Nella nostra terra solcata dai fiumi negli ultimi anni si è registrato un positivo incremento della ricerca archeologica, con il recupero di nuove e sempre interessanti testimonianze del passato: anfore, monili e parti di attrezzi che documentano il fiorire di attività e relazioni con comunità anche lontane.
Le testimonianze sono però mute, da sole non sono in grado di comunicarci la ricchezza della personalità degli uomini del passato che utilizzarono quelli che oggi freddamente chiamiamo reperti. Oggetti senz'anima, che possono però riacquistarla con creative ricostruzioni del passato. Come quella che proponiamo qui di seguito, opera di Raffaele Peretto.
Si tratta di un'epistola, una lettera che ricostruisce la fraterna relazione tra due cittadini dell'antico impero romano. Il mittente, Servius, abitava in Istria, a Pola: al termine di un soggiorno nell'antico Polesine, presso l'amico Leponio, indirizza a quest'ultimo un messaggio di ringraziamento, sottolineando la feracità della terra padana. Ecco il testo.
Ave Leponio.
Gli dei ti siano vicini e i lari proteggano la tua casa e quanti in essa dimorano, perché tu sei ospitale e generoso.
Sono trascorsi due giorni dal mio arrivo a Pola dopo il viaggio di ritorno che mi ha privato della tua compagnia e dei luoghi a te cari.
Senza difficoltà ho raggiunto Dusmano e più oltre Evrone, tagliando i fertili campi dell'agro Adriese.
Più arduo e difficoltoso, per l'imperversare di piogge che hanno portato allo straripamento del Meduaco e del Sile, mi è stato attraversare in barca i Sette Mari fino ad Altino e più oltre giungere ad Aquileia. Non sempre, inoltre, i necessari servizi di traghetto sono stati efficienti a causa anche delle aggressioni di alcuni malviventi.
Ma non sono questi i motivi che mi portano a scrivere la lettera. Protemilla si associa al mio desiderio di ringraziarti per l'ospitalità riservataci, amico sincero.
Dalla festa per la raccolta abbondante delle messi, fino alla vendemmia ti siano stati vicini accolti dalle premure della tua famiglia.
Ho conosciuto luoghi felici e singolari della tua terra; non dimenticherò le visioni di spazi aperti, di quelle terre disegnate magistralmente dagli agrimensori, abbracciate dal Po che si dirama nel grande Delta, tagliate dal corso rigoglioso dell'Ose sul quale si affaccia la tua villa.
In quei luoghi Cerere non potrà negare il massimo della sua fertilità per quel divino alito della terra che si disperde nell'aria quando è incisa dall'aratro.
È terra soffice, ma risplende dopo il passaggio del vomere come fosse amalgamata con l'oro. È terra tenera, ottima per la lavorazione e per i raccolti. È quella terra che frugano, quando è fresca, i furbi uccelli, accompagnando l'aratro, e che le cornacchie beccano seguendo le orme stesse di chi manovra i buoi aggiogati.
Ai margini della pertica, oltre le Filistine, appaiono ancora terre coltivate, contornate da selve e pascoli umidi anche d'estate, dove dimorano indisturbati Satiri e Ninfe e dove, nel tenue chiarore delle stelle, è facile essere avvolti dalle ali impalpabili di Morfeo.
Sei fortunato a vivere in tali luoghi e per questo ti invito a rispettare, come finora hai fatto, riti e cerimonie, seguendo i consigli che lo stesso Virgilio ha saputo esprimere in versi:
"Innanzi tutto venera gli dei
e celebra ogni anno i riti della grande Cerere,
compiendo sacrifici tra l'erba fiorente
all'estremo limite dell'inverno
quando serena spunta la primavera.
Allora grassi sono gli agnelli,
soavissimo il vino, piacevole il sonno.
Tutta la gioventù dei campi
adori Cerere al tuo fianco,
per lei stempera in latte e vino dolce il miele,
e intorno alle messi novelle
giri tre volte per voto la vittima,
accompagnata dal coro festoso
s'invochi la presenza di Cerere nelle case;
e nessuno accosti la falce alle spighe mature,
prima di danzare, come sa, in onore di Cerere,
con le tempie incoronate di quercia,
e cantare gli inni di rito".
O caro Leponio, ti sono grato per l'opportunità che mi ha offerto la mia lunga permanenza nella tua villa. Ho gustato, infatti, i sapori vivi della campagna, dell'attività della gente anche se, a volte, offuscata dai problemi che affannano i mortali.
A proposito hai convinto quell'arrogante di Rufo a concedere la servitù di passaggio dell'acqua per facilitare l'irrigazione dei campi di Cilo?
Spesso l'egoismo e la prepotenza dell'uomo impediscono che le risorse della natura siano utilizzate e ripartite per il bene di tutti.
Di una cosa infine ti sei dispiaciuto, non sei riuscito a consumare con me il vino falerno che da tempo aspettavi dalla Campania. La lunga distanza ha impedito che la partita di anfore colme di questo etere prelibato giungesse per tempo nelle tue cantine. La tua speranza è svanita solo all'ultimo nostro convivio, prima della mia partenza.
O Leponio, berrai il falerno senza di me. Sono certo che nella libagione di un prossimo convivio alzerai il tuo vaso potorio auspicando anche la mia felicità e mi sentirai presente con i tuoi amici.
Non mancherò di ricambiare il debito che sento avere nei tuoi confronti.
Vivas, stammi bene.
Servius
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Come citare questo articolo
Raffaele Peretto. “Ave Leponio”. Ventaglio Novanta, n. 9, 1994. https://ventaglionovanta.it/archivio/ave-leponio/