A chi scendesse sotto quel ponte sull’Adige, che unisce Masi a Badia, cioè la provincia di Padova con quella di Rovigo, e vi si inoltrasse, si presenterebbe, appoggiato sulla ombrosa sponda, e capovolto, quel che rimane di uno dei tre sandoni (sorta di scafi) di un molino ad acqua.
Di dimensioni non eccezionali ma certamente di un certo peso, oltre ad una innegabile malinconia, ispirerebbe anche stimoli per la fantasia soprattutto a chi fosse noto il fatto che trattasi di un “povero resto” del molino del “Bano”.
Già “Bano”! Personaggio arcinoto, anzi mitico, per chi a Badia Polesine sia stato in confidenza con l’Adige, con le sue acque e con Masi, nel periodo che, partendo dalla fine degli anni ’30, si protrae fino allo scadere del secolo, nel 1999. Di lui don Abbondio non potrebbe dire: “Bano”, chi era costui?
In breve: mugnaio d’acqua, pescatore di fiume, e ancora oste e poi ristoratore, ovviamente di pesce d’acqua dolce. Di anguille, quelle piccole s’intende, le “bisatine”, insomma quelle dalla pancia bianca, di cavedani e di lucci e di orate d’acqua dolce e ancora, in via eccezionale, ma non rarissima, di storioni! Sì storioni, come quelli dei grandi fiumi russi! I non più giovani ricordano senz’altro le foto nei giornali locali che, quando si verificava, immortalavano l’evento.
Bettagno Giovanni Albano, detto “Bano”, era nato a Masi il 17 settembre 1918 e vi era deceduto a 81 anni. Decisamente uomo dell’Adige, anzi della “rive gauche” di quel fiume che dalla ninfa Athesis ha preso il nome e che Lui, forse inconsapevolmente, aveva conquistato.
La famiglia faceva parte di una dinastia di mugnai di fiume da almeno tre generazioni.
Risalendo con la memoria, il figlio Romano indica tra gli avi oltre al padre, il nonno Luigi ed il bisnonno “Gusto”, poi il ricordo si perde tra le varie ramificazioni familiari senza nomi precisi.
Romano ricorda che anche la mamma Flora portava lo stesso cognome, molto frequente a Masi, ed era anche Lei proveniente da una famiglia di mugnai e cugina di “Bano”, così che per sposarsi i genitori, avevano avuto la “dispensa” dalla Chiesa, da Lui citata come “papale”.
Romano, nato nel ’42 in pieno conflitto mondiale, racconta la sua vita avventurosa che, con malcelato orgoglio, definisce da “selvadego”. Cresciuto tra casa e molino dove, fino all’età di 12 – 13 anni, vi viveva quotidianamente (ovviamente compreso il dormirci), Romano a 17 anni, spinto dalla sua innata vivacità e curiosità, parte all’avventura per quelle terre straniere allora invitanti, come la Svizzera e poi la Germania. Vi lavorava tra l’altro come stimato muratore. Attività che poi proseguirà in patria, tornando a Masi dove tuttora vive in una grande casa, di recente costruzione, in via Eugenio Curiel n° 1. Con lui le due figlie con le famiglie.
È Romano che ripercorre con il ricordo della propria vita anche quella del padre, del molino, della storia di questo e degli altri molini che in passato erano ancorati in questa riva. Una nota tra tutte: all’epoca vi era ancorato anche un molino dello zio del badiese commendator Rolando Zorzan, più noto in quella contrada come il “re del metano”.
Storia ricca di aneddoti ed anche di accidenti non sempre favorevoli, come quello della perdita di un sandone sfilatosi dal molino e finito a valle, davanti a Piacenza d’Adige.
Il lavoro non era solo relativo alla macinazione delle granaglie di grano e granoturco, meglio “della polenta”, era anche quello di spostare il mulino nel fiume alla ricerca della corrente più favorevole, non troppo lenta e non troppo forte. Chi conosce il fiume sa da sempre che le piene improvvise e le correnti conseguenti potevano mettere in pericolo il molino.
Ma spesso c’era anche il lavoro di ordinaria manutenzione da fare, il molino aveva ben tre gruppi di macinazione, comandati da un unico albero con sei mole. Le mole andavano tenute scabre con periodiche scalpellature con mazzetta e scalpello e non era certo facile muovere quei massi di una decina di quintali cadauno per svolgere l’opera. E poi anche la manutenzione dell’albero e dei giunti di trasmissione nonché dei denti, con la verifica e ingrassatura uno per uno, e di tutte le parti in movimento.
Tutto era costituito rigorosamente in legno di robinia, duro come “l’azzale” o meglio da “rubin messo per anni in tel pisson del luamaro”, così da rinforzarne ancor più la sua durezza ed impedire marcescenze o attacchi di tarli o altri parassiti.
A volte accadeva che nel movimento delle mole per le manutenzioni si procurassero danni anche gravi ai vari componenti o addirittura ai sandoni. Ciò procurava angoscia per paura di perdere la fabbrica e la fonte di guadagno. In quel tempo “Bano”, come per tutta la vita, era anche un pescatore di innegabili capacità e fama. Insomma procurava alla tavola pane e companatico. Non era poco!
Il servizio di molitura era evidentemente la fonte per ricavare qualche soldo, sebbene il rapporto con i suoi clienti fosse spesso anche regolato da scambi con altro cibo o con servizi. Era una economia in sedicesimo, ma che con lo strumento del primitivo baratto gestiva lo scambio di beni e servizi. E nessuno aveva frequentato la “Bocconi”!
Questa era però anche l’occasione in cui affiorava, senza mai alcuna ostentazione, la generosità d’animo di “Bano”. I tempi erano grami, per cui del cosiddetto numerario non se ne vedeva l’ombra, ma bisognava comunque mangiare! Allora il nostro praticava un credito diffuso, credito che non sempre veniva onorato dal debitore in grave difficoltà. Nessun problema, perché la solidarietà era la sua caratteristica più preziosa e segreta.
Quando i tempi si fecero troppo duri per vivere con la gestione del molino, “Bano” si trasferì di qualche decina di metri, sulla sommità dell’argine, proprio alla fine della salita che da Masi porta all’imboccatura del ponte per Badia. Vi costruì un chiosco, in area demaniale, rigorosamente “abusivo”, come oggi si direbbe. Fu però tollerato per anni, non certo per illeciti rapporti con le autorità preposte al controllo, ma semplicemente perché era del “Bano”, dell’uomo del fiume!
Il chiosco era il punto di ristoro universalmente riconosciuto da tutti quelli che, in bicicletta o a piedi, avevano fatto o la salita “dei Masi” o quella “de Badia”.
Nobilmente chiamato “fiaschetteria”, vi si trovava però, oltre all’ “ombra de vin”, magari di Clinton, anche la spuma per i ragazzini ed anche qualcosa da sgranocchiare sotto i denti, magari di frittura appena pescata. Insomma il chiosco abusivo svolgeva una funzione ed un servizio sociale che prevalevano sulle aride norme urbanistiche.
Con il passar degli anni, gli italiani si erano un po’ arricchiti, così, quale simbolo di crescita economica ma anche sociale, il chiosco diventò un ristorante a tutti gli effetti. Gestito assieme alla moglie, fu meta di molti per gustare il pesce d’acqua dolce, quello del “Bano”, che era un nome ed una garanzia di freschezza.
Il ristorante non si trovava più dove sorgeva il chiosco; no, questa volta era un edificio a tutti gli effetti, compreso il rispetto delle regole, quelle regole che spesso avevano fatto sentire “Bano” prigioniero e soffocato da una civiltà che cresceva non a misura di quello che lui riteneva essere d’uomo.
E poi la vita che, come spesso accade, assume il ruolo di scorpione, lo colpì. Un colpo di coda con il pungiglione che instilla il suo veleno nella carne tenera: l’ICTUS!
Alla metà degli anni ’80 la malattia lo fermò, fermò anche Flora e l’attività, non più gestibile da una donna sola.
Non voleva entrare nel terzo millennio! Non sarebbe stato adatto a Lui! Non si sarebbe trovato bene!
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Come citare questo articolo
Gastone Fantato. “Bano e l’Adige”. Ventaglio Novanta, n. 58, 2019. https://ventaglionovanta.it/archivio/bano-e-ladige/