Per la maggior parte delle persone, il nome delle vie della propria città ha solamente il valore pratico di indicare un riferimento utile per muoversi agevolmente nel reticolato cittadino. Pochi si chiedono chi siano stati i personaggi a cui le strade sono state dedicate, conservando tutt’al più qualche nozione dei più noti, presenti nei testi scolastici di storia; di tanti altri, specie se legati al passato della propria città, non citati a livello nazionale, non si hanno che conoscenze nebulose se non addirittura nulle.
Stimolati da una richiesta di chiarimenti in proposito – pervenuta dai ragazzi della III F della Scuola Media Parenzo di Rovigo, interessati a ricavare notizie su alcuni personaggi rodigini vissuti nel XIX secolo presenti nella toponomastica cittadina – abbiamo ideato una passeggiata per il centro storico. Abbiamo così individuato vari riferimenti (oltre al nome delle vie anche targhe o monumenti) dedicati ad alcuni importanti personaggi polesani dell’epoca risorgimentale.
Il percorso ha inizio presso la chiesa delle Fosse, in via Domenico Piva (1826-1907), per ricordare uno dei personaggi polesani più emblematici del Risorgimento. Fu il Piva uomo d’azione e d’armi, convinto che la causa italiana doveva essere portata avanti con interventi di forza contro l’Austria. Pronto a raggiungere i campi di battaglia, fu sempre in prima linea in tutte le Guerre di Indipendenza.
Giovanissimo, era entrato nelle austriache Guardie di Finanza, che aveva abbandonato ai primi sentori insurrezionali del 1848 quando, ventiduenne, avvertì prepotente il richiamo della patria. Attivo nei moti padovani dell’8 Marzo, ricercato dalla polizia asburgica, fu arrestato a Costa ed imprigionato a Rovigo. Ben presto fu però liberato a furor di popolo, nel frattempo insorto contro le guarnigioni austriache, le quali ritennero opportuno lasciare la città, dove si insediò un governo provvisorio guidato dal conte Domenico Angeli.
Domenico Piva accorse con i volontari nei campi della I Guerra di Indipendenza, per raggiungere poi a Roma Garibaldi schierato con Giuseppe Mazzini nel tentativo di difendere la neocostituita repubblica romana. Nonostante una vistosa ferita alla testa, dopo il fallimento della resistenza patriottica a Roma, seguì Garibaldi nel tentativo di portare aiuto alla repubblica di Venezia con a capo Manin e Tommaseo. Ma l’imbarcazione su cui viaggiava fu catturata da vedette austriache e Piva, imprigionato, fu poi costretto ad un arruolamento coatto nelle truppe asburgiche per otto anni.
Allo scoppio della II Guerra di Indipendenza non esitò a raggiungere Garibaldi nel Varesotto, dove fu inquadrato nel corpo dei Cacciatori della Alpi. E con il generale lo troviamo ancora nella Spedizione dei Mille, nominato capitano, con ruoli di responsabilità accanto a Nino Bixio con il quale si legherà con un’amicizia fraterna.
Con l’unità d’Italia entrò nell’esercito del nuovo stato, combattendo nella III Guerra di Indipendenza col grado di tenente colonnello e partecipando poi ad azioni contro il brigantaggio nell’Italia meridionale.
Pluridecorato per essersi valorosamente distinto in varie azioni militari, continuò il servizio nell’esercito prima a Milano poi a Padova, ottenendo il grado di tenente generale. Raggiunto il periodo della quiescenza, tornò infine a Rovigo dove morì nel 1907, subito acclamato personaggio illustre della città.
Il percorso sulle tracce degli uomini del Risorgimento ci porta in via Domenico Angeli (1797-1876). Conte, discendente da una illustre famiglia che vantava radici nell’antica nobiltà romana di Costantinopoli, Domenico Angeli fu un personaggio molto amato dal popolo rodigino per la sua disponibilità ad impegnarsi a favore della cittadinanza anche con ripetute azioni di beneficienza a favore dei meno abbienti.
Visse nel palazzo che domina la via, fatto costruire dal padre nella seconda parte del XVIII secondo un progetto dell’architetto veronese Francesco Schiavi ed affrescato internamente dal vedutista G. B. Canal.
Personaggio moderato ed alieno da eccessi sia sul piano personale che politico, il conte Domenico Angeli si trovò coinvolto, forse suo malgrado, nell’insurrezione risorgimentale del 1848, che portò all’allontanamento da Rovigo delle milizie asburgiche.
L’Angeli, che già ricopriva sotto l’Austria la carica di podestà, col nuovo corso assunse la carica di presidente del Comitato Provvisorio Dipartimentale del Polesine. E come tale ebbe, fra le altre incombenze, anche quella di far fronte ad un’improvvisata milizia popolare difficilmente governabile per la carica rivoluzionaria che pervadeva gli animi. Dopo un infuocato sermone che nominava “crociati” i volontari rodigini, l’armata fu dirottata verso Legnago, ancora in mani austriache, dove però i “crociati” mai giunsero, fermati a Badia, la cui amministrazione dovette far fronte all’indisciplinata brigata.
Esauritasi la fiammata patriottica con l’infausto epilogo della I Guerra di Indipendenza e la ripresa del potere da parte degli austriaci, Domenico Angeli mediò la fase di transizione accogliendo l’arrivo delle truppe asburgiche, senza subire alcuna conseguenza per aver assunto la guida della città nel periodo dell’insurrezione.
E una controprova dei buoni rapporti che l’illustre personaggio rodigino seppe mantenere con i dominatori si ebbe nel 1856, allorché giunse a Rovigo l’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe, il quale, accolto festosamente a palazzo Angeli, ricambiò l’ospitalità riconfermando a Domenico il titolo di conte.
Tutto ciò non impedì all’Angeli nel 1867, dopo la Terza Guerra di Indipendenza di essere nominato sindaco, il primo dopo la liberazione del Veneto dal dominio austriaco. E nello stesso anno ospitò nel suo palazzo Giuseppe Garibaldi che dal poggiolo tenne un applaudito discorso alla popolazione, come ricorda una targa infissa sulla facciata nella parte destra. Simmetricamente, alla sinistra è infissa un’altra lapide che tramanda memoria di un altro personaggio di grande rilievo che parlò da palazzo Angeli: qui, nel 1882, all’indomani della tragica alluvione del Polesine, provocata dalla rotta dell’Adige a Legnago, il re Umberto I promise ai rodigini un sollecito e consistente intervento da parte dello Stato.
Ma in questa data Domenico Angeli era già morto da sei anni, riconosciuto da tutti come benefattore e distintosi per il ruolo moderato al di sopra delle parti che seppe interpretare a Rovigo, ove si trovò a rappresentare un punto di riferimento nei momenti più delicati di transizione della storia risorgimentale.
Oltre che la carica di sindaco, Domenico Angeli assunse anche quella di presidente della Società di Mutuo Soccorso, verso la quale in più occasioni indirizzò interventi benefici. Privo di eredi, alla sua morte, nel 1876, lasciò per testamento varie sostanze alla società mutualistica, mentre al Comune di Rovigo destinò il suo palazzo, oggi indicato come prossima sede di rappresentanza del polo universitario rodigino. Altri beni furono lasciati alle due parrocchie rodigine a beneficio dei poveri.
All’inizio di via Angeli un vicolo di collegamento con il Corso del Popolo è dedicato a Antonio Minelli (1798-1883). La vita di questo illustre polesano, che nell’ultima parte della sua vita risiedette in questa via nel goticheggiante palazzo rosato oggi sede di una banca, fu tutta dedicata all’arte tipografica, facendo della sua stamperia una delle più quotate d’Europa.
Antonio Minelli era entrato in un’azienda tipografica da ragazzo, come apprendista, costretto a guadagnarsi da vivere in seguito alla precoce morte del padre. Giovane intelligente ed attivo, si appassionò al lavoro, tanto da assumenre ruoli sempre più importanti, finché nel 1835 divenne proprietario di una tipografia che ben presto fu dotata delle più moderne attrezzature. In una decina di anni l’attività si ampliò tanto che nella tipografia Minelli trovarono lavoro oltre trenta dipendenti.
Perfezionista ed esigente, Minelli puntava molto sulla qualità, ottenendo ampi consensi e commissioni da mezza Europa: da Londra, Vienna, Parigi, dalla Germania, oltre che naturalmente dall’Italia: basti ricordare che a Milano fu fornitore di Pietro Vallardi e a Firenze del celebre Gabinetto Visseux.
Il suo impegno fu premiato con prestigiosi riconoscimenti, tra cui la “medaglia d’oro” all’Esposizione Nazionale Austriaca dell’Industria, seguita nel 1845 dalla nomina a membro del Comitato Viennese incaricato di predisporre un’altra esposizione generale.
Tutto dedito al lavoro e allo sviluppo della propria azienda, non si lasciò coinvolgere più di tanto dai fermenti patriottici: il 1848 non vide infatti Antonio Minelli impegnato politicamente, ma ancora sul piano imprenditoriale, con la realizzazione di un progetto quanto mai innovativo quale fu quello del primo bagno pubblico di Rovigo con annesso caffè. L’obiettivo di fornire alla città un servizio moderno, contribuendo al decoro cittadino, aveva visto l’anno precedente il Minelli attivarsi anche nell’apertura di una libreria in piazza maggiore.
Nel 1851 Minelli trasferì la sua attività tipografica nello stabile (oggi occupato dall’Ufficio Erariale) che fa angolo tra l’attuale via Minelli e via Angeli, prospiciente alla palazzina neogotica dove stabilì la sua abitazione. E nel 1856 ebbe l’onore di avere in visita alla sua tipografia l’imperatore Francesco Giuseppe, durante una sosta a Rovigo che, come detto, lo portò ad un breve soggiorno presso palazzo Angeli.
Nel 1858 fu nominato socio dell’Accademia dei Concordi, continuando nel frattempo ad ottenere ampi consensi per l’operato di stampatore, con commissioni importanti come quella di un manifesto per l’opera Guglielmo Tell, realizzato nel 1864 per la città di Pesaro in onore di Rossini, seguita l’anno successivo da un altro manifesto stampato per il comune di Firenze in occasione del sesto centenario della nascita di Dante.
Dopo il 1866, con la conclusione della Terza Guerra di Indipendenza e l’inclusione del Veneto nello Stato Italiano, continuarono i riconoscimenti nei confronti della sua prestigiosa attività di stampatore, con il dono di una spilla di brillanti da parte di Vittorio Emanuele II che, un decennio dopo, gli assegnò la croce di Cavaliere della Corona.
Sessantanovenne, nel 1867, dopo la morte della moglie, Antonio Minelli si ritira dall’attività, che viene portata avanti dal figlio Tullio, a differenza del padre molto interessato alla vita politica che negli anni successivi lo assorbirà in modo consistente.
Nel 1882, ottantaquattrenne, viene sollecitato dalla tragedia che colpisce il Polesine con la rotta dell’Adige presso Legnago, a compiere un ultimo intervento a stampa: il quotidiano Bollettino dell’inondazione, i cui proventi delle vendite furono destinati a favore degli alluvionati.
Morì l’anno successivo e la lapide, nell’emiciclo del cimitero rodigino, ricorda la sua vita “tutta sacra al lavoro, alla famiglia e alla patria”.
Il nostro percorso prosegue raggiungendo Piazza Vittorio Emanuele II, nel cui angolo di sud-est, sotto la loggia della Gran Guardia sono posti i busti del generale Piva e del conte Angeli, accanto alle lapidi che immortalano i nomi dei rodigini impegnati nelle azioni militari del Risorgimento italiano. Qui facciamo una prima tappa, rimandando la conclusione dell’itinerario al prossimo numero del Ventaglio.
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Come citare questo articolo
Lino Segantin. “Le vie dei patrioti”. Ventaglio Novanta, n. 28, 2004. https://ventaglionovanta.it/archivio/le-vie-dei-patrioti/