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NARRATIVA

Fra Alvise

Racconto verità di Susanna Salvan

di Susanna Salvan

Ventaglio Novanta n. 67 2025 pp. 130–133

Era nato nell’ottobre del 1927 in un paesino di campagna disteso lungo gli argini del fiume Adige, da una famiglia di agricoltori. Ma Rinaldo si era subito distinto dai tanti fratelli: “Quando morirò, io dovrò andare in Paradiso e non in Inferno come i peccatori”; cosicché fin da piccino partecipò da chierichetto alle funzioni religiose e, all’età di undici anni, lasciò per il seminario la famiglia, da cui non fece più ritorno, se non per brevi visite, fedelissimo al suo proposito. All’epoca periodi di carestia imperversavano in un Polesine che faticava ad uscire dalla sua arretratezza economica, stremato anche dai bombardamenti degli alleati sui ponti del fiume per fermare la ritirata degli invasori. Si viveva in un’economia di sussistenza, lavorando la terra e spesso condividendo il cibo con chi non ne aveva proprio, in un ambiente caratterizzato da vegetazione palustre ricco di pesce di acqua dolce e di duro lavoro. Gli abitanti di giorno lavoravano nei campi e alla sera si radunavano nelle stalle, per stare al caldo e sentire i vecchi raccontare le loro storie. Nonno Giovanni era orgoglioso del nipote che, unico della covata,

Sono Susanna Salvan classe 1964 e risiedo a Lendinara. Verso la fine del 2022 mi proposi per la prima volta con un racconto tematico al Concorso Letterario Nazionale di Grosseto, conquistando il 3° posto ex equo con la giornalista romana Annalisa Venditti. Nel 2023 vinsi altri due Concorsi Letterari Nazionali ad Onigo di Pederobba e Zola Predosa. Pubblicai altresì la prima parte del romanzo di una famiglia polesana ambientata dalla fine della prima guerra mondiale fino al 1960 circa. Nel 2024 il racconto Ciao Zio ottiene riconoscimento al Concorso Letterario Internazionale di Sonnino. Alcuni racconti sono stati selezionati e pubblicati in raccolte antologiche di varie iniziative culturali. Spero che il racconto verità che propongo nelle pagine del Ventaglio, incontri l’interesse dei lettori.

avrebbe avuto la fortuna di istruirsi in Seminario ed inoltre di non soffrire troppo per la perdita della cara madre, morta a quarantasei anni di parto, l’ennesimo; era peccato in quella famiglia cercare di evitare le gravidanze, come vigeva ancora in quel tempo la tassa sul celibato. Fu così che in quella numerosa famiglia le sorelle di Rinaldo, si dovettero adoperare a sostituire la madre nelle incombenze domestiche e nel crescere i fratellini più piccoli. Passarono gli anni e crebbe la prole di questa grande famiglia. Giunta l’adolescenza, i giovani del paese iniziarono a lasciare il loro nido: qualcuno partì per fare il minatore in Belgio, mentre altri si spostarono verso le grandi città italiane, in particolare Milano e Torino, dove le grandi fabbriche, affamate di manovalanza, offrivano la possibilità di migliorare il proprio stato sociale. Altri invece preferirono fermarsi portando avanti il lavoro nelle campagne, che i loro avi avevano avuto in affitto o con contratti di mezzadria, anche allevando bestiame.

Intanto il nostro Rinaldo proseguiva il suo cammino apostolico tra il postulato e il noviziato. Poi fu la volta della formazione interna con lo studio della teologia, vivendo con sobrietà, libero dal superfluo, con l’umiltà e la pazienza tipica dei frati cappuccini, a cui era richiesto, sopra ogni cosa, di vivere in obbedienza. Era un giovane bellissimo con un sorriso sincero ed aperto che gli illuminava perennemente il volto, occhi da buono, occhi che non hanno mai scrutato chi avevano difronte, ma solo accarezzato con la dolcezza e la gentilezza tipica di un animo nobile. Prenderà il nome di Fra Alvise e, poco meno che trentenne, il nostro religioso partirà assieme ad una decina di suoi fratelli di tonaca, italiani, portoghesi e francesi, in missione per il Luanda in Africa, avendo aderito a una iniziativa della confraternita portoghese, a cui erano legati. In dotazione avevano la bontà, la gentilezza e la loro giovane e forte fede, sostenuta dagli ideali più nobili e dall’amore fraterno universale. In quelle terre lontane trascorsero giorni di pace e di prosperità, alternati da periodi di crisi e di guerre tribali, che senza scrupoli le Nazioni più forti alimenteranno con armi, alcool e droghe, manipolando guerriglieri mercenari con la illusione della indipendenza dal colonialismo e della libertà politica attraverso arricchimenti personali, a scapito della povera gente che lavorava pressoché quasi in schiavitù e nella mancanza di istruzione. Nel 1960 l’Angola ottenne l’indipendenza dopo quaranta violentissime guerre e circa dieci milioni di morti, con sedici milioni di sfollati e un numero elevatissimo di persone, specialmente bambini e donne, mutilate. Nel 1975 le etnie locali dell’Angola fomentarono altre crudeli guerre civili, a cui le altre popolazioni mondiali assistettero impotenti, compresi i familiari dei nostri confratelli. Intanto i nostri frati continuavano la loro opera di aiutare le comunità locali, attraverso l’istruzione, scavando pozzi, coltivando quei terreni poveri di acqua, allevando piccoli animali da corte, aiutando in lavoretti di piccolo artigianato, creando monili e statuine intarsiate in legno raffiguranti la loro fauna, dipingendo splendidi e coloratissimi paesaggi ad olio, costruendo semplici capanne secondo gli usi locali, medicando gli ammalati e i feriti, dando conforto ai morenti, turnandosi giorno e notte, vivendo con il poco che riuscivano a produrre e nutrendosi dei frutti esotici presenti, specialmente le prelibate banane di cui Fra Alvise era particolarmente ghiotto.

Forse il cibo era la cosa che creava maggiore nostalgia di casa ai nostri frati, dovendosi adattare ai cibi locali diversi dalle nostre produzioni per ovvi motivi di clima e territorio. Tornava spesso il ricordo dei fagioli in potacin, della “renga” (arringa) cotta sulle braci con le sue uova e del profumato baccalà rosso. I loro frugali pasti consistevano in polenta di mais bianco senza sale con il latte appena munto, di miele, di radici di un albero che avevano il sapore delle patate bollite, di carne di capra e di mucca e, se c’era, di the. Secondo le abitudini tribali, si mangiava tutti assieme quando si aveva fame, senza un ordine preciso di orari, condividendo quello che si era potuto cucinare, seduti tutti assieme, ed utilizzando delle scodelle dalle quali il cibo si prendeva con le dita facendo dei pugnetti, essendo pressoché inesistenti le posate, dal costo proibitivo per quelle comunità sperdute nel vasto territorio africano.

Quel maledetto giorno un frate, compagno di stanza di Fra Alvise, soffriva di forti dolori addominali: nausea, febbre, vomito e diarrea non gli davano tregua. Fra Alvise si offrì di sostituire l’ammalato per la missione da espletare in quella giornata. Il nostro gruppetto partì per la missione, lasciando riposare gli altri. Ritorneranno nella loro umile dimora alla sera, meravigliandosi man mano che si avvicinavano ai locali, di non sentire alcun rumore che segnalasse presenza umana. Chiamarono ad alta voce, ma non ottennero alcuna risposta; i nostri frati spaventati e tremanti erano incerti se scappare o aprire quella porta, finché d’impeto Fra Alvise spalancò l’uscio e quello che videro fu la conferma di tutti i peggiori sospetti: sangue, sangue ovunque, pareti impregnate di sangue, un orrore di morte, di puzza, di mosche, di corpi decapitati. Poi il buio totale.

I frati sopravvissuti verranno richiamati in Patria. Sul campo resteranno i corpi dei quattro missionari macellati selvaggiamente, poi chiamati dalle tivù di tutto il mondo martiri della carità. In Polesine, a casa di Fra Alvise la disperazione si attenuò quando giunse il comunicato che il loro congiunto era ancora vivo, anche se molto provato. I nostri religiosi trascorsero un lunghissimo periodo in isolamento, sottoposti a cure sanitarie per le pessime condizioni di salute anche mentale: erano scampati al massacro solo per una fatalità. Successivamente, quando le loro condizioni migliorarono, furono destinati a servizio presso vari istituti: Fra Alvise verrà mandato cappellano in un ospedale civile polesano. Respingerà la proposta di elevarsi a Primo Abate, desiderando restare semplice ed umile tra gli ultimi e i sofferenti, perennemente con i piedi scalzi su semplici sandali aperti, con la maglietta di lana che d’inverno s’intravedeva sporgere dal saio, e l’agile falcata con cui passava da un reparto all’altro.

Era chiamato il Piccolo Gesù ed era mio zio. Poter conoscere in modo diretto quel caro zio, di cui tutti i parenti amavano circondarsi, è stato per me un dono meraviglioso. Ero affascinata dai suoi magnifici racconti che comunicavano il fascino di quel territorio così lontano del quale poco si conosceva se non attraverso qualche lettura a scuola. Una splendida testimonianza diretta di quanto vasta e varia sia la nostra cara madre terra e di quale infinità di specie viventi esistano in natura, di quanta varietà di costumi ed usi caratterizzano il mondo. Centinaia e centinaia le foto che lo zio custodiva nella sua stanza, e migliaia le lettere ricevute da tutto il mondo, da parte di persone comuni, ma anche di ambasciatori e grandi uomini politici, di persone facoltose, di coppie che aveva sposato, di bambini che aveva battezzato, di tutte le etnie e di diverse fedi religiose, senza alcuna distinzione. Provavo tenerezza per il suo difetto fonetico che lo portava a non distinguere la consonante esse con la zeta, tanto che in ogni sua lettera indirizzata alla mia famiglia, scriveva di salutare la Suzanna, ovvero la scrivente. In ogni foto scattata in vari angoli del mondo, lo zio appariva sempre col suo splendido sorriso; sorriso che ha saputo aprire ogni porticina dei cuori che ha incontrato durante il suo faticoso e fantastico cammino. Se Fra Alvise non avesse avuto l’hobby della fotografia, quasi nessuno di noi familiari avrebbe potuto avere testimonianza del suo, ma anche del nostro vissuto. Nelle foto da lui scattate possiamo rivederci come eravamo, confrontarci e discutere sui nomi dei volti dimenticati, sorridere delle buffe pose, godere di quella intimità familiare tra parenti che sta andando persa in questo particolare contesto storico, dove la frenesia e l’insensibilità fra individui ci sta allontanando gli uni agli altri, soffocando la nostra indole sociale, di condivisione, di fratellanza e di tolleranza. Fra Alvise ci lascerà nell’aprile del 2016, ma il suo ricordo resterà per sempre nei nostri cuori.

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Come citare questo articolo

Susanna Salvan. “Fra Alvise”. Ventaglio Novanta, n. 67, 2025. https://ventaglionovanta.it/archivio/fra-alvise/

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