La bellissima mostra di Palazzo Roverella ci racconta un viaggio straordinario: è la prima rassegna europea ideata per raffrontare le Secessioni dei maggiori poli culturali tra ‘800 e ‘900: Monaco, Vienna, Praga e Roma si vestono di protagonismo offrendo i loro interpreti più autorevoli.
Il curatore, Francesco Parisi, ha scelto un programma a quattro sezioni presentando per la prima volta in Italia l’arte boema, oltre a un nutrito apparato pittorico, scultoreo, grafico, tra importanti manifesti, mobili, arte sacra di altissima levatura.
Disubbidienti e coraggiosi gli artisti di questo periodo si organizzano in gruppi separati dall’arte ufficale, nella speranza di costituirsi in nuovi programmi e in propri luoghi espositivi, raccogliendo l’eredità dei vari Salon des Refusés francesi. Il contrasto in realtà aveva dimensioni più estese e l’atteggiamento secessionista prestava il fianco a insofferenze di più ampia portata.
Ad alimentare la contestazione era il consolidato sistema dell’arte. L’accesso alle Accademie era spesso appannaggio di giovani abbienti, l’insegnamento impartito attingeva di frequente ad uno storicismo autocelebrativo, e la logica espositiva delle mostre era sovente impostata sul principio delle grandi e fitte quadrerie ottocentesche a discapito della qualità delle singole opere.
I giovani artisti vogliono accedere ad uno stato di autonomia ed emanciparsi nel talento! La situazione ci restituisce un quadro complesso dove le Accademie “legiferano” e il mercato dell’arte non risulta premiante.
Riqualificare sembra essere la parola d’ordine. Da questi presupposti nasce il principio di una Secessione: non uno stile, nè un movimento, ma un atteggiamento di scissione con una strategia inclusiva nel legame reinventato con l’arte dentro un orizzonte progressista.
Nelle cupe atmosfere di Franz Von Stuck, il maggiore interprete della Secessione di MONACO di Baviera – eccezionale il suo “Lucifero”, dai rossi occhi agghiaccianti – troviamo tutta l’alienazione dell’uomo contemporaneo.
La seconda rivoluzione industriale infatti aveva come sfondo l’ascesa della borghesia, un arricchimento progressivo e una società capace di coniugare solo il verbo avere a scapito dell’essere. Gli artisti e gli intellettuali sentono queste mancanze e le loro conseguenze con largo anticipo. Sotto la guida di Von Stuck la giovane bohème monacense tenta, a partire dal 1892, i primi passi verso un linguaggio indipendente.
Fondamentale sarà l’organo ufficiale di questa Secessione nella rivista “Jugend” da cui nasce la definizione di un’estetica, lo Jugendstil, corrispettivo tedesco di quell’Arte Nuova coniata in Belgio, diffusasi squisitamente in Francia ed eletta a diverse definizioni a seconda del luogo in cui troverà i natali come il Modernismo in Spagna o il Liberty in Italia.
Più tardi a VIENNA, nel 1897, le dolcezze dell’Art Nouveau si raddrizzeranno in quelle che il curatore della mostra, Francesco Parisi, definisce “compiacimenti astratto-razionalistici” e la nuova estetica avrà il sapore della multidisciplinarietà nel nutrito esercito di pittori, incisori, grafici, scultori, architetti, arredatori, decoratori o per meglio dire moderni ornamentalisti come venivano spesso chiamate le nuove maestranze in senso dispregiativo. Ma nelle pagine del primo fascicolo della rivista secessionista viennese “Ver Sacrum” (vincente già nell’impostazione quadrata del formato che offre un originale layout alle fantasie dei giovani grafici) vi è scritto “Chi muove rimproveri a chi l’ha preceduto è un buffone e i buffoni non sono mai mancati”, indice della volontà di guardare al futuro recuperando le preziosissime abilità tecniche del passato.
Gustav Klimt, figlio di un orafo e formatosi alla Scuola di Arti e Mestieri di Vienna, intraprese due pellegrinaggi artistici a Ravenna nel 1903, un viaggio acquisitivo di conoscenze dove ammirò gli antichi mosaici sposando per sempre l’oro di Bisanzio, protagonista indiscusso del suo periodo aureo.
L’opera “Amiche I (Le sorelle)” del 1907 (già scelta come locandina della mostra) affronta una grammatica dei sentimenti nella bellezza peccamisona e sensuale del bianco incarnato delle due donne. La Femme Fatale è qui promossa in tutta la sua potenza nelle languide espressioni e negli sguardi provocanti di labbra semi-aperte che ricordano la prima versione della “Giuditta” del 1901. Ma qui, estetiche lontane dalle passate luminosità auree, dimostrano di non dimenticare la lezione italiana nei confinati pattern geometrici di musivo ricordo e, nell’acceso cromatismo di piccolissimi tratti, già in movimento verso future connessioni espressioniste.
Per identificare l’insubordinazione dei giovani artisti si inzia a parlare dell’antico episodio della Secessio plebis romana (che narra l’allontanamento della plebe sul colle Aventino dal V al III secolo a.C.) tanto da sostituire il nome tedesco di Sezession in favore di Secèssion, forse per un vezzo aristocratico. Il fenomeno viennese è racchiuso nel termine di vagneriana memoria Gesamtkunstwerk ovvero in quell’idea di Opera d’Arte Totale dall’approccio multidisciplinare di raffinatissimi insegnamenti promossi anche dalle Wiener Werkstätte, i laboratori viennesi che, sull’esempio degli anglosassoni Arts and Crafts, saranno i progenitori del moderno Design.
Le esperienze nei paesi di lingua tedesca giungono fino alla “PRAGA MAGICA” magistralmente descritta nel saggio di Angelo Maria Ripellino, in cui tradizione e innovazione si mescolano ad un folklore particolarissimo. Nel costume di questa città vi sono le fascinazioni dell’eccentrico Rodolfo II d’Asburgo, grande collezionista di meravigliose opere italiane e raffinato mecenate. Nel 1583 spostò la corte imperiale da Vienna a Praga attirandovi i personaggi più stravaganti d’Europa tra cui il rabbino Judah Loew che, secondo la leggenda, plasmò una creatura antropomorfa con l’argilla del fiume Moldava.
Seduzione ed esoterismo, fede e meraviglia anche nelle opere dei gruppi secessionisti Manes e Sursum che, partendo dalla mostra praghese del pittore norvegese Edvard Munch del 1905, sviluppano un’estetica sofisticata sull’onda del gusto boemo. Il fascino peccaminoso della Femme Fatale occidentale avrà qui riverberi più esoterici nella misteriosa “Salomè” di Jan Konůpek.
E infine ROMA dove giungono artisti formatisi in diversi contesti come l’esperienza di Ca’ Pesaro, trampolino di lancio per quei talenti contrari alle rigidità veneziane della Biennale. Nel 1905 l’esclusione di alcuni artisti dall’Esposizione della Società degli Amatori e Cultori, rappresentante la frangia istituzionale, aveva portato Gino Severini e Umberto Boccioni a organizzare una parallela Mostra dei Rifiutati sugli esempi francesi che non si rivelò premiante nella qualità delle opere quanto nell’insubordinazione verso gli organi ufficiali della cultura.
Qualche anno più tardi dal 1913 al 1916 diversi artisti si uniscono con una tattica sperimentata negli altri teatri europei: la Secessione Romana. Le esposizioni accoglievano in programmi dedicati quegli artisti che attraverso linguaggi differenti intendevano gridare al Nuovo! Il decennio che precede il primo conflitto mondiale è infatti intriso di attività culturali feconde, dove l’intercettazione del gusto moderno passava anche attraverso il dialogo internazionale affascinato da un immaginario mitteleuropeo a tinte profonde di demoni, tritoni, centauri o dalle lucentezze e decorativismi viennesi.
L’eredità secessionista mitteleuropea venne raccolta dalla Biennale di Venezia che aveva dedicato un’intera sezione a Gustav Klimt nel 1910 ospite anche della grande e rappresentativa Esposizione Internazionale di Belle Arti di Roma, occasione in cui vinse la medaglia d’oro con l’opera “Le tre età della donna” che poi fu acquistata dallo stato italiano.
Il teatro di questa Secessione si svolge in una città largamente impegnata a dimostrare la crescita nazionale nella ricorrenza per i 50 anni dall’Unità d’Italia. Tuttavia questa sorta di “competizione” estetica tra varie città e varie esperienze mise l’arte italiana di fronte a forti contrasti e neanche tanto celate accuse di arretratezza verso gli esempi internazionali del calibro di Paul Cézanne e Henri Matisse, prima Klimt e Schiele poi. Ma questa eterogeneità aveva portato con sé anche un mosaico di più personaggi e molte suggestioni di libero scambio della cui stima si farà conto a posteriori.
Nel tentativo di risalire la china e nel bilancio delle novità, anche il rumoroso Futurismo irrompe con tutta la sua superbia politicamente interventista e una volontà dichiarata da manifesto di esautorare le Accademie dimostrando però il distacco con l’atteggiamento più moderato dei secessionisti. Dai giapponismi di Guido Cadorin, ai nudi macchiaioli di Camillo Innocenti, dalle evanescenze ancora squisitamente divisioniste di Aleardo Terzi fino ai paesaggi sardi di Giuseppe Biasi, tutto racconta di una diversità espressiva arrivata forse in ritardo, ma intrisa di cambiamento!
Nel caleidoscopio delle varie esperienze europee la mostra di Palazzo Roverella vuole tracciare i contorni di un disegno molto più grande di confini geografici, il risveglio culturale correva sul sottile crinale tra rispetto per le tradizioni e la volontà di affrancarsi da esse in una sorta di catarsi nella coscienza della retorica di talune forme oramai considerate obsolete.
E’ straordinario questo finale di partita! Le fascinazioni sono contagiose e da Monaco si portano in dote fino a Roma raddrizzando, soprattutto in ambiente tedesco, le linee eleganti del Liberty. Sin dal loro inizio gli atteggiamenti secessionisti saranno forieri di meditazioni importanti, necessarie allo sviluppo delle Avanguardie storiche, che imprimeranno un’accelerazione verso nuove estetiche anche con evoluzioni non figurative.
Utilizzo dei contenuti
Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.
La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.
Come citare questo articolo
Irene Gianello. “Secessioni Europee”. Ventaglio Novanta, n. 56, 2018. https://ventaglionovanta.it/archivio/secessioni-europee/