Uno degli aspetti più affascinanti nel campo della divulgazione letteraria è dato dall’opportunità di poter stabilire legami con personaggi mai personalmente conosciuti e che, grazie a fili annodatisi nel corso degli anni in maniera apparentemente casuale, possono divenire amichevoli presenze, mute ma altrettanto loquaci nelle pause di solitaria riflessione.
E forse non è, appunto, per me casuale che l’idea di ricordare un poeta lendinarese affiori alla mente in questo 2013, anno del centenario della sua nascita.
Angelo Rasi, nacque il 20 agosto 1913 a Lendinara in Via di Mezzo (in seguito rinominata nelle attuali via Adolfo Rossi e S. Sofia) e si trasferì in giovane età a Milano dove formò la sua famiglia e, dopo precedenti impieghi, svolse con impegno e amore una trentennale attività di insegnamento nella scuola primaria. Attività che gli valse consensi ed anche un prestigioso attestato di benemerenza civica, ottenuto qualche anno prima di concludere la sua vita a Chiaravalle (Milano) il 14 aprile 1984.
Da ragazzina, con l’attitudine tipica dell’età che probabilmente mi predispose favorevolmente alla successiva lettura dei suoi componimenti, mi colpì una fotografia di Rasi, poco più che ventenne, nella quale colsi la tristezza dello sguardo, unita alla volitiva eleganza dei tratti.
Cominciai a conoscerlo attraverso l’“Almanacco Veneto” di Angelo Savaris, associandolo talvolta a quest’ultimo, senza ancor nulla sapere dell’amicizia che li legava e di quell’empatia letteraria che sovente può instaurarsi tra personalità che presentano qualche similitudine. E nel nostro caso anche una singolare coincidenza nel nome di battesimo: due “angeli polesani”, dunque, le poesie dei quali hanno trovato sicura accoglienza nel mio cuore.
Molto è stato scritto su Rasi; ciò che personalmente ho avuto modo di leggere a riguardo (oltre alle recensioni, le presentazioni e i poetici ed elegiaci ricordi permeati di autentico affetto dell’“Almanacco”) è racchiuso nel pregevole volume “Angelo Rasi – Antologia Poetica”, curato da Gaetano Romanato, edito dalla Biblioteca Comunale “G. Baccari” di Lendinara, in cui l’accuratezza e fedeltà di sintesi hanno, a mio avviso, raggiunto la loro massima espressione.
In ogni singola poesia, ho ritrovato i frammenti dell’animo complesso del poeta lendinarese; versi che, sempre e puntualmente, hanno ricondotto le mie sensazioni all’univocità di giudizio, non tanto perché tale operazione potesse in qualche modo rientrare tra le mie velleità, quanto per una sorta di personale verifica della prima impressione.
Pur nella parzialità dei componimenti di mia conoscenza, in italiano e in vernacolo, inseriti in raccolte quasi introvabili, edite (tranne la prima) dalla Casa Editrice “De Silvestri” di Milano, la figura di Rasi emerge senza particolari contrapposizioni relative ai periodi di fertilità artistica. Le contraddizioni dell’uomo “normale”, permeano la sua riconoscibile poetica dando voce ai sentimenti, ai dubbi e risentimenti del lettore che, pur comprendendone la profonda essenza, non dispone di tale incisività e maestria di linguaggio.
Nonostante il suo precoce trasferimento in terra lombarda, la città natale rimane nel cuore di Rasi, intatta e cara, malgrado qualche, non sempre bonario, rimbrotto verso i suoi abitanti “ciancia un’accolta imbelle e farisea…” (Lendinara, da Cenere, 1965); “Lendinara! Lo sa Domenedio / le carognà continue e le batoste / che, par colpa de tante facie toste, / par dies’ani e de più me son sorbìo”. (1929 – 39, da Bepe Gagiardo, 1972), la gente del “Pincio lendinarese” (da Buti e sprochi, 1966) che “no’ i gaveva né servi né paron”, mostrando il segno tangibile che la tanto declamata sua ribellione altro non è che l’anelito all’ideale di autentica espressione di umanità.
Nella sua città, i testimoniati trascorsi fasti riecheggiano sull’onda del rimpianto e dei momenti vissuti con la consapevolezza di un ipotetico declino, legato – mi piace pensare – principalmente ad un tipo di civiltà che del progresso non è riuscita a neutralizzare i risvolti negativi.
Non ho avuto la fortuna di conoscere personalmente Angelo Rasi, ma in particolare credo di avere condiviso con lui la sofferenza per l’impietosa condizione di un animale tra quelli a me più cari: un cane, costretto dagli insensibili proprietari a vivere in un’assurda condizione di prigionia. Una vicenda che colpì molto anche l’altro Angelo, (Savaris, altrettanto compianto e stimato) che nel numero 31 dell’“Almanacco Veneto” accolse la poesia di Rasi (la prima che in queste pagine pubblichiamo) dedicandole anche un ampio commento. La pietà di Rasi verso queste creature ha amplificato la mia considerazione nei suoi confronti, persuadendomi del fatto che simili atteggiamenti non sono sintomo di insana fragilità. Una profonda ammirazione assoggettabile, forse, ad un fortuito imprinting e ad un’evanescente alone di campanilismo che vecchie ma ben ancorate radici trattengono, ora, con maggior vigore di un tempo.
UN SPECIO
(Da “Bepe Gagiardo” del 1972)
De tanto in tanto, senza ‘na rasón, ché tuto me va liscio come l’oio, me salta adosso…a no’ so che, un magón, ‘na gran voia de pianzare, lo stesso.
Parchè nessun, in casa, staga in pena, a me ritiro a pianzare nel cesso.
Soltanto alóra, come dentro al specio me vardo e studio come fosse un altro, go compassión de mi, come d’un vecio.
E taco a lagrimar come un vedelo, fin che no’ sento in boca el gusto, el sale de le lagreme fate da putelo.
Ma apena me moiere la me ciama, me sugo i oci, in pressia, co’ ‘ste man che no’ sento più mie, ma de me mama.
INCONTRI TRA BESTIE
(Da “Acido acetico”, Epilitri, Almanacco 1980)
Mai se gavemo visti, mai incontrà pure el m’è corso incontro a farme festa, par la gioia, sbavandome le man. Me son comosso; un fià de la pietà che gò zercà nel mondo la me resta nela misericordia de ‘sto can.
LA BORELA
(Da “Sbrindoli” del 1969)
Ghé un silenzio de ciesa ne la stala. Stamatina, bonora, la borèla la ga fato un bisìn. Dentro le poste, tase el somaro, el pulierìn, le vache. Tuto xe chieto, tuto, unquò, xe neto, come un presepio. La borèla se leca el so bisìn.
ÀLBARI
(Da “El varsuro, 1973)
Solo ‘na roba invidio al mondo, assè: i àlbari! No’ i caga, no’ i barufa; gnanca da morti i spuzza, no’ i se stufa de star chieti, inpiantà, dove che i xe.
Senza savere gnente de morale i cresce driti, i varda solo in cielo; dei mestri da ciapare par modelo, dei mestri veri e no’ dei contabale.
MARINAIO E SOLDATO
(Da “Deserto” del 1980)
Erano mari le pozzanghere in cui, bambino, varavo le mie barche di giornale, e spade micidiali i rozzi legni che brandivo in corsa, vociando, con i compagni, a gara.
Fu «tutto» il mio servizio militare.
Per quella ingenua recluta, devota ad una patria che non ha confini: la fantasia, ho tenerezza e orgoglio.
La mia patria è di là da ogni confine.
XV
(Da “Calligrammi”, senza data)
Monastico il giardino, ma selvoso a me pareva, come una foresta, tanto fertile il sogno, immaginoso. Là nacquero i miei sogni di protesta, là crebbe il mio dolore silenzioso, là rovinò segreta, la tempesta che ancora mi dilacera e ha corroso la giovinezza, breve dì di festa.
Sostavo, a notte a lungo, alle finestre a contemplar le stelle, ad ascoltare, quasi rapito, l’ansito silvestre della campagna prossima, a pensare sul mio fatuo destino di terrestre, sull’essere e il non essere, a tremare.
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Come citare questo articolo
Laura Viaro. “Angelo Rasi (1913-1984)”. Ventaglio Novanta, n. 47, 2013. https://ventaglionovanta.it/archivio/angelo-rasi-1913-1984/