Uscendo da Fratta e procedendo verso Fiesso Umbertiano troviamo, ancora in condizioni di sicuro interesse, il vecchio mulino del Pizzon.
Nel catasto austriaco del 1841 il Mulino del Pizzon esisteva già. Il suo nome deriva probabilmente dalla sua posizione: si trovava cioè su un “pizzon”, termine indicante una lingua di terra che si incunea nell'incontro di due fiumi, in questo caso Scortico e Canalbianco.
Il mulino del Pizzon può considerarsi come uno dei più bei mulini storici rimasti integri fino ad oggi, ed entrare a pieno titolo nell'interessante repertorio dell'archeologia industriale del Polesine.
Venduto dai vecchi proprietari che l'avevano fatto funzionare fino ai primi anni '60, è stato ora acquistato con l'intenzione di ristrutturarlo per renderlo visitabile.
Un mulino completo: un museo unico! Già il luogo dove si trova ha un suo fascino.
Quando diversi anni fa ho raggiunto per la prima volta la località ove sorge il mulino, tutto era immerso nel silenzio, rotto solo dal rumore dell'acqua che usciva dalla chiusa formando una piccola cascata.
Poche case, i fiumi, tanta campagna a perdita d'occhio e fiori lungo le rive. Il mulino era chiuso, e attraverso i vetri rotti era difficile avere un'idea dell'interno.
Finalmente il desiderio di poter entrare e vedere è diventato realtà. Sono ritornata ritrovando il silenzio, lo scorrere tranquillo delle acque, le poche case e l'odore dell'erba tagliata. Ad accompagnarmi, col permesso del proprietario signor Gasparetto, è il signor Celeghin che in quel mulino, come operaio, ha passato una considerevole parte della sua vita.
Dalla sua voce si anima tutto il luogo. Mi indica le scuderie dove, tre o quattro cavalli erano sempre pronti per partire, col carro, per prelevare il grano che veniva poi immagazzinato nel deposito a lato, la cui capienza era di circa mille quintali.
Accanto al mulino, la casa dei proprietari. Non c'è divisione. La vita quotidiana e il lavoro erano un tutt'uno: si passava dalla casa al mulino come si può oggi passare dalla cucina al salotto.
Anche noi facciamo lo stesso percorso ed entriamo nel mulino per capire quali e quante fasi erano necessarie perché dal grano si ricavasse la farina, un bene allora più che mai prezioso perché il pane era vita.
Oggi impressiona il grande disordine che regna: forse degli animali, che di notte scorazzano padroni assoluti, si sono divertiti a rovesciare cassetti, sparpagliare fogli per terra e manomettere oggetti. (Poveri animali, di quanto misfatti si incolpano!)
Ma la voce del signor Luciano, che lesto si muove da una parte all'altra e tocca i vari macchinari con un gesto abituale, mi riporta alla realtà, con la puntuale illustrazione delle fasi della lavorazione.
La prima riguardava la pulitura. Il grano veniva introdotto nella cosiddetta “buca”; da qui saliva su per i “levatori” e poi in macchine munite di una specie di “setacci”, attraverso cui passava aria: mentre dalle trombe di aspirazione uscivano foglie, polvere, anche fiori come papaveri e fiordalisi (ora non si vedono più), il grano, attraverso la serpentina, passava nel silos a secco. Da qui giungeva alle macchine di lavaggio (seconda fase) contenenti acqua di canale che una volta non era inquinata. Il grano entrava poi in altri silos dove passava aria che lo asciugava compiendo la terza fase. Si giungeva così all'ultima fase: la macinazione. Non bisognava aspettare più di 24 ore, altrimenti il grano “faceva il dente”.
Seguiva l'operazione laboriosa della separazione di prodotti: crusca, cruschello e farina; e questa veniva a sua volta suddivisa secondo la raffinazione seguita. Poi dalla “farineria”, che conteneva anche novanta quintali, la farina, o “fiore” come la chiamavano, passava nel bocchettone a sacco e veniva insaccata, pesata e fatta uscire attraverso lo slittone che si trovava ad altezza giusta per caricare il prodotto sui carri.
Ascolto attenta la varie spiegazioni salendo e scendendo dal piano terra, al primo e al secondo piano seguendo le fasi di lavorazione. Ma non ci sono solo le macchine da osservare. Ci sono le pese (in dialetto la pesa era detta bassacuna), c'è il bilancione alla parete per pesare pochi chili, l'antica macina circolare, il piccolo ufficio con timbri, carte, ecc, il deposito dei sacchi dove una bella ragazza (così si premura di sottolineare il signor Luciano) riparava quelli rotti o scuciti, il generatore di corrente (la corrente elettrica è stata portata dopo la guerra), la ruota spinta dall'acqua che azionava il mulino quando ancora non c'era l'elettricità. Tanti nomi difficili da ricordare.
Ma il signor Luciano continua a ruota libera: è nel suo ambiente.
Il mulino funzionava giorno e notte, si fermava solo dalla domenica mattina al lunedì mattina, e vi lavoravano soltanto tre persone che si turnavano. Oltre al grano si macinava granoturco e avena per i cavalli.
La macinazione, regolata da precise leggi, si divideva in alta macinazione quando si ricavava solo farina di tipo uno, zero e doppio zero, e bassa macinazione, di minor costo, quando si otteneva farina, crusca e cruschello insieme.
Da un quintale di farina si doveva ottenere il 70% di fiore, il 25% di crusca e cruschello, infine il 5%, detto “lavativa”, costituiva la perdita. Ma quanta attenzione dovevano prestare i clienti data la proverbiale furbizia dei mugnai!
Venivano macinati quattro quintali di grano all'ora e quaranta quintali ogni turno.
La visita, accurata e di sicuro interesse, si è conclusa. È tardi, il sole sta calando fra nuvole di temporale, è meglio uscire. Comincia a cadere qualche goccia, e mentre saliamo in macchina mi raffiguro una scena d'altri tempi: mi sembra di vedere il “passadore” far scivolare sul fiume i barconi tirando la fune di acciaio con robusti guanti di pelle.
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Come citare questo articolo
Sandra Cignoni. “Chi va al mulino… non si infarina più”. Ventaglio Novanta, n. 4, 1991. https://ventaglionovanta.it/archivio/chi-va-al-mulino-non-si-infarina-piu/