A distanza di oltre un anno dalla scomparsa del prof. Flaminio De Poli, avverto come il bisogno di ritrovare il senso del suo magistero in questa nostra storia polesana, ripetendo e, anche aggiungendo, qualche riflessione.
Quando si dice: sono stato allievo del prof.Tale o Tal altro, il più delle volte si ha come l’impressione di ripetere qualcosa di scontato, quasi si trattasse di un capitolo chiuso, risolto in se stesso. In realtà, se ci pensiamo, chi ha esercitato la funzione di maestro, insegnante, se l’ha fatto con il carisma dell’intelligenza e dell’umanità, lascia tracce profonde nella formazione degli allievi e allora si dovrebbe chiedersi in quali delle nostre scelte, ideologie ha inciso il suo segno; quali comportamenti e pensieri ha stimolato; quale forza mantiene il suo ricordo; dunque non è scontato ribadire la consapevolezza di essere stati allievi di qualcuno, perchè un’intensa riflessione ci avvertirà di quanto gli siamo debitori, quanto ancora sia vivo il suo insegnamento.
De Poli è stato insegnante di italiano e latino al “Celio” e poi preside alle Magistrali di Adria e Rovigo. Difficile dire in poche righe quale sia stato il suo messaggio: qualcuno potrebbe parlare di cultura, altri di intelligenza, di preparazione. Se il prof. De Poli fosse stato un grande filologo o letterato o, che so, un cervellone che sapeva a memoria la Divina Commedia, credo che sì, lo ricorderei, ma senza passione, perché poi, tutte le cognizioni che si perseguono con lo studio durano il tempo che durano; quello che resta è qualcosa di vivo e umano. Certo il prof. De Poli è stato anche filologo, letterato, dantista, ma lo è stato in modo tutto speciale, con passione e originalità, fissando un modello concreto di concisione espressiva, esplicando a sua volta una produzione letteraria, esercitando costantemente uno spirito critico tante volte corrosivo, ma mai fine a se stesso. Così una lezione su Machiavelli poteva concludersi, in modo irrituale, con una battuta fulminante: un filibustiere che ha insegnato a fare il proprio utile, altro che lo storico che amava l’Italia! Era proprio questo esercizio critico, così contrastante con il modello tradizionale di allora, a calamitare l’attenzione, a indurre interesse, ammirazione; prendeva forma l’orgoglio di essere scolari del prof. De Poli e dava un piacere quasi inesprimibile riportare certi giudizi letterari, che non si trovavano in nessun libro in circolazione, ma erano nati da quello spirito così attivo e inesauribile. Pure, la prima infatuazione era un tantino infantile: soggiogati dal suo eloquio incisivo, concatenato in una struttura logica stringente, restavamo a bocca aperta, a volte perfino si avvertiva il panico di essere chiamati, interpellati e forse l’orgoglio di essere suoi scolari si esauriva nell’ammirazione che si prova verso un professore competente; così magari si esibiva il suo nome per tacitare i compagni di altre scuole, vantando insegnanti di gran lunga superiori. Solo l’ultimo anno di liceo, consapevole dei mutamenti che accompagnavano il mio processo di maturazione morale e psicologica, a quell’iniziale infatuazione è subentrata un’idea più precisa, concreta dell’incidenza dell’insegnamento del prof. De Poli. Leggevo già molto di più allora; potevo così confrontare le mie impressioni con l’analisi del professore, ne cavavo stimoli interessanti. L’esortazione a documentare, a citare versi ed espressioni d’autore acquistava senso e la rielaborazione della materia di studio si approfondiva. Del romanzo manzoniano veniva colto soprattutto lo spirito civile, mentre appariva ridicolo che dei contadini parlassero un italiano colto. Autori sottovalutati come Pascoli, Fogazzaro e poeti moderni allora sì e no nominati come Ungaretti e Montale acquistavano straordinario interesse nelle lezioni del prof. De Poli. Non erano mai versioni quietiste, semmai chiaroscuri: in nessuno l’interprete si riconosceva del tutto; lettura e critica si fondevano con passione; l’informazione passava al vaglio di una coscienza severa, perfino intransigente.
Ma che cosa rendeva così intenso il messaggio? L’insegnante costituisce un medium fatto non solo di indagine scientifica, ma di umanità. Ed è questo forse, l’aspetto che più mi ha attratto. Sarà forse per il fatto che il professore, collega e amico di mio padre, era un nome familiare nella nostra quotidianità: era il collega più giovane che aveva figli di età vicina alla nostra; era l’intellettuale, di cui già circolavano i giudizi forti, personali; era il poeta e scrittore che in tempi di magra pubblicava scritti e saggi acuti e dunque si distingueva, nell’esame dei testi, come l’artista che interpreta…
Ma questa umanità coraggiosa in quali forme si esplicava? Schivo e antiretorico com’era, tendeva a non manifestarla; al tempo stesso, noi alunni ci rendevamo conto di non essere solo dei numeri: eravamo giovani cui trasmettere un esempio. Raramente – questa è la mia esperienza – un voto scendeva sotto il cinque, ma questa insufficienza conteneva in sé una riprovazione morale; non interessava al professore una condanna senza appelli, un numero esageratamente negativo che avrebbe magari demotivato del tutto l’allievo; bastava l’insufficienza e risalire la china era difficile, comportava volontà, umiltà, l’esercizio di quelle doti che il professore stesso aveva valorizzato nei suoi difficili studi.
A volte, un episodio apparentemente poco significativo gettava luce sul suo mondo delle origini: la campagna, la piccola parrocchia di paese. Un nostro compagno piuttosto svogliato rispondeva a monosillabi nel corso di un’interrogazione. “Ma che cosa hai fatto tutta la domenica?”-provava a provocarlo il prof. De Poli. “Ho giocato a biliardo”. “Dove?” “In centro parrocchiale” . “Ah sì? Magari col parroco”-si divertiva l’insegnante e in questo gioco di rimando, si capiva che quella realtà mandava riflessi noti, richiamava un mondo di affetti, un passato mai dimenticato.
Ma era nelle sue lezioni che questa forte umanità si intrideva nel messaggio: il professore immetteva nei versi danteschi sulla giustizia tutte le sue ansie, le sue attese; l’uomo e lo studioso facevano tutt’uno e le parole di Dante ribadivano la sua filosofia del dubbio.
Sensibile ai valori fondanti della società, esigeva il rispetto, la tolleranza, la solidarietà. Proverbiale il senso della rettitudine che, nella nostra famiglia, avemmo modo di conoscere. Un giorno che chiese a mio padre di tenere un paio di lezioni di pianoforte a due dei suoi figli, mandò in anticipo il compenso: voleva essere considerato uno come gli altri, senza sconti.
Colto, acuto, pareva non appagarsi mai delle risposte convenzionali, generiche e spesso l’irruenza del carattere lo portava alla polemica. Il bersaglio era sempre l’autorità e chi la rappresentava. Uno spirito libero che si scontrava con i muri del pregiudizio e della furberia.
In questa sua orgogliosa solitudine, cosa poteva apparire a noi allievi spauriti del Classico ? All’inizio, sicuramente una persona superiore, inavvicinabile e quindi temibile. Poi, con il passare degli anni, ne abbiamo compreso la dimensione umana. Quella artistica si potrà forse cogliere di più in futuro, come capita per chi ha innovato, inventato. Resta tuttora viva l’intensità della Messa funebre, condivisa con i presenti di quell’ assolato pomeriggio di luglio.
“Caro prof. De Poli…”-ha esordito con voce commossa una sua allieva al momento delle intenzioni di preghiera: in queste semplici parole si condensa un po’ tutto, l’idea di un “ritratto in piedi” dove la figura del professore esce intera, nell’austerità e nell’impegno culturale.
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Claudio Garbato. “Caro prof. De Poli”. Ventaglio Novanta, n. 30, 2005. https://ventaglionovanta.it/archivio/caro-prof-de-poli/