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ATTUALITÀ - INIZIATIVE IMPRENDITORIALI

Un lavoro di cuore e di “cuora”

Da Villadose alla Biennale di Venezia: Filippo De Sero, vivaista leader mondiale nel ripristino ambientale delle lagune

di Beatrice Tessarin

Ventaglio Novanta n. 42 2011 pp. 164–165

Limonium, Salicornia, Spartina marittima… sono piante spontanee, che vivono nei terreni imbevuti di acqua salmastra. Piante “alofite”, per i botanici. Le loro radici consolidano i sedimenti delle barene, i tipici isolotti delle lagune, salvaguardando l’ambiente naturale dall’erosione e dal moto ondoso.

La natura è il più abile e creativo architetto che esista, ma se l’ingegno umano le dà una spinta, il successo è garantito. E la spinta viene da Filippo De Sero, 33 anni, imprenditore agricolo di Villadose (Ro), titolare di un’azienda vivaistica associata a Coldiretti Rovigo, che è leader mondiale in ingegneria naturalistica con le piante alofite.

De Sero è in grado infatti di recuperare le zolle, vivificarle e ripiantumarle. Per questo è l’unico vivaista a collaborare, fin dal 2008, col Consorzio Venezia Nuova all’interno dei cantieri Mose, per ricostruire le barene perdute della laguna veneziana. E, a conferma della sua competenza, è stato ingaggiato dal British Council (ente britannico internazionale per la promozione delle relazioni culturali) per ricostruire l’ambiente lagunare all’interno del padiglione della Gran Bretagna, in occasione della 12^ Mostra internazione di architettura “People meet in architecture” della Biennale di Venezia 2010, che si è chiusa il 21 novembre scorso.

«La nostra “lagoon room” ha suscitato grande interesse – racconta Filippo De Sero e spiega – Abbiamo realizzato una vasca di acqua salata, di 11 metri per uno e cinquanta, dove, con un sistema di pompe ed un fondo di rotoli di cocco, abbiamo ricostruito, in scala naturale, le varie zone vegetative della barena, con tutte le piante alla loro quota di posizionamento sul medio mare, un ghebo (un canaletto interno) ed un chiaro (una sorta di depressione/laghetto)».

Una barena vera, che unisce conoscenze di ingegneria, agronomia, biologia e profonda esperienza della vita in laguna. Una realizzazione già adocchiata dagli standisti del padiglione canadese, che hanno invitato De Sero a presentare questo tipo di vasca anche a Vancouver.

«La Biennale è stata un’esperienza interessantissima – racconta De Sero – ho avuto modo di vedere opere notevoli e di farmi venire anche delle idee nuove. Intanto ho cercato di rendere scientifica la mia partecipazione, accumulando una serie di conoscenze che mi permetteranno di ricostruire la vasca anche altrove senza problemi. Per questo ho analizzato l’acqua tutti i giorni, provato vari sistemi di filtraggio, controllato il ph… direi che le piante hanno risposto oltre ogni più rosea previsione».

De Sero continuerà a lavorare nella laguna di Venezia ancora per i prossimi tre anni e, nel frattempo, resta in contatto con l’Università tecnica di Berlino, dove risiedono le massime autorità in materia di ingegneria naturalistica con le alofite. I suoi interventi di ripristino ambientale sono ormai numerosi, e non solo in ambiente acquatico: per esempio ha realizzato a Rovigo il primo impianto in Italia di fitodepurazione per trattare percolato da discarica, ha realizzato piantumazioni per il recupero delle aree delle discariche di Villadose e S. Martino di Venezze.

Un mercato in espansione per un’azienda dalle dimensioni contenute.

«Fondamentalmente siamo una piccola realtà – commenta De Sero -. Proprio per questo possiamo compiere opere che imprese di grandi dimensioni non potrebbero fare. Quando nell’acqua gelida di gennaio – racconta – andiamo in laguna nord a recuperare le zolle vegetali che stanno franando per propagarle e rimetterle in piantumazione, dopo almeno 12 mesi di vivaio, servono solo una barca, un badile, le mani e una tuta di neoprene, sicché di tutte le macchine modernissime e della tecnologia che possediamo in azienda, non ce ne facciamo più niente. Siamo al freddo nel fango, anzi nella “cuora”, come si dice in dialetto: ho insegnato il termine agli inglesi, ma penso che abbiano capito che è il femminile di “cuore”…». Un lavoro di “cuore” e di “cuora”, dunque, dove, come spiega De Sero: «Ci vuole massima precisione e attenzione perché se si sbaglia la quota di piantumazione di una pianta, si manda all’aria tutto il lavoro».

«Il nostro successo – commenta De Sero – è dovuto all’alta specializzazione, ma anche alla capacità di adattamento nell’ambito del settore vivaistico, all’investimento in tecnologia e alla formazione del personale dipendente. Oggi essere agricoltori significa essere imprenditori a pieno titolo e, quindi, saper rischiare. Bisogna essere competitivi sulla qualità e sul prezzo, ma se abbiamo un’altissima qualità e forniamo prodotti particolari, legati al territorio, alle nostre tradizioni di cui dobbiamo essere orgogliosi, possiamo salvare anche un prezzo più alto».

«L’esperienza che sto facendo in laguna – conclude Filippo De Sero – mi ha consentito di accumulare ulteriore conoscenza che mi piacerebbe riportare nel nostro Delta polesano, che amo molto e che ritengo sia l’area umida più bella al mondo. Anche nel nostro Delta ci sono zone che si potrebbero vivificare con le piante naturali e questo avrebbe sia una ricaduta in termini ambientali-paesaggistici, ma anche in termini economici. Penso alle valli da pesca. Se solo venissero rinverdite ad esempio con l’alga Zostera noltii, che con i suoi filamenti trattiene le uova dei pesci, evitandone la dispersione, si darebbe un forte impulso tutto naturale all’itticoltura e, per ricaduta, all’arrivo di molte specie di uccelli che si cibano di pesce. Si innescherebbe un circuito virtuoso molto interessante».

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Come citare questo articolo

Beatrice Tessarin. “Un lavoro di cuore e di “cuora””. Ventaglio Novanta, n. 42, 2011. https://ventaglionovanta.it/archivio/un-lavoro-di-cuore-e-di-cuora/

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