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STORIA - TRADIZIONI

“El Barcaro del Fenile”

Per l’attraversamento del Canalbianco col traghetto, veniva usata la potenza muscolare, agendo a forza di braccia su una fune in acciaio

di Mauro Padovan

Ventaglio Novanta n. 58 2019 pp. 53–55

Negli anni trenta, e ancor prima, esisteva a Fenil del Turco – frazione del Comune di Rovigo – una passerella per attraversare il Canalbianco. La passerella era situata a circa 50 metri dall’odierno ponte, verso valle, in corrispondenza della via denominata in gergo “Contràmaiore”, oggi via San Gaetano.

La passerella

Si trattava di una passerella ciclopedonale rigida, divisa in due parti, appoggiata da un lato sulla riva e dall’altro su dei piloni piantati al centro del fiume, in dialetto detta “el peagno”. Era costruita con tavole in legno sia nella parte del calpestio che nelle parti laterali. Sorretta da una fune in acciaio, era spostabile lateralmente – una parte verso monte e una verso valle – togliendo dei cardini da un lato della stessa. Operazione che veniva eseguita in occasione dell’arrivo di piene dovute a situazioni di particolare apporto idrico da parte del Po e dell’Adige.

Quando, in occasione di piene preannunciate dal responsabile del Genio Civile, la passerella veniva spostata verso riva, per attraversare il fiume, entrava in azione una piccola barca di servizio, del tipo da pesca con punta sia a poppa che a prua, mossa a forza di remi, ci si poteva salire massimo in tre persone.

La passerella e la piccola imbarcazione erano di proprietà del Comune di Rovigo. Ne era responsabile il “barcaro-passadore” Francesco Padoan aiutato dalla moglie Elisa Biasin, stipendiato in parte dal Comune in parte dai proventi del passaggio delle persone non domiciliate nel comune di Rovigo, che pagavano circa 10 centesimi a passaggio.

La passerella era utilizzata per il transito delle persone e il trasporto delle merci. Era molto utile per chi doveva recarsi a Ceregnano, Comune limitrofo a Rovigo, perché evitava di dover fare un lungo giro o per il ponte di Palà nel Comune di Ceregnano o di Sant’Apollinare Comune di Rovigo, e viceversa.

La barca-traghetto

Alla fine degli anni Trenta la passerella fu tolta per motivi di sicurezza, in quanto logorata dal tempo, dall’uso e dall’aumentare del numero dei residenti. Il transito da una parte all’altra del fiume venne allora garantito da una barca-traghetto completamente in legno, della lunghezza di circa cinque metri e due di larghezza, a fondo piatto con dei parapetti laterali, commissionata dal Comune di Rovigo e costruita nei cantieri navali Papa di Adria. Erano proprietari i signori Duo', che ancora oggi gestiscono il cantiere navale conosciuto come “cantiere Vittoria”.

Essendo i cantieri Papa posti ad Adria lungo il Canalbianco, quindi sullo stesso fiume di utilizzo del natante, questo alla consegna, fu trainato contro corrente, con delle funi fino al luogo di fruizione. Operazione realizzata a forza di braccia dai componenti della famiglia Padoan aiutati da amici. Quindi l’imbarcazione fu affidata in gestione a Francesco Padoan (già responsabile della passerella e della piccola barca descritta precedentemente).

Questa dunque la nascita del traghetto. E Francesco Padoan fu ben presto soprannominato “El barcaro del Fenile”.

Per l’attraversamento del fiume, si usava la forza muscolare, agendo con le mani, facendo forza su una fune in acciaio imprigionata da quattro rulli in legno al telaio della barca tesa tra la due rive regolata da un argano.

Dal 1 giugno del 1937 Francesco Padoan per ragioni di età fu esonerato dal servizio di traghettatore dopo un’attività lavorativa di “barcaro-passadore” durata venticinque anni.

Gli subentrò il figlio Giovanni supportato anche dalla moglie Benà Maria e talvolta anche dai figli Natalina, Vittorino, Giancarlo.

Il servizio di traghettamento si svolgeva dall’alba al tramonto. Di notte l’imbarcazione rimaneva libera, chi ne avesse avuto bisogno doveva arrangiarsi: tirando un apposito cordino, agganciato alla barca, si richiamava il natante se era dall’altra riva. A volte succedeva che alcuni ragazzi di Fenil del Turco o di Ceregnano slegassero la fune per motivi di rivalità fra “campanili”, così al mattino i gestori del traghetto dovevano in qualche modo recuperare la barca per continuare il lavoro.

Capitava a volte che Giovanni dovesse rimanere in servizio anche durante la notte, perché avvisato anticipatamente dal Genio Civile di Rovigo del passaggio lungo il Canalbianco di imbarcazioni adibite al trasporto di merci. In questi casi doveva abbassare la fune metallica sul fondo del fiume tramite un argano posto sulla riva del Canalbianco per facilitare il passaggio del natante.

Il corso d’acqua del Canalbianco allora era più stretto e meno profondo dell’odierno, con banchi di sabbia, (a volte si potevano perfino prendere i pesci con le mani). Tra l’acqua e la riva si estendeva “la golena”, chiamata in dialetto “marezana” ricca di piante e vegetazione, dove ci si poteva mettere a pescare, andare a nuotare, addirittura un anno, durante la sagra del paese, per la estrema carenza d’acqua fu possibile installare una giostra a catene la cosiddetta “calcinculo”.

Un servizio essenziale

Anche la barca traghetto come la passerella era un servizio essenziale per gli abitanti collocati sulla riva sinistra del Canalbianco per recarsi ad esempio alle funzioni religiose, trasportare merci, andare all’osteria, a scuola, o a “botega”, ovvero il negozio di generi alimentari.

I bambini più piccoli accompagnati dai genitori la usavano per andare all’asilo, i più grandicelli a scuola. A proposito, una testimonianza dice che, quando in barca erano in gruppo numeroso – e si sa quando sono in tanti i bambini fanno confusione – allora Giovanni li richiamava ad un comportamento corretto, soprattutto per evitare incidenti.

Le donne di alcune famiglie, al mattino (e a volte anche di pomeriggio) dopo aver munto le mucche nella propria stalla (tre o quattro mucche per stalla), riempivano la “zara”, (un contenitore in alluminio atto al trasporto del latte che ne conteneva circa 10 litri) che trasportavano appesa al manubrio della bicicletta. Attraversavano il fiume per andare a vendere il latte alle famiglie residenti nel centro del paese e nella periferia.

Bisognava superare il fiume anche per portare, con la carriola, il grano a macinare al mulino di Caniato sopranominato “Paternostro” sito nel centro del paese. Se ne ricavava farina per uso famigliare, operazione faticosa soprattutto per una donna in quanto per raggiungere la barca c’era la discesa e poi, giunti sull’altra riva, la salita alquanto ripida della riva.

Per incrementare lo stipendio, (la paga era di £ 516 al mese anno 1941), Giovanni estraeva la sabbia dal fiume, con regolare permesso del Genio Civile di Rovigo e, a forza di braccia, la toglieva dal fondo del fiume con l’utilizzo di una pala manuale costruita per tale lavoro. Caricava la sabbia su una piccola barca e la scaricava sulla riva; poi con la carriola affrontava la salita della riva per depositare la sabbia a mucchi vicino alla strada, comoda per essere venduta ai costruttori edili.

Durante il secondo conflitto mondiale, verso la fine, i tedeschi in ritirata per attraversare il Canalbianco costruirono ponti in legno provvisori, che divennero bersagli per gli aerei alleati che bombardavano per ostacolare la ritirata. Anche la barca-traghetto fu oggetto di mitragliate, ma per fortuna non ci furono né vittime né danni.

Nel corso degli anni, Giovanni faceva la manutenzione alla barca-traghetto, traendola in secca. Metteva la canapa tra le fessure delle tavole che componevano il fondo e le parti laterali, cospargendo il tutto con la pece liquida, sciolta precedentemente sul fuoco. Aveva anche costruito una piccola cabina attorno alla sedia che fungeva da posto di comando al centro della barca, grazie alla quale ci si poteva sommariamente riparare dal caldo in estate e dal freddo in inverno.

Un piccolo rifugio, era costruito in legno sulla riva destra del fiume nelle vicinanze dell’approdo, dove erano collocati utensili necessari al buon funzionamento del traghetto, e dove ci si poteva riparare in caso di maltempo, rimanendo protetti, senza allontanarsi dal luogo di lavoro, in caso di chiamate per l’attraversamento del fiume.

C’era molta familiarità con gli abitanti del luogo: si era instaurato un rapporto confidenziale con il “barcaro”, tanto che venivano fatte richieste di traghettamento anche al di fuori dell’orario di servizio, esaudite sempre con molta disponibilità.

Il nuovo ponte

Nel dicembre del 63, in seguito alla morte improvvisa di Giovanni, subentrò il figlio Vittorino che condusse l’attività per soli due anni, giacché nel frattempo erano stati avviati i lavori per rendere il Canalbianco navigabile e trovare soluzioni più pratiche per il passaggio da una riva all’altra.

L’opera idraulica comportò la rettifica del corso d’acqua, lo scavo del fondale e l’allargamento dell’alveo. Un intervento di modernizzazione che però fece venir meno quell’atmosfera di familiarità e di poesia ambientale che, assieme al lento andirivieni della “barca”, conferivano una particolare identità al luogo.

Ultimati i lavori di scavo, per attraversare il nuovo Canalbianco venne installato un ponte “Bayly”, di tipologia militare, con assi in legno nel calpestio, transitabile, oltre che a piedi o in bicicletta anche da mezzi motorizzati di piccole dimensioni, detto “el ponte de tole del Fenile”.

Il ponte fu inaugurato il 6 giugno del 1965 e dedicato a San Gaetano patrono del paese. E fu così che la “barca”, ormai accantonata, diventò una sorta di relitto lasciato marcire presso la riva destra del Canalbianco nel punto dove per anni era avvenuto l’attracco.

Una storia da non dimenticare

Della “barca” e del suo ambiente ci restano alcune foto in bianco e nero ed una rara e sbiadita sequenza nel cortometraggio “L’ussaro” di Luigi Ceruti. Una storia che non va dimenticata, perché intimamente legata alla tradizione e alle vicende connesse ai fiumi del nostro Polesine.

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Come citare questo articolo

Mauro Padovan. ““El Barcaro del Fenile””. Ventaglio Novanta, n. 58, 2019. https://ventaglionovanta.it/archivio/el-barcaro-del-fenile/

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