Nel Centenario della nascita di Antonio (Toni) Cibotto, dopo l’appassionato ricordo di Angioletta Masiero (Ventaglio Novanta n. 67 pag. 89 e successive) desidero aggiungere anche la mia voce “padovana” al ricordo dell’indimenticabile scrittore.
Va detto innanzitutto che Antonio Cibotto si è sempre interessato alla letteratura ed al teatro, alternando la narrativa alla saggistica. Ha scritto tanto, ricevendo prestigiosi premi letterari quali il premio Marzotto con «La vaca mora», il premio Comisso con «Stramalora», il premio Salotto veneto con «Il doge è sordo». Libri di successo furono «Cronache dell’alluvione» e «La coda del Parroco», ma anche «Scano Boa».
Cibotto è stato il primo scrittore del dopoguerra a rilanciare Angelo Beolco, ovverossia Ruzante, del quale ha pubblicato una strenna intitolata «Il meglio di Ruzzante», e la traduzione dei dialoghi per Einaudi. Sempre in materia di teatro non si possono dimenticare il fortunatissimo «Teatro Veneto» e la versione di una celebre commedia di Pablo Picasso intitolata «Il desiderio preso per la coda». Di lui hanno parlato i critici più qualificati, da Cecchi a Pancrazi, da Bo a Camerino a Palmieri, a De Benedetti. Non si può inoltre dimenticare che ha fondato alcuni dei premi più noti organizzati nel nostro Paese, dal Campiello al Comisso all’Estense. E’ morto sabato 12 agosto 2017 nella sua casa di Rovigo all’età di 92 anni.
Quando la sera del 9 marzo del 2000, in qualità di Assessore alla Cultura, ho proposto al Consiglio Comunale di Monselice la figura di Gian Antonio Cibotto per iscriverlo nell’albo dei Cittadini Onorari della Città della Rocca, ero convinto del voto unanime; e così è stato. Del resto la mia amicizia pluridecennale con Toni – così amichevolmente chiamato – aveva messo a fuoco per bene l’amore che lo scrittore ha nutrito per Monselice. E proprio a Monselice ha voluto fondare e dirigere la rivista prestigiosa di “Veneto ieri oggi domani”. Ma lo stesso amore lo nutriva per ogni angolo del “suo” Veneto. Era affascinato da questi nostri luoghi che definiva “terra benedetta della Bassa e dei Colli”. Basta citare alcune frasi dei suoi scritti, per capire la sua meravigliosa e fantastica geografia letteraria.
Di sera, d’estate prendeva la sua automobile, l’inseparabile Mini, e saliva alla Rotonda del Belvedere di Monselice, “in compagnia delle stelle – mi diceva – dove nel silenzio della sera odo l’eco misteriosa della presenza di Guido Guinizzelli che qui ha chiuso i suoi giorni”.
Oppure spesso lo si trovava seduto sulla soglia della chiesetta della Trinità ad Arquà Petrarca per “sentire la magica presenza del Poeta che ancora ispira la mente dei poeti” mi sussurrava per non infrangere l’arcano legame antico con il “Patriarca dei Colli Euganei” come amava definire Francesco Petrarca che fu anche canonico della Pieve di Santa Giustina in Monselice. E lo diceva immerso nello sbuffo fumigante di un profumatissimo toscano, accennando come sempre un amicale sorriso.
Sì, proprio quella vena poetica che si è rivelata in Cibotto.
Con Neri Pozza ha pubblicato numerose sue opere, tra le quali Il principe stanco, I giorni della merla, In Paradiso con la carrozza, Razza de mona, Contropelo, San Bastiano con la viola in mano in cui ha definito la Via del Santuario di Monselice “la più bella strada del Veneto”.
Cibotto ha profuso impegno nella crescita culturale di Monselice, sia come componente della Giuria dei Premi Brunacci che come animatore di qualificate iniziative teatrali che hanno movimentato la vita cittadina. Se scrivere è saper mostrare il lato oscuro delle cose, Cibotto è riuscito nell’impresa di dare voce e luce alle pieghe più intime della gente del Polesine, della Bassa Padovana e dei Colli Euganei e dell’intero Veneto, descrivendo i mille campanili ed i costumi di una parcellizzata e policentrica regione, che grazie a gente operosa è riuscita a diventare un modello per tutta la Nazione. Nei suoi libri, nei suoi scritti giornalistici, Gian Antonio ci invita a rispettare le nostre tradizioni venete e a riscoprire un passato denso d’umanità, che può aiutarci a capire il vorticoso divenire, obliando la superficialità talvolta caratterizzante il quotidiano.
“Nei giorni lunghi della tua malattia, restavano di te gli occhi spiritati, incandescenti, d’una furbizia a cui nulla sfuggiva. E non potevi più parlare né leggere, ma quando ti davano in mano un libro, lo stringevi a te come se fosse l’ultima spiaggia, il vestito di un amore perduto. – È mio – dicevi con lo sguardo duro”. Così ha scritto lo scrittore Giancarlo Marinelli, amico di sempre, che deve molto a Toni Cibotto; e noi ci accodiamo alla numerosa schiera di stimatori e lettori di Toni con perenne e sincera gratitudine. E questo è il commovente e puntuale ricordo di Marinelli: “Scrivevi e vivevi, in fondo, sempre a difesa di qualcuno. Ogni tua parola e gesto sono stati un modo per proteggere qualcosa o qualcuno. E, nel contempo, erano anche una preghiera che chiedeva, a tutti gli altri, di farsene carico”.
In me rimane sempre vivido il ricordo della “combriccola” – come simpaticamente Toni chiamava la nostra compagnia di amici – alla scoperta del Delta del Po, vivendo straordinarie gite con Fulvio Tomizza, Fulvio Roiter, Lino Toffolo e Tonino Guerra con sosta obbligata all’oasi di Marina 70 nella Sacca di Scardovari.
Il comune amico vicentino Bepi De Marzi lo ricorda indirizzando un “affettuoso, riconoscente, innamorato abbraccio palladiano all’uomo che con la sua voce morbidamente polesana ci ricorda che le parole dette agli amici restano calde intorno a noi.”
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Come citare questo articolo
Riccardo Ghidotti. “Cibotto nel centenario della nascita”. Ventaglio Novanta, n. 68, 2026. https://ventaglionovanta.it/archivio/cibotto-nel-centenario-della-nascita/