«Se i Romani volevano esibire le loro tombe, gli Etruschi cercavano piuttosto di nasconderle. Una tomba era, per i Romani, soprattutto l'occasione di una gloria mondana; per gli Etruschi, invece, si trattava forse del compimento di un rito prescritto da una religione oscura e gelosa». Con queste parole, il «dilettante» Stendhal rintracciava, ancora nel 1837 e senza neppur rendersene conto, uno dei fondamenti di quello che sarebbe diventato, molti anni dopo, il mito etrusco. E cioè, il senso di una misteriosa e continua presenza nel contesto di una storia fin troppo ostentata e di una cultura totalizzante che, indiscriminatamente, avevano spento ogni altra memoria. Ma, rimuovere i segni della superficie, frammentare le testimonianze fino a renderle inintelleggibili, assorbire e modificare nomi, usi e costumi, non significa sopprimere del tutto quella presenza che, nel complicato volgere dei secoli, assiduamente riaffiora dalle nebbie del passato nelle smagliature della storia.
È forse, anche per questo che possiamo dire che gli Etruschi sono nostri contemporanei: quanto più ignoriamo, tanto più il misterioso profilarsi delle loro ombra ci inquieta e ci affascina. Un nome, un accento dialettale, un sorriso indefinibile, il disegno di un monile, l'oscuro presagio del futuro e il pensiero improvviso della morte ci riportano, di colpo, quella civiltà scomparsa, che gli studiosi, fin dal Settecento, con fatica e in una infinità di abbagli, stanno cercando di ricostruire, pezzo per pezzo. Gli Etruschi nostri contemporanei, dunque. Tanto più quando si tratta di Adria, una città che gli antichi (Tito Livio e Plinio il Vecchio per tutti) ritenevano sostanzialmente etrusca. Non a torto, se, giuntivi intorno alla metà del VI secolo a.C., gli Etruschi le avevano dato, appunto, la connotazione di una città, risistemando il porto e instaurando nuove attività, sulle quali finirono per concentrarsi anche coloro che, in quei luoghi, si erano insediati in tempi più lontani.
Molto opportunamente, lo scorso Settembre, per la VI edizione della «Serata di fine estate», le associazioni Turismo & Cultura e Minelliana hanno organizzato una «Festa etrusca», che ha gravitato intorno al Museo archeologico nazionale di Adria e ai giardini Scarpari, con una cena conclusiva al ristorante Minuetto. Una festa che si è felicemente risolta in una sorta di viaggio nell'immaginario etrusco, sulla scorta degli studi più informati e aggiornati.
Non certamente una ricostruzione storico-archeologica (non erano queste le premesse), ma una evocazione, che ha ritrovato le suggestioni di certe parole di Giorgio Manganelli: «Sebbene gli Etruschi siano silenziosi, i loro dipinti e i loro specchi sono testimonianza di un racconto inesauribile, ma un racconto palesemente magico, una favola cerimoniale, una storia legata fatalmente ai miti, alla loro dolcezza inconsumabile».
Ecco, allora, la visita alle sale del Museo, guidata dalla direttrice Simonetta Bonomi e inquietata dalle misteriose figurazioni di Thierry Parmentier (che è stato un poco l'anima segreta di tutta la manifestazione), e poi i giochi acrobatici e i mimi (coordinati da Michela Mainardi), le contese con combattimenti di pugili (Istituiti da Pietro Avanzi), certi acuti passi di Plauto detti da Giuliano Scaranello, le musiche (Francesco Piva, Laura Marangoni e i flautini di Mario Casetta), le danze e una inesauribile comparseria. Ecco, ancora, nel giardino del ristorante, i padiglioni di oreficeria (Mauro Cesaretto), di predizione (Anna Mitillo e Fiorella) e, sparse dappertutto, le terrecotte di Giampaolo Stella e i disegni di Giulia Zuolo. Oltre quattro ore di attività e di intrattenimento, che la pioggia incessante non è riuscita a funestare. Poi, la cena, con un menù che, ancora una volta, puntava all'evocazione, nella scelta delle portate (preziosi i suggerimenti del gastronomo Giuseppe Alessi) e nei riti della convivialità.
Cultura, dunque, ma all'insegna della festa, sapientemente coordinata da Donatella Marangoni (che si è avvalsa anche della collaborazione degli allievi dei corsi per operatori dell'animazione turistica).
Dopo le puntate degli anni scorsi, dedicate ai greci e ai romani, questa incursione nel mondo e nel rito degli Etruschi, patrocinata dal Comune di Adria e dall'amministrazione provinciale di Rovigo (con l'adesione di molte associazioni), ci è parsa particolarmente riuscita, come del resto, ha ampiamente testimoniato il gradimento e l'entusiasmo del numeroso pubblico che, alla fine, andandosene sul far della notte, nell'ultima e magica figurazione di Thierry Parmentier, ha avvertito con inquietudine il permanere di una oscura presenza, che fa degli Etruschi dei nostri contemporanei.
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Come citare questo articolo
Sergio Garbato. “Etruschi nostri contemporanei”. Ventaglio Novanta, n. 10, 1995. https://ventaglionovanta.it/archivio/etruschi-nostri-contemporanei/