A prima vista può sembrare che il conterraneo Gian Antonio Cibotto, scrittore e giornalista polesano, e Carlo Rambaldi, il “mago oscar degli effetti speciali” originario di Vigarano Mainarda (Ferrara), abbiano ben poco in comune.
Ma non è del tutto così, anche se i loro mondi si presentano completamente diversi: il primo ha iniziato la sua attività come giornalista e critico letterario e teatrale, affiancandovi in seguito un’inesauribile e fortunata vena creativa di scrittore; l’altro, com’è risaputo, ha lasciato una traccia indelebile nell’immaginario mondiale con le sue indimenticabili creazioni per il cinema, come E.T o King Kong.
Entrambi, in questo anno del loro centenario di nascita, omaggiati con varie iniziative, tra cui per il “nostro” Cibotto, l’attuale mostra “Gian Antonio Cibotto (1925-2017). Il gusto del racconto”, inaugurata a Palazzo Roncale il 5 dicembre.
E a questo punto bisogna fare riferimento ad un terzo personaggio quasi coetaneo ai primi due: Renato Dall’Ara (1924-1982), autore del film “Scano Boa. Violenza sul fiume”, opera tratta dall’omonimo romanzo dello scrittore polesano. Merito della collezionista Silvia Nonnato, proprietaria dell’Archivio “L’Immagine in movimento” di Adria, che si è occupata della sezione espositiva sull’attività di Cibotto per il cinema. Sua la scoperta di una singolare curiosità: «Le strade dello scrittore e del futuro premio Oscar – ha infatti spiegato l’esperta – si sono incrociate grazie al film “Scano Boa” di Renato Dall’Ara, una pellicola che ha immortalato le speranze e le fatiche di un territorio unico e affascinante come il Delta del Po».
Vediamo ora di riavvolgere il filo che lega i tre autori.
Cibotto
All’origine di tutto, l’emblematico romanzo citato di Cibotto, del 1961, che ha fissato nella memoria collettiva quel suggestivo lembo di terra chiamato Scano Boa. Luogo questo alquanto familiare allo scrittore lendinarese, che nell’incipit del libro lo descrive così: «Avvertenza: è inutile cercare sulla carta geografica le località nominate in questo libro… L’esattezza geografica non è che un’illusione. Il Delta Padano, per esempio, non esiste. Lo stesso dicasi, a maggior ragione, per Scano Boa. Io lo so, ci sono vissuto».
Questo storico scanno del Delta del Po, il più orientale e proteso dentro all’Adriatico, si configura come una lunga lingua di sabbia dorata, raggiungibile solo via mare, ricca di fascino per il suo paesaggio incontaminato e selvaggio. Una sorta di paradiso perduto ai confini della realtà, “l’isola che non c’è”.
Unica traccia di presenze umane, restano gli ultimi casoni, tipiche costruzioni di canne un tempo utilizzate da pescatori e cacciatori, che, in un passato non lontano si animavano per la pesca dello storione (grosso pesce anche di qualche quintale, oggi scomparso), quando, nella tarda primavera passava dal mare al fiume per deporvi le uova; speranza di guadagno e di riscatto da un’atavica miseria, come ben ci racconta Cibotto nel suo libro.
«Sullo schermo della mente gli appariva sempre il ricordo dello storione, l’immagine del pesce dalle squame di metallo che significavano quattrini. Ma tanti, una pioggia, come nei racconti che gli facevano i pescatori scappati due anni prima dalle zone alluvionate, le sere che si riunivano intorno alla grande aia della fattoria padronale per cantare in coro».
Temi che non potevano lasciare indifferente il “cantore del Polesine e del Veneto”, perdutamente innamorato della sua terra, il quale era solito definirsi “scrittore estinto”, proclamandosi cioè estraneo alla società attuale, attratto piuttosto dalla memoria collettiva, senza però mai abbandonare l’indagine giornalistica né l’inclinazione autobiografica, come ben testimoniano le sue note Cronache dell’alluvione e Stramalora, ispirati rispettivamente all’alluvione del Po nel 1951 e al disastro del Vajont del ‘63. Così scelse di imperniare il suo romanzo sulla leggendaria figura del pescatore di storioni, attorno al quale intrecciò una vicenda, tratta da un episodio realmente accaduto, nello scenario di quello sperduto isolotto.
Tra suggestioni de Il vecchio e il mare (Ernest Hemingway, 1952) e un’impronta verista, Cibotto vi racconta la storia di un singolare terzetto disperato che arriva in un misero villaggio di pescatori (Scano Boa) in un Delta senza tempo: un vecchio pescatore in cerca di guadagno con la pesca dello storione, la nipote e un cane bastardo. Ma gli abitanti non li accolgono bene, attribuendo loro la causa di ogni disgrazia, tra cui il mancato arrivo degli storioni; mentre la giovane subisce la violenza di un bellimbusto del paese.
Quando poi i grossi pesci compaiono nelle acque di Scano, tutti gli uomini tentano di pescarli, compreso il vecchio, che però annega e, durante il trasporto della bara in barca, la fanciulla dà alla luce un bimbo.
L’episodio è ispirato ad un vero fatto di cronaca riferito da un articolo di giornale, nel quale si parlava della nascita di una bambina sulla barca che stava trasportando il feretro di un pescatore annegato nel Delta (6 febbraio 1954).
Dall’Ara
La stessa notizia aveva ispirato, già nel ‘54, il cortometraggio in 16mm dell’allora debuttante cineasta, Renato Dall’Ara, anch’esso intitolato “Scano Boa”.
Dall’Ara, per anni dimenticato anche se valente cineasta nativo di Sant’Apollinare (RO), era allora un giovane architetto di trentasei anni, proprietario di una fabbrica di scarpe e iscritto al PCI. Il corto, prima produzione cinematografica totalmente polesana, realizzato con un gruppo di compagni di partito e cineclub, rodigini e ferraresi, spopolò nei festival dei cineamatori in Italia e all’estero. Da lì iniziò il sogno di Dall’Ara di farne un lungometraggio, che avrebbe realizzato nel 1961, il cui soggetto, con l’aiuto di vari sceneggiatori tra cui Benedetto Benedetti, era a sua volta ispirato al romanzo di Cibotto.
Un film indubbiamente datato, che tentava di fondere intenti documentari (naturalistici e di denuncia sociale, sulla scia del cinema neorealista), con necessità di produzione (si veda la presenza di attori di rilievo internazionale: Carla Gravina/Clara, José Suárez/Baroncello, Alain Cuny/il cavarzerino padre di Clara), ma impreziosito da un felice bozzettismo epico-popolare, quasi da commedia all’italiana, che lo rendono ancora oggi rara testimonianza di un’epoca e di una civiltà ormai scomparse.
In realtà, la pellicola rimase a lungo misconosciuta, fino alla sua riscoperta qualche anno fa da parte di Lab 80 e alla sua riproposizione alla 15esima edizione di “I Mille Occhi”, che le ha procurato un rinnovato interesse, tale da collocarla accanto ai capolavori di Ermanno Olmi.
Rambaldi
Ed è proprio per la realizzazione del film che entra in gioco un giovanissimo Carlo Rambaldi agli inizi della sua straordinaria carriera. Allora trentenne, egli si trovava a Pila per la realizzazione di un documentario a colori intitolato “Pescatori di storioni” (1956) di Antonio Sturla. Ma, poiché gli storioni in quel periodo fuori stagione non c’erano, fu chiesto a Rambaldi (che all’epoca stava sperimentando le applicazioni dell’elettromeccanica nella creazione di “sculture semoventi”) di realizzarne tre esemplari finti, che risultarono così realistici da rendere credibile il documentario e gli stessi storioni meccanici furono poi impiegati anche nel lungometraggio di Dall’Ara.
Ecco, dunque, spiegato come la suggestione di Scano Boa e quella dei suoi ancestrali storioni, hanno unito in un singolare connubio Cibotto e Rambaldi, due straordinari coetanei, il cui genio, manifestatosi in ambiti diversi, si celebra quest’anno nel loro comune centenario.
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Come citare questo articolo
Rosanna Beccari. “Gian Antonio Cibotto e Carlo Rambaldi”. Ventaglio Novanta, n. 68, 2026. https://ventaglionovanta.it/archivio/gian-antonio-cibotto-e-carlo-rambaldi/