Crescono (e questo dato positivo va sottolineato con soddisfazione) i fruitori della quadreria Balzan di Badia Polesine; una collezione che fu del famoso giornalista Eugenio Balzan (1874-1953), prima redattore poi amministratore del Corriere della Sera, il quale visse i suoi ultimi anni in una sorta di “esilio volontario” in Svizzera.
L’importante collezione formata prevalentemente da opere di fine Ottocento, proviene dalla Fondazione Internazionale Balzan che ha sede a Zurigo e a Milano, ed è stata concessa nel 2014 al comune di Badia, città natale di Eugenio Balzan.
Emblema della mostra permanente, alloggiata presso il ridotto del Teatro badiese, il dipinto “Fanciulla sulla roccia a Sorrento”, di Filippo Palizzi (1818-1899), uno dei più importanti spiriti innovatori della pittura italiana dell’Ottocento, che ha voluto sottolineare l’emozione di estatico appagamento derivante dall’immagine dipinta, riportando nel quadro queste parole scritte su uno scoglio: “Egli che mi pose su questa roccia, mi dice di guardarti da mattina a sera e dirti sempre sii felice. Felice”.
In questa opera, del 1871, l’autore raggiunge una grande intensità poetica. Insieme al paesaggio, è protagonista una graziosa popolana, scalza e distesa prona su una roccia svettante verso l’alto, segnando una dinamica diagonale, mentre nello sfondo emerge l’azzurro mare di Sorrento, baciato da un cielo sereno reso con un tono celeste più tenue.
L’atmosfera è di attesa e sospensione: la serenità del paesaggio vibra insieme allo sguardo della fanciulla, la quale scruta l’orizzonte come cercasse qualcuno, forse l’autore della frase stessa.
In questo celebre dipinto Palizzi rivela una delle sue caratteristiche peculiari: il suo realismo intimistico, che non cede al sentimentalismo o al pittoresco, come invece era in voga nell’arte italiana di fine Ottocento. Tutti gli elementi del dipinto sono resi con dovizia di particolari, con una sapiente pennellata materica ma impalpabile, capace di rendere la consistenza del reale ma al tempo stesso un senso di leggerezza: la vegetazione spontanea sulla roccia che lascia intravvedere la scritta, i particolari dei ciuffi d’erba vivacizzati dal rosso dei piccoli papaveri, la gonna morbida della protagonista che richiama l’azzurro dello sfondo, il dolce profilo del volto reso con toni caldi e da mirabili giochi di luce.
La bellezza del paesaggio ci seduce e rivela l’amore incondizionato da parte dell’autore per la natura che, a suo parere, è già di per sé Arte.
Palizzi è considerato insieme al fratello Giuseppe un vero innovatore, le sue opere rappresentano un precoce tentativo di indirizzo verista nella pittura italiana dell’Ottocento. Fu tra i primissimi pittori ad interessarsi di fotografia e a praticarla sulla base di salde conoscenze tecniche, usandola poi per i dipinti; non a caso i fratelli Palizzi erano grandi amici del fotografo Nadar, il cui studio fu la sede della prima manifestazione ufficiale della nuova pittura impressionista a Parigi nel 1874.
L’artista nacque nel 1818 a Vasto, in Abruzzo. Proveniva da una famiglia numerosa, dove tutti esprimevano un forte interesse per le arti, come una sorta di grande officina, di “bottega delle arti”, tanto da essere nota in paese come “la famiglia delle Muse”. Il padre, Antonio, era avvocato ed insegnante di belle lettere, esperto di leggi dunque, ma dotato anche di ampie aspirazioni letterarie ed artistiche; la madre, Doralice del Greco, era originaria di Rocca San Giovanni, una donna colta e dedita alla musica, sapeva infatti suonare il pianoforte.
Rispetto agli altri fratelli – Giuseppe (1812-1888), Nicola (1820-1870) e Francesco Paolo (1825-1871), che pure raggiunsero notevoli livelli artistici – Filippo è certamente il più importante e il più noto, oltre che il più longevo.
Nel 1837 il Comune di Vasto elargì a suo favore un assegno mensile che gli permise di iscriversi all’Accademia di Napoli. L’esperienza durò ben poco per vari motivi, tra cui il fatto che la cattedra di paesaggio era tenuta da Gabriele Smargiassi, pittore neoclassico proveniente da una benestante famiglia reazionaria di Vasto, in conflitto con la famiglia Palizzi che invece nutriva idee carbonare. Ma l’allontanamento dall’Accademia fu dovuto soprattutto all’intolleranza di Filippo verso ogni forma di imposizione nell’espressione artistica. Egli stesso infatti ci racconta… “L’Istituto ha uno statuto per insegnare l’arte, questo statuto è fondato sul principio inesorabile di non fare errori, vale a dire che, entrandovi il ragazzo, ne dovrà uscire un artista corretto…questo principio, per quanto sembri saggio, è falsissimo, distruttore di ingegni e creatore di infinite mediocrità…Quello che è più rovinoso per l’arte e nocivo per l’artista è che l’istruzione degli istituti allontana l’artista dalla società e dai suoi tempi…L’allievo non deve fare altro che eseguire ciecamente ciò che si vuole da quello statuto, perciò non deve conoscere altro che quei precetti e quegli uomini…”
Una volta abbandonata l’Accademia, iniziò dapprima a frequentare lo studio del pittore Giuseppe Bonolis che indirizzava i suoi allievi nello studio dal vero. Non ancora soddisfatto, intraprese uno studio del tutto personale e solitario spostandosi nelle campagne verso Posillipo e Cava dei Tirreni: dividendo un po’ di cibo con i pastorelli del luogo; in cambio otteneva il permesso di potere osservare e studiare i soggetti a lui più cari: figure di contadini e pastori, rocce, tronchi, alberi, colombi, cavalli, asinelli, cani, mucche, pecore e paesaggi.
Visitando la collezione Balzan oltre a “Fanciulla sulla roccia a Sorrento” si possono ammirare altri quattro dipinti del Palizzi con questi temi che lo hanno reso noto, tra l’altro, come “il pittore degli animali”: il realismo della descrizione, il segno pittorico composto da sapienti tocchi, sono arricchiti dal dialogo tra l’uomo e gli animali e la resa è altamente poetica.
Gli anni giovanili del pittore furono caratterizzati dalla scarsità di mezzi, tuttavia la svolta economica sarebbe arrivata quando Gaetano Genovese, architetto di corte, presentò un suo dipinto a Ferdinando II di Borbone, che lo acquistò.
Chiamato a corte, insegnò pittura al principe Luigi, conte dell’Aquila ed alla principessa Maria Amelia, fratello e sorella del re. Fu poi al seguito del principe Maronsi, che lo condusse con sé in Moldavia, Romania, Grecia, Turchia, fino a Malta.
Il soggiorno più stimolante fu quello a Parigi dove si recò per rivedere l’amato fratello Giuseppe e dove conobbe molti artisti tra cui i celebri pittori della scuola di Barbizon, specialisti della pittura dal vero. Nel 1867 presentò ben sei dipinti all’Esposizione Universale di Parigi, tra cui il celebre “Dopo il diluvio” commissionato da Vittorio Emanuele II, opera che riscosse un immediato successo.
Un altro aspetto importante dell’arte di Palizzi è l’interesse per le arti applicate, allora considerate minori ma che di lì a poco, anche grazie alla spinta della Secessione viennese, sarebbero diventate protagoniste indiscusse della nuova scena artistica europea. Palizzi si dedicò alla ceramica, realizzò pannelli, piatti e fontane; nel decennio successivo iniziò anche l’attività incisoria e di illustratore.
Nel 1878 si lasciò convincere dall’amico Francesco De Sanctis (allora Ministro della pubblica Istruzione) e da un altro straordinario pittore, Domenico Morelli (altro grande protagonista della raccolta Balzan) ad assumere la presidenza del Real Istituto di Belle Arti di Napoli con lo scopo di riformarlo e di rendere i metodi di insegnamento al passo coi tempi. Nel 1881, sempre su proposta di Morelli, ottenne la direzione del Museo Artistico Industriale di Napoli e diede inizio all’”Officina di ceramica”. Fu anche prestigioso Presidente dell’Accademia stessa.
Negli anni della vecchiaia, scosso fortemente dalla scomparsa del fratello Giuseppe, ma sempre in prima linea nell’intento di riformare l’arte e con lo spirito da innovatore che lo contraddistinse in tutta la sua carriera, continuò ad insegnare all’Accademia, come professore di pittura di paesaggio e di animali. Si spense a Napoli all’età di ottantuno anni.
Domenico Morelli ci racconta molti aneddoti della vita e della personalità di Filippo Palizzi, di quanto fosse timido, schivo e solitario ma anche stimato, ammirato ed amato dalle donne, tanto che in gioventù, ancor prima di diventare famoso, una gentil donzella gli regalò un magnifico scialle ricamato… ma Filippo, a corto di danaro, lo andò immediatamente a vendere per potersi comperare colori e pennelli… dipingere era il suo scopo primario. L’arte era la sua vita, e la sua vita fu interamente dedicata all’arte.
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Come citare questo articolo
Maria Grazia Li Donni. “Fanciulla sulla roccia”. Ventaglio Novanta, n. 56, 2018. https://ventaglionovanta.it/archivio/fanciulla-sulla-roccia/