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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

L’affascinante Museo di Stanghella

Una accurata documentazione della presenza umana nel territorio che si estende dai Colli Euganei al corso dell’Adige

di Rosetta Menarello

Ventaglio Novanta n. 56 2018 pp. 24–27

Stanghella raccoglie le vestigia del suo passato intorno a piazza R.O. Pighin, cuore di una comunità dal trascorso ricco di storia e di… preistoria, come viene testimoniato nell’interessante Museo Civico Etnografico allestito nel palazzo, che ne è sede, e nel quale sono ospitate anche la preziosa Pinacoteca “Favaro” e la Biblioteca comunale.

Si deve alla passione ed al costante lavoro di indagine archeologica del compianto prof. Camillo Corrain e dei suoi collaboratori la realizzazione del complesso museale che costituisce una vera eredità per questo paese incastonato nella pianura distesa tra l’Adige e il Gorzone. Il museo presenta infatti al visitatore una documentazione molto precisa e curata della presenza umana nel territorio che si estende tra i Colli Euganei a nord ed il corso dell’Adige a sud, tenendo presente l’indissolubile relazione uomo-ambiente, autentico substrato della storia umana.

Il percorso all’interno della struttura prevede un cammino retrospettivo che, partendo dalla meccanizzazione della fine del 1700, conduce a ritroso fino alla preistoria. Questa modalità espositiva inquadra e rispetta l’indissolubile connessione tra l’età antica e l’età moderna realizzatasi nel territorio della Bassa Padovana, un’area singolare che ha sempre evidenziato una marcata identità culturale.

La finalità del Museo, nato nel 1980 per merito appunto del prof. Camillo Corrain e dei suoi collaboratori, si collega ad una validissima e minuziosa indagine archeologica, connessa ad una ricerca storiografica costante, che ha portato alla ricognizione, nei luoghi-scrigno, di autentici tesori sepolti riportati alla luce.

Pazienza e passione sono state le costanti che hanno animato questo Gruppo di studiosi ma anche di semplici cittadini, ai quali è stato consegnato il testimone utile a realizzare percorsi conoscitivi e divulgativi.

E’ quindi la comunità ad essere l’utente principale di questa realtà insieme alla scuola, nucleo vitale dell’evoluzione e dello sviluppo delle conoscenze ambientali e storiche.

Il visitatore della struttura museale di Stanghella inizia il suo percorso dall’accogliente “Osteria” che riporta ad una realtà sociale e comunitaria caratteristica delle zone rurali nelle quali essa era luogo di ritrovo e di aggregazione fuori dalle mura domestiche.

Generalmente, durante le visite, la guida intrattiene qui gli ospiti per offrire informazioni sul percorso interno e sulla tipologia degli oggetti qui raccolti: botti, tini, tavoli del 1600, immagini d’epoca, tutto proveniente da antiche osterie della Bassa Padovana.

Singolari e per molti sconosciuti risultano i pezzi disseminati in questa stanza che ancora echeggia delle chiacchierate del professor Corrain con gli innumerevoli ospiti venuti nel tempo a visitare il Museo.

Da qui si passa alle OFFICINE RURALI, cuore pulsante di un’economia che della terra faceva il suo elemento vitale utilizzando gli attrezzi che gli artigiani realizzavano come autentiche opere d’arte. Ecco allora l’Officina del fabbro nella quale troneggia il mantice che evidenzia la struttura meccanica della trasmissione tramite cinghie e ruote nonché della forgia, prolungamento ideale della mano capace di piegare, modellare, realizzare strumenti destinati ad aiutare l’uomo nella conquista del pane quotidiano.

Ed ecco poi l’Officina del carradore, ricca di attrezzi e congegni dai quali prendevano forma le ruote, geometrie perfette scaturite dall’assemblaggio di perni, raggi, cerchioni che richiedeva esperienza, forza, precisione.

Hanno qui un loro fascino: torni a pedale, il treppiede per l’assemblaggio dei pezzi della ruota, il trabiccolo, le morsettiere e l’infinità di pinze e piccoli attrezzi nonché un piallone datato 1775.

Curiosa risulta la scritta, con incerta grafia, realizzata da un carradore di Megliadino S. Vitale, antenato di Calisto Dalla Pria, costretto a siglare un giuramento per aver salva la vita dopo aver riconosciuto uno dei banditi che lo avevano aggredito in tempi oscurati dalla piaga del brigantaggio.

“Si sempre serò segreto mai tradirò pitosto patirò pene eterne”, era stata la dura promessa…

Nella Bottega del maniscalco invece sembra di udire ancora il ritmo di martelli e mazze che modellavano ferri da cavallo, tesori di un’economia dal cigolante suono delle ruote in legno e dallo scalpitare degli zoccoli.

Si passa poi al primo piano dove si custodisce gelosamente, in una teca dall’ampiezza solenne, la Carta del “Retratto del Gorzone”. E’ il fiore all’occhiello del museo ed ha una superficie di m.7.950 X 3.385. Raffigura un’area che si estende, a sinistra dell’Adige, da Castelbaldo ad Anguillara Veneta, per allargarsi fino ai Colli Euganei, ad Este e al confine con il vicentino e il veronese, a Montagnana. Si tratta di un documento catastale risalente al XVI secolo, realizzato su 121 strisce di cartoncino incollate su tela di lino in scala di pertiche padovane (quasi 1:10.000).

Vi sono raffigurati paludi ed idrografia in blu, ampie sezioni vallive in ocra chiara, vigneti verde pisello evidenziati con cerchietti, terreni con piante in colore rosato e quelli arativi di colore ocra chiaro.

Si leggono i nomi delle famiglie proprietarie appartenenti solitamente al patriziato veneziano che qui avevano i loro terreni la cui ampiezza è calcolata in campi padovani, quarti e tavole.

I luoghi abitati risultano copiati da carte di precedenti età. Ad esempio l’Abbazia di Carceri è raffigurata infatti senza il chiostro rinascimentale e Montagnana senza il suo Duomo.

L’attuale aspetto del prezioso documento è frutto di un eccellente lavoro di restauro effettuato nel 1980 dai monaci di Praglia.

Si accede poi alla Sala della Cartografia Storica nella quale sono esposti, in una vetrina centrale, disegni e documenti topografici di svariato genere, relativi al tempo delle Bonifiche, arricchiti da ingrandimenti di particolari esposti alle pareti per una più dettagliata visione.

Al secondo piano si può ammirare la Sala della Ruralità nella quale fanno bella mostra di sé gli oggetti in uso nelle case contadine, cuori pulsanti della nostra Civiltà Contadina.

E’ questa un’autentica evocazione di un trascorso che ancora fa sentire la sua voce che sa di profumi di terra, di legno buono, di grano dorato e setoso, di uve dal succo inebriante. Bellissimo il telaio che tante mani operose hanno usato per creare tele evocanti una paziente Penelope, donna, regina della casa e custode preziosa del focolare domestico.

Ancora a ritroso nel tempo ci ritroviamo nell’Archivio e poi nella Biblioteca.

Il primo comprende vari fondi, tra cui quello proveniente dalla tenuta Polcastro, autentico granaio di casa Centanini che contiene scritti di tipo amministrativo e documenti processuali relativi a tempi diversi che vanno dal 1301 alla fine dell’800.

In questo ideale itinerario ci troviamo nella Sala della Colonizzazione Antica che ci offre una meravigliosa vetrina di reperti-testimonianza della vita nella preistoria nella Bassa Padovana, mentre pannelli esplicativi evidenziano l’habitat dell’età del Rame e del Bronzo.

I siti nei quali sono stati rinvenuti questi antichi reperti sono chiaramente le aree dove un tempo si estendevano paludi e terreni resi fertili dalle acque generatrici di questa Mesopotamia tra Adige e Gorzone, dove i manufatti sono collegati alla pesca e alla caccia.

La successione espositiva è illustrata da un pannello che evidenzia tecniche di scheggiatura praticate nella preistoria più remota. Qui si possono vedere anche reperti relativi all’ultima glaciazione: un cranio di Ursus spelaeus, un molare di elefante antico, una rosetta di corno di megacero.

Interessante inoltre, nella Sala della colonizzazione antica, una ricca gamma di reperti del periodo paleoveneto e romano.

Interessantissima si rivela anche la Stanza delle Ceramiche, documenti che offrono un’ampia panoramica storica con pezzi davvero rari come: scodelle, piattini, uno dei quali in legno di selce databile ai primi del sec. XIV o piedini e frammenti di biscotto con particolari graffiti.

In uno di essi è raffigurata l’aquila estense e in un altro si può leggere la scritta “beatrix” arricchita da stelle, con chiaro riferimento alla beata Beatrice d’Este.

L’esposizione risulta ordinata e distinta per tecniche, soggetti, usi, rispettando il laborioso lavoro che si effettuava per la realizzazione e la durata a cui l’oggetto stesso era destinato.

Accedere all’esposizione museale di Stanghella significa attuare un percorso storico stupendo, interessantissimo e completo, in cui il visitatore ha la sensazione di vivere un affascinante viaggio nel tempo.

Un bene prezioso, dunque, frutto in particolare dell’impegno e della passione del prof. Camillo Corrain, che ha raggiunto l’obbiettivo di una vita spesa a cercare le radici della storia comune, ma anche della storia personale che ci lega al territorio: prima nostra casa.

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Come citare questo articolo

Rosetta Menarello. “L’affascinante Museo di Stanghella”. Ventaglio Novanta, n. 56, 2018. https://ventaglionovanta.it/archivio/laffascinante-museo-di-stanghella/

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