Nel centenario dell’omicidio Matteotti, in cui in più occasioni è stata messa a fuoco la nobile figura del martire del Fascismo, è emersa anche – sul versante opposto – la personalità di Aldo Finzi, da più parti indicato come uno dei mandanti dell’assassinio dell’onorevole socialista. Mi chi fu il personaggio, che aderì prontamente al Fascismo, la cui vita si concluse tragicamente entrando nel novero delle vittime delle Fosse Ardeatine?
La giovinezza
Il suo nome è legato a Badia Polesine, dove visse gli anni più belli dell’infanzia e della prima giovinezza, e dove il padre Emanuele Finzi, abile imprenditore, gestiva un grande mulino, apprezzato a livello nazionale. Quasi per caso Aldo era nato a Legnago il 20 aprile 1891, città in cui la famiglia aveva temporaneamente risieduto prima di stabilirsi a Badia, provenendo da Venezia dove era venuta al mondo la maggior parte dei fratelli e sorelle di Aldo (7 in tutto). Il primo dei nati dal matrimonio tra Emanuele Finzi e Rosina Roggia fu Arturo venuto alla luce nel 1874 (17 anni prima di Aldo); l’ultimo fu Gino, nato a Badia Polesine nel 1893, due anni dopo Aldo. Tutti furono battezzati per desiderio espresso dalla madre profondamente cattolica, mentre il padre, di ascendenze ebraiche, non praticava alcuna fede. Come del resto il di lui fratello maggiore, Giuseppe, noto per aver partecipato attivamente agli eventi mazziniani del Risorgimento ed essere stato imprigionato dall’Austria per i fatti di Belfiore. Uscito dal carcere per amnistia, e accostatosi al Cavour, dopo l’unità d’Italia divenne deputato e quindi senatore del Regno. Le idee che circolavano in famiglia erano pertanto improntate alla modernità, all’amore di patria mutuato dal Risorgimento e all’impegno personale, testimoniato chiaramente dalle iniziative imprenditoriali del padre; il quale, fra l’altro, nel 1891, proprio nell’anno in cui Aldo veniva al mondo, faceva erigere a Badia villa Finzi per ospitare la composita famiglia. Ed Aldo palesò fin da ragazzo voglia di fare, ma anche insofferenza per le regole del collegio-studentato dove era alloggiato dopo la morte del padre, tanto da subire ben due bocciature per indisciplina e proseguire poi gli studi in città diverse: da Bologna a Padova dove studiò lingue, in particolare il tedesco, propedeutico all’iscrizione presso un istituto tecnico in Germania a Neu Strelitz (ad un
Sottosegretario al Ministero degli Interni del governo Mussolini, coinvolto nel delitto Matteotti, morì tragicamente fucilato alle Fosse Ardeatine centinaio di chilometri da Berlino). Ma la vita da tecnico – probabilmente incentivata dalla famiglia per gestire al meglio le macchine del mulino – non era fatta per Aldo che, rientrato diciannovenne a Badia viene folgorato dal giornalismo sportivo, iniziando a collaborare con il Corriere del Polesine, per passare poi alla Gazzetta dello Sport e trasferirsi, ventunenne, a Milano, dove iniziò anche ad interessarsi di motociclismo.
Giovane di bella presenza, di ingegno vivace e di gradevole conversazione, Aldo nella città degli affari trova il modo di intrecciare conoscenze ed introdursi negli ambienti bene, manifestando inoltre interesse per il volo con palloni aerostatici. Fu così che nel 1912, ventunenne, poté salire sulla navetta di un appassionato, partecipando come aiuto pilota ad una gara a livello internazionale in partenza da Stoccarda, conclusasi con il secondo posto in classifica.
L’amicizia con Gabriele D’Annunzio e il volo su Vienna
Subito dopo questa esperienza, Aldo si iscrive al corso per ottenere il brevetto di guida di palloni aerostatici, che poi gli sarà particolarmente utile per il suo futuro di pilota di aerei ed asso della prima guerra mondiale. Sì perché nel frattempo è scoppiata la Grande guerra e, per quanto riguarda Finzi, nasce un problema: il giovane, alto e magro, viene scartato alla visita di leva per insufficienza toracica, mentre i fratelli vengono arruolati. Ma Aldo non può mancare all’impegno militare contro l’Impero austriaco, lo storico nemico del Risorgimento. Ed allora egli gioca la carta del volontario, mettendo sul piatto la sua abilità di motociclista. Non aveva infatti trascurato nemmeno questo aspetto del progresso partecipando, con successo, a gare motociclistiche in varie parti d’Italia. Una volta inquadrato nell’esercito come autista, riuscirà in breve a far valere il suo brevetto di pilota di aerostati, passando dopo un breve tirocinio a condurre i primi aerei convertiti per operazioni militari. Fu così che nel 1917 entrò a far parte della squadriglia “Serenissima” fatta oggetto dell’interesse di Gabriele D’Annunzio, che già stava progettando una eclatante azione dimostrativa su Vienna. Nel proseguo dei mesi furono decine le pericolose incursioni aeree nel territorio nemico a cui partecipò Aldo Finzi (operazioni temerarie – che gli valsero riconoscimenti e medaglie al valore – in cui vari piloti trovarono la morte, Baracca il più famoso), finché il 9 agosto 1918 si concretizzò il volo su Vienna. Dal campo di Aviazione di San Pelagio in provincia di Padova partirono 11 aerei SVA monoposto, di cui uno modificato per alloggiare il “vate”. Quattro velivoli ebbero problemi e dovettero desistere, ma la missione raggiunse l’obiettivo programmato con lo sganciamento non di bombe su Vienna ma di volantini inneggianti alla imminente vittoria italiana. L’operazione fu un grande successo di immagine, che mise in evidenza le potenzialità della nascente aviazione italiana. E alla fondazione del corpo autonomo dell’aeronautica militare Finzi continuò ad interessarsi attivamente anche dopo la conclusione della grande guerra, mentre contemporaneamente non veniva meno il suo interesse per il motociclismo, che lo portò anche ad intessere rapporti con una ditta di importazione di moto dall’Inghilterra, nonché a pensare a vari progetti industriali. Il tutto trascurando completamente l’impresa familiare del Mulino badiese che dopo la morte del padre lentamente deperiva.
Il biennio rosso (1919-20) e la nascita del Fascismo
Il dopoguerra è caratterizzato in Italia dal così detto Biennio Rosso (1919-20) con scioperi, occupazioni di fabbriche ed azioni intimidatorie messe in atto da agitatori socialisti. Ben presto nasce la reazione di destra con azioni aggressive, inizialmente prive di collegamento, che poi troveranno sbocco nella realizzazione dei Fasci di combattimento ideati da Mussolini e teorizzati mediante il famoso manifesto politico di San Sepolcro (6 giugno 1919).
Aldo Finzi non è tipo di stare a guardare. Ben presto si avvicinerà a Mussolini, intessendo un rapporto amichevole e di reciproca stima. Frattanto entra in contatto con alcuni finanziatori del nascente PNF (partito Nazional Fascista), i quali per portare a buon fine i loro sostegni economici si rivolgono direttamente a lui. Finzi, sempre più introdotto nel mondo degli affari, intrattiene frattanto buoni rapporti con la Banca Commerciale. Contemporaneamente in Polesine sarà il fratello Gino, di due anni più giovane, a rappresentare il movimento fascista: il 27 ottobre 1920 si festeggerà la nascita del Fascio di Combattimento di Rovigo sostenuto dagli agrari, i quali avranno come principale esponente Enzo Casalini. Nel frattempo cresce però l’ondata socialista, tanto che le elezioni amministrative del 1920 vedranno l’affermarsi dei socialisti in tutti i 63 comuni del Polesine e la conquista di 38 seggi su 40 del Consiglio provinciale. Il clima è sempre più incandescente: scontri durissimi nascono tra le opposte fazioni con ferimenti e qualche morto da entrambe le parti.
È in questo periodo che nelle file del socialismo, non solo polesano, si mette in luce Giacomo Matteotti (1885-1924), eletto deputato nel 1919 e poi nel 1920 consigliere in vari comuni del Polesine. Sempre pronto ad intervenire con la sua garbata oratoria e la conoscenza profonda delle leggi (si era laureato con una tesi sulla recidiva), denuncia impavido una serie di aggressioni fasciste. La reazione non si fa attendere, cosicché nei suoi confronti il 12 marzo del 1921 si verificò una grave azione intimidatoria durante una riunione di socialisti a Castelguglielmo dove Matteotti avrebbe dovuto parlare. Qui convennero provocatoriamente gruppi di esagitati fascisti che impedirono lo svolgimento della riunione e alla fine sequestrarono il giovane deputato, il quale, fatto oggetto di dileggi e vessazioni, alla fine sarà rilasciato a notte inoltrata nei pressi della chiesetta di San Rocco di Lendinara.
Le elezioni del 1921 e lo “Sciopero legalitario”
Frattanto il 15 maggio del 1921 è fissata una nuova tornata di elezioni politiche, e in Polesine, il candidato della destra è Aldo Finzi. Il risultato delle urne certifica il capovolgimento della situazione precedente con l’affermazione dell’Unione Nazionale a scapito dei Socialisti. Tante le congratulazioni che giungono al neodeputato, tra cui quelle di D’Annunzio che ricorda con nostalgia l’esperienza esaltante del “folle volo”. Il clima politico in Italia è sempre più incandescente. Finzi, brillante oratore, diviene sempre più un personaggio di riferimento della destra italiana, mettendosi in luce tra i più decisi oppositori dei socialisti. Non trascura però di interessarsi di motociclismo e vendita di moto inglesi, promuovendo anche gare a cui parteciperà direttamente, tanto da venire identificato come “l’onorevole Sportman”. Frattanto i fratelli Finzi vengono colpiti da due lutti familiari: la morte nel settembre del 1921 del fratello maggiore Arturo (con cui avevano rapporti abbastanza sporadici) e poi nel febbraio del ‘22 della madre che, dopo la morte del marito, aveva seguito l’andamento del mulino badiese nel pressoché totale disinteresse dei figli. Aldo è sempre più al centro dell’attività politica (richiestissimo per assemblee di partito ed inaugurazioni di eventi vari), qualificandosi anche come animatore di iniziative finanziarie, per cui preferisce abitare a Milano, città divenuta il punto prioritario di irradiazione del fascismo. Frattanto non mancano iniziative identitarie nell’altro versante politico: a fine luglio 1922 l’Alleanza del Lavoro indice uno sciopero, definito “sciopero legalitario”, nato come protesta e richiamo alla legalità dopo i fatti di Ravenna che avevano visto l’intervento armato di squadristi fascisti e sparatorie tra gruppi opposti con l’uccisione di una decina di persone. Lo sciopero a Milano inizia la sera del 31 luglio 1922 e l’indomani 1 agosto in città si fanno i conti con molti servizi che non funzionano, in particolare i tram la cui uscita era stata bloccata dagli scioperanti. L’indomani 2 agosto, dopo aver sollecitato inutilmente un intervento della forza pubblica contro i picchetti socialisti, un nutrito gruppo di fascisti, capitanati da Finzi, scavalca le cancellate del deposito dei tram, impossessandosi dei mezzi che iniziano a circolare. Lo stesso Finzi si mette alla guida di un tram, mentre tutta la città è in subbuglio. I fascisti occupano Palazzo Marino, sede del comune, dal cui balcone D’Annunzio (che occasionalmente si trovava a Milano), convinto da Finzi, sia pur riluttante, terrà un discorso generico, scambiato per sostegno al fascismo. Lo sciopero finisce ma non le violenze, con l’assalto da parte delle camicie nere dell’Avanti, al cui interno è barricato Pietro Nenni. Negli scontri si contano due morti. I danni sono gravi ma i pompieri riescono a spegnere l’incendio appiccato. Distruzione rimandata solo di qualche mese: il 29 ottobre sarà infatti devastata completamente la tipografia.
La marcia su Roma Finzi sottosegretario e il matrimonio
Di giorno in giorno aumentano le prepotenze, mentre a Roma nelle sfere governative si fa strada l’idea che per ridurre le tensioni occorra formare un governo che accolga anche rappresentanti fascisti. Si arriva così al 28 ottobre 1922 quando viene indetta la eversiva “marcia su Roma”. La situazione è esplosiva. Il re, Vittorio Emanuele III, dopo il fallimento di alcune ipotesi governative, pensa che l’unica soluzione per calmare le acque sia conferire a Mussolini l’incarico di formare un nuovo governo. Il capo del Fascismo giunge a Roma con l’organigramma del governo già pronto, e Finzi si trova immediatamente nominato sottosegretario agli Interni. La vita per Aldo diviene frenetica: tante le incombenze giornaliere tra gli impegni di stato e la necessità di dare udienza alle molteplici richieste delle associazioni degli ex combattenti e dei mutilati, delle vedove di guerra ed di altre sigle che chiedono riconoscimenti, la partecipazione ad eventi importanti e così via. Finzi non dimentica il Polesine né l’aeronautica, venendo nominato vicesegretario dell’apposito Commissariato mentre, ormai trentunenne, comincia a pensare al matrimonio che sarà celebrato in pompa magna nel febbraio del 1923. La sposa, Maria Luigia Clementi (confidenzialmente detta Mimì) è una ventitreenne, conosciuta e frequentata fin dal 1918. Proviene da una ricca famiglia romana di latifondisti, che può vantare buoni rapporti col Vaticano, con un cardinale zio di Mimì. È così che il matrimonio religioso viene celebrato nella cappella di Palazzo Vannutelli di Roma dallo zio cardinale Vincenzo Vannutelli (che non esita nel sermone ad intessere lodi al fascismo), mentre il matrimonio civile si terrà nella sala degli Orazi e Curiazi in Campidoglio, alla presenza delle massime autorità. Molto breve la parentesi matrimoniale perché gli impegni politici richiameranno il sottosegretario all’opera, senza trascurare feste e ricevimenti negli ambienti bene della capitale in compagnia della moglie. Tra l’altro in questo periodo Finzi, sollecitato anche da Mussolini, ebbe ad occuparsi della nascita del giornale filogovernativo “Il Corriere Italiano” optando per una linea moderata, ostacolata però dai fascisti più intransigenti che alla fine prevarranno e Finzi si ritirerà cedendo il suo pacchetto di azioni. Uno smacco, che comunque non appanna il suo ruolo di potente sottosegretario del ministero degli Interni, nonché membro del Gran Consiglio del Fascismo e vice commissario dell’Aeronautica Italiana. Ma il tracollo politico di Finzi giunge inaspettato un anno dopo con l’uccisione dell’on. Matteotti.
Il delitto Matteotti e le dimissioni di Finzi
È noto che l’omicidio fu perpetrato il 10 giugno del 1924, dopo che l’onorevole socialista il 30 maggio aveva pronunciato in parlamento una dura requisitoria contro i fascisti (accusati in particolare di brogli nella tornata elettorale del 5 aprile), nel corso della quale Finzi era intervenuto più volte, interrompendo a gran voce l’oratore. La sparizione dell’onorevole socialista fece subito pensare ad un attentato, tra i cui mandanti da parte della sinistra (e non solo) si fece immediatamente il nome di Aldo Finzi. Dopo il ritrovamento del corpo, il 16 agosto 1924, le indagini partite all’indomani della scomparsa di Matteotti portarono all’incriminazione di Amerigo Dumini (in primis), Albino Volpi, Giuseppe Viola, Augusto Malacria e Amleto Poveromo. Restò comunque il sospetto che Finzi fosse tra i mandanti. Il clima politico si fa sempre più esplosivo e per cercare di ridurre le accese proteste dell’opposizione, Finzi è indotto a dare le dimissioni da sottosegretario. Un passo questo, subìto dal politico polesano, che da più parti fu interpretato come una amissione di colpevolezza. Sospetto che inutilmente Finzi cercò di allontanare da sé, scrivendo anche (a quanto pare ma non c’è certezza) un memoriale che in qualche modo poteva far pensare che l’unico mandante dell’omicidio fosse Mussolini. Fatto sta che Finzi cadde in disgrazia, e da allora il capo del fascismo lo isolò, segnando così la fine della parabola politica del deputato polesano. Sul capo di Finzi frattanto si accumulano varie accuse, a cominciare da quella di avere intascato tangenti da una società petrolifera americana, la Sinclair oil Corporation, interessata ad avviare un progetto di estrazione di metano in Italia. Tutto il mondo politico è in subbuglio, il governo Mussolini vacilla. Per uscire da questa situazione Mussolini gioca il tutto per tutto, pronunciando il famoso discorso del 3 gennaio 1925, aperto con le fatidiche parole: “Se il Fascismo è stato una associazione a delinquere io ne sono il capo… ”. Dopodiché viene chiuso ogni rapporto con la minoranza parlamentare (nel frattempo “ritiratasi sull’Aventino”). Vengono imposte immediate limitazioni alla libertà di stampa, nonché la chiusura di tutti i circoli dei partiti di opposizione, promulgando nel giro di pochi mesi le famose leggi “fascistissime” della dittatura. Finzi, privo ormai di rappresentatività, si sentirà in obbligo di dare le dimissioni anche da presidente del Comitato Olimpico Italiano. Gli resta soltanto la nomina di deputato che gli permetterà di accedere al parlamento prendendo in varie occasioni la parola. Ma il suo ruolo è più che altro simbolico. E gli attesi tempi migliori per sanare le ferite non arriveranno mai.
Finzi imprenditore agricolo
Per vivere Finzi dovrà fare una inversione totale dei suoi obiettivi, proponendosi come imprenditore agricolo, cercando di far fruttare al meglio i terreni di Palestrina ereditati dalla moglie assieme ad una villa situata nella stessa proprietà, dove i coniugi si porteranno a vivere. L’appartamento di Roma verrà utilizzato per lo più nei mesi invernali o nelle brevi trasferte per partecipare assieme alla moglie ad eventi e feste dell’alta società romana, nel tentativo di accreditarsi ancora come personaggio di rilievo. Frattanto nel 1931 nasce l’unico figlio della coppia, la quale vive però giornate burrascose, anche per ripetute scenate di gelosia di Mimì, a causa di sospetti – tutt’altro che infondati – di frequentazioni di Aldo con altre donne; una in particolare da cui – è assodato – ebbe due figli. Il 1938 è un anno fatidico. Finzi, sempre più lontano dalle iniziative di regime, evita di partecipare ai funerali di D’Annunzio pilotati da fascisti di primo piano, in primis il Duce. Questo è inoltre l’anno della sua totale divergenza nei confronti della politica di Mussolini, il quale stipula il patto di acciaio con la Germania e promulga le leggi razziali. Altro dissenso lo esprime nel 1941 contro la guerra dichiarata alla Francia. Finzi non si farà scrupolo di manifestare pubblicamente il suo pensiero sempre più critico per cui, accusato di disfattismo, sarà arrestato ed inviato al confino prima a Vasto e poi in altri siti. Dopo la seduta del Gran Consiglio del Fascismo del 25 luglio del 1943, che esautora Mussolini da capo del governo, seguita dal suo arresto, con la fine del Fascismo, si aprono le porte ai detenuti politici e Finzi può riacquistare la libertà e tornare nella casa di Palestrina dove nei mesi successivi non mancherà di favorire l’organizzazione partigiana.
Arrestato e fucilato alle Fosse Ardeatine
Una breve parentesi di libertà, perché il 28 Febbraio 1944 sarà arrestato, non tanto a quanto sembra, come fiancheggiatore di elementi partigiani, quanto perché riconosciuto, – probabilmente dopo una delazione – di razza ebraica. Imprigionato a Regina Coeli verrà prelevato dopo meno di un mese, il 24 Marzo, per far parte dei 335 prigionieri di varia estrazione (ebrei, partigiani e detenuti comuni) tradotti e fucilati alle Fosse Ardeatine. Eccidio di massa – tra i più gravi perpetrati dai tedeschi (coadiuvati anche da alcuni militi fascisti) – avvenuti in Italia. Reazione rabbiosa ed immediata del commando nazista per l’attentato di via Rasella avvenuto il giorno prima. Si chiude così, in modo veramente tragico, l’esistenza di un personaggio controverso, per alcuni anni in auge, ma poi vittima della storia, a lungo emarginato dal partito che egli aveva contribuito a creare, e alla fine condannato a morte dai nazifascisti, proprio negli ultimi mesi in cui essi esercitarono con crudeltà il loro potere.
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE • Gino Finzi, ALDO FINZI mio fratello, 1986 Biblioteca E. Baruffaldi Badia Polesine • D. Carafoli, G. Bocchini Padiglione ALDO FINZI, Il fascista ucciso alle Fosse Ardeatine, 2004, Mursia • Francesco Tardivello, LE ALI SPEZZATE Aldo Finzi, 2005, Edizioni Antilia
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Lino Segantin. “Aldo Finzi (1891-1944)”. Ventaglio Novanta, n. 67, 2025. https://ventaglionovanta.it/archivio/aldo-finzi-1891-1944/