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NARRATIVA

Amabile

di Loredana Capellazzo

Ventaglio Novanta n. 23 2001 pp. 105–108

Amabile è, per definizione del vocabolario, qualcosa di attraente, che si fa amare o, in alternativa, dolce e gustoso, come il vino amabile, tendente al dolce.

Definizioni queste che ho imparato molto tempo dopo perché, negli anni dell’infanzia, per me “Amabile” era semplicemente il nome di mia nonna. Piacevole e dolce come lei è sempre stata, ma anche molto di più.

Questa non vuol essere una biografia né una cronaca, ma soltanto poche tracce di una persona un po’ speciale, una nonna che forse tutte le bambine desidererebbero avere.

Portava un cognome dal sapore nobile e antico, nonostante la povertà della famiglia da cui proveniva: povertà dignitosa e laboriosa, da cui tutti seppero uscire dando frutti originali e bellissimi.

La sola cosa di lei, che ho conosciuto direttamente dalla sua bocca, è stata che, da giovane, aveva fatto da dama di compagnia a una contessa. L’ho saputo il giorno che ho ricevuto in dono da lei una catenella a maglia d’oro e una spilla a ghirlanda che, disse, le aveva regalato la “signora” in cambio dei suoi servigi.

Non ho mai stentato a crederlo: così posata e tranquilla, controllata e attenta era sempre mia nonna, così bella e gentile. Bisognava avere buone antenne per ricevere il flusso segreto dei suoi sentimenti e pensieri: io avevo avuto fin da bambina un filo diretto, da cuore a cuore, con lei e non avevo bisogno di parole o manifestazioni plateali per comprendere la sicura complicità del legame che ci univa, così simili.

È stato con lei che sono salita per la prima (e fino a oggi unica) volta su una gondola a Venezia. Non avevo forse nemmeno quattro anni e non ricordo nient’altro dell’evento, ma è ben chiaro nella mia mente il breve filmino della discesa esitante e dondolante sul mobile scafo: io eccitata e impaurita e la nonna snella e svelta, vestita di nero, con i capelli già schiariti dal tempo raccolti nella lunga treccia sulla nuca, acconciatura che non ha mai abbandonato, la sola con cui io l’abbia vista.

Passavo ore e ore, a casa sua, a frugare in vecchie casse di legno ricolme di tesori preziosi: i centrini di fili colorati fatti di pon-pon piumosi lavorati dal nonno quand’era soldato; la minuscola riproduzione in metallo della Basilica di San Pietro, che poi è rimasta sul cassettone; le vecchie foto, tra cui una che la ritraeva appena ragazza e in cui mi ritrovavo in una incredibile somiglianza.

Era bella, la mia nonna Amabile, con quegli occhi chiari, acquosi e intelligenti, che vedevano e capivano tutto e non ridevano mai. Sentivo di lei storie che non volevo credere, di egoismo e malattie; sapevo invece che, dentro al cuore, mia nonna coltivava giardini segreti, preziosi e sconosciuti al resto del mondo.

Non amava i lavori di casa, se non la cucina, e io restavo incantata, come ipnotizzata, a guardarla intenta a friggere le fette rotonde di patate, poche per volta in un padellino, rigirandole una per una, finché venivano morbide dentro e con la crosticina croccante, quasi bruciata. Solo lei le faceva così. O quando la cucina si riempiva dell’aroma dolce e denso della crema fritta, a losanghe giallo vivo brillanti della granella di zucchero, dal gusto pieno e morbido che non sono più riuscita a ritrovare.

Adoravamo le bambole, quelle grandi da fiera, lei ne aveva una vestita da sposa che conservava nella sua scatola e un’altra che teneva sul letto: era di gesso, con i capelli biondi e l’abito da zingara a fasce di raso colorato, la più bella e speciale che abbia mai avuto.

Ma era tra i fiori che si aprivano e sbocciavano che si rivelava interamente la personalità e l’animo di mia nonna. Oltre che dentro il cuore, il giardino lei lo coltivava anche intorno a sé, ed erano piante semplici e fascinose, poche specie, sempre quelle, ma dallo splendore e dal rigoglio inimitabili.

Passeggiavo con lei la mattina presto, nell’orto giardino dove tutto intorno era verde e colorato e, sopra la testa, un pergolato di vite copriva il cielo ma senza farlo rimpiangere, perché tra le foglie filtravano i raggi dorati del sole creando fresche ombrosità e scie polverose di luce.

Lei toglieva le lumache dalle foglie e le spingeva più in là, dava l’acqua alle piante, una per una, con un vecchio annaffiatoio di ferro, parlava con loro come a vecchie amiche, chiedendo “Come va?” e rassicurando le più bisognose di cure che ci avrebbe pensato lei e presto sarebbero state “a posto”.

Le insalate e i piselli, le salvie e le rose, i fagioli rampicanti e le zucchine sorridevano al suo passaggio, salutandola felici. Anch’io, per opera della magia del suo tocco e della sua presenza, potevo sentirle mormorare e frusciare come animate dalle ali di invisibili fate.

E poi c’erano i gerani bianchi e rosa, le fucsie e gli oleandri, il gelsomino di San Giuseppe, le felci e le ortensie. A queste piante, “inutili” per tutte le brave massaie, mia nonna dedicava cure ancor più amorevoli e delicate: i suoi gerani formavano cespugli carichi di pesanti mazzi di fiori; il suo gelsomino faceva pendere i rami caduchi per metri dal terrazzo; le sue fucsie…

Erano, quelle, anche le mie piante preferite, con le loro piccole foglie carnose verde scuro, e la magia dei fiori: rotondi fragili campanellini rosa intenso, che si aprivano improvvisamente su balze di pizzo bianco gonfio e spumoso o su morbide cascate di seta viola. E spesso la magia avveniva provocata dalle mie dita che, impazienti, premevano delicatamente le campanelle: un leggero schiocco e si aprivano, arricciandosi e rivelando il loro segreto splendore.

Tutto questo ricordo di lei, la mia nonna Amabile, e ancora le chiacchierate di quando era già molto vecchia e vicina a lasciarsi andare andare alla stanchezza per la vita. Ma tra i fiori del mio giardino conservo cespugli di gelsomino giallo, figli di quello che pendeva dal suo terrazzo, e ogni anno compero vasi di gerani bianchi e di fucsie multicolori.

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Loredana Capellazzo. “Amabile”. Ventaglio Novanta, n. 23, 2001. https://ventaglionovanta.it/archivio/amabile/

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