Dal 1896 a Rovigo fa bella mostra di sé il monumento equestre dedicato a Garibaldi, opera pregevole dello scultore Ettore Ferrari, chiamato a realizzare la scultura bronzea da Remigio Piva, presidente di un apposito comitato, costituitosi nel 1882 all’indomani della morte dell’eroe, che trovò subito l’avallo dell’amministrazione comunale e provinciale.
In Italia non c’è comune che non abbia un riferimento all’eroe dei due mondi; quanto meno la dedica di una strada.
Anche nelle due Americhe non mancano monumenti, insegne e dediche a Garibaldi e in Brasile, dove pure l’eroe si fece apprezzare per le sue doti di condottiero e dove trovò la compagna della sua vita, c’è addirittura una cittadina che porta il suo nome.
Se tutto ciò è noto e privo di sorprese, appare invece inatteso apprendere che in una città costiera russa, Taganrog, nel distretto di Rostov che si apre sul mare d’Azov, è presente un monumento a Garibaldi.
I viaggi del giovane Garibaldi
Va innanzitutto detto che proprio a Taganrog il giovane Garibaldi ebbe l’incontro che doveva cambiargli la vita. Una storia poco nota questa, che si riferisce agli anni giovanili del nizzardo quando, a bordo di un vascello, seguiva rotte commerciali toccando prima Costantinopoli, poi Odessa e i porti del Mar Nero, costeggiando poi la penisola di Crimea per raggiungere infine il Mare d’Azov.
A Taganrog, in particolare, Garibaldi sbarcò nel 1833 con la sua goletta denominata Clorinda. In Crimea lo zio Antonio Felice era all’epoca console del Regno di Sardegna a Kerc’, dove era giunto nel 1818.
Ma già prima della fatidica data del 1833, la Crimea e il Mar d’Azov erano familiari a Garibaldi, che tra le giovanili esperienze sul mare, nelle sue memorie annovera il primo viaggio da diciassettenne a Odessa e poi a Taganrog nel 1824 sul Brigantino Costanza, comandato dall’amico di famiglia Angelo Pesante.
Sarebbero seguiti molti altri viaggi in varie direzioni e, una volta consolidatasi la sua formazione di uomo di mare per il trasporto di merci, Giuseppe Garibaldi ritornò più volte a far rotta verso il Medio Oriente.
Diventato nel 1832 capitano di nave mercantile, salpò come “Secondo” del comandante Simone Clary, con la Goletta Clorinda, da Marsiglia per Costantinopoli e di qui per il Mar Nero, dovendo in qualche caso difendersi da atti di pirateria durante i quali rimase anche ferito ad una mano. A Tangarog approdò a metà giugno, manifestando un comportamento quanto meno esuberante, tanto da essere arrestato due volte dalla gendarmeria russa prima per schiamazzi e poi per disobbedienza all’obbligo di restare sulla nave. Rilasciato solo grazie a un influente mercante italiano, Antonio Rossi, ebbe modo di apprendere da alcuni opuscoli dell’esecuzione di Ciro Menotti a Modena restandone fortemente colpito.
L’affiliazione alla Giovane Italia
Ma il viaggio che doveva cambiargli la vita fu quello dell’anno successivo, del marzo del 1833, quando tornò a Taganrog con lo stesso brigantino, con un carico di arance e uno, del tutto speciale, di 13 esuli santsimoniani, che, oltre alla parità dei sessi, propagandavano l’abolizione della famiglia e del matrimonio.
Il gruppetto era capeggiato dall’esule Emile Barrault, il quale a Garibaldi regalò il libro Il nuovo cristianesimo di Saint Simon, convertendolo quindi alla causa patriottica di chi “adotta l’umanità per patria e va ad offrire la spada e il sangue ad ogni popolo che lotta contro la tirannia” perché questi “è più di un soldato: è un eroe” (Dumas, pp.64-65).
I passeggeri sansimonisti sbarcano a Costantinopoli mentre Garibaldi prosegue per Odessa e poi per Taganrog, dove si ferma una decina di giorni facendo un incontro che lo avrebbe segnato profondamente.
In una taverna, frequentata da marinai e mercanti italiani, si imbatte in un italiano seguace di Mazzini, individuato da alcuni in Giambattista Cuneo (1809-1875) di Oneglia. Questi (o quanto meno “il credente” a cui il Cuneo accenna nella sua biografia di Garibaldi del 1850) era stato inviato da Mazzini per fare opera di propaganda tra i marinai. Parlava della Giovine Italia, dei principi di libertà e indipendenza d’Italia.
Così ci viene raccontato, tra fantasia e veridicità storica, l’approccio di Garibaldi, nella taverna di Taganrog, con il Mazzinianesimo da Giulio D’Alessandro, scrittore, redattore di “Dissipatio” (7.4.2022) che si ispira alle biografie del Cuneo e di Dumas (Memorie di Garibaldi):
A un certo punto un uomo attirò l’attenzione di tutti e richiese il silenzio. Alzò il boccale e disse, guardando negli occhi la sua platea: «Naviganti, ognuno di noi è giunto su queste spiagge attraversando il cielo e l’abisso, lunghi giorni e perigliosi di un viaggio interminabile. Noi ora possiamo gettare al vento e al mare un nome; e il vento ci risponderà urlando, e il mare si ingrosserà afferrandolo! Eccolo il nome: brindiamo all’Italia!». E tutti gli risposero gridando: «Italia! Italia! Italia!»
Quel nome rimbombando in tutta la locanda, come il ruggito di un leone, sommerse Giuseppe e tutti i suoi pensieri. Si alzò dal suo angolino e si avvicinò al gruppo di marinai. Ora tutti tacevano e ascoltavano le parole dell’uomo che come un retore antico arringava la sua folla. «L’Italia ora è vinta, divisa in mille stati che al momento non si fanno la guerra. Ma non v’è pace! La scintilla del fuoco che divamperà dalle Alpi fino in Sicilia, cova silenziosa sottoterra. Si annerisce, sembra affievolirsi… ma solo per bruciare con più forza domani. Ora è notte, anche sulla nostra patria. Brilla qua e là qualche luce, baracche in mezzo alle radure. Covi di patrioti che si preparano per la missione più grande, per il dovere a cui sono chiamati. Ma ecco che sorge l’aurora, il gallo canta il segnale di rivincita. È nato il sole, il sole è alto! È l’ora: è sempre l’ora. Ora fratelli e sempre!». «Ora!» gridarono tutti all’unisono, «e sempre!»
Giuseppe sembrava rapito dall’eloquenza di quell’uomo sconosciuto che parlava con così tanto fervore. Le sue parole emanavano una fede cieca e incrollabile in un futuro glorioso ed eroico. Si fece spazio fra due marinai siciliani per seguire in prima fila il sermone e poter guardare finalmente negli occhi quel fervido credente.
«Fratelli, compatrioti. Io vi annuncio che è già sorto l’uomo. Il condottiero che ci guiderà nell’impresa di liberare la nostra bella patria è già qui». Per una frazione di secondo uno sguardo saettò tra Giuseppe e il credente. «Qui, a Taganrog, in terra straniera, si sta già costruendo l’Italia! Qui, nella lontana Russia, tra le genti del mondo, ognuno di noi è chiamato a indossare i panni dell’eroe, a donare il suo sangue per il sogno dei nostri padri, a porre fine a secoli di soprusi e schiavitù, a offrire la sua spada, il suo sudore e i suoi anni migliori, a morire per la libertà e a combattere per l’Italia, giovane, grande, repubblicana, libera, una!»
Un’ovazione travolgente proruppe dal gruppo di uomini che iniziarono a urlare, abbracciarsi e brindare all’Italia. Tra gli urti dei corpi sudati e ubriachi, Giuseppe si fece strada e, come rapito da una febbre allucinante, prese per il bavero della giacca l’oratore. «Dimmi chi sei e di chi sono queste parole». Egli lo guardò, con un sorriso compiaciuto: «Io sono solo un uomo di fede, e queste parole sono dei patrioti della Giovane Italia. Dimmi chi sei tu, invece, e qual è il tuo nome?» «Io sono solo un marinaio, e il mio nome è Garibaldi».
Fu quindi a Taganrog che egli pronunciò il giuramento di affiliazione alla Giovine Italia che mirava ad una “Repubblica una e indivisibile, e tutto il territorio italiano indipendente, uno e libero”.
Il monumento a Garibaldi
E Taganrog non dimenticò quell’ospite che sarebbe diventato l’Eroe dei due Mondi.
Il riconoscimento tangibile di questo legame fu solennizzato molto tempo dopo, nel 1961, a 100 anni dall’unificazione dell’Italia a cui Garibaldi aveva dato un contributo decisivo: a Taganrog gli fu innalzato un monumento, l’unico esistente in Russia. Si trova sul lungomare nella zona del porto, realizzato da un artista locale: è una stele alta cinque metri con un bassorilievo raffigurante Garibaldi che poggia su uno stendardo.
Sulla lapide si legge: “Nel 1833 Garibaldi giurò di dedicare la sua vita alla liberazione e all’unità del suo Paese. Fu sotto il comando dell’eroe nazionale Giuseppe Garibaldi che il Paese fu liberato e unificato”. In origine recava una seconda scritta, poi cancellata, dettata dal filosofo e poeta tedesco Friedrich Engels (1820-1895) che recitava: “Nella persona di Garibaldi l’Italia ha partorito in tempi antichi un eroe capace di fare miracoli e che li ha realmente prodotti”.
Successivamente il monumento fu restaurato e di seguito inaugurato il 12 settembre 2007 (nel secondo centenario della nascita dell’eroe) alla presenza della pronipote dell’eroe Annita Garibaldi Jallet. Anche una via, Strada Oulitsa Garibaldi, ricorda a Taganrog il giovane Garibaldi sbarcato nella città.
Utilizzo dei contenuti
Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.
La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.
Come citare questo articolo
Luigi Contegiacomo. “Garibaldi sul Mar Nero”. Ventaglio Novanta, n. 65, 2024. https://ventaglionovanta.it/archivio/garibaldi-sul-mar-nero/