Negli anni novanta del secolo scorso ha fatto la sua comparsa in Polesine la coltivazione specializzata del noce, affiancatasi in breve alla frutticoltura nostrana. La specie è ben conosciuta, ma il suo allevamento finora non era compreso nel contesto delle coltivazioni da reddito se non in maniera accessoria.
Nelle nostre campagne il noce è stato sempre presente con specie autoctone prestandosi per alberate isolate in virtù della maestosità della pianta, essendo albero di prima grandezza. Tuttora lo si può trovare per lo più nelle adiacenze delle corti o sulle strene o bine che delimitano i campi o in qualche confine come punto di riferimento e così via. Una coltivazione marginale, dunque. Questo perché alle nostre latitudini la frutticoltura è classificata in modo convenzionale secondo criteri di importanza economica riferiti alle superfici occupate, per cui distinguiamo una frutticoltura maggiore e una minore.
Fra gli alberi ed arbusti da frutto, il noce in compagnia dei cachi, ciliegi, susini, albicocchi, cotogni, mandorli, nocciole, kiwi, occupa un posto intermedio fra meli, peri, peschi e vigne, considerati “maggiori” e la vasta gamma dei “minori” quali fico, azzeruolo, nespolo, rovo, mirtillo, uva spina e via a scendere.
Nel Belpaese la nocicoltura vanta una presenza millenaria e la Campania detiene il primato produttivo con le famose “Noci di Sorrento”. In Polesine, nelle zone del medio, la nocicoltura specializzata – avviata come detto da una ventina d’anni – è oggi stimata attorno ai 150-180 ettari: una nicchia divisa in diverse aziende. Vi sono allevate le varietà californiane quali la Lara e la Chandeler molto produttive. Presentano la chioma più contenuta rispetto alle noci “nostrane” per essere adatte alle lavorazioni colturali meccanizzate.
Dopo l’impianto, il noceto inizia produrre al quarto anno e già al quinto si possono raccogliere 40-45 qli di noci per ettaro, essiccate e pronte al consumo. I frutti alla maturazione autunnale sono raccolti con gli scuotitori e traspostati nello stabilimento della “Nogalba” a Pettorazza Grimani, dove avviene una serie di operazioni che completano il ciclo del campo. S’inizia con l’eliminazione del mallo, la “scorza” che avvolge il guscio impregnata di sostanze tanniche; seguono il lavaggio, l’essiccazione, la calibratura, il controllo qualità, il confezionamento e la spedizione nei negozi. Tempi e metodi sono controllati da un sistema computerizzato.
Il mercato italiano è attivo con una domanda annua stimata 25.000 qli a fronte di una produzione nazionale di circa 10.000. La differenza è colmata con l’importazione di noci dalla Francia e dalla California, in buona parte, e dai paesi mediterranei.
Un po’ di botanica e di storia.
L’origine appare remota, forse dall’Asia centro-occidentale. La Bibbia narra che i noci abbellivano il giardino di Re Salomone, sotto i quali egli si riposava e la specie sarebbe arrivata a noi con le migrazioni, sempre incessanti, dei popoli.
Il noce comune è conosciuto in botanica come Juglans regia e appartiene alla Famiglia delle Juglandacee. Juglans è termine latino coniato in onore di Giove: Jovis glans, cioè ghianda di Giove, considerata sacra agli dei.
Sono piante maestose, di prima grandezza, monoiche avendo i sessi separati ma nello stesso individuo. Il legno è particolarmente pregiato per la costruzione dei mobili. Il gheriglio, la parte edule contenuta nel guscio, è particolarmente ricco di olio, come ben sapeva Fra Cristoforo, di manzoniana memoria, con l’andare alle “cerca delle noci” per il convento.
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Come citare questo articolo
Orazio Cappellari. “Andar per noci”. Ventaglio Novanta, n. 42, 2011. https://ventaglionovanta.it/archivio/andar-per-noci/