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STORIA - TRADIZIONI

I 150 anni della Croce Rossa

L’associazione umanitaria fu ideata da Henry Dunant dopo le cruente battaglie della seconda guerra di indipendenza

di Francesca Magon

Ventaglio Novanta n. 40 2010 pp. 70–75

Ricordo ancora quando, ragazzina di scuola media, i docenti ci accompagnarono in gita scolastica nei luoghi della memoria storica. La scelta non fu indirizzata verso i lager nazisti (meta abituale oggi) ma nei luoghi in cui si svolsero gli eventi tanto cruenti quanto decisivi per la nostra storia patria, che ci portarono alla liberazione dagli Austriaci. Per noi ragazzi fu l’occasione unica per assimilare nel profondo dell’animo il significato autentico del glorioso Risorgimento che tanto costò in sacrificio di valorosi ed eroici combattenti.

Della visita all’Ossario dei caduti delle feroci battaglie di Solferino e San Martino, teatro della seconda guerra d’indipendenza ho ancora viva l’impressione provocatami dalle migliaia di teschi di soldati italiani e francesi che tappezzavano le pareti dell’Ossario. Un ricordo indelebile dunque. Viceversa non rammento che ci avessero parlato della nascita della Croce Rossa Internazionale, la cui idea prese corpo proprio a seguito di quei crudelissimi eventi bellici; a significare che se da un lato furono positivi per le sorti della nostra Nazione, dall’altro non eclissarono i sentimenti di pietà e di solidarietà che sono radicati nel cuore dell’uomo e più forti di ogni divisione, di paura e di odio.

Quest’anno ricorrono i 150 anni della nascita di quel Movimento altamente umanitario che è appunto la Croce Rossa Internazionale (a cui ben presto si è affiancò la Mezzaluna Rossa) per cui nel mese di giugno scorso sono state organizzate celebrazioni e grandi manifestazioni a Solferino, teatro dell’immane carneficina, e a Castiglione delle Stiviere in provincia di Mantova. Proprio nel Duomo di questa città le popolazioni della zona, e in particolare le contadine, organizzate dal parroco di Castiglione don Lorenzo Barziza, trasportarono dai luoghi dei combattimenti i feriti di entrambi gli schieramenti indistintamente franco-piemontesi e austriaci. Molte le persone impegnate in quest’opera umanitaria: “Esse salivano sui carri, preparavano bende, lavavano piaghe, rinnovavano bendaggi, dissetavano o nutrivano quelli che non avevano più la forza di sollevare la testa e le braccia”. Sono le parole di Henry Dunant scritte in un libretto stampato nel 1862 intitolato Un souvenir de Solférino.

E’ noto che Henry Dunant fu l’ispiratore di quella che in seguito divenne una delle iniziative più lungimiranti e disinteressate della storia moderna, e spesso l’unico canale di collegamento fra le parti in guerra in tutto il mondo, la Croce Rossa Internazionale.

Ma forse non tutti sanno come accadde che questo imprenditore svizzero si fosse trovato coinvolto nella feroce battaglia, che lasciò sul terreno quasi 40mila tra morti e feriti.

Dunant a Solferino

La sera di quel tragico 24 giugno – racconta lo storico Luigi Firpo¹ – giunse a Castiglione delle Siviere (d’onde due ore prima dell’alba era partito il 2° Corpo di Mac Mahon per gettarsi nella fornace del combattimento) una carrozza privata, che trasportava un curioso personaggio: un finanziere svizzero trentenne, impeccabilmente vestito di bianco per difendersi dalla calura. Per tutto il giorno l’intrepido viaggiatore aveva sentito il cannone rombare in lontananza, ma aveva continuato a spingersi ad oriente, come se nulla fosse, attraverso caotiche retrovie di un’armata in movimento, diretto con bella ostinazione alla sua meta, che era il quartier generale di Napoleone III. All’Imperatore dei Francesi, guerra o non guerra, Henry Dunant era venuto a parlar d’affari.

Era nato da un’agiata famiglia borghese, l’8 maggio del 1828, nel cuore della vecchia Ginevra, nella casa che il nonno, direttore del vicino ospedale, aveva dato in dote a sua madre. Austera era stata la sua educazione protestante, in un clima di risveglio evangelico e di commossa filantropia.

Temperamento raccolto e fantastico, crebbe in collegio e, sotto l’influsso di una madre molto pia, “sin dall’infanzia prese sempre il più vivo interesse per gli infelici, i diseredati, gli umili, gli oppressi, i bisognosi”.

A diciott’anni si iscrisse alla benefica “Società delle elemosine” e prese l’abitudine di visitare gli ammalati e i derelitti nelle loro soffitte per portare loro qualche soccorso. A vent’anni passava i pomeriggi delle domeniche in carcere per leggere ai detenuti buoni libri di viaggi, la storia di scienze elementari, e il giovedì riuniva in casa alcuni giovani amici per studiare insieme la Bibbia, collaborando con loro a costituire poi a Parigi, nel 1853, l’”Alleanza universale delle Unioni cristiane dei giovani” (la tuttora diffusissima YMCA).

In quell’anno stesso si impiegò presso un agente di cambio e fu spedito in Algeria per conto della Compagnia ginevrina delle colonie di Sétif: l’Africa mediterranea lo appassionò per le grandi opportunità di sviluppo economico che offriva, ma soprattutto per gli aspetti inconsueti della civiltà islamica, cui Dunant si accostò con genuino sforzo di comprensione e naturale simpatia. Visitò anche la Tunisia, e l’abolizione della schiavitù decretata dal Bey tunisino, gli suggerì un appassionato appello contro tratta negli Stati Uniti d’America, in nome dei più sacri diritti umani.

Al tempo stesso l’intraprendente giovane non trascurò gli affari: chiese larghe concessioni di terre nel distretto di Costantina, vagheggiò di rendere feconde quelle plaghe, modernizzando l’agricoltura e costruendo canali e mulini. Costituirà con denaro suo e di altri finanziatori, la Società anonima dei mulini di Mons-Djemila in Algeria. Ma la burocrazia francese non riconosceva le concessioni delle terre da fertilizzare e questo fu il motivo per cui quel giorno Dunant inseguiva l’Imperatore dei Francesi…

In quella terribile giornata Dunant non visitò il campo di battaglia², ma lesse negli occhi e nelle frasi sconnesse dei reduci lo spettacolo di desolazione di quell’alba del 25 giugno: cadaveri sparsi ovunque, feriti dissanguati e gementi di cui nessuno si prendeva cura e che talora venivano finiti ferocemente da sciacalli umani che li spogliavano d’ogni misero oggetto. Trapassati dalle pallottole, mutilati da lame e schegge, molti erano stati poi schiacciati dalle ruote dei pezzi o dei carriaggi. Solo la solidarietà di commilitoni, la pietà dei civili, consentiva il trasporto di quelli che ancora respiravano, sui muli i carretti, verso i vicini villaggi.

Dunant visse quell’alba di orrore e ne serbò un ricordo indelebile. Novemila feriti transitano per Castiglione: francesi e tedeschi alla rinfusa, arabi e slavi; nelle cunette della via principale scorre il sangue. Cinquecento ne vede ammucchiati nella Chiesa Maggiore per consumarvi un’agonia senza speranza, con le piaghe coperte di mosche e di vermi, tra il fetore delle deiezioni e delle purulenze.

Dunant non resta insensibile e “si prodiga allora con tutte le sue forze ad assistere e confortare quei miseri, incoraggia la popolazione a dar soccorso, anima donne e tenere giovinette a dissetare, a umettare le piaghe, a dir parole di conforto; manda la sua carrozza a Brescia e ne riporta bende e ingenue medicine, limoni, tabacco, barlume di speranze”.

A Napoleone III non parlò, restò con i suoi morenti, scrisse per loro le ultime lettere ai parenti lontani, ne raccolse le parole estreme di rassegnazione o di accusa. Quella visione straziante si impresse nell’animo con una crudezza indimenticabile e tutta la sua vita ne sortì mutata nel profondo.

Per due anni Dunant cercò di riprendere il lavoro, gli affari, le schermaglie snervanti con la burocrazia coloniale, ma la sua mente era altrove. Il Vangelo e Rousseau sono i testi cui si ispira la sua filantropia ardente di carità. Impiegò più di un anno a comporre “Un ricordo di Solforino”, un libretto pubblicato nel 1862 in cui denuncia la disumana tragedia dei feriti. Inviato a sovrani, a statisti, a personaggi eminenti di tutta Europa, con l’intento di smuovere le coscienze, il volumetto fu accolto con un fremito di commozione.

La denuncia e l’appello di Dunant non erano stati gli unici. Fin dal 1848 un medico di Capua, che prestava servizio nell’esercito borbonico, Ferdinando Palasciano, aveva rivendicato la neutralità dei feriti proclamando che essi, “a qualunque esercito appartengano, sono sacri e non possono venir considerati come nemici”. L’asserto gli costò una minaccia di fucilazione e un anno di carcere, ma nel 1861, in clima di libertà ribadì che le nazioni avrebbero dovuto riconoscere la neutralità dei feriti e dei malati gravi e accrescere molto sensibilmente in tempo di guerra il personale sanitario. Nel frattempo era divenuta quasi leggendaria la figura della “fanciulla con la lampada”, l’infermiera volontaria inglese Florence Nightingale (1820-1910), che nel 1854, durante la guerra di Crimea, s’era prodigata nell’assistere e consolare i feriti nell’ospedale di Scutari, suscitando con il suo esempio decine e decine di seguaci.

La nascita della Croce Rossa

I tempi sono ormai maturi per la nascita della Croce Rossa: il 26 ottobre 1863 la Conferenza a Ginevra, scelta per la neutralità svizzera, viene inaugurata alla presenza di sedici Paesi d’Europa; l’Italia è presente con un console in veste di uditore; l’Inghilterra aveva opposto un brusco rifiuto. A conclusione di quattro giornate di discussione, fu adottata una risoluzione in dieci punti: essa prevedeva la costituzione in ogni Paese aderente di un Comitato nazionale di soccorso con il compito, in tempo di pace, di predisporre attrezzature e materiali e di istruire un corpo di “samaritani volontari”, cioè di infermieri volontari. Era anche prevista la neutralizzazione delle ambulanze, degli ospedali e del personale sanitario, che sarebbe rimasto agli ordini delle autorità militari. Segno distintivo uniforme sarebbe stato la croce rossa in campo bianco, cioè il vessillo svizzero a colori invertiti (ma anche l’antico vessillo candido di tregua del simbolo cristiano).

All’unanimità Dunant ebbe il riconoscimento di “avere bene meritato dall’umanità” e il documento fu definito “un atto irreversibile” nella storia del progresso civile: era nata la Croce Rossa Internazionale.

La legalizzazione sul piano internazionale della Convenzione avvenne a Ginevra il 22 agosto 1864 con la firma basilare di 25 Paesi, seguita negli anni da una serie di adesioni e ratifiche in tutto il mondo. Nel 1876 la Turchia istituì la parallela struttura della Mezzaluna Rossa. A Ginevra tuttavia è sempre rimasto il Comitato internazionale della Croce Rossa, erede ideale della Commissione dei Cinque, ossia dei primi quattro cittadini di Ginevra (il generale Dufour, i dottori Appia e Malinoir e il giurista Moynier), i quali, insieme a Dunant, nel 1863 avevano deciso di dar vita a quello che più tardi diventò appunto il Comitato Internazionale della Croce Rossa. Esso è un organo privato e neutrale sul piano politico, ideologico e religioso, composto da 25 membri, tutti cittadini svizzeri, che veglia sulla fedeltà ai princìpi e funge da supremo e imparziale mediatore.

Dunant dimenticato e riscoperto

Dunant visse abbastanza per assistere agli immensi sviluppi della sua idea, ma a prezzo di sofferenze morali e materiali indicibili. Tutto preso dalla fervida propaganda, dai viaggi i carteggi, i colloqui a far superare incomprensioni e ostacoli, finì con il trascurare i suoi affari fino ad avviarsi al dissento finanziario. Il Credito Ginevrino, di cui era amministratore, venne dichiarato fallito e Dunant, costretto alle dimissioni, finì in una rovina totale. Da Parigi, in cui si trovava in qualità di relatore alla prima Conferenza Internazionale della Croce Rossa “per i soccorsi ai feriti di guerra”, non rientrò più a Ginevra.

Disconosciuto, umiliato, ridotto in miseria, quello che era stato il vero promotore della Croce Rossa visse a Parigi oscuramente. Ma la passione umanitaria prevalse quando a Parigi scoppiò la guerra civile nel 1872 e fra gli incendi e i massacri della Comune, egli affrontò mille rischi pur di salvare vite umane.

Nel 1887, a piedi, malato, senza bagaglio, rientra in Svizzera e si rifugia a Heiden, un cantone sopra il lago di Costanza e poi, nel 1892 viene accolto nell’ospedale distrettuale, e in una stanzetta disadorna trascorrerà gli ultimi diciotto anni della sua vita. Pieno di amarezze e pur ricco di mai spenti entusiasmi, scrive le sue memorie e le sue drammatiche anticipazioni sulle future catastrofi dell’Europa bellicosa e divisa, hanno la lucidità agghiacciante di una profezia che si è purtroppo avverata.

Dunant era ormai morto al mondo e aveva chiesto di essere “sotterrato come un cane”, quando un giovane giornalista, George Baumberger, lo scopre nel 1895 in quel misero ricovero e racconta il suo segreto patire. Un’ondata d’emozione corre in tutta Europa.

Il papa gli scrive di suo pugno, la Germania indice pubbliche sottoscrizione, la zarina madre gli assegna una pensione, tutti gli offrono cariche, riconoscimenti e omaggi.

Nel dicembre 1901 gli viene conferito all’unanimità il premio Nobel per la pace, per la prima volta assegnato, da quando l’industriale svedese Alfred Bernhard Nobel l’aveva disposto “alle persone che hanno apportato il contributo più grande o migliore per sviluppare la fratellanza tra i popoli”. Per benemerenze acquisite nel corso delle due guerre mondiali, lo stesso premio venne poi assegnato al Comitato della Croce Rossa nel 1917 e nel 1944.

Un’organizzazione capillare

I principi ispiratori, ribaditi da ultimo nella XX Conferenza Internazionale della Croce Rossa, tenuta a Vienna nel 1965, sono ancora quelli che Dunant aveva fissato, cioè l’umanità del soccorso disinteressato a chiunque – ferito, malato, naufrago, prigioniero-; l’imparzialità, che non ammette discriminazioni di nazione, stirpe, ceto, fede o partito; la neutralità in qualsiasi genere di conflitto, sia esso politico o religioso, razziale o ideologico.

A sua volta la Croce Rossa si caratterizza per l’indipendenza, che le consente di collaborare con tutti i governi; per la benevolenza e il disinteresse, che la rendono volontaria e aliena da ogni fine di lucro, per l’unità, che ammette una sola organizzazione in ciascun territorio statale; infine per l’universalità, riconosce alle singole società nazionali identici diritti e il comune dovere dell’aiuto fraterno. La sua meta finale è la pace, secondo il motto che suona: “Per humanitatem ad pacem”.

Oggi l’organizzazione ha come riferimento normativo le quattro Convenzioni di Ginevra del 1949 e due protocolli aggiuntivi del 1977, che proteggono tutte le vittime della guerra. Questi trattati formano quello che è chiamato il Diritto Internazionale Umanitario che include principalmente: i feriti e i malati, i naufragi, i prigionieri di guerra e la popolazione civile.

Giorno e notte, in ogni parte del mondo un esercito pacifico di 250 milioni di uomini e donne volontari bene addestrati è pronto a fornire i suoi servizi, quando zone intere sono devastate da terremoti, inondazioni o cicloni. A queste aree arriva il soccorso delle Società Nazionali di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa, coordinate dalla Lega³.

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Come citare questo articolo

Francesca Magon. “I 150 anni della Croce Rossa”. Ventaglio Novanta, n. 40, 2010. https://ventaglionovanta.it/archivio/i-150-anni-della-croce-rossa/

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