In inverno non raramente le tinte scialbe ed incolori si impadroniscono di Rovigo, e particolarmente bigio appare il cuore della città, i cui palazzi si affacciano sulle masegne grigie della Piazza Vittorio Emanuele, anche lui grigio nella sua statua. Eppure, in mezzo a tanto grigiore, si può trovare il tripudio del colore: nella collezione degli oltre 400 dipinti della Pinacoteca, nelle brillanti miniature dei codici antichi, nelle affascinanti raffigurazioni dei reperti egizi.
Scorrendo le tele attraverso le sale della Pinacoteca si ha la possibilità di compiere un excursus notevole, dai dipinti di scuola veneziana del quattrocento e del cinquecento, alla scuola ferrarese del cinquecento, fino ai maestri veneti del seicento e settecento. Quattro secoli di colore a confronto. Tecniche le più diverse. Di particolare interesse, a mio avviso, è la ritrattistica, con veri e propri capolavori, come il «Giulio Contarini da Mula» di Alessandro Longhi o l’Antonio Riccobono di Giambattista Tiepolo o l’autoritratto di Rosalba Carriera.
Ma sarebbe un errore soffermarsi solo sugli autori più noti: Tiepolo, Piazzetta, Bellini, Palma, Tiziano, Tintoretto, Giordano, Scarsellino, Garofolo, Dossi, Correggio, ecc.
Bene ha fatto il Conservatore della Pinacoteca, Toni Romagnolo a valorizzare autori meno noti al grande pubblico. È significativo in proposito che a rappresentare la Pinacoteca in un poster si sia scelta il «Loth e le figlie» di Sebastiano Mazzoni, che, assieme al dipinto raffigurante «La morte di Cleopatra», è tra le espressioni più suggestive del barocco in una raccolta, come quella di Rovigo, in cui questo manierismo ha una parte certamente di primo piano.
Il compiacimento derivante dalla visita suscita contemporaneamente un senso di gratitudine per quei cittadini di Rovigo che, fin dai secoli scorsi con grande senso di cultura, generosità e civismo, hanno donato opere di sapiente e costoso collezionismo perché fossero godute dalla collettività. A Giovanni Francesco Casilini (1748-1820) si deve forse il contributo più lucido in questa direzione. Ma non bisogna dimenticare Campo, Manfredini, Silvestri, Grotto, la stessa Fabbriceria della Chiesa dei Santi Francesco e Giustina e ancora Giustiniani, Valsè, Pantellini, Barzini, Zamboni, Angeli Foresti, Sassi, Mazza, Gobetti, Giustinian.
L’elenco dei donatori, certamente qui non completo, potrebbe per ora concludersi con il determinante intervento della Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, che ha permesso l’attuale sistemazione della Pinacoteca. La visita all’interno dei Concordi diventa, in questo senso, anche un viaggio attraverso la storia della cultura cittadina. L’Accademia dei Concordi ha rappresentato, in tale contesto, l’occasione e lo strumento per far compiere il salto da una cultura della famiglia, eminente ma pur sempre limitata, a una cultura della comunità, acquisendo in tal modo anche una pregnanza storica e sociale.
Un discorso analogo ai dipinti lo possiamo riscontrare per il patrimonio librario. La mostra su Girolamo Silvestri ha dimostrato, ad esempio, che una città che dà attenzione ai libri e crea professionalità librarie di altissimo valore, contribuisce in maniera determinante ad immettersi nel circuito culturale nazionale e internazionale.
La Rovigo del ’700 di Girolamo Silvestri, col suo cenacolo di specialisti – da Gioacchino Masatto a Pietro Bertaglia, da Cristina Roccati a Marc’Antonio Campagnella, era in contatto con i leader della cultura italiana del tempo come Lodovico Muratori e Scipione Maffei, e con esponenti del mondo scientifico a livello internazionale.
Ma procediamo il nostro cammino all’interno dell’Accademia: seguendo la suggestione iniziale del colore, vogliamo vedere i codici miniati. Famose opere di Aristotele, di Cicerone, di Senaca, «machazor» (libri di preghiere ebraiche) manoscritti in pergamena, contengono scritture e raffigurazioni preziosissime. Gli specialisti dell’Accademia – i dottori Mazzetti Pezzolo e Mutterle – sanno far apprezzare convenientemente il contatto con questi veri e propri reperti librari.
Tra di essi, il gioiello è senz’altro la «Bibbia Istoriata Padovana» del secolo XIV, di cui la Concordiana conserva una parte: i libri della Genesi e di Ruth. Un’altra parte, il Pentateuco e il Libro di Giosuè, è conservata presso la British Library di Londra.
Le raffigurazioni sono frutto di certosina precisione stilistica, ma l’immediatezza della resa pittorica rivela una caratteristica prettamente artistica, da attribuire, secondo gli specialisti, alla bottega di Jacopo da Verona.
Altrettanto immediata è la resa della parlata dialettale padovana per descrivere gli episodi. Citiamo per tutti due scene, estrapolate dalle 344 miniature, con il relativo commento:
1) Fig. CCXVII – Genesi. «Como Joseph, fiolo de Jacob, vete in somnio, dormando, el sole e la luna e le XI stelle che lo adorava».
E sentiamo come Gian Lorenzo Mellini commenta la scena dipinta: «la dimensione fantastica e illusoria del sogno di Giuseppe è allusa da quell’orizzonte astrattamente vuoto, che si scolora avvicinandosi, su cui riposa, isolato e irreale come una statua giacente, il figlio di Giacobbe».
2) Fig. VVXVIII – Genesi. «Como Joseph dixe a so pare e ai so fradei questo insonio. Aldando, so pare Jacob sì ’l reprende digando. “Que vole dire questo insonio? Mi e to mare e tuo’ fradeli te adoreremo sovra la tera?”».
È incredibile come questo mondo dei libri ci prende e ci coinvolge.
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Come citare questo articolo
Giuseppe Marangoni. “Il tripudio del colore”. Ventaglio Novanta, n. 4, 1991. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-tripudio-del-colore/