Giovanni, protagonista dell’ultimo romanzo di Carlo Piombo (Nuovi Sentieri Editori, 2018), mentre sta percorrendo un sentiero montano, vede improvvisamente, nel gioco delle cime rocciose, il volto di un vecchio che sembra richiamare la sua attenzione.
Scoprirà poi che la visione del “Veciu” è molto rara: riservata a pochi alpinisti in grado di cogliere, con la disposizione d’animo giusta ed in particolari condizioni di luce, il severo volto che si configura nell’insieme delle rocce svettanti nel cielo terso. Ed il vecchio sembra addirittura affidargli un messaggio con informazioni relative alla sua vita futura. Di qui il titolo dell’appassionante romanzo: “La Profezia del vèciu d’la croda”.
Giovanni è un personaggio piuttosto schivo, un po’ avanti negli anni, che, una volta in pensione (la sua ultima attività lo aveva impegnato a Padova come ingegnere nel ramo dell’edilizia), ha lasciato la pianura, per vivere nel borgo alpino di Padola e passare il suo tempo alternando passeggiate nei boschi alla ricerca di funghi con salite anche impegnative e soste nei rifugi dolomitici. E proprio in uno di questi rifugi avverrà l’incontro con un giovane, anch’egli alquanto solitario ed innamorato delle ascensioni montane, che gli cambierà la vita.
Giovanni ha alle spalle un’esistenza tutt’altro che semplice, gravato in particolare da un dramma vissuto nell’età della fanciullezza, quando, il 30 aprile 1945, davanti ai sui occhi innocenti, venne ucciso il padre, accusato di essere stato un fascista. A sparare il capo della banda di partigiani rossi denominato Stalin.
Buona parte del romanzo è basato sulla narrazione, in forma colloquiale, da parte di Giovanni della propria difficile esistenza dominata dal desiderio di vendetta, che lo porterà a scelte sofferte. E perfino ad una doppia vita, ignorata anche dalla moglie che, assistita con dedizione dal protagonista, cesserà di vivere aggredita da un tumore. Motivo anche questo che accentuerà una visione sostanzialmente pessimistica della vita da parte di Giovanni e la sua conseguente fuga tra le montagne per trovare ristoro negli spazi sconfinati e nella natura incorrotta.
Ma nel libro non manca una storia d’amore, vissuta con consapevolezza e passione nonostante l’età non più giovanile e un riscatto con l’approdo ad una visione più serena della vita, in cui Giovanni troverà conforto e motivo di nuovo impegno grazie alla fede ritrovata, proprio nel silenzio della montagna incantata.
Tanti i temi affrontati nell’agile volume, nella cui copertina campeggia l’immagine dell’insieme di rocce che, in particolari condizioni di luce, rivelano il volto del Veciu d’la croda.
Un libro che innanzitutto manifesta una grande passione per la montagna, descritta con accenti da vero innamorato. Come è nato, chiediamo all’autore, questo suo legame col territorio alpino?
“Ho avuto la fortuna di incontrare la montagna fin da bambino. A sei anni appena compiuti, ho trascorso le mie prime vacanze, se vogliamo “forzate”, nella colonia estiva organizzata dalla POA di Rovigo a Fusine in Val di Zoldo, dove, invece, scoppiò il mio amore per la montagna. Rimasi subito affascinato, infatti, dal profumo dei boschi, dalla bellezza dei tramonti, dal cambio repentino del clima, dal ticchettio armonioso e flautato della pioggia sul terreno erboso e, poi, dalla maestosità della roccia. Per non parlare della neve che in poche ore riesce a rendere il paesaggio un luogo da fiaba. Dopo quella prima indimenticabile esperienza, il rapporto con la montagna divenne costante, soprattutto da quando potei scegliere di volta in volta la destinazione, con preferenza per la Pusteria e il Comelico, dove ci sono montagne incantate.”
Ha pensato che potrebbero nascere critiche al suo libro per il fatto che il “cattivo” è un partigiano comunista, mentre solitamente si tende a conferire soltanto alla destra fascista la paternità delle azioni malvage?
“L’ispirazione della tragedia che ha colpito il protagonista del romanzo, mi è venuta da un fatto realmente accaduto, dopo la liberazione del 1945. L’odio c’era, eccome, verso chi direttamente o indirettamente, per aver appoggiato il regime fascista, era ritenuto responsabile di tante tragedie che avevano colpito le famiglie, soprattutto per tanti giovani mandati in guerra a morire. Lo stesso sentimento si è fatto strada in chi ha subito la vendetta dei vincitori. Ma nel romanzo ho cercato di mettere in luce il tormento dell’anima sia del giovane che avrebbe voluto vendicare la morte violenta del padre, sia del carnefice. Entrambi, alla fine, si sono ricreduti, vincendo i loro sentimenti di odio e rancore, attenuati dalla salutare medicina del trascorrere del tempo”.
Nel volume vengono affrontate varie tematiche di tipo sociale, morale e religioso, per cui è evidente che non si tratta di un romanzo di puro intrattenimento. Come definirebbe questa sua opera?
“Faccio fatica a dare un giudizio su un mio lavoro, perché, quando scrivo, mi sforzo di rendere reale il percorso dei miei personaggi, incardinandolo nella realtà del tempo in cui vivono, lasciando al lettore la libertà del giudizio e della critica. Forse è un’opera che, più delle altre da me composte, esalta il ruolo dell’amore su sentimenti negativi, per cui dal rancore e dall’odio, può sempre nascere una nuova vita, anche in chi pensa di essere solo, come è avvenuto per Giovanni, il protagonista del romanzo”.
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Come citare questo articolo
Lino Segantin. “El veciu d’la croda”. Ventaglio Novanta, n. 59, 2019. https://ventaglionovanta.it/archivio/el-veciu-dla-croda/