Nato a Guarda Veneta (Rovigo) il 1 Luglio 1831 da Francesco e Giovanna Zanon, ricca famiglia di possidenti del luogo, Giovanni Battista Tenani viene avviato agli studi classici presso il Ginnasio del Seminario di Rovigo e poi a Padova.
Sente fin da giovanissimo il richiamo dell’idea risorgimentale della patria libera dallo straniero, e allo scoppio della rivoluzione del 1848, appena diciassettenne, accorre a Venezia arruolandosi come volontario prima nella compagnia di Bandiera e Moro e poi nel Corpo dei Veliti, appena costituito dal Generale Mongaldo, in vista dell’attacco antiaustriaco in Terra ferma. Dopo la sconfitta di Novara invece, tale Compagnia verrà utilizzata nella difesa ad oltranza del forte di Marghera, ed in tale logorante operazione G. B. Tenani si distinguerà, pur ammalato, resistendo fino all’ultimo.
Nei dieci anni successivi, ritornato l’ordine austriaco nel Veneto, il Tenani riprende gli studi interrotti e si iscrive all’Università di Venezia, dove, pur frequentando i ritrovi mondani studenteschi del Caffè Florian e della Fenice, continua a coltivare il suo spirito patriottico, prendendo parte a dimostrazioni e cospirazioni antiasburgiche, favorendo la nascita della “Rivista Veneta”, a cui collaborerà come articolista, attirandosi ben presto i sospetti della polizia austriaca, per cui dovrà sopportare processi, domicilio coatto, esilio e sequestri.
Ottenuta nel frattempo la laurea in Giurisprudenza, allo scoppio della seconda Guerra di Indipendenza, nel 1859, decide di arruolarsi come soldato semplice nell’esercito piemontese, combattendo a S. Martino e Solferino.
La carriera militare lo vede passare in breve tempo i vari gradi: da caporale, a sottufficiale, a sottotenente, fino a quello di Capitano d’Artiglieria, essendogli riconosciuta una “cultura completa… nelle materie tutte appartenenti all’impiego speciale dell’arma”.
In tale carica combatterà le battaglie successive, fino all’assedio di Gaeta (1861) dove meriterà la medaglia al valore militare, e alla liberazione del Veneto nel 1866.
Ritiratosi dalla carriera di soldato, Tenani accetta di candidarsi nelle politiche del 1867 per il partito liberale moderato o “monarchico temperato”, come amava definirlo lui stesso, intraprendendo una lunga carriera parlamentare che durerà per otto legislature fino al 1891: le prime tre IX-X-XI per il Collegio di Rovigo, le seguenti dal 1878 per il Collegio di Este-Monselice e infine dal 1882 (dalla XV alla XVI legislatura) per il Collegio di Padova.
In Parlamento, il neo deputato sedette sempre alla Destra e, benchè fra i più assidui, “non ebbe quella parola continua, che è in ragione inversa dalla densità di pensiero” … parlerà anzi di rado, ma diventando un’autorità nelle questioni militari e in quelle finanziarie.
La sua coerenza nelle opinioni politiche rifuggenti da ogni estremismo, e il ricordo delle prove di valore da lui date nelle guerre nazionali gli fanno ben presto meritare la stima e la considerazione anche degli avversari politici. Tali qualità gli valgono la stretta amicizia del Minghetti, del Sella, del Lamarmora, del Ricasoli, del Lanza, del Gabelli, del Crispi.
Convinto che le posizioni settarie o pregiudiziali non servono a risolvere i problemi nazionali, G. B. Tenani, seppe mantenersi costantemente al di sopra dei partiti o delle correnti, incarnando un tipo di liberalismo “austero”, “illuminato”, “all’inglese”, a cui spesso si riferirà nei suoi discorsi. Per non avere aderito alla proposta di costituire un gruppo tra i neodeputati veneti, così si giustifica nel 1867, finita la IX legislatura, davanti ai suoi elettori di Rovigo:
“… già troppi gruppi, più o meno municipali, vi erano in Parlamento… che il campanile (è) un pessimo consigliere e noi Veneti non potevamo pretendere – nuovi e poco esperti degli uomini e cose Parlamentari – influenza sugli altri così da attirarli nell’orbita nostra”. Così pure, di fronte alle varie proposte di Legge presentate (sulle incompatibilità parlamentari contro i costruttori od amministratori di società sovvenzionate dallo Stato, quella sulle imposte per il Veneto riguardanti la fondiaria, la ricchezza mobile, i fabbricati ecc., quella sulle libertà della Chiesa e la liquidazione dell’asse ecclesiastico).
Rifuggendo ogni opportunismo, G. B. Tanani non nasconde mai agli elettori le sue profonde convinzioni, ma anzi le ribadisce con determinazione e logica stringente. Ammette infatti di aver votato contro la prima legge sulle incompatibilità, perchè ritenuta “inutile… incompleta… pericolosa e impossibile” a risolvere il problema della corruzione, e a favore invece di quella relativa alle imposte, per ragioni di equità con le altre province del Regno, approvando pure il provvedimento ministeriale, emanato dopo il ritiro delle truppe francesi da Civitavecchia, rivolto a impedire la trattazione in pubbliche riunioni della questione romana, dicendosi preoccupato della minaccia latente della questione sociale, determinata dal saccheggio delle 64 botteghe a Torino, dai moti di Modena, di Parma, di Reggio e del Cadore, nonchè dai continui numerosi scioperi degli operai.
La sua concezione restrittiva, se pur non aprioristica, delle libertà democratiche, G. B. Tenani ha modo di ribadirla ancora qualche anno dopo, nel 1870, allorchè avanza i suoi dubbi, nella contingenza attuale, sulla bontà del sistema elettivo del sindaco applicato ai piccolissimi comuni, dove riscontra “vivissime ancora negli anni le ire partigiane e gli odi di famiglia” e si difende dalle critiche e accuse non solo degli avversari, per essere stato votante per il monopolio della Banca Nazionale, per quello dalla Regìa dei Tabacchi e per la famigerata Legge sul Macinato, o dimostrandone la infondatezza, o ribadendo la sua fedeltà alle necessità della patria, con la consapevolezza di sacrificare così la propria popolarità alle impellenti necessità della cosa pubblica.
A tali ideali si ispirerà anche un altro importante intervento del Tenani nella tornata del 5 Settembre 1872, allorchè, discutendosi intorno alle spese straordinarie occorrenti per la difesa dello Stato, egli che già si era adoperato per il Distretto Militare e per la Caserma Silvestri a Rovigo, si opporrà appassionatamente alle tesi di altri militari “alti di grado e di competenza” come il Cerroti, il Parrone di S. Martino, il Corte, il Maldini e il Farini, difendendo con valide argomentazioni tecniche e tattiche il progetto della diga di chiusura del porto di La Spezia per impedire incursioni o eventuali occupazioni di flotte nemiche.
Questa abnegazione verso la difesa della patria, accompagnata dalla equidistanza che cotraddistinse sempre la sua condotta parlamentare, caratterizzeranno lo stile di vita del Tenani anche nei governi della Sinistra, o come nel 1879, quando caldeggerà la linea ferroviaria Mantova-Legnago-Monselice, per l’importanza militare che poteva ricoprire, oppure il 23 Aprile del 1880 allorchè solleciterà la difesa dei valichi alpini, o ancora nel 1882, quando, in occasione dell’inondazione dell’Adige, accuserà apertamente l’operato governativo che, ordinando il taglio di Fossa Polesella, aveva ingigantito la catastrofe già spaventosa piombata sulle popolazioni del Polesine.
Così infatti conclude per l’occasione il suo intervento: “Ed io, o signori che in tutta la mia giovinezza ho speso tutte le forze della mente, del cuore e del braccio per contribuire, come voi tutti, a fare un’Italia libera e grande, e che avesse un governo degno di lei, adesso sono serbato all’amarezza inaspettata di non avere una parola per difendere questo governo, e di averne molte per accusarlo”.
E’ per questo alto senso della patria e della missione parlamentare che il Tenani rifuggerà sempre dal diventare “servo fedele dei suoi elettori, … ministro delle loro vendette… o l’avvocato delle loro cause contro l’interesse dello Stato”, (Avrese 1902) e tale stile lo caratterizzerà fino alla fine, nel Consiglio Comunale di Guarda Veneta come a Roma.
Nel 1886 agli elettori di Padova così si esprimeva: “Se rieletto custodirò gelosamente il mandato: nell’eseguirlo non dimenticherò i vostri interessi locali che mi sono noti assai da vicino; ma nel dar il mio voto avrò sempre in mente la Patria, quella grande e comune, ispirandomi a quell’amore per lei, che vive più della vita, che si estende quanto lo spazio, che si spande senza dividersi, che si usa e non si consuma”.
A premiare questa vita di impegno e di coerenza, G. B. Tenani riceverà nel 1890 la nomina di Vice Presidente della Camera e, a pochi giorni dalla sua scomparsa, quella di Senatore del Regno.
Dopo l’annuncio delle sue dimissioni per motivi di salute inviato alla Camera nel 1891, suscitando una immediata reazione in tutti i rami del Parlamento, il più fiero degli avversari Felice Cavallotti concludeva il suo intervento con queste parole: “Io auguro che da qualunque parte, in qualunque campo combattiamo, rimangano a lungo qui dentro… gli ultimi avanzi della falange antica; che rimangano qui come richiamo verso il passato… E di questa falange è il Tenani. Desidero che questa bella figura di combattente, di soldato, sia conservata in Parlamento italiano, augurio di lotte feconde e virtù di partiti, e chiedo… che il Tenani non si lasci uscire dal Parlamento italiano”.
Purtroppo però il male che lo affliggeva da tempo avrà di lì a poco il sopravvento e Giovanni Battista Tenani morirà nella sua casa di Guarda Veneta il 7 Dicembre 1892, a sessantun anni di età.
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Mario Cavriani. “Giovanni Battista Tenani”. Ventaglio Novanta, n. 6, 1992. https://ventaglionovanta.it/archivio/giovanni-battista-tenani/