“Il suo entusiasmo ci ha coinvolti tanto che, finché ci raccontava le imprese dei campioni del passato, ci sembrava di viverle in prima persona. Sarebbe bello poter fare un film su questa grande storia”. Queste sono state le parole dette da alcuni alunni della Classe 3C della Scuola media Parenzo al sottoscritto, Francesco Lanzoni, in un giorno di Marzo del 2017.
Sono un farmacista in pensione e, in quarant’anni di lavoro, mi sono vaccinato, quasi, a tutte le emozioni, ma la frase dei ragazzi della 3C mi ha davvero commosso.
Ero andato per parlar loro del gioco del rugby, in cui la mia famiglia ha avuto un ruolo importante, invitato da un alunno, figlio di un amico, in un giro di eventi organizzato dalla scuola, ma evidentemente, sul filo dei ricordi, ho fatto capir loro il fatto che più mi premeva: la storia di una passione con la quale Rovigo si identifica.
Il giornalista rodigino Ivan Malfatto ripete spesso, quando il discorso cade sull’argomento “rugby”, una frase che ormai gli è abituale: “Davide Dino Lanzoni sta a Rovigo come William Webb Ellis sta al rugby. Uno ha inventato il gioco, nel 1823 in Inghilterra, l’altro nel 1935 l’ha portato nella città diventata una delle più rugbystiche d’Italia”.
Ma procediamo con ordine: chi erano William Webb Ellis e Dino Lanzoni?
La nascita del rugby risale al 1823, grazie al pastore protestante William Webb Ellis nella città di Rugby, a nord di Londra. Pare che, durante una partita di calcio, il pastore abbia preso in mano il pallone e l’abbia deposto nella rete della squadra avversaria (incredibilmente già allora a qualcuno non piaceva il calcio!).
L’origine della palla ovale sembra invece attribuibile ad un sarto che la cucì, mentre stava riparando un pallone, dandole la forma ovale (per errore? Forse, ma così, quando rimbalza, non si sa mai dove finirà).
La mischia, cuore pulsante della squadra, è un raggruppamento di otto uomini, chiusi a testuggine, che devono conquistare territorio e pallone. Il pallone passa ai centri e alle ali che producono l’attacco; ogni squadra è composta da quindici uomini, è l’unico sport in cui per andare avanti devi passare la palla all’indietro: la difficoltà unita alla difficoltà è un invito alla conquista del territorio, circa quello che accade nella vita.
Il rugby nasce in ambiente universitario, ma era uno sport duro, quindi fa presa anche sui minatori del Galles, dell’Irlanda e della Scozia. Con il colonialismo inglese si è radicato anche in altri paesi (dove è trattato quasi come una seconda “religione”) come in Sudafrica, in Nuova Zelanda (dove giocano i favolosi All Blacks, la squadra più famosa del mondo), in Australia, nelle isole dell’Oceania e in Sud America. Il rugby è lo sport più seguito al mondo dopo il calcio (solo la nostra RAI lo ignora!).
Anche la storia di Dino Lanzoni ha un certo fascino: il diminutivo Dino deriva da Davidino, con il quale era chiamato ironicamente in famiglia, infatti era un ragazzo robusto, amante dello sport. La famiglia (tre figlie e tre figli) era originaria di Castel Bolognese, in provincia di Ravenna, trasferitasi a Lendinara dove il padre, chimico e farmacista, diresse inizialmente lo zuccherificio e poi acquistò, a Rovigo, la storica farmacia Tre Colombine.
Nato a Lendinara il 17 settembre del 1917 da Francesco e Giuseppina Dall’Oppio, Dino era studente di medicina all’Università di Padova e fiduciario sportivo del GUF (Gruppo universitario fascista), gareggiava nelle corse campestri.
A Padova intreccia rapporti con studenti inglesi che gli fanno conoscere uno sport nuovo: il rugby. È il periodo in cui il Fascismo, per scelta politica, programma di svilupparne la pratica in Italia, insieme ad altre discipline ritenute formative dell’uomo nuovo del regime e del futuro soldato: il combattimento (“le combat”, dicono i francesi) è una delle caratteristiche fondamentali del rugby.
La vicenda è raccontata in tono epico nel libro “Una città in mischia” di Luciano Ravagnani.
E’ il 22 marzo 1935, Dino arriva da Padova alla stazione dei treni, attraversa furtivamente il quartiere Commenda (i genitori lo credono all’Università), con un pacco sotto il braccio, s’incontra con dodici amici (tra cui Francesco Battaglini, Ivan Piva, Dall’Ara e Golinelli) nello spiazzo dell’ippodromo-stadio di Viale Tre Martiri, dove si sta allenando l’Italia campione del mondo di calcio prima di una partita contro l’Austria. Scarta l’involucro, tira fuori la palla ovale e la fa rotolare per la prima volta a Rovigo.
È questo il primo germoglio di uno sport che nella città di Rovigo e in Polesine ha ben presto trovato il terreno sociale fertile per diventare un vero e proprio fattore culturale e identitario.
Dino diventa allenatore della neonata squadra, frequenta a Roma un corso della federazione per tecnici e allenerà fino al 1939 alternandosi con il francese Brana. È giocatore nei primi campionati del dopoguerra, è dirigente, medico sociale e fondatore del servizio di medicina sportiva. È anche un uomo di cultura: riallaccia il rapporto con Castel Bolognese attraverso poeti e artisti (lo scultore Angelo Biacini e il poeta Ubaldo Galli) e con le associazioni come il Panathlon e gli Azzurri d’Italia.
Suo fratello Alberto Mario, titolare della farmacia Tre Colombine, sarà un ottimo giocatore di rugby fino al 1951 e sua figlia Giuseppina sposerà un altro grande finanziatore del Rugby Rovigo: Luigi Costato.
Cerchiamo ora di capire perché, per Rovigo, il gioco del rugby sia stato uno straordinario collante sociale. Il rugby nasce a Milano, Torino e Roma, città più in contatto con il mondo europeo, più vicine forse al mondo inglese e viene poi esportato nel Veneto, a Padova, Treviso e Rovigo, sotto la spinta del regime fascista.
Si sviluppa come sport universitario (non dimentichiamo che il collegio universitario Antonianum dei Gesuiti è la sede di nascita della squadra del Petrarca Padova, club eterno rivale del Rovigo), per un’élite borghese che detiene saldamente le carriere professionali e politiche: un ceto previlegiato che può permettersi i valori del dilettantismo e del fair-play.
Rovigo però aveva una dimensione sociale ed economica medio-piccola, costituita da imprese artigiane, familiari, da aziende agricole: prevale il senso della comunità casalinga basata sul sacrificio, la lotta alle avversità, la solidarietà. Valori su cui si fonda lo spirito del rugby, che ha nel gioco della mischia la metafora migliore per capirne l’essenza: metà squadra allacciata insieme per conquistare il pallone e determinarne l’utilizzo successivo. È vero, anche a Rovigo il rugby nasce tra gli studenti universitari (Dino era iscritto alla facoltà di medicina di Padova), ma poi diventa uno sport incredibilmente popolare: nel gruppo di ragazzi creato da Lanzoni c’era gente di ogni estrazione sociale, dagli universitari delle famiglie più conosciute ai facchini e agli spazzini, che si sfidavano apertamente e senza prevenzioni sui campi di calcio, nelle gare di atletica, nel pugilato, soprattutto presso la palestra di Viale Trieste, ora dedicata al prof. Favaro, che sempre cercava di avviarli allo sport.
Fu così che a Rovigo nacque la popolarità del rugby, svolgendo una funzione di aggregazione sociale e diventando parte dell’identità della nostra città (come dichiara la delibera 101 del 5 maggio 2016 della Giunta di Rovigo).
In poco tempo il quartiere di San Bortolo, chiamato “Corte delle Pignatte”, diventa il fulcro dei giocatori più importanti e la vittoria nel campionato della Gioventù Italiana del Littorio (Gil) del 1939 – giusto 80 anni fa – dà l’avvio al destino di una squadra che, tra scudetti e momenti di crisi, potrà sempre dire di non essere mai retrocessa dalla massima divisione.
Aggiungo alcune notizie e curiosità.
• La maglia rossoblù costituisce la divisa del Rugby Rovigo dal 1938, prima giocavano con una maglia azzurra. Si dice che Dino Lanzoni passasse le vacanze con la famiglia a Cesenatico, luogo frequentato dalla squadra di calcio del Bologna: il Rugby Rovigo aveva pochissime maglie, così Dino chiese ai giocatori di pallone di prestargli qualche maglia di riserva. Gli diedero un’intera partita di maglie rosso-blù, il colore del Bologna, che rimase il colore definitivo del rugbysti rodigini.
• Nel 1988, durante la conquista del decimo scudetto, che si svolgeva a Roma, partirono da Rovigo, con un treno speciale, più di duemila tifosi: lo chiamarono il “Treno Rossoblù” (altro episodio per girare un bel film!).
• Durante il terremoto dell’Aquila, i sostenitori del Rovigo allestirono una colletta, cui parteciparono molti altri rodigini che nulla sapevano del rugby, e raccolsero una somma che permise agli aquilani di costruire un campo per la squadra giovanile, sul campo una targa porta il nome del Rugby Rovigo.
• Nel Rovigo hanno giocato grandi campioni: Mario “Maci” Battaglini( tre campionati in Francia, conosciuto come “Le Grand Batà”, poi anche allenatore del Rovigo, lo Stadio porta il suo nome), Francesco Battaglini, Giordano Campice (giocatore e allenatore), Ivan Piva, Aldo “Topa” Cecchetto, Vittorio Borsetto, Riccardo Santopadre, Romano Bettarello (20 campionati, 1046 punti segnati, sette titoli italiani conquistati), Raisi, Busson, Navarrini( ora conosciuto pittore), Milto Baratella, Angelo Visentin, Isidoro Quaglio ( altro mito del rugby, durante il servizio militare aveva fatto parte della nazionale di cannottaggio, una parte della tribuna Est porta il suo nome), Giancarlo Checchinato, Stefano Bettarello( figlio di Romano, due scudetti, il primo italiano a militare tra i Barbarians, esclusivo club internazionale di rugby), Elio De Anna( anche lui invitato tra i Barbarians), Nino Rossi, Lello Salvan, Alberto Osti, Narciso Zanella, Zuin, Ferracin, Favaretto, Reale e, più recentemente, Andrea Scannavacca( 3368 punti segnati: recordman assoluto nel campionato di rugby), Brunello, Bordon, Ravanelli. Gli “stranieri” erano altrettanto famosi: il rumeno Alex Penciu( giocatore e allenatore), i gallesi Thomas e Welch, i sudafricani Naudè, Gert Small, Tito Lupini e Naas Botha( il quale, tuttora, è considerato il più celebre rugbysta del mondo) e Stefan Basson. Ricordiamo tre leggendari allenatori: il francese Julien Saby( grande teorico del rugby), il sudafricano Nelie Smith, il gallese Carwen James( docente universitario).
• Infine non dimentichiamoci che il Rugby Rovigo ha vinto dodici scudetti: quattro negli anni ‘50, tre negli anni ‘60, due negli anni ‘70, due tra il 1988 e il 1990 e l’ultimo, ma non per molto, nel 2016.
Il rugby, negli ultimi vent’anni, è cambiato molto dal punto di vista pratico: il discorso rugby, negli ultimi vent’anni, è cambiato molto dal punto di vista pratico: il discorso sarebbe troppo lungo, ma possiamo dire che i cambiamenti, individuali e tecnici, l’hanno certamente migliorato avvantaggiando la squadra che agisce in modo più aggressivo. È rimasto lo stesso negli aspetti extrasportivi: nel rispetto reciproco e leale dell’avversario, celebrato nel cosiddetto “terzo tempo”, subito dopo la conclusione della gara, con un generoso pasto consumato allo stesso tavolo dell’avversario… senza evitare i consueti motti di spirito.
Molte altre vicende si possono narrare sul rugby rodigino, su altre persone meno famose ma ugualmente importanti: spero di aver scritto solo la prima puntata.
Per la stesura di questo testo, devo ringraziare le notizie citate nella Gazzetta dello Sport, i documenti rinvenuti presso l’Archivio di Stato di Rovigo, l’Accademia dei Concordi di Rovigo, l’Archivio della famiglia Lanzoni, le testimonianze raccolte da parenti e amici.
Un particolare ringraziamento all’Associazione Mondovale, che ha lo scopo di raccogliere la documentazione della storia del rugby Rovigo per creare, in futuro, un museo permanente. Mondovale ha prodotto anche un documentario, intitolato “Dino”, diretto, fotografato e montato da Alberto Gambato e scritto da Ivan Malfatto, Alberto Gambato e Sarah Lanzoni. È reperibile presso l’Archivio di Stato.
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Come citare questo articolo
Francesco Lanzoni. “Dino Lanzoni (1917-1988)”. Ventaglio Novanta, n. 59, 2019. https://ventaglionovanta.it/archivio/dino-lanzoni-1917-1988/