Fino a pochi lustri fa in quella terra di recente formazione che è il Bassopolesine, nelle valli da pesca il periodo che comincia con l’inizio dell’inverno, e viene indicato come della “fraìma”, aveva una valenza quasi epocale e tale, nella zona, da sopravvanzare tutte le altre attività umane del resto dell’anno.
“Fraìma” è un termine probabilmente mutuato da un relitto del latino tardo, “infra hiemes”, e coincide con la “smontà” del pesce, cioè col suo tentativo di migrazione dalle valli da pesca salse in cui è cresciuto, verso il mare, per riprodursi. I più anziani certo ricordano ancora i camion che entravano in valle per acquistare il pesce nel periodo natalizio, ed in particolare quelli dei commercianti del Napoletano, che avevano un modo tutto particolare di trattare le anguille, per dimostrare che si trattava di prodotto acquistato vivo. Con l’avvento delle tecniche di conservazione degli alimenti a mezzo di surgelazione (a cui si è aggiunto il fenomeno mondiale della globalizzazione dei mercati, che permette in pratica di avere disponibili a casa propria tutti i prodotti provenienti da ogni parte del mondo) è stato dato un serio colpo all’importanza della “civiltà valliva”, di cui la “fraìma”, sotto l’aspetto economico, costituiva e costituisce ancora il settore più importante.
All’allevamento ittico in valle, con tutta la sua serie di rituali, che affondano le loro radici fino al periodo etrusco (quando nella zona costiera si erano edificate città estremamente importanti quali Adria e Spina), oggi si è affiancato un tipo di allevamento meno naturale, che sfrutta sistemi di crescita intensiva del novellame in specchi d’acqua generalmente ristretti, quali sono le “peschiere”, di cui alcuni anni fa ci fu un vero e proprio boom, attualmente in parte rientrato. La vallicoltura tradizionale, nonostante sia stata per certi aspetti ridimensionata nella sua importanza, continua però a sussistere, viva e vitale, e si sviluppa nei bassi specchi d’acqua, i tradizionali “laghi”, imprigionati ed ubicati fra canneti, barene e scanni¹.
E se le radici della vallicoltura sembrano ragionevolmente potersi far ascendere agli Estruschi, la vallicoltura così come ci è stata tramandata, pare invece sia di matrice veneto-comacchiese ed ascrivibile ad un periodo che fà da spartiacque tra il 1400 ed il 1500.
Per ciò che concerne il territorio di Rosolina, lo scrittore contemporaneo Arturo Avanzi² ritiene che l’origine delle valli da pesca sia databile ai primi decenni del 1600, in pratica all’epoca del taglio del Po di Tramontana, il cui paleoalveo è ancor oggi leggibile in località Moceniga. E’ senza’altro assodato che, con il cessare dell’apporto delle acque dolci di tale ramo settentrionale del Po, si verificò un avanzare progressivo delle acque del mare nel retroterra, sito ad una quota più bassa, ed il conseguente formarsi di un grande bacino di acque salse.
Il costituirsi delle valli nel territorio, è la fotocopia degli interventi che il Magistrato alle Acque veneziano era solito fare, nei territori lagunari di pertinenza della Serenissima: dapprima avveniva l’incameramento degli specchi d’acqua nel demanio pubblico, e quindi l’alienazione di questi ai privati, che molto di frequente appartenevano alle casate più illustri, e quindi economicamente più forti, della nobiltà veneziana. E nel 1657 le acque salate interne del territorio di Rosolina, che si potrebbero in pratica far coincidere con le attuali valli da pesca, erano state tutte vendute dalla Dominante (altro appellativo con cui era conosciuta la Serenissima). I nuovi proprietari provvidero poi a costruire i relativi argini di recinzione, dopo aver piantato nei bassi fondali grandi pali di castagno, a delimitazione delle proprietà appena acquisite.
Che i proprietari fossero veneziani, quasi certamente nobili e molto abbienti, lo si desume anche dai toponimi con cui anche attualmente vengono identificate certe valli, che riconducono ad esempio ai casati dei Venier, dei Pisani, dei Mocenigo (valle ora bonificata), oppure, per quanto concerne la valle Capitania in territorio di Rosolina, al gran capitano del Consiglio dei Dieci, Marco Dolce.
Da qui la nascita di quella che va definita come la “Civiltà valliva”, con tutto il suo bagaglio di tradizioni, modi di vita, usi e costumi, attrezzi e sistemi di lavoro, che fortunatamente ci sono giunti pressochè inalterati nel tempo. Questo lo si può desumere, anche visivamente, osservando le opere attinenti ad un’altra attività che, da sempre, è stata connaturata con le valli da pesca: la caccia in valle o in palude, tema che è stato caro ai pittori veneti, anche ai grandi, che ne immortalarono le scene con annessi attrezzi. Parliamo di Vittore Carpaccio, che ha illustrato le battute agli smerghi, immortalate dal suo pennello, oppure del Longhi, che ha dipinto dei cacciatori muniti di arco con cui lanciavano, in luogo delle normali frecce, delle stranissime palle di terracotta.
Gli elementi essenziali e costitutivi della “Civiltà valliva”, ora come all’inizio, sono in verità alquanto semplici: uno stagno da pesca, più o meno vasto, racchiuso entro un perimetro di arginature, come è la costante nelle valli del Delta polesano, oppure, come altrove, parzialmente chiuso da arelle, in vernacolo “grisòle” di canne palustri, sostenute da robusti pali di castagno infissi nel fondo della valle. Poi le chiaviche o “ciàveghe”, che sono delle aperture, di varie dimensioni, sempre munite però di paratoie mobili, mediante le quali avviene il ricambio idrico dell’acqua valliva.
Quindi vengono le “peschiere”, ed accanto ad esse i fabbricati, costituiti in primis dal “casòn de vale” (sempre di notevoli dimensioni e caratterizzato dai peculiari grandi camini) che ha accanto delle costruzioni minori, i cosiddetti “casonetti”. Questi edifici minori, sono adibiti sia al ricovero degli attrezzi, sia anche, durante il periodo dell’autunno-inverno e con apice nel periodo natalizio, alla grande raccolta del pesce da vendere, cioè la “fraìma”.
Attraverso le citate chiaviche, poi, avvengono due funzioni fondamentali per la vallicoltura: in primis la “montà de fine inverno”, da febbraio ad aprile circa, che vede il pesce novello entrare, per naturale tendenza, dal mare o dalle lagune nelle acque calde e basse dei bacini vallivi, in cui crescerà in un habitat ottimale, creato anche grazie all’immissione di acqua dolce, che regola il contenuto salino dei bacini; vi è poi la “smontà” del pesce, divenuto ormai adulto, che consiste nella discesa o meglio, nel tentativo di uscita dalla valle per guadagnare il mare. Durante questo percorso, però, attraverso tecniche ed attrezzature rimaste invariate nei secoli, avviene la sua cattura o “fraìma”.
Altro elemento basilare nell’economia della valle, sono le citate “peschiere”, costituite da spazi con arginatura, realizzati all’interno del bacino vallivo, nei quali il pesce rimane a dimorare temporaneamente o a svernare, come attesta il Rinaldi, studioso e profondo conoscitore della vita in valle. In primavera, poi, il pesce viene rimesso in libertà in valle. La “peschiera”, però, è una costruzione piuttosto sofisticata e calibrata a diversi usi, per cui viene realizzata a più scomparti. In questi, al momento della “smontà”, viene ospitato il pesce che i valligiani ritengono di dimensioni troppo piccole per la vendita, e quindi non remunerative.
Vi è poi il “seràjo”, che è una peschiera in cui viene tenuto il pesce piccolo, cioè il “novellame”, che servirà per la semina del pesce cosiddetto “bianco”, vale a dire orate, cefali, branzini, boseghe, mecce, ecc. Al “novellame” si ricorre in quanto il solo pesce che entra mediante la “montà” dal mare e dalle lagune, sarebbe insufficiente a ripopolare in modo adeguato e remunerativo la valle.
Nel prossimo numero vedremo in dettaglio come si svolge la vita nella valle nel corso delle varie stagioni e parleremo dell’originale architettura dei “casoni”.
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Come citare questo articolo
Enrico Mancin. “La civiltà valliva in Bassopolesine”. Ventaglio Novanta, n. 28, 2004. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-civilta-valliva-in-bassopolesine/