da ogni parte del mondo) è stato dato un serio colpo all’importanza della “civiltà valliva”, di cui la “fraìma”, sotto l’aspetto economico, costituiva e costituisce ancora il settore più importante.

    All’allevamento ittico in valle, con tutta la sua serie di rituali, che affondano le loro radici fino al periodo etrusco (quando nella zona costiera si erano edificate città estremamente importanti quali Adria e Spina), oggi si è affiancato un tipo di allevamento meno naturale, che sfrutta sistemi di crescita intensiva del novellame in specchi d’acqua generalmente ristretti, quali sono le “peschiere”, di cui alcuni anni fa ci fu un vero e proprio boom, attualmente in parte rientrato. La vallicoltura tradizionale, nonostante sia stata per certi aspetti ridimensionata nella sua importanza, continua però a sussistere, viva e vitale, e si sviluppa nei bassi specchi d’acqua, i tradizionali “laghi”, imprigionati ed ubicati fra canneti, barene e scanni¹.

    E se le radici della vallicoltura sembrano ragionevolmente potersi far ascendere agli Estruschi, la vallicoltura così come ci è stata tramandata, pare invece sia di matrice veneto-comacchiese ed ascrivibile ad un periodo che fà da spartiacque tra il 1400 ed il 1500.

    Per ciò che concerne il territorio di Rosolina, lo scrittore contemporaneo Arturo Avanzi² ritiene che l’origine delle valli da pesca sia databile ai primi decenni del 1600, in pratica all’epoca del taglio del Po di Tramontana, il cui paleoalveo è ancor oggi leggibile in località Moceniga. E’ senza’altro assodato che, con il cessare dell’apporto delle acque dolci di tale ramo settentrionale del Po, si verificò un avanzare progressivo delle acque del mare nel retroterra, sito ad una quota più bassa, ed il conseguente formarsi di un grande bacino di acque salse.

    Il costituirsi delle valli nel territorio, è la fotocopia degli interventi che il Magistrato alle Acque veneziano era solito fare, nei territori lagunari di pertinenza della Serenissima: dapprima avveniva l’incameramento degli specchi d’acqua nel demanio pubblico, e quindi l’alienazione di questi ai privati, che molto di frequente appartenevano alle casate più illustri, e quindi economicamente più forti, della nobiltà veneziana. E nel 1657 le acque salate interne del territorio di Rosolina, che si potrebbero in pratica far coincidere con le attuali valli da pesca, erano state tutte vendute dalla Dominante (altro appellativo con cui era conosciuta la Serenissima). I nuovi proprietari provvidero poi a costruire i relativi argini di recinzione, dopo aver piantato nei bassi fondali grandi pali di castagno, a delimitazione delle proprietà appena acquisite.

    Che i proprietari fossero veneziani, quasi certamente nobili e molto abbienti, lo si desume anche dai toponimi con cui anche attualmente vengono identificate certe valli, che riconducono ad esempio ai casati dei Venier, dei Pisani, dei Mocenigo (valle ora bonificata), oppure, per quanto concerne la valle Capitania in territorio di Rosolina, al gran capitano del Consiglio dei Dieci, Marco Dolce.

    Da qui la nascita di quella che va definita come la “Civiltà valliva”, con tutto il suo bagaglio di tradizioni, modi di vita, usi e costumi, attrezzi e sistemi di lavoro, che fortunatamente ci sono giunti pressochè inalterati nel tempo. Questo lo si può desumere, anche visivamente, osservando le opere attinenti ad un’altra attività che, da sempre, è stata connaturata con le valli da pesca: la caccia in valle o in palude, tema che è stato caro ai pittori veneti, anche ai grandi, che ne immortalarono le scene con annessi attrezzi. Parliamo di Vittore Carpaccio, che ha illustrato le battute agli smerghi, immortalate dal suo pennello, oppure del Longhi, che ha dipinto dei cacciatori muniti di arco con cui lanciavano, in luogo delle normali frecce, delle stranissime palle di terracotta.

    Gli elementi essenziali e costitutivi della “Civiltà valliva”, ora come all’inizio, sono in verità alquanto semplici: uno stagno da pesca, più o meno vasto, racchiuso entro un perimetro di arginature, come è la costante nelle valli del Delta polesano, oppure, come altrove, parzialmente chiuso da arelle, in vernacolo “grisòle” di canne palustri, sostenute da robusti pali di castagno infissi nel fondo della valle. Poi le chiaviche o “ciàveghe”, che sono delle aperture, di varie dimensioni, sempre munite però di paratoie mobili, mediante le quali avviene il ricambio idrico dell’acqua valliva.

    Quindi vengono le “peschiere”, ed accanto ad esse i fabbricati, costituiti in primis dal “casòn de vale” (sempre di notevoli dimensioni e caratterizzato dai peculiari grandi camini) che ha accanto delle costruzioni minori, i cosiddetti “casonetti”. Questi edifici minori, sono adibiti sia al ricovero degli attrezzi, sia anche, durante il periodo dell’autunno-inverno e con apice nel periodo natalizio, alla grande raccolta del pesce da vendere, cioè la “fraìma”.

    Attraverso le citate chiaviche, poi, avvengono due funzioni fondamentali per la vallicoltura: in primis la “montà de fine inverno”, da febbraio ad aprile circa, che vede il pesce novello entrare, per naturale tendenza, dal mare o dalle lagune nelle acque calde e basse dei bacini vallivi, in cui crescerà in un habitat ottimale, creato anche grazie all’immissione di acqua dolce, che regola il contenuto salino dei bacini; vi è poi la “smontà” del pesce, divenuto ormai adulto, che consiste nella discesa o meglio, nel tentativo di uscita dalla valle per guadagnare il mare. Durante questo percorso, però, attraverso tecniche ed attrezzature rimaste invariate nei secoli, avviene la sua cattura o “fraìma”.

    Altro elemento basilare nell’economia della valle, sono le citate “peschiere”, costituite da spazi con arginatura, realizzati all’interno del bacino vallivo, nei quali il pesce rimane a dimorare temporaneamente o a svernare, come attesta il Rinaldi, studioso e profondo conoscitore della vita in valle. In primavera, poi, il pesce viene rimesso in libertà in valle. La “peschiera”, però, è una costruzione piuttosto sofisticata e calibrata a diversi usi, per cui viene realizzata a più scomparti. In questi, al momento della “smontà”, viene ospitato il pesce che i valligiani ritengono di dimensioni troppo piccole per la vendita, e quindi non remunerative.

    Vi è poi il “seràjo”, che è una peschiera in cui viene tenuto il pesce piccolo, cioè il “novellame”, che servirà per la semina del pesce cosiddetto “bianco”, vale a dire orate, cefali, branzini, boseghe, mecce, ecc. Al “novellame” si ricorre in quanto il solo pesce che entra mediante la “montà” dal mare e dalle lagune, sarebbe insufficiente a ripopolare in modo adeguato e remunerativo la valle.

    Nel prossimo numero vedremo in dettaglio come si svolge la vita nella valle nel corso delle varie stagioni e parleremo dell’originale architettura dei “casoni”.

  • Lendinara e Gli Estensi

    Lendinara e Gli Estensi

    Nel corso del XIV secolo si definì la fisionomia della cittadina

    La recente pubblicazione del volume “Volti di Lendinara, contributi per una storia urbanistica della città”¹ apre uno squarcio stimolante sul passato della cittadina polesana, richiamando in particolare l’attenzione sul XIV secolo, periodo in cui si ebbe a delineare il primo qualificante assetto urbano, le cui tracce permangono tuttora eloquenti nella piazza principale.

    Della zona a nord dell’Adigetto, alla fine del XVIII secolo fu realizzata dal cartografo G. B. Marini una bella rappresentazione “a volo di uccello”, oggi conservata presso la Biblioteca comunale, in cui emerge la situazione della piazza lendinarese; una raffigurazione che non si discosta molto dall’attuale, dominata dalla mole della torre maistra del Palazzo Pretorio eretto nell’ultimo decennio del Trecento.

    Si deve agli Estensi la volontà di dotare Lendinara di un palazzo-castello e di cingere la cittadina con un vallo e contrafforti di difesa, dei quali non esiste più alcuna traccia. Se non nel toponimo tuttora frequentemente usato per identificare via Duca D’Aosta, chiamata dai lendinaresi via Fossa, a ricordo del fossato che cingeva la città.

    La realizzazione difensiva, che restò vari secoli a contrassegnare la fisionomia di Lendinara, è ammirabile in un’altra artistica carta, la seicentesca grande pianta del Mazzante conservata nella Sala Canoziana del Municipio; ed anche ben documentata nella raffigurazione coeva del Gennari (facente parte della collezione Rigobello) ben visibile in una chiara riproduzione che orna una parete della sala consiliare del Municipio lendinarese.

    La penetrazione degli Estensi a Lendinara divenne determinante nell’ultimo scorcio del XIII secolo con Obizzo II, personaggio emblematico della casa estense che, dopo aver consolidato il suo potere in Ferrara, facendosi riconoscere “signore”, rivolse la sua attenzione al Polesine. E puntò proprio su Lendinara sino ad allora in mano ai Cattaneo il cui potere all’epoca si stava rapidamente dissolvendo a favore del Comune di Padova che ne aveva acquistato i diritti.

    Con una politica accorta quanto determinata, Obizzo II riuscì a farsi cedere dai Padovani i diritti ottenuti, provvedendo poi ad acquistare varie proprietà in Lendinara. Per consolidare ulteriormente il potere acquisito, seguì poi la strada del matrimonio, sposando in seconde nozze Jacobeta Cattaneo, accreditandosi così come erede del nobiliare casato lendinarese. Raggiunto il suo obiettivo, nel 1288 assunse infine il titolo di Signore di Lendinara.

    Da questo momento Lendinara condividerà, sia nella buona che nella cattiva sorte, le vicende della Casa d’Este fino al passaggio della maggior parte del Polesine sotto il controllo della Serenissima la quale, con la famosa Guerra del Sale (1482-84), estese il suo potere fino al Canalbianco.

    Obizzo II volle dar prova del proprio interesse per il Polesine anche al momento di redigere il proprio testamento, mediante il quale destinò un lascito consistente per la fondazione di un grande convento francescano, la cui realizzazione – per la verità inferiore alle volontà espresse – portò alla nascita del complesso di S. Francesco in Rovigo (oggi chiesa di S. Francesco e S. Giustina) ove ancora sono visibili le arcate medioevali esterne della sala del Capitolo tra le quali è posto lo stemma di casa d’Este².

    Alla morte di Obizzo II (1293) si aprì un periodo di grande travaglio per la casa d’Este, con gravissimi dissidi tra i figli Azzo VIII, Aldobrandino II e Francesco che portarono quasi alla dissoluzione della signoria estense. Fu in questo periodo che Lendinara, assieme a Badia Polesine e Rovigo, passava sotto il controllo di Padova. E fra i podestà padovani, che nei primi anni del Trecento ressero la cittadina, è quanto mai degno di memoria Albertino Mussato, poeta ed umanista di grande levatura.

    In questo arco di tempo caratterizzato dalle lotte fratricide tra i figli di Obizzo II, va ricordato un fatto d’arme che ebbe come teatro proprio Lendinara, che nel 1305 fu assediata da Azzo VIII in guerra col fratello Francesco il quale, protetto dai padovani, aveva trovato rifugio nel castello lendinarese, salvandosi poi con la fuga.

    Fu allora che Venezia, approfittando del clima di totale anarchia abbattutosi su Ferrara, si appropriò della città estense (1309), suscitando però la reazione del pontefice Clemente V, che inviò un suo esercito il quale ebbe la meglio sui veneziani.

    Ferrara fu pertanto annessa allo Stato Pontificio ed affidata a Roberto d’Angiò, re di Napoli, insignito del ruolo di vicario del papa, che insediò in città un presidio di militi catalani. Una presenza questa mal tollerata dal popolo ferrarese, il quale nel 1317 insorse, richiamando gli Estensi, che di buon grado ritornarono in possesso della città perduta, senza trovare l’opposizione del pontefice.

    Scomparsi i rissosi fratelli contendenti, fu nominato signore di Ferrara Obizzo III che, alleatosi con gli Scaligeri in guerra con i Padovani, riportò il Polesine sotto casa d’Este. E Lendinara nel 1340 fu scelta da Obizzo III come sede di un incontro con Taddeo Pepoli signore di Bologna e l’ambasciatore di Firenze: fu definita un’alleanza, questa volta in funzione antiscaligera, cui aderì anche il padovano Umbertino da Carrara.

    Aldobrandino III, che nel 1352 successe ad Obizzo III, si trovò invece ancora schierato con Cangrande II della Scala per difendere i suoi possedimenti dai Carraresi che, alleati con il fratello, tentavano di tornare in possesso del Polesine. La pace intervenne nel 1354 con il riconoscimento del Polesine agli Estensi e la cessione di Vighizzolo ai Da Carrara.

    Ad Aldobrandino successe nel 1361 il fratello Nicolò II, detto lo Zoppo, che, dopo aver fronteggiato a Ferrara una rivolta cittadina contro l’eccessiva tassazione, per garantirsi una maggiore sicurezza, avviò la costruzione dell’imponente castello circondato da fossato, affidando l’opera all’arch. Bartolino Ploti Novara³. Provvide pure a rinsaldare il suo potere lungo il Po, costruendo la rocca di Stellata (di fronte al già eretto castello di Ficarolo) e il presidio fortificato di Castelnovo (Bariano).

    Alla sua morte (1388) il potere passò al fratello Alberto (soprannominato il Pellegrino per essersi recato in pellegrinaggio a Roma ottenedo benefici dal papa) che continuò l’opera di difesa del Polesine a Rovigo e Lendinara. Fu allora che la cittadina fu cinta da un vallo, difesa da contrafforti in terra e da una palizzata intervallata da “…torrioni forti a guardia delle fosse…” come ebbe a scrivere novant’anni dopo Marin Sanudo, ambasciatore veneto in ricognizione al Polesine conquistato dalla Serenissima con la Guerra del Sale⁴.

    Tre porte, sovrastate da una torre, si aprivano nella cinta difensiva, mentre sulla piazza si ergeva il castello, ovvero il Palazzo Pretorio, residenza degli Estensi e sede del Rettore o Podestà, con gli uffici giudiziari, amministrativi e con locali ben sicuri destinati a carcere. Di tale palazzo, di cui rimane tuttora la Torre Maistra che domina piazza Risorgimento, Marin Sanudo diede questa descrizione: “… Ha due Torre grande, et è altissimo. con una Torre maistra e alta arente la porta con el ponte dove per la piazza se entra”⁵.

    Sulla piazza già a quel tempo prospettava pure la Loggia comunale sotto la quale venivano letti ed affissi i proclami e conservati i modelli delle principali misure, infissi sul muro, da utilizzare come riferimento nelle attività di scambio.

    Delle opere di difesa caratterizzanti Lendinara al tempo degli Estensi faceva parte anche la rocca, appena fuori la cinta, detta Castel Trivellin, di cui resta ancora un arco ogivale nei pressi del ponte che immette nella via che porta alla stazione ferroviaria. Il nome Trivellin a quanto pare non è da relazionarsi con un personaggio o una località ma – ipotizza Rigobello – potrebbe derivare da “rivellino”, ovvero una difesa avanzata, in questo caso oltre la riva dell’Adigetto.

    Nel Trecento Lendinara, governata dagli Estensi, assunse dunque una chiara fisionomia, destinata a denotare la cittadina anche nei secoli successivi. Ed in questo periodo, oltre che sul piano politico, si registrarono importanti presenze anche in altri ambiti. In quello religioso innanzi tutto con la presenza, all’inizio del secolo, del vescovo Bonazonta che da Adria spostò a Lendinara la sede vescovile, lasciando un ricordo tuttora visibile nel seggio marmoreo murato nel presbiterio del duomo di S. Sofia.

    A San Biagio si insediarono gli Umiliati, la cui importanza, oltre che nell’ambito spirituale, va rintracciata anche sul piano dell’operatività nel settore della tessitura e della lavorazione della lana e del lino. Sorgeva all’inizio del secolo anche il Convento di S. Agata destinato alle monache benedettine.

    Sotto il profilo civile ed amministrativo, di rilievo fu l’approvazione, avvenuta nel 1321, degli Statuti che rimasero in vigore fino alla metà del secolo successivo, stabilendo le caratteristiche delle varie cariche preposte a garantire il funzionamento della vita sociale della cittadina. Sul piano economico, infine, va segnalata l’apertura, nel 1385, del primo Banco dei pegni del Polesine condotto da ebrei, in grado di fornire prestiti, utili per lo sviluppo di varie attività produttive.

    Lendinara nel XIV secolo si qualifica dunque come una cittadina attiva, integrata nel contesto del territorio estense⁶, contrassegnata da buone relazioni con Ferrara, da cui personaggi di rilievo non disdegnavano muoversi alla volta del centro polesano, e verso cui non erano infrequenti spostamenti degli uomini lendinaresi più attivi o legati alla casa d’Este. Uno sviluppo consolidatosi nei due secoli successivi, tanto da far attribuire a Lendinara l’appellativo di Atene del Polesine.

  • La Chiesetta delle Fosse

    La Chiesetta delle Fosse

    Tutte le volte che mi è capitato di passare davanti a quella piccola chiesa, graziosa e di singolare architettura per la forma arrotondata e il colore a strisce in bianco e cotto, il pensiero correva a certe chiese fiorentine. Ritenevo che dovesse essere antica e poco frequentata, vedendola quasi sempre chiusa. Di essa sapevo solo che veniva chiamata “Chiesa delle Fosse” e per il mio andare sempre affrettato non vi ero mai entrata. Ma quando la scorsa primavera sulla stampa locale si è parlato diffusamente di tale oratorio, è stata una grande sorpresa sapere che esso è di particolare rilevanza artistica e che è dedicato alla Madonna del Rosario di Pompei.

    La curiosità mi ha spinto a visitarla e devo dire di essere rimasta affascinata dalla semplicità dell’interno, sul quale si impone la straordinaria bellezza del gruppo scultoreo in legno in cui spicca la dolce immagine della Vergine Maria e del Bambino, seduto sulle sue ginocchia a braccia aperte nell’atto di offrire la “Corona del Rosario” ai Santi Caterina e Domenico. Il gruppo scultoreo è accolto in una cornice di tre archi a sesto acuto che racchiudono la piccola abside.

    Conosco tutte le chiese di Rovigo, compreso l’altro piccolo gioiello che è la Chiesa del Cristo, sono interessata alla storia della città, eppure questa chiesetta, annoverata tra i beni artistici di Rovigo da Vittorio Sgarbi1, mi è rimasta incredibilmente estranea e di ciò me ne dolgo perché per anni non ho goduto di questo faro di spiritualità mariana. Siamo nell’“Anno del Rosario” e la scoperta di questo oratorio forse non è un caso, ma un segno significativo per chi crede nella potenza della preghiera del rosario, che fa parte del patrimonio più prezioso della Chiesa cattolica2.

    Oltre all’interesse religioso, è ben presto emersa la curiosità storico-artistica per questo sacro edificio. Innanzi tutto, perché chiesa “delle Fosse”? Dalle ricerche presso l’Archivio di Stato di Rovigo ho osservato che la Chiesetta sorse in quella parte a nord della città, oltre la cinta muraria che costeggiava l’antico terrapieno, posto a ridosso e a difesa delle antiche mura cittadine, la cosiddetta via del Terraglio (oggi viale Trieste). Questa era una zona costituita da valli, “fosse” appunto, un tempo paludose con acqua stagnante e maleodorante e successivamente bonificate. Qui era stata costruita la principale arteria, che passava a destra della chiesa (guardando la facciata), chiamata la Strada delle Fosse, poi via Gorizia, lunghissima, che si spingeva fino alla Caserma Silvestri3.

    In quella borgata periferica e semidesertica non era facile prevedere l’enorme sviluppo che si sarebbe verificato negli anni successivi con la nascita del popoloso quartiere chiamato Commenda, lungo una strada campestre (a sinistra della chiesetta), oggi via Domenico Piva, dove sorgeva l’antica chiesa di San Giovanni Decollato, secondo quanto scrive Gigi Fossati in “Lettera della Commenda” 1973. Eppure la devozione popolare alla Madonna e soprattutto la tenace volontà di un sacerdote, don Tomaso Angiari, stimato e benvoluto, videro sorgere il sacro tempio il cui progetto fu affidato all’ingegnere Eugenio Piva, uno dei più illustri architetti dell’epoca, il quale aveva operato molto in città mediante interventi di ristrutturazione urbanistica, opere di ingegneria idraulica, di cui fece esperienza come impiegato presso il Genio Civile4.

    Don Tomaso Angiari, cappellano fino al 1908 di S. Francesco, con grande sforzo e umiltà raccolse i fondi per la costruzione della nuova chiesa, i cui lavori furono avviati nell’anno 1900, e il 28 aprile 1903 fu benedetta dall’allora Vescovo mons. Polin.

    Ecco, dunque, il rinnovato interesse per la Chiesa delle Fosse dovuto ai cento anni dalla sua apertura al culto. L’ingegnere Eugenio Piva, che gratuitamente aveva elaborato il progetto del sacro edificio, considerato a buon diritto il suo “testamento artistico e spirituale”, non poté vederne compiuta l’opera e la sua inaugurazione, essendo scomparso un paio di mesi prima, il 19 febbraio 1903.

    L’Oratorio della Beata vergine di Pompei oggi si trova nel mezzo dell’incrocio di ben sei strade, che si orientano in tutte le direzioni della città, e precisamente delle vie Giovanni Magro, Nazario Sauro, Fiume, Piave, Domenico Piva e Gorizia. Quest’ultima è la parte centrale di quella che fu l’antica via delle Fosse e che, dopo la prima Guerra Mondiale, venne divisa in Sauro e Gorizia5. Il terreno su cui sorge la Chiesa delle Fosse apparteneva (e appartiene tuttora) alla Parrocchia dei SS. Francesco e Giustina, di cui era sussidiaria. In seguito, nel 1951, fu costituita la nuova Parrocchia della Commenda6 dato il rapido sviluppo di quel rione cittadino, seguito alla bonifica delle numerose fosse attraversate dal fetido scolo Retinella che fino al 1930 segnava il confine con la campagna estesa fino a Boara. Per una comunità in forte espansione, infatti, la Chiesetta delle Fosse era divenuta decisamente insufficiente.

    Il legame tra questa Chiesa con quella della Commenda, di cui divenne succursale, iniziò con la conclusione a Rovigo della “peregrinatio Mariae” polesana nel 1950, quando l’Oratorio della B. V. di Pompei ospitò per qualche tempo la statua della Madonna Pellegrina, la quale poi trovò definitiva collocazione nella stessa Chiesa parrocchiale della Commenda, dedicata al Cuore Immacolato di Maria e divenuta Santuario della Madonna Pellegrina.

    Quando l’ing. E. Piva si accinse al progetto della bella chiesetta, si rifece ad uno stile medioevale in cui le cattedrali si slanciavano verso Dio, e quantunque l’ambizione non arrivasse a tanto, ne è risultato un tempio pregevole dalle linee armoniose e sobrie. La chiesa occupa una superficie di circa 160 mq a pianta mistilinea.

    La caratteristica costruzione architettonica a mattoni a vista, alternata a fasce trasversali in trachite euganea, conferisce alla chiesa un movimento di efficace resa cromatica. La facciata è scandita da quattro robuste paraste dalla base alla cornice terminanti in pinnacoli. Il corpo dell’edificio, piatto al centro e semiarcuato ai fianchi, che raccordano la facciata all’abside, è segnato all’altezza dell’architrave della porta d’ingresso, a volta slanciata, da un marcapiano che divide la facciata in due registri: quello superiore culmina con un timpano triangolare sormontato dalla Croce con oculo sottostante. Sul fianco sinistro si erge un piccolo campanile a vela7.

    L’interno è semplice, accogliente, adatto al raccoglimento. La pianta è quadrata regolare e il soffitto a capriate in legno; su ogni lato si aprono tre archi a sesto acuto di cui il centrale maggiore dei laterali; quelli delle pareti laterali sono ciechi e qui si aprono due cappelle, di Sant’Antonio a sinistra e delle Anime Purganti a destra con modesti altari in legno.

    E’ una chiesa povera, non vi sono opere d’arte, non possiede beneficio né casa canonica o altri beni immobiliari. Quando si entra in questa piccola sacra dimora si è subito attratti dalla scena dominante che si apre verso l’altare maggiore, dietro il quale al centro dell’alzata sta lo splendido gruppo statuario della Beata Vergine di Pompei. Sono così rassicuranti la Madre e il Bambino Gesù in quel gesto di offerta delle corone del rosario! Sembra vogliano convincere che ogni affanno si quieta e ogni speranza si rafforza in quella preghiera tanto raccomandata. Su una targhetta posta a fianco delle splendide statue sta scritto che esse furono donate da un industriale, l’avvocato Giuseppe Bisi ed Elvira; più esattamente il parroco di San Francesco, che le aveva ricevute in regalo da quella famiglia, nel 1934 le fece collocare in questo Oratorio.

    Oltre che bello, l’ho trovato curioso questo gruppo ligneo, tanto raffinato da sembrare di marmo; non ricordo, infatti, di aver visto da nessuna parte la Beata Vergine del Rosario di Pompei così rappresentata, ben diversa dalla raffigurazione della B. V. del Rosario di Pompei venerata nel noto dipinto che si trova nella celebre Basilica Santuario della cittadina di Pompei.

    Il nostro vescovo mons. Andrea Bruno Mazzocato, presiedendo le celebrazioni per il centenario del sacro edificio, definì la Chiesa delle Fosse “un vero eremo per l’intera città, un polmone di preghiera per ogni persona”10, ed effettivamente i rodigini hanno sempre dimostrato fervente devozione alla Vergine Maria, anche in altre chiese ad essa consacrate.

    Merita la puntualizzazione avanzata da mons. Giorgio Pasqualini, attuale rettore della Chiesa delle Fosse11, il quale asserisce che dopo cento anni, come tutte le case, anche questa Chiesa ha bisogno di qualche intervento sia all’interno sia sulla facciata. Egli si augura che vengano superate le lentezze burocratiche e una malcelata diffidenza verso qualsiasi innovazione. Un auspicio che facciamo nostro, a tutela del patrimonio artistico della nostra città e per rinsaldare legame di fede.

  • “Coast to Coast”

    “Coast to Coast”

    Quattro baldi cicloturisti cinquantenni, tre residenti a Porto Viro ed uno a Porto Tolle (tutti attivisti del sodalizio ambientalista portovirese “Iniziative per l’ambiente”) l’estate scorsa dal 13 al 23 giugno, nonostante il caldo torrido, hanno superato brillantemente, con grande coraggio, un’impresa di tutta rilevanza e destinata ad essere ricordata nel tempo.

    I quattro sono: Vincenzo Mancin, presidente di “Iniziative per l’ambiente”, nonché portavoce della spedizione; Mauro Garbin, dell’Associazione Apicoltori con sede a Ca’ Cappellino, ove si produce il “Miele del Parco del Delta”; Vittorio Cacciatori, manager turistico di Porto Tolle e Piero Pavanello, aggregatosi al gruppo.

    La spedizione da loro ideata, è stata chiamata “Coast to coast, dal Delta del Po a Spalato in bici” ed ha avuto lo scopo, attraverso circa 950 km percorsi senza soluzione di continuità, di diffondere e far conoscere la terra del Delta padano (terra giovane ed assai singolare, nata dal “Taglio di Porto Viro”), e di favorire, nel contempo, la comprensione e la pace con i vari popoli incontrati. Per saperne di più ci incontriamo con Vincenzo Mancin, portavoce della spedizione.

    Quali sono stati i vostri contatti, per attivare al meglio i rapporti con le varie Municipalità e le varie autorità?

    Abbiamo coinvolto il comune di Taglio di Po, in quanto è gemellato con Omysalj, città che abbiamo inserito come tappa del nostro tour; lo stesso dicasi per Adria, in quanto gemellata con Rovigno d’Istria. Per quel che riguarda il comune di Porto Viro, abbiamo attivato i contatti e gli scambi tra questo e la città meta ultima del nostro viaggio, Split, cioè Spalato. Abbiamo fatto recapitare a ciascuno una cesta con i nostri prodotti del Delta del Po e quelli dell’Ente Parco, nonché i gagliardetti dei nostri comuni.

    Per Porto Tolle, abbiamo scelto di attivare contatti con Zadar, cioè Zara, e Sibenik, Sebenicco. Questo lavoro di trovare rapporti fra i nostri comuni del Delta e quelli croati, è stato in verità alquanto impegnativo e si è articolato in varie settimane.

    Un momento di basilare importanza, poi, è stata la conferenza stampa congiunta nella sala consiliare di Porto Viro, su imput del sindaco Doriano Mancin, una settimana prima della partenza. Con questo atto abbiamo ufficializzato il nostro tour denominato “Dal parco del Delta del Po a Spalato, in bici”. Altro momento importante l’incontro ad Adria con l’Assessore all’Ambiente Varolo, che con il sindaco Mancin si è speso moltissimo, affinché il raid dei quattro portacolori di “Iniziative per l’Ambiente” andasse a buon fine.

    Ad Adria, guidati proprio da Varolo e scortati dai Vigili Urbani adriesi, c’è stata la “passerella” lungo il Corso Vittorio Emanuele, ed il ricevimento in Comune. Poi, prima della partenza, un momento di raccoglimento religioso a Taglio di Po con la Santa Messa celebrata nella parrocchia di San Francesco d’Assisi, perché fosse un “viatico” all’impresa, già difficile di per sè e reputata da tutti quasi proibitiva, in relazione alle condizioni atmosferiche che davano caldo torrido.

    Come vi siete preparati ad un impegno così importante?

    Prima di tutto abbiamo dato alla preparazione del viaggio tutta l’importanza che essa meritava, non lasciando nulla all’improvvisazione. Abbiamo pertanto curato tutti gli aspetti con cui avremmo dovuto fare i conti durante il nostro raid ciclistico. In primo luogo, l’aspetto fisico, messo in forma mediante allenamenti ed una dieta appropriata, onde arrivare al peso ideale. Abbiamo poi curato anche i rapporti ufficiali con le Istituzioni, per dare al nostro tour un significato degno di un’impresa che voleva implementare, nell’ottica dell’amicizia, i rapporti tra i nostri Comuni del Parco del Delta del Po e le città dell’Istria e della Dalmazia, che sarebbero state, lungo l’itinerario in bici, le nostre mete. E’ stato poi necessario pianificare il viaggio in tappe sopportabili, studiare anche gli orari dei traghetti e gli appuntamenti da avere con i rappresentanti delle Municipalità croate. Da ultimo, abbiamo dato la giusta importanza al reperimento del materiale sportivo adatto per compiere un percorso impegnativo, come quello che abbiamo affrontato.

    Problematico è stato il mettere insieme il materiale occorrente, che avevamo individuato come indispensabile: le bici nuove, che per tutta una serie di coincidenze, sono purtroppo state disponibili soli pochissimi giorni prima del raid; poi le tende, i medicinali. il materiale per il bucato, il corredo sportivo, che doveva recare le indicazioni simboliche del percorso ed il nome degli sponsor che ci avevano aiutati. C’è stata poi la necessità di provvedere all’assicurazione contro gli incidenti durante il viaggio, e tutto il carteggio necessario”.

    Ci parli delle tappe più significative.

    1° GIORNO – venerdì 31: la partenza da Porto Viro per Aquileia, raggiunta dopo 168 chilometri. Le fasi più salienti della tappa: alle 5.30 del mattino arrivo a Chioggia, quindi, in vaporetto, per la laguna di Venezia, e alle 9.30 sì era già a Punta Sabbioni per la colazione. Alle 12.30 arrivo a Caorle per visita al borgo storico, e, rito immancabile, un piacevole pediluvio ristoratore in spiaggia. Alle 18.30, l’arrivo ad Aquileia e sosta all’ostello Domus Augusta.

    2° GIORNO: partenza alle 8.15 in direzione di Trieste, con destinazione Opatija, l’antica Abazia, già oltre confine. Suggestivo l’attraversamento di Monfalcone con i suoi cantieri navali e, da ora in poi, percorso in salita. Sosta per i necessari rifornimenti a Villa Opicina e strada sempre più ripida, “con i passanti e le macchine locali che ci suonavano ed incoraggiavano, alla vista delle bandierine croate e italiane, peraltro scambiate per quelle dell’Ungheria. Entrata in Slovenia attraverso Bassoviza – precisa Vincenzo -, con il caldo costante compagno di viaggio. Finalmente l’arrivo a Opatìja, fra saliscendi, curve e grandi cartelli turistici. Qui prendiamo alloggio sul lungomare”.

    3° GIORNO – domenica 15: sveglia alle 7 e partenza per Omisalj, nell’isola di Krk salutati alla partenza dal primo temporale, che ci costringe alla brusca fermata sotto una tettoia. Quindi l’attraversamento della città di Rjeka, alla volta dell’isola di Krk.

    Durante il percorso una mia foratura sotto la pioggia: per fortuna arriva in soccorso Vittorio, il più grande esperto di bici del Delta, e, superate varie difficoltà, tutti insieme ci avviciniamo, non senza sbalordire, al ponte che unisce la terraferma della Croazia con l’isola di Krk.

    Dopo averlo attraversato, ci fermiamo per una foto ricordo al cartello che annuncia Omisalj e ricorda il gemellaggio con il comune di Taglio di Po. Qui siamo accolti da Damir e Nicola, esponenti della comunità di Omisalj a livello ufficiale. Seguono le presentazioni, la consegna dei gagliardetti dei Comuni del Delta, con le lettere dei vari sindaci. Quindi il pranzo a base di un ottimo fritto di pesce, annaffiato con birra. Non manca di far breccia nel nostro animo, la cordialità dell’accoglienza accordataci, e non tralasciamo una visita al borgo storico, che presenta chiari riferimenti alla venezianità del luogo, ed alla chiesetta che testimonia la cristianità” dell’isola. Ad essa, solo una settimana prima, aveva fatto visita il Papa.

    Il nostro primo impatto con la Croazia ed i Croati che si sentono vicini all’Italia, è certamente positivo. Nuova partenza alle 14.45, sotto un sole cocente e tra un continuo saliscendi, alle 19.30 si arriva a Baska, l’ultima spiaggia all’estremità sud dell’isola di Krk, dove si alloggia in quattro in una stanza. “Non posso non notare – rileva Mancin – che la località è incantevole, con una parte del paese rimasta intatta come borgo di pescatori. “In questo terzo giorno (km.95), incontriamo le prime difficoltà: innanzitutto la fitta pioggia che rendeva viscido il manto stradale, poi le impegnative salite della terra croata, infine il caldo, ma si tiene duro.

    4° GIORNO – lunedì 16: tappa di 94 chilometri con percorso Baska – Isola di Rab-isola di Pag. Il mattino ci vede puntuali all’imbarco del traghetto che verso le 10 ci porterà a Lopar, nell’isola di Rab – annota Vincenzo -. Dal traghetto c’è una visione completa di Baska, con la sua bellissima baia. Cogliamo l’occasione, per scrivere le cartoline ai sindaci, ai familiari, agli amici e agli sponsor, quale testimonianza di “noi eravamo qui”.

    Attraversiamo diverse isole di un colore stupefacentemente bianco. ed altre invece, rigogliose di una verdissima vegetazione. Riprendiamo poi la strada in bicicletta, ma non siamo più soli, perché siamo seguiti da 2 tedeschi, che si sono trovati per un viaggio lungo la Croazia. L’isola – annota ancora Vincenzo nel suo diario – presenta salite veramente impegnative, fino a giungere in luoghi isolati, privi di vegetazione. Ovunque, il bianco abbacinante della roccia e tutt’intorno isolotti disseminati in un mare blu. Ci fermiamo spesso per bere in questo caldo torrido, e per disgrazia io rimango senza freni, usurati e proseguo con un andare incerto. Finalmente, giungiamo a Misnjak per una breve pausa, prima di riprendere il traghetto per l’isola di Pag.

    A cena, il punto della situazione: il caldo e le salite ci hanno messi a dura prova. Occorrerà darci tempi più precisi per le soste.

    5° GIORNO – martedì 17, tappa di 122 km da Pag a Zadar (Zara) fino a Vodice, con le seguenti considerazioni di viaggio: “Il peggio è passato, le biciclette sono in perfette condizioni, non abbiamo trovato difficoltà, anzi abbiamo pedalato in scioltezza. Abbiamo anche recuperato del tempo sulla tabella di marcia, ed è tornato il buon umore”.

    6° GIORNO – mercoledì 18: ci si avvicina alla meta, e, partendo da Vodice, in 80 km e passando per Sibenik, si arriva a Trogir. Siamo ormai sicuri che all’indomani saremo alla meta, Split.

    7° GIORNO – giovedì 19: una tappa di soli 40 km, da Trogir a Split, l’antica Spalato, la meta del tour “Cost to coast”. A Split accoglienza in Comune, fotografie di rito, consegna dei gagliardetti e delle lettere dei sindaci del Delta.

    Inizia il viaggio di ritorno con imbarco alle 19 sul traghetto verso Rijeka.

    8° GIORNO – venerdì 20: da Rijeka, in 120 km, l’arrivo a Pola, ed il pernottamento a 7 km circa dalla città, in località Fazana. Diario di bordo: “In questi 120 km di viaggio, ci siamo resi conto della nostra buona forma fisica perché, nonostante la notte precedente in bianco, non abbiamo ceduto alla stanchezza”.

    9° GIORNO – sabato 21: giro in barca alle isole Brioni, che formano il Parco nazionale che custodisce l’ex residenza del presidente Tito.

    10° GIORNO – domenica 22: da Fazana, con 50 km di bici, arrivo a Rovigno d’Istria: ultimo appuntamento di rilievo alle 10,30 all’Hotel Adriatic, ove arriva l’Assessore del Comune di Rovigno, Marino Budicin, poi per assistere ad una cerimonia ufficiale, con deposizione di una corona al monumento dei caduti, discorsi del sindaco in croato ed italiano, poi l’esibizione della banda e la sfilata delle Associazioni dei Combattenti. Quindi le foto ufficiali con le autorità, e l’arrivo dell’Assessore all’Ambiente di Adria, Varolo, trattenuto dal traffico. Poi la partecipazione ad una festa al parco, il pranzo, quindi, dopo una doccia in albergo, la visita in città con un cicerone d’eccezione, lo stesso Varolo.

    11° GIORNO – lunedì 23, giornata del ritorno. Alle 7,30 si parte da Rovigno con l’aliscafo “Venezia Lìnes”, ed in 2 ore si arriva a Venezia, alla dogana. Poi in vaporetto fino a Chioggia, infine, verso le 17.30 l’arrivo ufficiale in bici a Porto Viro, al Centro commerciale “Prisma” con accoglienza per le prime impressioni a caldo da parte di chi ha redatto questo articolo, in compagnia di Maria Gabriella Bergo, giornalista del Gazzettino. L’avventura è davvero finita, salvo una parentesi successiva, ufficiale, in Municipio a Porto Viro.

  • Villa Pio Falcò a Crespino

    Villa Pio Falcò a Crespino

    Nei parchi gentilizi, durante la stagione autunnale, quando le foglie abbandonano progressivamente la loro dimora lasciando spogli gli alberi, la vista si spinge oltre i rami scuri, per osservare, con stupore, l’apparire di edifici di rilievo nascosti durante l’estate dalla fitta vegetazione.

    E’ quanto succede a Crespino per villa Pio Falcò, oggi Longhi, la cui facciata principale, orientata verso levante, manifesta l’importanza del grande edificio specie nel corpo centrale avanzato, caratterizzato da due grandi loggiati sovrapposti, coronati da un piano attico privo di aperture.

    La villa, tinteggiata di un rosa che un tempo doveva essere molto carico ma che oggi, non più ravvivato da decenni, appare alquanto sbiadito, si delinea nel parco oltre la cancellata che dà sulla piazzetta XX Settembre. Uno slargo questo noto ai cultori di memorie patrie per essere stato infaustamente scelto, al tempo del dominio napoleonico, per giustiziare il povero pescivendolo Veneri, accusato di aver sobillato la cittadinanza in una sollevazione antigovernativa.

    La villa, più volte rimaneggiata ed ampliata nel corso dei secoli, subì una consistente ristrutturazione in epoca neoclassica, allorché l’attenzione dell’ignoto architetto che presiedette ai lavori si concentrò in particolare sulla parte centrale che si presenta avanzata e di tutto rilievo, mentre le due ali laterali, sviluppate su tre piani più il sottotetto, appaiono alquanto lineari e prive di ricercatezza.

    L’appariscente avancorpo è definito da una cornice marcapiano e da un cornicione modanato, che si sviluppa al di sotto delle tre finestrelle chiuse del sottotetto (piano attico). I due loggiati sovrapposti presentano ognuno cinque grandi arcare (tre sul fronte e due laterali) intervallate da lesene con capitelli dorici al piano terra e ionici al piano superiore.

    Al pianterreno l’androne centrale, ideato per un’accoglienza di tutto rispetto nei confronti degli illustri ospiti che un tempo frequentavano il palazzo, è oggi utilizzato come officina dell’azienda agricola i cui terreni si stendono a nord-ovest del complesso architettonico. Anche il soffitto a cassettoni manifesta l’importanza del grande spazio destinato all’accoglienza degli ospiti.

    Sulla sinistra è ubicato l’accesso all’ampia scala che porta al piano nobile, ove si apre un vasto salone, il cui alto soffitto presenta purtroppo vari crolli. Sono comunque tuttora visibili interessanti zone affrescate con decori di gusto neoclassico, che si ritrovano anche nelle stanze successive, molto meno danneggiate del salone centrale.

    Nella parte posteriore del grande edificio si trova un secondo giardino fiancheggiato dai locali di servizio. Un grazioso portale ad arco policentrico, con stemma dei principi Pio apre alla parte rustica dell’azienda sul lato sud, ove si trova la parte oggi adibita ad abitazione.

    A Crespino la villa dei principi Pio Falcò si presenta dunque come un’importante realtà architettonica del passato; una costruzione tra le più significative del Polesine, per la quale urgono interventi di recupero, studiando magari forme di azione sinergiche tra il pubblico ed il privato, utili a fermare il degrado del tempo, prima che la situazione degeneri in modo insanabile.

    Ma come si spiega la presenza nel ridente paese rivierasco di un complesso architettonico tanto importante?

    La risposta va cercata nel periodo estense-pontificio, quando il territorio crespinese divenne dominio di nobili casate, tra cui si ricordano i Turchi di Ferrara, i Marchesi Bevilacqua e i Signori Pio di Modena; e ancora i Sarti-Savonarola di Ferrara, i Pasetti, i Bonafede, i Mosti e i Bonassa.

    Gli investimenti fondiari, che precedettero la costruzione di vari importanti edifici, erano giustificati dalla feracità della campagna, resa fertile, oltre che dalla presenza del fiume Po, da tre corsi d’acqua quali il Collettore Zucca, lo scolo Colombara, e Marcadello che solcavano il territorio.

    La villa Pio Falcò prende il nome dai Pio, Signori di Modena, che si fregiavano anche del nome di Savoia dal 1450, quando Alberto Pio abbandonò le schiere di Francesco Sforza per passare a quelle dei Savoia, ottenendo da costoro l’onore di unire al nome del propio casato quello dei futuri re d’Italia.

    Dal ramo Pio-Savoia, trapiantato a Ferrara, derivò Carlo Emanuele, divenuto cardinale nel 1604. Ma fu suo nipote, Carlo Junior, anch’egli cardinale, nominato vescovo di Ferrara nel 1655 che entrò in possesso dei beni di Crespino: egli infatti concorse alla divisione del patrimonio della famiglia Turchi, a seguito dell’estinzione di questa per mancanza di eredi maschi.

    Le proprietà crespinesi erano costituite, oltre che dalla spendida villa, da vasti possedimenti terrieri. E non mancava un collegamento diretto con il Po (allora non imbrigliato dall’alto argine che oggi separa il paese dalla zona golenale) mediante un percorso detto “Strada dei Cardinali”, utilizzata oltre che dal cardinale Carlo anche da altri alti dignitari ecclesiastici dei casati dei Pio e dei Savoia. Portava all’approdo fluviale, che costituiva il punto di arrivo e partenza più utilizzato per i collegamenti tra Crespino e il ferrarese, al di là del Po, divenuto parte integrante dello Stato Pontificio dal 1598.

    Dalle cartine geografiche antiche, disegnate a mano, e conservate nell’archivio parrocchiale si intuisce l’importanza di Crespino nel corso dei secoli. Fra l’altro si coglie come la villa dei Principi Pio sia stata preceduta, già intorno alla metà del ‘400 da un primo edificio tipicamente “estense” di proprietà dei Turchi.

    Ultimo discendente della casata Pio fu il Principe Francesco Falcò, spagnolo che succedette allo zio Carlo e visse alla Corte di Madrid. Alla morte di Francesco la proprietà passò al principe Gisberto Pio ed immediatamente alla sua morte, avvenuta nel 1776, alla figlia Maria Isabella della Concezione sposata col Marchese don Antonio Valcarcel, di cui rimase vedova nel 1790.

    In epoca austriaca, proprietario della villa crespinese risulta Giovanni Pasquale Falcò Valcarcel, ancora livellario della “mensa” arcivescovile di Ravenna, retaggio questo risalente all’epoca feudale quando la chiesa ravennate estendeva il suo potere sulla zona.

    La visita alla villa di Crespino può suggerire ulteriori itinerari, ben oltre il Polesine, alla ricerca di altri beni di pregio architettonico appertenuti al casato dei Pio: un’altra villa Pio Falcò si trova ad Imbersago, sul colle Mombello, vicino al lago di Como.

    Ma la sede principale dei Pio fu la città di Modena, mentre dalla fine del XIV secolo scelscero Carpi, dando vita a una piccola e splendida corte rinascimentale alloggiata nel prestigioso castello impreziosito da varie torri.

    Sempre in terra emiliana, nella campagna ferrarese a circa un chilometro dal centro di Tresigallo, troviamo il “Palazzo Principi di Savoia”, costruito nel XVI secolo, come edificio di sovrintendenza ai possedimenti della zona: è formato da un corpo principale a due piani, affiancato da una torre laterale, nella quale si conservano tracce di affreschi del ‘500.

    Va poi ricordato lo splendido complesso barocco fatto costruire nel 1665 a Tivoli dal già citato cardinale Carlo Pio di Savoia, denominato “Borgo Pio”, costituito da una lunga strada rettilinea, fiancheggiata ai due lati da cinque gruppi identici di case, che sfocia nella pittoresca piazza del teatro a forma di ellisse detta “Piazza Padella”.

    Lo stesso cardinale portò a termine a San Gregorio da Sassola, paese della comunità montana di Tivoli, il Convento di S. Maria Nuova e la costruzione di un maniero, poi denominato “Castello Brancaccio” dai principi che ne divennero proprietari.

    L’auspicio è che dalla vista di complessi architettonici tanto illustri e ben conservati possa originarsi lo stimolo idoneo a dare vita ad un’azione concertata, in grado di avviare l’attesa azione di recupero della villa dei Principi Pio Falcò di Crespino.

  • La scuola cattolica “G. Sichirollo”

    La scuola cattolica “G. Sichirollo”

    Una scuola cattolica che mira alla formazione integrale della persona, promuove la costruzione dell’identità e la conquista dell’autonomia fin dai primi anni di vita ed ha completamente superato la logica assistenziale per puntare diritto verso la qualità dell’offerta formativa.

    E’ questo il ruolo, nella nostra provincia, della scuola cattolica diocesana “G. Sichirollo”, gestita dalla “Fondazione San Giovanni Bosco” ed erede di tre istituti storici rodigini: il collegio “Sacro Cuore”, l’istituto “De Silvestri” ed il Collegio vescovile “Angelo Custode”.

    Dopo il suo ingresso nella Diocesi di Adria-Rovigo, il vescovo Andrea Bruno Mazzocato si è impegnato a promuovere il progetto di una scuola cattolica nel territorio, in un rapporto di confronto costruttivo e di dialogo con la scuola statale. Si trattava di raccogliere l’eredità delle religiose che tanto avevano dato alla scuola materna ed elementare e di mons. Ferdinando Frison, che per anni si era dedicato alla definizione dei curricoli del liceo scientifico e linguistico nell’ambito del Collegio vescovile “Angelo Custode”.

    L’inaugurazione della nuova scuola cattolica diocesana ha avuto luogo il 27 ottobre 2001, e ben presto è stato costituito un gruppo di lavoro incaricato di predisporre un progetto didattico per le superori, in sintonia con le proposte del Ministero della Pubblica Istruzione.

    La struttura della scuola è verticale, dal nido all’ultima classe del liceo linguistico ed i docenti collaborano tra di loro attraverso laboratori ed iniziative culturali comuni.

    Trecentosessantacinque sono gli alunni del Centro Infanzia e delle elementari, mentre la nuova scuola media è stata avviata lo scorso anno e conta ventinove iscritti. Sono invece soltanto undici gli alunni dell’ultima classe rimasta del vecchio liceo, la quinta linguistico.

    Con il prof. Albertino Stocco, è stata Patrizia Granata, dirigente scolastico del Centro infanzia, delle elementari e delle medie, ad assumere un ruolo significativo nella delicata fase di passaggio tra il 2000 ed il 2001 e in particolare quando le religiose, che tanto avevano dato agli istituti rodigini, hanno concluso il loro servizio.

    Il polo scolastico è stato intitolato a mons. Giacomo Sichirollo, figura fondamentale della cultura cattolica rodigina, sacerdote ed educatore di generazioni di giovani. “La nostra scuola – spiega la dott. Granata – ha raccolto e valorizzato le migliori potenzialità del “Sacro Cuore” e del “De Silvestri”, mantenendo lo stesso corpo docente. I genitori apprezzano non soltanto il servizio che offriamo, ma le nostre scelte metodologiche, il porre al primo posto l’autonomia e la libertà dell’alunno, la sua promozione umana e culturale”.

    Un altro importante referente del polo scolastico “G. Sichirollo” è il prof. Fausto Merchiori, personaggio di spicco nel panorama scolastico del Polesine che per quarantun anni ha lavorato nella scuola pubblica, insegnando e poi dirigendo l’Istituto tecnico “Einaudi” di Badia Polesine, al quale ha dedicato moltissime energie.

    Merchiori ha lasciato la scuola pubblica nel settembre 2003 ed il 6 ottobre ha assunto l’incarico di dirigente scolastico della scuola superiore per iniziativa della Fondazione. “Il Vescovo mi ha contattato tre anni fa – dice Merchiori – chiedendomi se potevo offrire il mio contributo per il progetto di una nuova scuola superiore. A giugno finirà il linguistico, poi nel 2004-05 ci sarà un anno di pausa, di riflessione e raccoglieremo i risultati del lavoro fin qui realizzato dalla commissione presieduta da mons. Claudio Gatti, amministratore diocesano. Sono convinto che una buona scuola paritaria cattolica faccia bene alla scuola pubblica e viceversa. Nel territorio sono realtà complementari, che concorrono assieme, con le proprie finalità, a formare e ad elevare culturalmente i giovani. E’ opportuno lanciare la nostra sfida puntando sulla qualità dell’offerta, sulla valorizzazione delle potenzialità individuali perché i ragazzi possano dare il meglio di sé. Penso sia importante mantenere la tradizionale attenzione all’aspetto scientifico, con particolare riguardo ai laboratori di informatica e linguistici, ma anche alle scienze sociali o umane. La legge sulla parità scolastica, gli stimoli che ci vengono dal contesto europeo ci permettono di progettare una nuova scuola che guarda al futuro, tenendo saldi gli aspetti più validi della tradizione”.

  • 2004, anno del riso

    2004, anno del riso

    “Il riso fa buon sangue”, recita il proverbio. Ed è da crederci perché il riso, o il sorriso, esprime una condizione gioiosa dell’animo che riflette un’armonia interiore la quale infonde benefici effetti sullo spirito e, quindi, sulla persona. Inoltre, questa condizione spirituale è propria dell’uomo che, nel manifestarla, cambia il normale atteggiamento mimico facciale ed è stata, ed è, oggetto di raffinate interpretazioni artistiche espresse nelle lettere e nelle arti figurative.

    A fianco di questo aspetto immateriale, con lo stesso termine il nostro lessico ne accomuna un altro, concreto, laddove intende per “riso” la pianta erbacea appartenente alla famiglia delle Graminacee i cui frutti, le cariossidi, costituiscono il principale alimento di oltre metà popolazione umana. E’ tanto importante questa coltura che l’ONU proclama l’anno in corso “l’Anno Internazionale del Riso”. Era avvenuto lo stesso nel 1966, quando le proiezioni demografiche di allora mettevano in evidenza che occorreva aumentare la produzione risicola per soddisfare la popolazione in forte crescita.

    Dal punto di vista agronomico, da allora, sono stati fatti notevoli progressi ma che non sembrano, ai giorni nostri, ancora sufficienti a fronteggiare la nuova e futura realtà demografica. Di qui il rilancio del riso.

    Secondo le stime FAO, nei prossimi 25 anni la domanda mondiale di riso aumenterà del 38 per cento; per soddisfare la quale occorre operare sulle uniche due leve disponibili: aumentare la produttività della coltura e/o aumentare la superficie investita. E’ una sfida da affrontare a livello mondiale. E’ una lunga storia, quella del riso, che s’intreccia con la crescita della nostra civiltà ed ha accompagnato, e accompagna, le nostre sorti alimentari.

    Assieme al frumento e al mais, fa parte della triade che da sola soddisfa il 60 per cento del fabbisogno alimentare umano di derivazione vegetale. In Asia vi sono Paesi che vivono quasi esclusivamente di riso. Andando da quelle parti ed intrattenendosi con le popolazioni locali si capisce l’importanza che riservano al riso: una cura e un’attenzione quasi sacrale.

    Del resto, alcuni dati FAO sono categorici: nei maggiori paesi del continente “giallo”, Cina in testa, ogni abitante consuma, in media, oltre duecento kg di riso l’anno. Come riferimento, noi italiani ne consumiamo appena cinque. Da sorridere, in confronto: grazieadio, abbiamo ben altro da poter scegliere.

    Tuttavia, il nostro Paese detiene il primato europeo nella coltivazione e produzione e il Polesine quello del Veneto. Sui circa 220.000 ettari della risaia nazionale si ottengono 1.200.000 tonnellate di risone, la metà di quanto prodotto in Europa da Spagna, Grecia e Francia insieme. Nel Bel Paese la risaia, per ragioni storiche, si trova in diverse regioni ma la concentrazione maggiore è in Piemonte e in Lombardia, regioni seguite dall’Emilia e dal Veneto.

    Nella storia del Polesine la risaia è stata la prima coltura ad apparire a mano a mano che le bonifiche e le sistemazioni idraulico-agrarie procedevano e permettevano l’insediamento umano, da Melara al Delta. Lo stesso dicasi per la Valli Grandi veronsesi e ostigliesi, nel mantovano, e per le plaghe del basso padovano, a ridosso dell’Adige, cioè i terreni vallivi del montagnanese ( le valli di Merlara, Casale di Scodosia, Megliadino S.Vitale, S.Fidenzio, S.Margherita d’Adige, Ponso, Piacenza d’Adige, Vighizzolo d’Este, Stanghella, Anguillara e via, via fino alla foce).

    Nel Polesine, negli anni ‘80 dell’800, le risaie occupavano oltre 8.000 ettari, la gran parte nel Delta. Attualmente, la risaia polesana è molto ridimensionata, con i suoi 1.700 ettari. Una produzione modesta, ma decisamente indirizzata da risicoltori a livelli d’ alta qualità.

    E’ stata così costituita “l’Associazione Risicoltori del Delta del Po di Rovigo e Ferrara” presiduta da Cav. Mario Landini, provetto e storico risicoltore a Cà Bonelli di Porto Tolle, per ottenere l’IGP (indicazione geografica protetta) ed il relativo disciplinare di coltivazione; si deve dare il giusto valore a un prodotto dalle caratteristiche bromatologiche e merceologiche uniche ed irripetibili, grazie alle peculiarità pedoclimatiche del Delta. La varietà-principe è il Carnaroli, alla quale fanno da corona l’Arborio, il Volano, il Baldo.

    Grazie al riso, il Delta è entrato a far parte di Deltamed, il circuito dei delta mediterranei, dal Danubio, al Nilo, al Rodano, al Guadalquivir, tutti interessati ai problemi della risaia, a partire da quelli del risanamento dei terreni, per finire a quelli ambientalistici.

    La grande storia del riso la si evince dallo stretto intreccio con le vicende umane, non solo materiali ma anche filosofiche e religiose, depositate nella sapienza delle culture orientali. Recita, infatti, un adagio cinese: “per il nostro breve passaggio sulla terra bastano un cappello e un pugno di riso”. Non occorre alcun commento.

  • L’ambiente visto dai giovani

    L’ambiente visto dai giovani

    La vera novità del convegno di due giorni svoltosi a Palazzo Pepoli di Trecenta a fine febbraio, nato dalla collaborazione tra Provincia di Rovigo, CeDi – Turismo & Cultura e alcuni Istituti Superiori dell’Alto Polesine, è ravvisabile nel superamento del logoro rapporto tra relatori esperti e pubblico passivo; ne è scaturito un vivace incontro di giovani rivolti ad altri giovani e ai rappresentanti delle Istituzioni locali, sulla base di esperienze multidisciplinari affrontate nei mesi precedenti con alcuni insegnanti.

    Oltre al dialogo del primo giorno, riservato alle relazioni degli studenti, e del secondo, dedicato alle relazioni e ai testimoni del territorio per avvicinare il mondo scolastico a quello lavorativo, al “Palazzon” sono stati esposti i materiali delle ricerche svolte dai ragazzi: dalle planimetrie e cartoline storiche del territorio intorno a Badia P., ad una ricerca sul testo “Romeo e Giulietta”; dalle origini fino al film con Di Caprio che unisce il rock al wagneriano “Tristano e Isotta”, fino all’Inferno dantesco avvicinato ai campi di concentramento e ai gulag del XX° secolo, con un interessante parallelo tra gli orrori del terzo e nono cerchio e l’orrore documentato della Storia.

    Dopo l’intervento del sindaco Pizzo è stata Donatella Girotto, coordinatrice del progetto con Lorenza Baccaro, a presentare i lavori: “Per dare la possibilità agli studenti di confrontarsi con il mondo del lavoro abbiamo invitato dei testimoni del territorio. Il dr. Carlo Piombo, direttore del consorzio di Bonifica Polesine Adige-CanalBianco, il dr. Guccio Gilardini del centro ippico “La Bisa” di Trecenta, Luciana Vallese dell’agriturismo “Le Clementine” di Badia Polesine, una pioniera dell’agriturismo polesano. Sono intervenuti poi Agide Zenezini del CIPSAE di Castelnovo Bariano che con il fratello ha dato vita ad un museo archeologico e Anna Mantovani dell’antica distilleria “Mantovani” di Pincara, che sta realizzando un museo sull’arte del distillare. In questa due giorni i ragazzi di istituti con indirizzo diverso hanno avuto l’opportunità di ascoltare le relazioni degli altri, un’occasione rara. E dall’esperienza odierna potremmo partire, lo propongo all’assessore provinciale alla pubblica istruzione Beltrame, per dar vita ad un archivio provinciale delle ricerche scolastiche riguardanti la storia e l’ambiente polesano. Ad esempio l’istituto “Bellini” due anni fa fece uno studio, con catalogazione degli alberi, sul Parco Labia di Fratta. Ora il Comune di Fratta con la Casa Sacra Famiglia ha iniziato un lavoro di aggiornamento di quello studio, ma è stato il CeDi a segnalare lo studio già esistente. Anche su questo splendido palazzo barocco non esistono studi significativi, un eventuale lavoro rientrerebbe in quell’archivio e così tanti altri, a formare una vera rete di documentazione delle più significative ricerche.”

    L’Assessore all’Ambiente, Ecologia e Turismo Pierluigi Valentini, che ha seguito con passione il progetto, le ha fatto eco, alludendo ad una nuova collaborazione tra scuole e istituzioni: “Questo è solo il primo incontro per la sensibilizzazione dei giovani riguardo le tematiche ambientali. E’ un inizio benedetto dalla bellezza architettonica del Palazzon e dai misteriosi gorghi di Trecenta”. Il Presidente della Provincia Saccardin si è unito all’entusiasmo dell’assessore, esprimendo l’auspicio che tali iniziative siano il germoglio di un reale dialogo tra comunità giovanile e istituzionale:”Rispetto alla mia generazione, che si è trovata protagonista dello sviluppo industriale, oggi, con la globalizzazione, i giovani hanno l’occasione della crescita insieme all’ambiente che li circonda. Questa iniziativa è rivolta a tale crescita, per conoscere l’ambiente dove vivono e farne uno strumento per affrontare l’età matura. Questo era lo scopo de I giovani e il Parco del Delta ed ora rilanciamo la proposta al mondo della scuola nell’alto Polesine”.

    Dopo le parole di rito, di buon augurio per il salto definitivo del gap generazionale, che, in fondo, tutti hanno come obiettivo al di là dei ruoli, è stato l’ascolto ad imporsi nel salone sovrastato dai cigni rampanti, con la prima relazione, dell’Istituto d’Arte di Castelmassa, su “Scuola e Museo”.

    La III°B, in collaborazione con i Beni Culturali, ha partecipato agli scavi della Necropoli sita a Calvinetto (Legnago). “La soprintendenza ai Beni archeologici, la Regione Veneto e il comune di Castelnovo ci hanno permesso di fare quest’esperienza formativa, con allestimento finale di una mostra dei reperti. Tra i risultati degli scavi una dettagliata mappa della necropoli con le urne cinerarie e le tombe ad inumazione” ha detto l’insegnante Rosa Formigaro mentre due studenti illustravano le foto dell’indagine.

    E’ seguita la relazione dell’Istituto Einaudi di Badia sul laboratorio chimico-biologico curato da una quarta e una quinta della scuola. “Il progetto -ha spiegato il relatore – è promosso dal CIDIEF, centro documentazione ambientale dell’area Padana. E’ una ricerca sulla qualità dell’acqua del Po all’interno di una rete di ricerche scolastiche imperniate sull’educazione ambientale, in particolare sul bacino del Po. Il nostro istituto ha indagato i fattori dell’inquinamento idrico e le possibili strategie di intervento per rientrare in parametri corretti. Abbiamo coinvolto le scuole di Occhiobello e comuni limitrofi, hanno campionato con noi e abbiamo imparato divertendoci”.

    E’ intervenuta poi Sonia, studentessa dell’Istituto per il Turismo “Marco Polo” di Rovigo, presentando il lavoro svolto negli ultimi mesi con i docenti di Turismo & Cultura: “Trecenta fu prima etrusca poi possedimento romano (da qui passava la via Annia importante collegamento per le zone limitrofe). Il palazzo Pepoli fu una chiusa. Oggi quest’antica architettura ospita nuove generazioni che si confrontano sul futuro del territorio. Noi, con i corsi della terza area, ci siamo preparati, trasformando qui la teoria in pratica. Convegno viene da convenire ed è stato lo spirito di gruppo a muoverci; e in quest’incontro valuteremo la nostra capacità di guidare i visitatori in un percorso storico”.

    Alla fine della prima giornata le ragazze del “M.Polo” hanno accompagnato in una visita guidata gli ospiti del Palazzon, mentre, a conclusione dei lavori, tre classi dell’Istituto Balzan hanno intrattenuto l’uditorio sul tema “imparando a paesaggire”, un’analisi del territorio sotto la supervisione dell’insegnante Raffaella Carpani.

    Per il lato gastronomico del convegno l’Istituto IPA “Bellini” di Trecenta ha curato il pranzo e il buffet, oltre a realizzare uno studio sull’aceto balsamico e il salame tipico di Trecenta. Resta da citare tutta la nutrita squadra di insegnanti che hanno partecipato al progetto: Baggiani, Borghi, Chieregato, Formigaro, Rebustini, Salvatore, Stella, Tegazzini, Tibaldo, Vettorello, Zaghi, Zanella, Zarattini, Zerbini, Legnaro. Senza dimenticare l’intervento dell’assessore provinciale alla Pubblica Istruzione Gioia Beltrame che ha raccolto la sfida della cooperativa e dell’assessore Valentini per un futuro archivio del patrimonio didattico lasciato da incontri come questo, per imparare a “paesaggire” veramente in una terra ricca di possibilità. E non c’è bisogno di citare tutti i ragazzi che hanno animato il convegno, li sentiremo accanto nel proseguimento del viaggio educativo iniziato a Trecenta…

    “L’identità culturale non è un’eredità passivamente ricevuta, è una meta da raggiungere lungo un’intera vita” (P.P. Pasolini).

  • Le Lingue di Babele

    Le Lingue di Babele

    Nel rispetto della sua missione culturale e in coerenza con il carattere e le finalità proprie, la Fondazione dell’Accademia dei Concordi di Rovigo, in collaborazione con il Dipartimento di Scienze dell’Uomo dell’Università di Trieste e il Dipartimento di Scienze del Linguaggio dell’Università di Venezia nell’autunno 2003 ha promosso, grazie anche al sostegno della BCC Padana Orientale S. Marco, un interessante ciclo di incontri su un tema di straordinaria attualità: il ruolo delle lingue nell’integrazione degli stranieri.

    Il prestigio e la raffinatezza delle riflessioni che si sono sviluppate nel corso degli incontri è stato testimoniato dalla qualificante presenza dei relatori e del pubblico sempre numeroso e attento. Il merito di tale successo va ascritto agli organizzatori ed in particolare ai componenti del Comitato scientifico: Adriano Mazzetti, Giorgio Osti e Matteo Santipolo. Ovviamente non va taciuta la presenza costante dell’Avvocato Alessandro Ubertone e del professor Ennio Raimondi che con la consueta simpatia e competenza ha fatto “gli onori da casa” e stimolato in modo intelligente il dibattito. L’aspetto tecnico è stato poi magistralmente gestito da Nicola Artosi.

    Le lingue di Babele è il nome con cui è stato battezzato il ciclo di incontri che si è aperto il 30 Ottobre con Paolo E. Balboni, preside della Facoltà di Lingue e Letterature Straniere dell’Università Ca’ Foscari di Venezia. La ricchezza del suo curriculum, le numerose pubblicazioni di cui è autore ed il prestigio internazionale di cui gode infondono orgoglio alla Città di Rovigo che lo ha avuto ospite.

    L’argomento su cui il professor Balboni ha intrattenuto il folto pubblico ha delineato gli aspetti relativi alla comunicazione interculturale nelle società complesse; nel suo intervento ha marcato le differenze più significative tra le società “semplici” del passato e la complessità che invece caratterizza le società odierne toccandone gli aspetti sociologici, culturali e linguistici. Di assoluto rilievo il profilo dell’Europa che ha presentato e particolarmente significativo il richiamo fatto verso gli immigrati, grazie ai quali “nascono masse nazione polverizzate”; minoranze che possono diventare potenzialmente enormi quando si riconoscono come “islamici” o “curdi” in Europa.

    Nell’ambito della sua lezione particolarmente interessanti sono state le osservazioni intorno al tema della tolleranza/intolleranza e civiltà/cultura: con riferimento alla prima coppia di termini ha richiamato l’attenzione sul fatto che in seconda generazione i “tollerati” rischiano di diventare intolleranti; relativamente alla seconda coppia ha affermato che spesso tali termini sono usati erroneamente come sinonimi.

    Asserita l’odierna complessità sociale in cui si è chiamati a vivere e convivere, il professor Balboni ha concluso il suo intervento ponendo l’accento sull’importanza strategica della comunicazione attraverso culture – intese in senso antropologico – diverse, talvolta molto lontane o addirittura contraddittorie tra loro ai fini di una buona integrazione.

    Il secondo incontro ha avuto come protagonista Serge Vanvolsem, ordinario di linguistica italiana alla Università di Lovanio, dove dirige il Centro di Studi italiani, nonché corrispondente estero dell’Accademia della Crusca. Autore di numerosi articoli e saggi, è anch’egli figura di assoluto prestigio internazionale. Nella sua lezione ha trattato il tema legato alle vicende dell’italiano nel Belgio dell’immigrazione, tratteggiando le differenze tra il periodo del secondo dopo guerra e quello degli ultimi decenni, in un paese bilingue (ufficialmente addirittura trilingue: francese, nederlandese e tedesco). Particolarmente interessante è risultata la descrizione delle caratteristiche dell’immigrato tradizionale e le mutazioni che sono avvenute con le generazioni successive.

    Assai singolare quanto avviene nella regione di Bruxelles ove vivono circa quindicimila eurofunzionari i quali presentano caratteristiche linguistiche e soicioeconomiche molto diverse rispetto a quelle della migrazione tradizionale e il cui progetto migratorio fa pensare a persone convinte di stare nel paese ospite solo per alcuni anni.

    Il professor Vanvolsem ha concluso il suo intervento ponendo un interessante interrogativo scientifico: si potrà far leva sulla situazione linguistica degli eurofunzionari per poter parlare di un vero e proprio italiano oltre frontiera?

    Per quanto riguarda gli interventi successivi, che per ragione di spazio siamo costretti a tratteggiare in modo più sintetico, ricordiamo che il secondo giovedì di novembre l’Accademia ha avuto ospite Anne Neuschäfer dell’Istituto di Filologia Romanza della Rheinisch-Westfälische Tecnische Hochschule (RWTH) di Aquisgrana, la quale ha parlato degli intrecci fra due lingue “lontane”: l’italiano e il tedesco.

    Per illustrare il fenomeno di una migrazione la relatrice ha utilizzato quale ausilio il romanzo autobiografico di Marisa Fenoglio, Vivere altrove, uscito nel 1997 presso la casa editrice Sellerio. In questo romanzo l’autrice narra in primo luogo la sua migrazione culturale dalla italofonia d’origine verso la conoscenza di una lingua “lontana” dapprima sconosciuta e percepita come barbara, che poi divene chiave per l’accesso ad altra mentalità.

    Giovedì 20 novembre è intervenuta Anna Zoppellari (Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Trieste) dove insegna “Letterature Francofone” e “Letteratura francese”. Autrice di numerosi saggi di letteratura francese e francofona, ha tenuto la sua relazione sulle politiche linguistico-culturali tra Francia e Magreb.

    Dopo un’attenta analisi storico-politica descrivente la dominazione francese nell’area del Magreb, la professoressa Zoppellari si è soffermata ad analizzare gli aspetti linguistico-culturali, oltre a quelli di politica economica, volti a cancellare le strutture preesistenti, mettendo in rilievo come la Francia abbia imposto in tutta l’area le proprie strutture economiche e culturali.

    Nei tre paesi del Magreb (Algeria, Marocco e Tunisia) pur avendo il francese connotazione di lingua straniera (oggi si parla l’arabo classico accanto all’arabo dialettale e al berbero), resta privilegiato in alcuni settori della cultura e dell’amministrazione: una cultura che, vivendo in uno spazio di mezzo tra Oriente ed Occidente, considera la pluralità come tratto distintivo.

    Nell’ultimo giovedì del mese di novembre è intervenuto Matteo Santipolo sul ruolo di lingua e dialetto fra gli immigrati del Veneto: una scelta di identità. Attualmente professore a contratto di lingua inglese a Ca’ Foscari e ricercatore di didattica delle lingue moderne presso l’Università di Bari, è anche responsabile di redazione della rivista Itals, Didattica e linguistica dell’italiano come lingua straniera.

    Dopo aver illustrato le ragioni socio-economiche che hanno mutato il volto del Veneto (da realtà prevalentemente agricola a ricca area industrializzata), Santipolo ha posto l’accento sull’aumento di autostima regionale che tale cambiamento ha prodotto. Continuando nella sua relazione ha evidenziato come ciò abbia pure prodotto una rivalutazione linguistica che di fatto ha rilanciato il dialetto, attribuendogli nuovamente il prestigio ed il ruolo sociale del passato.

    Ha poi illustrato l’argomento dal punto di vista degli immigrati, mettendo in luce quanto il dialetto sia strategico ai fini dell’integrazione sociale del migrante, senza con ciò cancellarne l’identità di origine.

    A chiusura del ciclo di incontri sul ruolo delle lingue nell’integrazione degli stranieri, è intervenuto Giorgio Osti della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Trieste dove tiene il corso di Sociologia delle migrazioni.

    Anch’egli, come diversi altri suoi colleghi, è un brillante polesano migrante, il quale, forte della sua pluriennale esperienza di ricercatore e studioso, ha offerto in Accademia, di cui è socio ordinario, una lettura molto interessante su “lo spazio delle lingue nel processo di integrazione degli immigrati in Italia”.

    Nella sua relazione il professor Osti ha richiamato l’attenzione del qualificato pubblico presente su come la diversità del linguaggio sia insieme un momento di fatica ma anche di creatività nel quale il migrante si cimenta quotidianamente: da un lato l’apprendimento della nuova lingua, ma dall’altro la riscoperta della lingua madre e di nuovi modi di parlare.

    Attraverso ciò, secondo Osti, l’integrazione degli immigrati assume oggi i connotati di un nuovo processo stimolante e meritevole di studio ed approfondimento, sfumando gradualmente e sempre più i caratteri negativi o ideologici di un passato anche recente.

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