Il secondo centenario dalla morte di Antonio Canova (13 ottobre 1822) ha visto il realizzarsi di varie iniziative di celebrazioni, alcune delle quali tuttora in atto.
Nei luoghi canoviani, partendo da Possagno, passando per Bassano, Treviso e Venezia e poi giù fino a Firenze, Roma e Napoli è stato un fiorire di mostre, convegni di studio e di nuove edizioni dedicate al grande artista.
Qualcosa si è fatto anche in Polesine, non con i mezzi e la risonanza delle celebrazioni ufficiali, ma grazie all’Università Popolare, che ha programmato due lezioni sul Canova, tenutesi nella sala civica del comune di Giacciano con Baruchella, seguite dalla visita alla splendida stele canoviana, denominata La dolente, conservata nella vicina chiesa parrocchiale di Giacciano: un bassorilievo in marmo di Carrara, dedicato alla nobildonna Adelaide Foscarini, defunta moglie del marchese Carlo Guido Bentivoglio. L’iniziativa ha riscosso il gradimento dei partecipanti, per cui già si prevede di replicarla nel prossimo ciclo di lezioni. Ma ha destato anche la loro meraviglia, per il fatto che un’opera così rilevante sia di fatto sconosciuta alla maggior parte dei polesani.
Canova dimenticato e riscoperto
In effetti, nel corso del Novecento tutta l’arte neoclassica – che aveva nel Canova il massimo esponente – era stata un po’ dimenticata, offuscata da nuove correnti artistiche quali il futurismo, l’astrattismo, il surrealismo, la metafisica e quant’altro d’innovativo veniva proposto. A pesare negativamente sul Canova fu anche il giudizio, a dir poco sommario, dello storico e critico d’arte Roberto Longhi che nel 1946 lo definì come uno “scultore nato morto, il cui cuore è ai Frari, la cui mano è all’Accademia e il resto non so dove”. Evidentemente, non aveva capito che il Canova non copiava tal quale la statuaria di epoca greco-romana, ma la reinterpretava in chiave moderna, aggiungendovi di suo la tridimensionalità (le sculture sono egualmente rifinite e apprezzabili su ogni lato) e quella bellezza ideale, quell’eleganza, quella perfezione, quel dinamismo, quel soffio vitale che trasformano “il freddo marmo in viva carne”.
Lo aveva compreso il Foscolo, che lo definì “artefice di numi” e non si trattenne dall’accarezzare teneramente la splendida statua della Venere Italica mentre esce dal bagno, quasi fosse una dea vivente. Ed è questo che rende originali le opere del Canova, perché ieri come oggi ci trasmettono emozioni, sensazioni, il che le rende sempre attuali, immortali.
Prova ne sia che, pochi decenni dopo l’ingiusta stroncatura del Longhi, l’arte del Canova è tornata al centro degli interessi degli storici, dei critici e anche del grande pubblico. Basti considerare che le visite alla Gypsoteca di Possagno, dove sono esposte unicamente le matrici in gesso delle sue sculture, hanno raggiunto quota 75 mila visitatori all’anno con tendenza all’aumento; numeri significativi di un gradimento che continua nel tempo e che raramente possono vantare le gallerie d’arte contemporanea.
Canova e il suo tempo
È ovvio che, con tali raffinatezze, le sculture del Canova fossero già al suo tempo molto ambite e costose: i prezzi variavano mediamente tra i 3.000 e i 10.000 Scudi romani a seconda delle dimensioni e della complessità dell’opera (uno Scudo equivale a circa 100 Euro attuali). Per esempio, il principe Camillo Borghese sborsò 6.000 Scudi per la statua della moglie Paolina Bonaparte (e per fare cassa fu costretto a vendere al governo francese la collezione d’arte antica di famiglia, ben 695 pezzi tra statue, vasi e rilievi antichi, ora esposti al Louvre), ma il principe di Torlonia, ricco banchiere romano, pagò ben 18.000 Scudi per il gruppo di Ercole e Lica.
Di conseguenza, le opere del Canova erano accessibili solo ai committenti più facoltosi di quel tempo: imperatori, re, papi, lord inglesi, principi russi, imprenditori di successo, una ricca élite che andava a gara e non badava a spese pur di avere un’opera del grande maestro. Questo ha comportato che la stragrande maggioranza delle sue creazioni siano finite all’estero; e quando non si trovino ancora in collezioni private (come quella della famiglia reale inglese in Buckingham Palace), sono finite nei grandi musei, come l’Ermitage e il Louvre, massimi detentori di opere canoviane e in misura minore nei Musei Vaticani e al Victoria and Albert Museum di Londra, tanto per citare i più forniti. In numero più limitato ve ne sono altre sparse in vari musei d’Europa, da Vienna, a Ginevra, a Berlino e ultimamente anche al Paul Getty Museum di Los Angeles, un ente dotato di grandi disponibilità finanziarie, che ha iniziato a comperare sculture del Canova.
Perciò, se escludiamo la città di Roma, in Italia è rimasto poco: al museo Correr di Venezia e agli Eremitani di Padova troviamo solo le opere giovanili del maestro; alcune belle ma isolate realizzazioni si trovano a Firenze, Napoli, Milano, Bologna e Genova. Ma una città come Treviso, che è la terra natale di Antonio Canova, non conserva alcuna opera del suo illustre cittadino e rarissime sono quelle presenti nei comuni di provincia.
Tutto ciò ci fa capire come l’arte del Canova fosse apprezzata in tutta Europa e nello stesso tempo come sia una grande fortuna per un piccolo paese come Giacciano conservare nella propria chiesa un’opera realizzata nell’atelier del grande maestro: la stele di Adelaide Foscarini denominata La Dolente.
Lo scultore de “La Dolente”
Il primo ad ipotizzarne la mano del Canova fu l’illustre prof. Giuseppe Fiocco (docente universitario e critico d’arte nato proprio a Giacciano nel 1884 e deceduto a Padova nel 1971), in una pubblicazione dell’ormai lontano 1912. Poi solo qualche sporadica segnalazione, per attribuirne l’esecuzione non al Canova, ma al suo allievo Cincinnato Baruzzi, che era stato incaricato dal Sartori di completare le opere rimaste incompiute nell’atelier romano dopo l’imprevista morte del maestro nell’ottobre 1822.
Il monumento di Giacciano era stato commissionato al Canova nel 1818 dal patrigno di Adelaide Foscarini, conte Leopoldo Cicognara (1767-1834), storico e critico d’arte, nonché presidente dell’Accademia delle Arti di Venezia, che aveva uno stretto legame di amicizia e collaborazione col maestro; nei conteggi dell’atelier viene infatti indicata come “stele Cicognara”.
Sappiamo che dalla commissione di un’opera alla sua consegna passavano mediamente dai 3 a 5 anni e che Canova, nell’ultimo anno di vita, a causa dei problemi di salute, riuscì a lavorare solo sporadicamente. Per questo motivo alla sua morte la stele era solo ideata e forse in parte sbozzata: sarà ultimata l’anno seguente 1823, dall’allievo Cincinnato Baruzzi, il quale risulta averne incassato il corrispettivo (350 Scudi più 25 di spese di spedizione) e anni dopo, su un catalogo delle sue opere, se ne attribuirà l’intero merito (a dire il vero, con poca convinzione, dal momento che ne sbaglia l’ubicazione, collocandola nella chiesa di Crespino).
Un’attenta osservazione dell’opera porta a rilevare una diversità di stile tra la parte di probabile progettazione/realizzazione canoviana (la raffinata figura femminile, peraltro identica a quella realizzata dal maestro per la stele Manzoni), da quella eseguita dall’allievo (la colonna spezzata e l’urna, visibilmente di diverso stile), cosa che risulterebbe complicata dimostrare su queste pagine, ma che ci porta a dire che l’intuizione del prof. Fiocco di ritenerla almeno in parte “una stele canoviana” non era infondata.
Il committente de “La Dolente”
Cosa legava l’illustre Cicognara, committente dell’opera di Giacciano, alla sfortunata Adelaide Foscarini a cui l’opera è dedicata?
La trama è un po’ complessa dal momento che in questo caso storia e gossip non si possono scindere, comunque, vediamo di ricostruirla per sommi capi.
La nobildonna veneziana era figlia di Niccolò Foscarini ai Carmini (1732-1806) e di Andrianna Barbaro, convolati a nozze nel 1766. Dopo vent’anni d’infruttuoso matrimonio, finalmente venne alla luce la piccola Adelaide (1786), seguita purtroppo dalla morte della madre, deceduta per le complicazioni del difficile, tardivo parto.
Il padre Niccolò Foscarini, dopo tre anni di vedovanza, ormai sessantenne, si risposava con la giovane Lucia Fantinati (1770-1849), che di anni ne aveva 19, figlia di uno speziale veneziano, quindi non nobile, ma molto bella. La giovane sposa diventava così matrigna di Adelaide, ma come si desume dalla dicitura della stele, sarà per lei come una vera mamma e non c’è motivo di dubitarne. Il rapporto col marito era invece problematico, vuoi per la differenza d’età, vuoi per gli incarichi pubblici che lo costringevano a lunghi periodi di assenza da Venezia (era stato nominato bailo, cioè ambasciatore, a Costantinopoli).
Andò a finire che la veneziana Casa Foscarini iniziò ad essere frequentata da alcuni cicisbei che cercavano di allietare la solitudine della giovane sposa, e tra questi vi era il “nostro” marchese Carlo Guido Bentivoglio (aveva grandi proprietà in Giacciano e un palazzo a Ferrara, ma preferiva vivere a Venezia). Per sopire le voci della tresca amorosa con donna Lucia (divenuta pericolosa dopo il ritorno in patria del marito) Carlo Guido finirà col giustificarsi, affermando che le sue attenzioni non erano rivolte alla padrona di casa, bensì alla figlia Adelaide, che di fatto sposerà appena quindicenne nel 1801, quando lui di anni ne aveva 32.
Nel 1806 moriva Niccolò Foscarini, e Lucia Fantinati, ancor giovane e avvenente, non gradiva di certo trascorrere in casta vedovanza il resto della vita. A procurarle un nuovo marito sarà il genero (ed ex spasimante), marchese Carlo Guido Bentivoglio, che nella sua residenza di campagna in Giacciano (attuale proprietà Milan Luigi), organizzava nell’estate del 1807 l’incontro tra Lucia e il conte Leopoldo Cicognara, amico d’infanzia,1 che a sua volta era rimasto vedovo qualche mese prima dell’amata moglie Massimiliana Cislago.
Il soggiorno di Giacciano sortiva gli effetti sperati e Lucia e Leopoldo convolavano a seconde nozze in Venezia, il 25 aprile 1808. Con questo nuovo matrimonio il Cicognara diventava patrigno di Adelaide Foscarini, e questo spiega perché alla prematura morte della figlioccia (1818), sarà lui il tramite col Canova per la realizzazione del monumento funebre nella chiesa di Giacciano, dov’era stata sepolta.
La stele de “La Dolente”
La stele raffigura una giovane donna vestita di un leggero peplo alla foggia greca, seduta su di uno sgabello, col volto reclinato e dolente, poggiato sul palmo della mano destra e rivolto a un’urna cineraria posta su una colonna spezzata, dalla quale scende un festone finemente cesellato a ricordare il legame di sentimenti fra i vivi e i defunti.
La figura femminile rappresenterebbe Adelaide, affranta dal dolore per la morte del figlio Eugenio di appena 8 anni, avvenuta l’anno precedente, le cui ceneri sono idealmente contenute nell’urna sopra la colonna spezzata.
Ma l’immagine scolpita si presta anche ad un’altra interpretazione: la splendida figura femminile rappresenterebbe Lucia Fantinati, che piange la prematura scomparsa della figlia Adelaide (aveva appena 32 anni, probabilmente minata dalla tubercolosi) e del nipotino Eugenio, allegoricamente rappresentati nell’urna cineraria e nel tronco di colonna.
Il rilievo marmoreo è completato da un’epigrafe sottostante, la cui lettura non aiuta certo a chiarire il dilemma:
Ad Adelaide Foscarini marchesa Bentivoglio morta in Venezia il 12 aprile dell’anno 1818 dell’età sua di anni 32 esimia per le doti della mente e del cuore in questo tempio tumulata presso il primogenito figlio Eugenio fanciullo d’ingegno e di doti egregio poco prima dall’invida [invidiosa] morte rapito Lucia Fantinati Foscarini Cicognara madre ed ava infelice lacrimando pose questa memoria nel 1823.
Una doppia chiave di lettura si riscontra spesso nelle opere di Canova: è un segno della sua vivacità creativa che le rende ancor più interessanti. E per noi è un motivo in più per visitare e lasciarci emozionare dalla bellezza di quest’opera, senza dover andare al Louvre o all’Ermitage: basta recarsi a Giacciano!
Utilizzo dei contenuti
Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.
La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.
Come citare questo articolo
Michelangelo Caberletti. “La Dolente di Giacciano”. Ventaglio Novanta, n. 65, 2024. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-dolente-di-giacciano/