Il termine “esotico” attribuito alle specie vegetali richiama spesso l’immagine di piante di terre lontane, affascinanti e un po’ misteriose. Nel campo degli studi botanici sono invece ritenute esotiche le specie che vivono temporaneamente o stabilmente al di fuori della propria area di normale distribuzione.
In questa accezione per il Polesine dev’essere pertanto considerata esotica tanto una specie originaria del Nord America, quanto una caratteristica delle regioni meridionali italiane.
Studi recenti in questo settore ripartiscono le piante esotiche in base alla via da esse seguita per entrare nel nuovo territorio e in base al grado di affermazione raggiunto all’interno di questo.
Sono pertanto definite “esotiche avventizie” le specie introdotte in modo accidentale e che di seguito si sono spontaneamente diffuse in una data regione. A loro volta queste sono ritenute “casuali” quando la loro presenza è sporadica e comunque instabile nell’ambiente, “naturalizzate” quando le nuove entità sono in grado di automantenersi, essendosi ormai integrate nella flora locale.
Il secondo raggruppamento comprende invece le “esotiche coltivate e spontaneizzate”, vale a dire specie introdotte a scopo colturale, sfuggite alla coltura e inseritesi in forma stabile nella flora autoctona.
L’indagine sulla componente esotica della flora polesana si basa sui dati ottenuti da raccolte floristiche effettuate in Polesine fra il 1985 e il 1993 e che hanno permesso di realizzare un catalogo abbastanza completo delle specie esotiche presenti in questa regione (BENETTI e MARCHIORI, 1993 b).
Le specie esotiche sinora accertate in Polesine sono 120, di cui 5 avventizie casuali, 27 avventizie naturalizzate, 85 coltivate spontaneizzate e 2 esotiche dubbie.
59 entità provengono dal continente americano, 22 dal continente asiatico, 8 da quello europeo e solo 3 da quello africano. Poche piante sono originarie da più continenti, mentre 8 hanno provenienza incerta.
Si può innanzitutto rilevare che le coltivate spontaneizzate prevalgono nettamente sul totale (70% circa), ma che anche le avventizie naturalizzate sono abbastanza frequenti (22% circa).
Il 44% delle esotiche è costituito da specie erbacee annuali, il 24% da specie arboree e il 17% da piante erbacee perenni.
I dati relativi ai tipi di esotiche censite, alla loro provenienza e alla loro forma biologica, congiuntamente analizzati, hanno permesso di valutare gli effetti di significative modificazioni ambientali intervenute negli ultimi decenni.
Si è osservato innanzitutto che la percentuale delle specie coltivate spontaneizzate in Polesine oltrepassa in modo significativo il corrispondente valore riferito per l’Italia; inoltre si è notato che America e Asia sono i continenti che forniscono il maggior numero di specie. È inferiore invece nel complesso l’apporto di specie delle regioni orientali e meridionali e dal vecchio Mondo in genere.
Fra le specie americane giunte in Polesine negli ultimi decenni si segnalano piante a rapida invasione come Conyza canadensis, Erygeron annuus, Sicyos angulatus e Solidago gigantea.
È pure interessante rilevare che un gran numero di esotiche era già presente alla fine del 1800; l’indice di diffusione di queste entità, opportunamente calcolato, si mantiene più o meno costante fino ai primi anni ’70, mentre subisce un aumento di circa tre volte negli ultimi vent’anni a causa dell’espansione delle coltivate spontaneizzate e delle avventizie naturalizzate.
Le ragioni di questo fenomeno sono state ricercate innanzitutto nella morfologia del territorio. I grandi fiumi che attraversano il Polesine (Po, Adige) e la fitta rete di canali irrigui che disegna il territorio costituiscono vie di diffusione assai efficaci per le esotiche già entrate nel bacino idrografico padano. Ne sono esempi Lindernia anagallidea e Mollugo verticillata, segnalate fino al 1982 solo per la Lombardia e oggi entrambe presenti lungo le rive del Po.
Ma la diffusione delle esotiche in Polesine va messa in relazione soprattutto con la grande quantità di ambienti caratterizzati da instabilità ecologica in quanto sottoposti a frequenti manomissioni. Tali sono gli scanni del Delta, le sponde e le rive dei fiumi, ma anche le aree agricole e quelle alterate da interventi antropici recenti oppure abbandonate al degrado.
Su queste grandi superfici libere, dove è scarsa la competizione fra le specie, le esotiche trovano la possibilità di affermarsi rapidamente. Sui luoghi periodicamente manomessi sono favorite le piante erbacee annuali per la loro capacità di compiere l’intero ciclo vitale prima che sopraggiungano nuovi elementi di disturbo (Amaranthus chlorostachys, Conyza canadensis, Xanthium italicum).
Le specie erbacee perenni sono invece abbastanza favorite per ragioni fitoclimatiche e si espandono soprattutto su ruderi e incolti (Alcea pallida, Tanacetum parthenium) e ai margini dei corsi d’acqua (Aster lanceolatus, Cyperus strigosus). Le specie arboree infine devono la loro elevata frequenza alla coltivazione che le ha favorite per lungo tempo su quelle spontanee (Brussonetia papyrifera, Morus alba).
Un numero modesto di esotiche comprende piante esclusivamente infestanti le colture agrarie (Digitaria ciliaris, Galinsoga ciliata, Veronica persica); le nuove arrivate tuttavia non arrivano ancora a compensare interamente le infestanti di antica diffusione non più ritrovate in Polesine (BENETTI e MARCHIORI, 1993 a).
Riguardo infine alle ragioni che hanno portato all’introduzione delle esotiche, va evidenziato che circa il 27% delle entità censite comprende specie introdotte a scopo ornamentale (Acer negundo, Buddleja davidii); altre sono state introdotte a scopo scientifico e coltivate negli orti botanici (Acorus calamus, Ailanthus altissima), altre ancora venivano coltivate per ragioni diverse: così ad esempio, Kochia scoparia per fabbricare scope, Phytolacca americana per colorare il vino, Phalaris canariensis come mangime per gli uccelli. Sono infine numerose le piante entrate incidentalmente (Senecio inaequidens, Rorippa austriaca); alcune di esse si comportano soprattutto come infestanti (Amaranthus sp. pl.).
L’indagine ha permesso in definitiva di concludere che l’incremento delle esotiche in Polesine registrato negli ultimi decenni è stato favorito dalle trasformazioni territoriali e in particolare dalle moderne pratiche agricole. Infatti l’uniformità delle colture, oltre ad eliminare dai coltivi le infestanti originarie, ha sensibilmente contribuito alla “banalizzazione” della flora polesana.
Questo processo potrà rallentare e magari invertire la propria tendenza solo se la componente autoctona della flora polesana potrà mantenersi accanto a quella esotica. Perché ciò avvenga è necessario garantire la sopravvivenza dei biotopi, quali golene, spiagge, valli da pesca, argini, canali, gli unici ambienti che ospitano ciò che rimane della flora autoctona.
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Come citare questo articolo
Gianni Benetti. “Flora esotica in Polesine”. Ventaglio Novanta, n. 11, 1995. https://ventaglionovanta.it/archivio/flora-esotica-in-polesine/