Può sembrare strano a noi, che pure amiamo la nostra terra, ma che siamo abituati a considerarla per certi aspetti amara e poco fortunata. Eppure qualcuno “di fuori” può amarla a tal punto da sceglierla e raccontarla con sguardo da innamorato.
È successo a Nadia Scappini, poeta romagnola di nascita ma residente a Trento fin dall’infanzia, che ha scelto di ambientare proprio qui, in Polesine, per la precisione a Giacciano con Baruchella, il suo primo romanzo Le ciliegie sotto il tavolo, Marietti ed., secondo classificato sia al Premio Cortina che al Premio Asti d’Appello. Ma numerosi altri sono i luoghi del Polesine dove si dipana la storia: Badia, Adria, Ceneselli, Trecenta, Papozze.
Si tratta di una storia delicata, che ha come protagonisti Livio, di origine istriana, insegnante in pensione, che decide, dopo una vita sradicata, di comprare casa a Giacciano, e Cosetta, di famiglia ferrarese, entrambi non più giovani e segnati dal dolore della vita. Dall’acquisto della casa avrà seguito l’incontro tra i due e si svilupperà la vicenda.
L’Autrice stessa, nell’Appendice al suo romanzo, così svela il suo rapporto con questa terra: Qui sono le radici della mia famiglia paterna e qui ho trascorso, senza particolare entusiasmo, brevi periodi delle vacanze estive a cavallo fra gli anni sessanta e settanta. La suggestione per la campagna, però, mi ha sempre accompagnata, facendosi compagna fedele e fonte di scrittura negli anni della maturità.
Qui, aggiungiamo noi, l’Autrice torna oggi con regolarità non appena i suoi impegni glielo consentono, forse per rinsaldare il suo rapporto con le radici e con una casa che, in altri tempi, ha visto magari la sua noia di adolescente, ma che conserva il profumo degli affetti e della famiglia. Sentiamo ancora le sue parole dal cap. II del romanzo: Solo apparentemente le case sono mute, in realtà custodiscono i segreti delle cose vive, delle vite che sono passate di lì. Tacciono, è vero, ma quando ci si insinua nei loro segreti, lentamente si lasciano penetrare e rivelano i segreti di chi ci ha abitato. E magari ci terranno compagnia mescolandosi ai nostri sentimenti, ai nostri odori, alle nostre impronte.
– Nadia, chiedo all’Autrice (che ha condiviso con me gli anni di Università a Padova) come nasce la storia di Livio e Cosetta?
“La storia nasce casualmente, almeno in apparenza. Un personaggio in carne ed ossa con una fisionomia ben precisa è balzato prepotentemente alla mia immaginazione un settembre di cinque anni fa. Ne è nato un racconto – l’attuale capitolo intitolato “A ritroso”, sintesi e premessa delle successive vicende – che per me si doveva concludere lì. Qualche mese più tardi, però, un amico poeta e critico di valore (ndr: Gianfranco Lauretano), leggendolo, mi disse “qui c’è una storia che preme da tutte le parti, devi assolutamente farne un romanzo”. Gli diedi del pazzo, lì per lì, perché niente era più lontano da me dell’idea di imbarcarmi in un tipo di scrittura di cui non avevo alcuna esperienza. Ma …il tarlo ormai covava ed ecco qua il risultato!”
– Anche la gente del posto ha un ruolo, e non secondario, nella storia: è come se Livio, venuto da fuori, cercasse nel rapporto con le persone un ancoraggio al luogo; è davvero così importante l’insieme dei rapporti che si crea nei luoghi piccoli e decentrati?
“Certo, anzi di più, sia Livio che Cosetta, prima e dopo il loro incontro, nelle vicende dolorose della loro vita, si sono salvati perché alcune persone, nei momenti critici, hanno teso per loro una rete: ma loro d’altra parte l’hanno saputa cogliere ed utilizzare al meglio, riconoscendola nel suo valore, reduci come sono dalle batoste della vita; ed è proprio allora che si spalancano per loro orizzonti impensati.”
– Ora la domanda d’obbligo per un Narratore alla sua prima esperienza: a parte il recupero della memoria dei luoghi, ci sono altri elementi autobiografici nella storia?
“Certamente, oltre a quelli che hanno originato la scelta del Polesine e fanno da sfondo al romanzo, ci sono gli anni trascorsi a Padova con le vicende legate all’università (cfr. cap.V), quelli di Trieste con il sentore ancora vivo del doloroso esodo istriano, c’è la predilezione per città come Verona e Ferrara, il mare della Riviera delle Palme, i viaggi in Turchia… Ogni romanzo, comunque, se autentico, non può che essere autobiografico. Naturalmente non nel senso che racconta la storia personale dell’autore, ma di certo nel senso che recupera, svelandoli talvolta all’autore stesso, esperienze, emozioni, sentimenti e nodi esistenziali che l’hanno attraversata”.
– Per concludere, una curiosità personale: la narrazione presenta due punti di vista, quello di Livio e quello di Cosetta; già questo complica notevolmente il lavoro dello scrittore che deve continuamente spostare il punto di osservazione e la modalità di scrittura e per questo ti faccio i miei complimenti; ma quello che vorrei sapere è: quanto è stato faticoso costruire un personaggio/uomo che, parlando in prima persona non tradisse una sensibilità velatamente femminile?
“Il punto di vista maschile inizialmente non è stato (apparentemente) una scelta: è stato un personaggio maschile ad imporsi alla mia attenzione, il resto è venuto da sé; certo che in itinere ho dovuto lavorare sulla sua personalità perché non rivelasse tratti troppo femminili. Ma, a ben pensarci, interpellando Freud, forse la mia è stata una forma di pudore, un modo per nascondere i miei sentimenti provando a mettermi dalla parte maschile, ma anche un modo per plasmare un personaggio così come, forse, molte donne vorrebbero avere al fianco.”
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Come citare questo articolo
Vanna Boraso. “Ciliegie sotto il tavolo”. Ventaglio Novanta, n. 47, 2013. https://ventaglionovanta.it/archivio/ciliegie-sotto-il-tavolo/